CONFLITTO DI GAZA

Intervista a Nahum Barnea

«Non ci sono dubbi che le operazioni militari organizzate da Israele sono state condotte ad ampio spettro. Il punto è che sono durate anche molto più a lungo di quanto ci si aspettasse», racconta da Gerusalemme Nahum Barnea, una delle penne più autorevoli del giornalismo israeliano, intervistato in esclusiva da m@g. Barnea, che scrive per il quotidiano Yedioth Ahronoth e ha vinto il premio Israel Prize per la comunicazione, ha perso un figlio nel 1996, in un attentato kamikaze di Hamas a un autobus di linea. Al funerale ha perdonato pubblicamente l’assassino, considerandolo vittima della stessa tragedia che affligge il popolo palestinese. Da anni si spende per favorire il dialogo nell’ambito del conflitto arabo-israeliano.

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[viviana d'introno e cesare zanotto]

L'INTERVISTA

La voce della libertà

Yang Lian, nato in Svizzera nel 1955 ma cresciuto a Pechino, è oggi uno dei maggiori poeti contemporanei e una tra le voci più importanti della dissidenza cinese. Esiliato dalla Repubblica Popolare Cinese dopo avere duramente criticato nel 1989 la repressione di Piazza Tiananmen, vive all’estero da vent’anni. È stato candidato al Premio Nobel nel 2002 e le sue poesie sono state tradotte in 25 lingue. Yang Lian interpreta lo spirito della millenaria cultura cinese attraverso la sua esperienza da esule. Una riflessione sulla condizione generale dell’uomo ma anche un invito alla speranza per milioni di cinesi che chiedono democrazia.

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[marzia de giuli e luca salvi]

L'INCHIESTA

È un’emergenza che dura da oltre vent’anni. I territori tra Napoli e Caserta sono uno stato nello stato dove l’unico potere reale è quello della Camorra. Nonostante i blitz, gli arresti e l’invio di soldati e poliziotti, i clan continuano a fare affari in un cono d’ombra in cui convivono l’economia legale e la politica. Ne abbiamo parlato con Andrea Cinquegrani, direttore de La Voce della Campania (oggi La Voce delle Voci).

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[alberto tundo]

MARIO CAPANNA

Onda e '68 a confronto

Quarant’anni dopo la protesta che ha segnato un’epoca, gli studenti italiani sono ancora in piazza. Secondo alcuni osservatori, l’Onda, che contesta la riforma Gelmini, è la fotocopia del’68. Altri la pensano diversamente. Mag ha chiesto un’opinione a Mario Capanna, ex studente dell’Università Cattolica e leader del movimento nel 1968.

Ascolta l'intervista

[cesare zanotto]

CIBO E MEMORIA

Viaggio nel gusto italiano


La relazione tra il cibo e la memoria è uno degli aspetti più profondi e antichi della cultura italiana e internazionale. Emblema di questo nesso è la madeleine che risveglia i ricordi dell’infanzia di Marcel Proust nel romanzo Alla ricerca del tempo perduto . Che cosa pensano i gourmet più affermati e i cuochi più celebri del nostro Paese del rapporto tra lo stile di vita dei nostri tempi e i cambiamenti nel gusto culinario, sempre più lontano dalla tradizione culinaria? La risposta nel servizio.

[francesco perugini]

GIORGIO BOCCA

Intervista sulla crisi del giornalismo italiano


Nessuno meglio di Giorgio Bocca può aiutarci a riflettere sulla crisi che sta vivendo oggi la professione di giornalista. "E' la stampa, la bellezza!", il suo nuovo libro vuole essere un'occasione per riflettere sul destino di un mestiere che sembra aver perso le sue virtù. In Italia la carta stampata appare schiacciata dalle pressioni della politica e dell’economia, incapace di reagire allo strapotere della comunicazione televisiva, non più in grado di scandagliare i mutamenti reali della società. Abbiamo approfondito queste e altre questioni nell'intervista.

[gaia passerini]
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TEATRO LITTA

Giovani registi crescono

Occhi scuri dietro occhiali scuri. Ma l'espressione è decisa e sorridente. Questo è Claudio Autielli, il giovane regista che, a conclusione del suo percorso triennale nel progetto Work in progress, presenterà in debutto nazionale la propria versione della commedia L’amante di Harold Pinter, di scena al teatro Litta di Milano dal 19 marzo al 9 aprile nella traduzione di Alessandra Serra.

Autielli corona con quest’opera la fine del suo terzo anno di master. Negli anni precedenti si è confrontato con opere del calibro dell’Antigone di Jean Anouilh e dell’Otello di Shakespeare, proponendone ogni volta una personale regia. Quest’anno, l’opera di Pinter verrà presentata in modo diverso dalla messa in scena tradizionale, tipicamente “British”. La scenografia comprenderà infatti soltanto una pianta, una poltrona, una veneziana e una porta, tutti simboli di una quotidianità artefatta racchiusa tra quattro mura. Protagonista sarà l’essenzialità - retaggio degli studi di Autielli, laureato in economia - che avrà l’effetto di assolutizzare nello spazio e nel tempo l’esperienza narrata dalla trama: quella di due solitudini che si cercano disperatamente senza mai trovarsi, restando schiave delle proprie maschere.

Sarah e Richard, i due protagonisti interpretati da Valentina Picello e Michele Schiano di Cola, sono due sposi che cercano di mettere pepe nella loro vita matrimoniale inventandosi presunte scappatelle. Questo genererà una doppia vita, in uno schema che si ripeterà sempre uguale e che vedrà i due protagonisti costretti ad interpretare i loro rispettivi amanti in un gioco di ruolo che cadrà con un colpo di scena, rivelando la fragile solitudine di un uomo e una donna chiusi in una stanza, isolati dal mondo reale. Un’opera sull’incomunicabilità e sulla ricerca disperata di un codice comune che, alla lunga, diventa recita grottesca, ma che non mira ad altro che alla perduta semplicità del primo incontro.

Un testo, quello di Pinter, che Claudio Autielli definisce “matematico e autoportante”. «Non pensavo di cimentarmi proprio con quest'opera – racconta il regista –. È un testo difficile da interpretare in modo personale. Il gran lavoro è stato arrivare al cuore del disagio che sta sotto l’aspetto ludico del gioco di ruolo dei due personaggi. Ringrazio gli attori, con i quali abbiamo lavorato anche fino a tarde ore per la riuscita di questo progetto. Insieme siamo riusciti ad affrontare il testo di Pinter in modo incisivo, ma genuino».

«È stato interessante lavorare ad una dinamica che muove l’umanità – osserva Michele Schiano –: due esseri umani soli, che si cercano non attraverso una relazione diretta, ma attraverso le maschere che loro stessi si sono creati ». «Le persone si scelgono, come dice Claudio – interviene Valentina Picello, protagonista femminile de L’amante –, e questa opera ne è la dimostrazione. Noi attori ci siamo scelti, abbiamo scelto l’interpretazione da dare alla storia, e vi siamo rimasti fedeli. Ma anche i personaggi si sono scelti, e continuano a cercarsi, anche se da tempo hanno perso il loro linguaggio comune e non si comprendono più. Ma ci sarà il momento in cui a prevalere sarà la loro scelta, e allora incontrandosi rideranno dei loro stessi tentativi falliti di comunicare».

Work in progress, un progetto sostenuto dalla Regione Lombardia dalla Provincia e dal Comune di Milano, e promosso dal teatro Litta, è un master che forma giovani registi e dà loro la possibilità di confrontarsi con le sfide della macchina produttiva del teatro, prima di essere lanciati “senza rete” nel difficile mondo dell’arte drammatica italiana. Scherza, Claudio Autielli, prospettando per se stesso la disoccupazione dopo tre anni passati all’ombra del Litta a studiare i linguaggi teatrali. Ma poi si fa più fiducioso: «Questi anni mi hanno reso più consapevole degli strumenti espressivi che ho a disposizione, e dell’ampiezza dello scenario artistico a cui il mio lavoro si dovrà rivolgere da adesso in poi. Il lavoro sul palcoscenico riassume e dà senso a tutti i passi compiuti fino a questo momento. E poi ho stabilito dei contatti, delle relazioni. Hanno imparato a conoscermi, e anche io ho imparato ad essere più sicuro nel proporre i miei lavori». Una fiducia condivisa anche da chi ha supervisionato il percorso di Claudio, ricordando altri giovani registi del Litta approdati ad altri importanti lidi. Vedere per credere.

Sala Teatro Litta
Corso Magenta, 24 Milano
repliche dal martedì al sabato alle 20.30 – domenica 16.30
biglietti martedì/mercoledì/giovedì intero € 12 – ridotto € 9
venerdì/sabato/domenica intero € 18 – ridotti € 9/12



[floriana liuni]
continua

TEATRO SAN BABILA

Brithish humour in salsa italica

Oggi sono altri gli scandali che investono i banchieri, ma meglio riderci su con questo adattamento italiano di Niente sesso, siamo inglesi, in scena dal 10 marzo al 5 aprile da Teatro San Babila di Milano, dopo un tour in giro per l’Italia, passando da Roma, Empoli e Firenze. L’opera, scritta da Anthony Marriott e Alistair Foot e sulle scene ormai dal 1971, nell’allestimento diretto da Renato Giordano e con le scenografie di Aldo Buti, è adattata da Gianfelice Imparato, attore napoletano che abbiamo visto nel ruolo di Don Ciro in Gomorra di Matteo Garrone.

La trama suona più o meno così: nella Roma vaticana, un rispettabile direttore di banca e la sua novella sposina ricevono per posta un pacco di materiale pornografico. Nulla di grave, non fosse che l’appartamento in cui i due vivono è di proprietà del clero. Il flemmatico e perbenista banchiere (Valerio Santoro) deve perciò vedersela con preti e suore che si presentano per “casuali” ispezioni, con una madre invadente e inopportuna (interpretata da Erica Blanc), col “moralista” direttore della banca vaticana (il volto televisivo Luigi Montini) e con due ragazze squillo che piombano nell’appartamento a guastare la quiete familiare, ma forse a togliere dalla noia la giovane sposa (Eleonora Mazzoni). Tra gag e colpi di scena, il fastidioso pacco finirà nel bel mezzo di una parata di guardie svizzere, e molte maschere moralistiche cadranno rovinosamente, per il divertimento del pubblico.

Adattare il British humour in salsa italica (pur mantenendo il titolo originale per ragioni di convenienza), e attualizzare la pièce al giorno d’oggi è stato l’impegno di Gianfelice Imparato, che ha rimaneggiato la precedente, pure fortunata, versione di Garinei e Giovannini, dandole un ritmo più brioso e sostenuto. Di Imparato è anche il ruolo di Felice, mattatore sul palco, già interpretato da Johnny Dorelli e Gianfranco D’Angelo nelle edizioni del 1972 e del 1990. Come nella versione inglese, la commedia assesta diversi colpi al perbenismo di certi ambienti: quello bancario nell’opera originale, quello della Roma vaticana nella versione nostrana. Un invito all’autoironia attraverso una serie di esilaranti battute, colpi di scena, e il ritmo narrativo estremamente incalzante della regia di Giordano.

«Abbiamo avuto un pubblico numeroso, e anche giovane», osserva il regista. «La nostra è prosa comica, non cabaret. Uno stile che garantisce divertimento per tutti, senza risultare polveroso e antico». Una commedia brillante ma senza volgarità, adatta a pubblici di tutte le età, che prende in giro la società senza offendere nessuno e garantisce una evasione ammiccante e arguta. «Il passaparola è stato fondamentale per la riuscita del nostro tour», continua il direttore del Teatro San Babila, Gennaro D’Avanzo. «Quando il prodotto è di qualità, la voce corre. Spesso invece gli spettacoli con un forte marchio ricorrono ad una pubblicità eccessivamente mediatizzata, che ha grandi impatti soprattutto nelle prevendite. Ma se poi il prodotto non è all’altezza, il pubblico cala già dopo poche rappresentazioni. Noi abbiamo riempito i teatri fino alla fine». Un successo che ci auguriamo verrà replicato al San Babila.


[floriana liuni]
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AMLETO

Al Piccolo di Milano il dilemma dell’uomo moderno

«Il tema della morte è un tabù nella nostra società. Basti pensare ai dibattiti sul testamento biologico che invece di affrontare il problema reale, spostano l’attenzione dei cittadini aggrappandosi agli aspetti più futili». Il duro attacco di Sergio Escobar, direttore del Piccolo Teatro, trova rassicurazione nel lavoro di artisti come Pietro Carriglio, che ha offerto la propria creatività coordinando l’aspetto registico e scenico della rappresentazione di una nuova edizione di Amleto. Il capolavoro shakespeariano, appena conclusa la tappa genovese, si ferma a Milano da questa sera e ci terrà compagnia fino all’8 marzo. Questo Amleto è inevitabilmente impregnato di lutto: non solo a livello di azione scenica, ma anche «per quel che riguarda il tramonto del senso delle cose in un mondo ora dominato dalla finzione e dalla simulazione», come scrive Alessandro Serpieri, autore di una nuova traduzione del testo.

Il gruppo di attori si è imposto come obiettivo un lavoro simbiotico: la vicinanza anagrafica e il comune bagaglio di esperienze ha permesso ai componenti della compagnia del Teatro Biondo di Palermo, di collaborare con i colleghi del Teatro Stabile di Catania. Una compagnia che da tre anni lavora per valorizzare la propria terra d’origine esportandone i valori nelle altre regioni. Il legame indissolubile di Carriglio con la sua Sicilia è poi stato trasposto in una personale ricerca sulla vera struttura del teatro di Shakespeare, che Carriglio vorrebbe “incarnare” nella città di Palermo.

Infatti, il regista aveva presentato un progetto che avrebbe dovuto svolgersi nelle tre piazze che ruotano intorno al centro storico della città. Per problemi logistici ed economici la realizzazione si è arenata, ma «non ci arrendiamo, perché il nostro scopo è far sì che l’Unesco riconosca il centro storico di Palermo come patrimonio dell’umanità». La salvaguardia di aree urbane così ricche dal punto di vista storico e culturale è un messaggio che, secondo il regista, andrebbe esteso a tutto il nostro Paese, non solo per una questione di riassetto organico, ma soprattutto per il rispetto di tradizioni e testimonianze architettoniche. Il regista ripensa al Nos Milan, definendola una «sublime visione di Milano, un tentativo estremo di salvarla». Il teatro diventa così il mezzo per recuperare le nostre origini urbane e il Piccolo è e vuole essere il simbolo del legame con la città, per «un’economia della cultura, e non per una cultura dell’economia», come sottolinea Escobar, unendosi a Carriglio nella valorizzazione del ruolo sociale «dell’uomo di teatro che non sta chiuso nel teatro», ma che invece pone la propria arte al servizio della collettività.

Intanto l’Amleto di Carriglio viaggia e arriva allo Strehler in una veste nuova. Il regista ha affrontato questa tragedia più volte: già nel 1982 in We like Shakespeare rifletteva sulla crisi dell’uomo rinascimentale. La nuova lettura è stata sperimentata per la prima volta nel 2006 a Gibellina, in un suggestivo scenario: Amleto era di fronte ad un’enorme montagna di sale e la scalata del re incontrava a metà strada un violoncello. Metafisica e metafora musicale per spiegare l’uomo.

Per realizzare quest’ultima versione, Carriglio ha deciso di ripartire da zero, per arrivare ad una semplicità estrema. «Siamo ai confini del mondo, giunti ad un punto dal quale non si ritorna. È un’ u-topia, cioè un non-luogo. La pedana basculante sulla quale si muovono i protagonisti esprime appieno l’idea di sospensione, di un confine senza confini, di infinito». Tra gli interpreti, Galatea Ranzi, enfant prodige nella Mirra di Alfieri, Luciano Roman e Luca Lazzareschi, che ha parlato della complessità nella costruzione del personaggio. «Amleto vive di opposti, di contrasti. Bisogna “farselo amico” per riuscire ad entrare nella sua doppia follia, che lo porta a lottare con il mondo femminile e con se stesso. La sua pazzia è duplice, in parte reale e in parte distorta». L’Amleto di Cariglio è un antieroe moderno, in crisi con la propria anima e con il mondo, e che incede col passo tremulo di chi sta in equilibrio su un filo sospeso nel vuoto.


[vesna zujovic]
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TEATRO ALLA SCALA

Musica per la pace

La West-Eastern Divan Orchestra porta il suo messaggio di pace alla Scala. Mai così necessario come negli scorsi giorni di conflitto a Gaza. Ovest ed est, infatti, caratterizzano fin dall’inizio questa compagine orchestrale, nata in Europa, a Siviglia, dieci anni fa, per volere del maestro argentino-israeliano Daniel Barenboim e dello scrittore palestinese Edward Said. Un ensemble che mette a confronto giovani musicisti provenienti dal Medio Oriente, israeliani e arabi. Un confronto tra le due culture a suon di note, per superare atavici e storici conflitti. Barenboim, che dall’anno scorso ha ricevuto la cittadinanza onoraria palestinese, è sempre stato conscio del valore della sua orchestra, che «non può decidere la pace – ripete spesso – ma può creare le condizioni per una comprensione senza la quale è impossibile il dialogo».
Il nome della West-Eastern Divan Orchestra fu ricavato da una raccolta di poesie di Goethe, l’unica pubblicata mentre il Dante germanico era in vita. Il “Divan occidentale-orientale” è infatti un poema in cui cultura europea e del Vicino Oriente si parlano, come avviene nell’orchestra.

E allora, musica, maestro Barenboim, nel tempio milanese! Qui, il pubblico parrebbe quello di una prima verdiana assoluta. Una sciura rimprovera al maestro i 5 minuti di attesa, oltre le previste nove di sera. E sì che già due concerti si sono susseguiti nella giornata. Palco già rodato e pubblico inghingherato. Binocoli, scialli, pellicce e spartiti scrutano i primi orchestrali. In programma Mozart, Schönberg, Brahms. Il Concerto per tre pianoforti Kv 242 che Mozart scrisse a 20 anni per la contessa salisburghese Lodron e le sue due figliole, è un capolavoro di esecuzione. Barenboim interpreta la parte scritta da Wolfgang per la contessina più giovane e dirige a est e ovest l’orchestra dall’organico settecentesco, mentre di fronte a lui duettano Karim Said, palestinese, e Yael Kareth, israeliana. Il secondo movimento raccoglie più di un assenso nel pubblico, e la riproposizione di un tema sembra già preludere alla forma dei tre brani scelti: la ripetizione e la variazione. Come la guerra che non ha sosta e si ripete. Ma anche come la speranza, che va verso la rinascita di nuova vita, di un nuovo tema che continuerà.

A Mozart segue Schönberg, di cui la West-Eastern Divan fa ascoltare le Variazioni per orchestra op. 31. Si tratta del primo brano orchestrale in cui fu usato il sistema dodecafonico, 1926-28. Gli archi riescono a far vibrare tutti i suoni della serie sparsi nel brano. E le variazioni si succedono in fila, le quattro serie dodecafoniche a fare da trama e ordito. Infine – e i maniaci dello spartito si slanciano quasi oltre il parapetto – l’immortale Quarta sinfonia di Johannes Brahms, composta nel 1884-85, a un anno dalla morte di Wagner. Qui Barenboim esibisce la propria cultura bayreuthiana, spingendo gli archi in un afflato tetralogico, i legni in certe frasi vellutate alla “Lohengrin”. Ma Brahms era lontano da Wagner, e Barenboim ci ricorda nella sua interpretazione quale sia il suo padre putativo, Ludwig Van Beethoven. Attraverso le variazioni (36) dell’ultimo movimento, una vera e propria passacaglia, il musicista di Bonn ci è svelato a poco a poco, su un basso ostinato di una cantata di Bach. Ma Brahms va oltre Beethoven, va oltre Wagner. Verso la metà del quarto movimento – due legni risuonanti – Barenboim riposa, solo lo sguardo dirige. Non fosse per qualche esagerazione ostentata dai corni, questa esecuzione sarebbe stata pari a quelle storiche di Carlos Kleiber e Herbert von Karajan.

E il nostro pubblico, nel complesso? Qualcuno si aspetta un comizio. “Ma questa è musica e la musica è musica, non politica”, osserva una loggionista. E nessuna parola verrà spesa invano. Solo un “bravi” a metà serata, subito rintuzzato da un subitaneo “vedremo”: fate il vostro lavoro e avrete il plauso, alla meneghina. Gli applausi in realtà son pure troppi: irrompono tra i movimenti e alla fine addirittura si sovrappongono alle ultime note della sinfonia della “Forza del destino”. Ed è trionfo. Un violinista arabo di 12 anni fa capolino in questo bis verdiano: la forza del destino e il suo futuro.


[luca salvi]
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TEATRO

Quella Praga alchemica, secondo Ronconi

La lezione di Janàček è tutta nelle parole della protagonista: «È atroce sopravviversi. Se sapeste com' è leggera la vita per voi! Siete vicini a tutto. Per voi tutto ha un senso. Tutto ha valore per voi. Sciocchi, siete felici per la ragione che presto morirete». Questo messaggio, forte ed estremo, racchiude il valore dei giorni presenti, nella vita dell’uomo contemporaneo, con o senza qualità, e la necessità di viverli con rispetto e consapevolezza.

In questo affaire lo scenario è fatto di librerie in bilico: uno scatto sembra immortalarle prima che rovinino sui protagonisti. Ci troviamo nello studio legale dell’avvocato Kolenaty: due famiglie, i Prus e i Gregor, si contendono un’antica eredità. La situazione sembra sfavorevole per i Gregor; infatti, l’erede Albert teme la rovina. La matassa legale appare intricata, ma quando arriva in scena Emilia Marty, soprano misterioso e affascinante, la trama si carica di valenze simboliche. L’ipnotica donna sembra infatti conoscere alla perfezione il passato delle due famiglie ed è l’unica a sapere il luogo dove si trova l’antico testamento.

Emilia Marty, la cui figura magnetica cattura l’anima di tutti i personaggi, è una presenza transtemporale. Il suo fascino seduce e uccide, come avviene per il giovane fidanzato di Kristina, la figlia del commesso dello studio legale Vitek, che si toglie la vita per lei. Oppure come succede all’eccentrico Hauk-Sendorf, che vede in Emilia la sua antica fiamma gitana, Emilia Montez, da lui amata cinquant’anni prima. Quando la Marty sembra davvero sapere troppo, finisce per essere considerata pazza. Solo quando la fine si avvicina, decide di svelare la sua vera storia.

Il suo nome è Elina Makropulos, nata a Creta nel 1585. Suo padre, medico personale dell’imperatore Rodolfo II, aveva preparato un elisir che prolungasse la vita fino a trecento anni e l’aveva sperimentato su di lei. Elina diviene una creatura dalle molte identità, costretta a vivere la morte degli affetti più cari per generazioni. L’anima di Elina si fa pietra: una necessità, per proteggersi dai dolori e dalle emozioni delle diverse esistenze. Così appare cinica e glaciale, ma non è così. L’effetto della pozione sta per finire, ed è per questo che Emilia-Elina cerca disperatamente il testo greco con l’antica ricetta.

Improvvisamente si guarda allo specchio e si rende conto che una vita così le è insopportabile. Decide così di rinunciare all’immortalità ed è allora che i suoi sentimenti affiorano davvero. La scena finale, resa possibile dall’agilità degli interpreti, prevede una trasformazione fisica a scena aperta: la bellissima diva si ritrova d’un tratto canuta e stanca ad affrontare la morte.

La partitura del ceco, squadernata dall’orchestra nella direzione essenziale di Marko Letonja, racconta in dissonanze drammatiche l’animo cupo e ombroso di Elina, ma si fa leggera e distesa a tratti, come i ricordi più cari. Come nella Metamorfosi di Kafka, qui ogni gesto musicale ci parla della molteplicità delle vite, e della loro capacità di trasformarsi, anche repentinamente, senza dimenticare un riferimento, nemmeno troppo nascosto – un’installazione video che riproduceva in serie il volto della protagonista, ormai anziana – al Dorian Gray di Wilde, e al timore del tempo che passa e della bellezza caduca.

Ed è qui che si avverte la densità dei simboli dell’opera, palpabile anche nell’atmosfera in sala di questo debutto scaligero e nella scelta di un’illuminazione scenica plumbea e nebbiosa. I protagonisti, in primo luogo l'intensa Angela Denoke, non si sono risparmiati nemmeno sul palco delle prove, dimostrando di essere in piena voce, unita a un’intensa presenza scenica. La regia del maestro Luca Ronconi, senza forzature o intrusioni eccessive, ha seguito senza scossoni il dispiegarsi della trama, davvero paradossale. Una Praga alchemica, quasi inquietante, capitale di un Est europeo dove simboli e magia scivolano nel quotidiano. Irresistibile sortilegio, anche per scettici irriducibili.


[vesna zujovic]
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CULTURA

Lella nel teatro delle meraviglie

Si apre il sipario, ed ecco una semplice e nemmeno improbabile sceneggiatura teatrale. Bastano un palchetto, un tavolino e due bicchieri d’acqua. Il resto lo fa lei, come in tutte le sue rappresentazioni a teatro, le sue apparizioni in tv e le sue collaborazioni nei giornali. Lei che è capace di far ridere e piangere in scena esattamente come fa nella vita, dice. Lei che non vuole essere chiamata ex femminista, perché a suo modo continua ad esserlo: con orgoglio svela che dietro le quinte delle scene si circonda con dovizia di uomini validissimi. Ma rimane convinta che l’appartenenza a quel genere sessuale sia un deficit irreversibile. Lei è Lella Costa che, nella libreria Feltrinelli di piazza Piemonte, a Milano, ha presentato a una folla divertita e commossa, appunto, il suo ultimo libro Amleto, Alice e la Traviata. A farle da spalla, seduto comodamente al tavolino come fossero in un bar qualunque, c’era Michele Serra che, da collega e amico di vecchia data, ha coccolato Lella nelle pagine di prefazione e l’ha punzecchiata (ma tanto ha vinto lei) durante tutta l’intervista.

Lella Costa è una donna che ha dell’incredibile. Ripercorrendo la sua lunga carriera teatrale e riprendendo i soggetti del suo ultimo lavoro da scaffale, scarta personaggi mitici e universali come fossero caramelle: spiega e riesce, come sul palco, a raccontare di archetipi e storie eterne della nostra cultura senza annoiare. Con l’unica pretesa che non diventino una semplice parodia. « Il segreto è uno solo - dice -: conoscere davvero il testo, entrare in confidenza con la storia e immergersi in essa». La sua è una capacità tutta femminile: quella di chiacchierare e di aprire alle digressioni e ai rimandi d’attualità anche solidi nuclei teatrali, come sono le opere di Shakespeare. Così è per la carneficina finale dell’Amleto, per il dramma della lussuriosa e malata Margherita, che nella Traviata è costretta a lasciare il suo unico vero amore Alfredo, e per la continua inadeguatezza di Alice che si accompagna con il tempo che passa. La comicità di Lella è dilagante, ma è lei stessa ad ammettere che, in qualsiasi classico, è l’autore stesso che, pur inscenando il dramma, conserva un senso di rispetto e la voglia di sedurre costantemente il pubblico. «Insomma – racconta –, anche Shakespeare sapeva che dopo un po’ la sequenza verghiana delle sfighe e delle catastrofi diventa insopportabile e rischi l’effetto comico involontario!».

Prima di fare tutto questo, Lella Costa ogni volta sceglie l’opera che farà sua. Ma da cosa si fa guidare? Ci racconta che la scelta del testo nasce da una folgorazione. «Tutto nasce da un testo che ami, da un autore che ti incuriosisce e dalla sensazione che sia importante dire quella cosa e in quel momento, affinché rimanga valida per anni». Mica paglia, come direbbe lei, scusate. Per questo anche Stanca di guerra, messo in scena per la prima volta nel 1996 e riproposto negli anni fino a poco tempo fa, non è cambiato di una virgola. La guerra, adesso più di allora, rappresenta la nostra quotidianità. E il principio per cui questi classici sono ancora così vivi è il medesimo: parlano ancora di noi.


[cinzia petito]
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TEATRO ALLA SCALA

Bolle e Zakharova, grande danza nel tempio di Milano

Tutto esaurito per ammirare l’eleganza dei primi ballerini e del corpo di ballo. Un viaggio a ritroso che ha immerso il pubblico in un’India che, dalle parole di Roberto Bolle, «non esiste più, ma affascina sempre con le sue atmosfere». Le coreografie della grande Natalia Makarova hanno trasformato la Scala in un luogo magico, dove per tre ore i movimenti dei protagonisti hanno incantato platea, palchi e gallerie. La Prima non ha deluso le aspettative, ma il cast più atteso danzerà per sole altre due date, il 18 e 20 dicembre. La Bayadère proseguirà poi fino al 31 dicembre con gli artisti degli altri cast: Francesca Podini, Eris Nezha e Mariafrancesca Garritano per gli spettacoli pomeridiani del 18 e 30; Polina Semionova, Denis Matvienko e Sabrina Brazzo per il 28, 30 sera e 31 dicembre.

Le stelle della Prima sono state Roberto Bolle, nel ruolo del principe Solor, l’argentina Marianela Nunez nella parte dell’“antagonista” Gazmatti e l’étoile Svetlana Zakharova, interprete della “bayadère”, la danzatrice del tempio, il vero amore di Solor, celato drammaticamente per la promessa di matrimonio verso la principessa. Le parti narrative sono però solo l’involucro di una serie di saggi di altissimo livello artistico, in cui i protagonisti mostrano le loro eccellenti qualità.

L’ambientazione, finemente ricostruita dal punto di vista scenografico, alterna un tripudio di ori e colori brillanti nei contesti regali, trasformandosi nei passaggi onirici e scuotendo lo spettatore nelle scene drammatiche. Due gli excursus che spezzano l’intreccio della trama. Il primo è il Regno delle Ombre, in cui il pas d’action, insieme alle componenti del corpo di ballo, dà vita ad uno scorcio di intensa suggestione poetica. Immerse in una luce lunare e nebbiosa, le ombre danzano, riportandoci all’essenza della nostra anima, sfiorandone le zone più segrete e complesse.

La scena del crollo del tempio, che precede il finale, è stata ricreata attraverso l’uso di sorprendenti espedienti tecnici: lampi e una tempesta di pietre che travolge i protagonisti. Un attimo dopo il pubblico, ancora scosso, si ritrova ad emozionarsi in una scena totalmente candida, in cui i due amanti, uniti da un velo, si ritrovano in una dimensione di eterna serenità. Roberto Bolle ha confermato ancora una volta la sua potenza unita a grande leggerezza, che i grands jétes e le pirouettes esaltavano al massimo. Svetlana Zakharova, l’étoile ucraina nominata Artista emerito di Russia dal 2005, ha incantato i presenti con la sua eleganza ed estrema abilità di equilibrio. I passi a due, fulcro dello spettacolo, non hanno però sottratto l’attenzione nei confronti degli altri interpreti: le sequenze d’insieme, un disegno coreografico complesso che ha esaltato l’eccellente preparazione di tutti gli allievi del Teatro alla Scala, giovani promesse del balletto classico. Il direttore Philip Ellis e gli elementi dell’orchestra, hanno saputo sottolineare e accompagnare il ritmo e le espressioni degli artisti sul palco.


[vesna zujovic]
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PALASHARP

Uno spettacolo formato famiglia

Il magico Show di Topolino, una novità assoluta per l’Italia, arriverà mercoledì 19 novembre al Palasharp di Milano, per poi proseguire per Torino e Roma, portando in scena grandi emozioni per i più piccoli. «Caratteristica di questo nuovo show - spiega Fiorenza Sarotto, vice presidente marketing di Disney Italia - è il fatto di essere prodotto per il divertimento di tutta la famiglia. Non è il classico spettacolo teatrale a cui tutti siamo abituati: lo stile interattivo conferisce una dimensione più profonda ed innovativa. I bambini avranno l’opportunità di entrare realmente a far parte della rappresentazione, potendo interagire attivamente con tutti i personaggi. Ritengo che questo sia un passo in più per accrescere, nel nostro paese, la cultura dello spettacolo dal vivo».


Il tour ha debuttato nel 2006 negli Stati Uniti, nella città di Columbia nel South Carolina, e viaggiando ad una media di 320 spettacoli all’anno è stato già visto da oltre 2 milioni e mezzo di visitatori in tutto il mondo. Fra le tante curiosità: un fondale costituito da 6.800 lampadine, 2 chilometri di alluminio utilizzato per la costruzione della struttura scenica e 620 metri di tessuto per confezionare i 41 costumi presenti in scena. Così, con Disney Live! Il magico Show di Topolino la magia legata alle leggendarie principesse dei film Disney, da Cenerentola a Jasmine di Aladdin, dovrebbe fondersi con le apparizioni di tanti amici di Topolino, da Minnie a Paperino, da Paperina a Pippo, creando una rappresentazione unica e di alto livello qualitativo.
La produzione è caratterizzata da un cast d’eccezione, con celebri esperti d’illusionismo, da Jim Steinmeyer a Brad Ross, che garantiscono sorprendenti scenari in grado di trasportare gli spettatori in un’atmosfera incantata e surreale.

Il magico Show di Topolino è la seconda esperienza italiana dopo Winnie the Pooh e nasce dalla collaborazione tra Feld Entertainment e Disney Live Family Entertainment, la divisione Disney specializzata in spettacoli per famiglie in tutto il mondo. Questa collaborazione dura da oltre 25 anni con moltissime produzioni che raggiungono decine di paesi ogni anno. «Il nuovo show - sottolinea Ermes Bonini, responsabile di Applauso spettacoli, società organizzatrice del tour italiano - è particolarmente adatto alle fasce prescolari. Infatti il gioco, il divertimento e l’allegria sono il fulcro centrale dello show». Due motivi in più per andare a vedere lo spettacolo: una nursery attrezzata per venire incontro alle necessità dei bambini e delle loro famiglie e un palcoscenico per garantire ai più piccini la migliore visione possibile.


[tatiana donno]
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TEATRO

La camorra in scena al San Fedele

“Sono 4000 i morti ammazzati dalla Camorra negli ultimi anni, di cui tantissimi innocenti. Persone uccise per il semplice motivo di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato, o peggio per avere tentato di far valere i propri diritti”. È questo l’incipit dello spettacolo teatrale intitolato La ferita-voci contro la camorra, organizzato in collaborazione con l’associazione antimafie Libera, in scena in questi giorni al teatro San Fedele a Milano. Seduti in platea, ad assistere alla rappresentazione, gli alunni delle scuole medie e superiori della provincia milanese. Scopo dello spettacolo è infatti quello di «far riflettere i ragazzi sul significato e la necessità di legalità, intesa come rispetto delle regole comuni», come ci racconta il regista della messa in scena Mario Geraldi.

«Raccontare i meccanismi di base del comportamento mafioso organizzato e come accada che le regole civili vengano rimpiazzate con quelle mafiose è il senso di questo lavoro. Inoltre, il filo conduttore resta sempre la memoria: sia delle vittime innocenti che delle emozioni e sentimenti che queste si portano dentro».

Sul palco, alla lettura dei brani si affianca quella di articoli estratti dai quotidiani, mischiando al reading anche brevi monologhi o stralci musicali. Come sempre, non fa mai male indagare un po’ su cosa conoscono realmente gli studenti. Tra una selva di “non so” e “non seguo queste cose”, troviamo qualcuno che sembra conoscere l’argomento come Daniela Nisio, studentessa del 4° anno dell’Istituto di Istruzione Superiore “P. Frisi” di Milano che ci confessa come abbia seguito negli ultimi mesi la situazione campana soprattutto grazie ai professori che le hanno parlato del “caso Roberto Saviano”.

Luigi Calce invece afferma che «questo tipo di attività sono molto utili per apprendere notizie e informazioni direttamente da chi vive in quei luoghi. Così i ragazzi riescono a farsi un’idea, e si evita il sentito dire, che spesso degenera in notizie false». Ed è proprio questo l’obiettivo di “Libera”: superare con successo la semplice condanna del fenomeno, per reagire concretamente anche nella vita di tutti i giorni (e associazioni come questa ne sono la dimostrazione concreta). Insomma, spiegare ai ragazzi che «è pericoloso allontanare da noi le mafie e gli atteggiamenti mafiosi, ritenendoli questioni che riguardano sempre qualcun altro: le regioni del sud, le altre scuole, gli altri compagni – come sostiene Michela Scavello, professoressa delle medie inferiori “Barozzi” – è fondamentale. Anche da piccoli, formarsi una coscienza civile e legare un tema sicuramente forte come quello della camorra con quello dei piccoli soprusi di tutti i giorni, è necessario per evitare un effetto di straniamento». Accanto allo spettacolo, l’attività si concretizza nell’organizzazione di dibattiti tra studenti. Le scuole lavorano anche in classe: con un elaborato scritto o creativo relativo al tema proposto, in modo da legare, in un unico percorso, informazione, testimonianza, comunicazione emotiva e partecipazione critica.


[raffaele buscemi]
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CULTURA

Il Sogno senza tempo

Confrontarsi con un macigno creativo come il Sogno di una notte di mezza estate di Shakespeare è una prova di coraggio e avventatezza, specialmente se a provarci è una compagnia giovane. Colpa del numero e la qualità dei precedenti. Ed è per questo che portare in scena il Sogno vuol dire tentare di entrare in comunicazione con un pubblico che, in misura diversa, ha già dentro qualcosa di quell’opera.

È più facile raccontare una storia confinata in un recinto spazio-temporale preciso, invece che evocare le atmosfere eterne del “Sogno”, da cui ogni sensibilità si attende di provare certe sensazioni. La compagnia Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa riesce a mantenere intatte le tre anime dell’opera: natura, magia e passione, facendole percepire alla platea quasi come elementi fisici presenti sul palco. Il testo, rivisto da Mirca Rivieri, si concentra maggiormente sugli amori alterati da sostanze capricciose, ed è un bene perché esalta le capacità degli attori, più a loro agio nel rappresentare dinamiche affini alla loro età. Le interpretazioni più efficaci sono proprio quelle dei giovani Elena (Silvia Masotti), Ermia (Giulia Valenti), Demetrio (Matteo Romoli) e Lisandro (Giorgio Sangati). A conquistare il pubblico è in particolare l’interpretazione di Silvia Masotti, così stralunata, spaesata, tenera e buffa. Ben più complesso il compito di Caterina Simonelli e Fausto Cabra che, impegnati nei ruoli di Titania e Oberon, faticano a incarnare la drammaticità dei loro personaggi, adulti e regnanti. Vive invece un crescendo interpretativo durante la rappresentazione Giorgio Consoli che, nei panni del giullare Puck, fa da tramite tra personaggi e pubblico, custodisce l’essenza del teatro e strappa più di una risata. Alice Bachi e Rosanna Sparapano, con un accorgimento semplice e d’effetto, rendono imponenti e scenografici i costumi del re e della regina delle fate, lasciando invece minimali gli abiti degli altri personaggi. Visioni di Shakespeare ha il pregio di riuscire a tratteggiare il volto di quell’amore proprio degli amanti giovani, sciocco e carnale, ironico e delicato, incontrando l’apprezzamento nostalgico o la fremente aspettativa di buona parte del pubblico. Lo spettacolo ha una marcata componente corporea fatta di inseguimenti e cadute, di lotte e di arrampicate che, oltre ad essere ben riuscite, danno ritmo e vitalità all’andamento della storia.

[emidia melideo]
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SPETTACOLI

Disney on Ice: la magia arriva in Italia

Prendi Pinocchio e Mulan. Il Re Leone e i giocattoli di Toy story. La Bella addormentata nel bosco e Gli Incredibili. Tutti assieme, presentati dalla coppia per eccellenza, Minnie e Topolino, in quella che sembra essere la moda del momento: un musical sul ghiaccio.

Non solo: un musical sul ghiaccio d’eccezione, che dal suo debutto nel 1999 è stato visto da più di 13 milioni di persone in tutto il mondo. Tutto questo è “Disney on Ice”, per la prima volta, dopo anni di attesa, in Italia, a Milano, Torino e infine Roma.
Le prevendite, già aperte su Ticketone e Vivaticket, stanno facendo registrare numeri da record: ma come potrebbe essere altrimenti per uno spettacolo dove oltre sessanta personaggi dai costumi sbalorditivi e curatissimi volteggiano sul ghiaccio dei palazzetti al ritmo delle musiche di maestri come Art Kempel e Stan Bread per portare davanti agli occhi di tutti le scene più famose dei cartoni Disney?
L’allestimento è di quelli monumentali: oltre 130 persone, 25 tir, e almeno tre giorni per essere montato tutto. Una superficie di oltre 840 metri quadri dove, sulle scenografie di David Potts, far vivere ai bambini – ma anche ai più grandi – la scena della balena di Pinocchio o del drago della Bella Addormentata, animati da macchine sceniche speciali, o dove far danzare La Bella e La Bestia, con le coreografie di Sarah Kawahara, che ha già vinto un Emmy Award e che ha lavorato con la pattinatrice Michelle Kwan, pentacampione del mondo.
Prodotto da Feld Entertainment, e presentato in Italia da Applauso Spettacoli, “Disney on Ice”, questa antologia dei più celebri brani della Disney, sarà presentato in 15 date, tre per ogni città. Dal 9 al 13 aprile al Palasharp di Milano, dal 16 al 20 aprile al Mazdapalace di Torino e infine al Palalottomatica di Roma dal 23 al 27.

[gaia passerini]
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LIRICA

Addio a Giuseppe Di Stefano

Tosca di Puccini: una delle opere più amate e rappresentate al mondo. Per quante esecuzioni potremo ascoltare ancora in futuro, esiste dal 1953 una interpretazione per la quale l’aggettivo “perfetta” non è sproporzionato. In essa, sotto la direzione di Victor De Sabata e in compagnia di un grande Tito Gobbi, compare la coppia più famosa dell’opera lirica: Maria Callas e Giuseppe Di Stefano. Trent’anni dopo la Callas, ora anche Di Stefano se ne è andato e raggiunge un pantheon di artisti degli anni d’oro dell’opera lirica che ci hanno lasciato negli ultimi anni (Franco Corelli, Renata Tebaldi, Birgit Nilsson, Elisabeth Schwarzkopf, Anna Moffo).

Giuseppe Di Stefano è morto ieri nella sua casa di Santa Maria Hoè (Lecco), ma aveva cominciato a spegnersi tre anni fa, quando era stato ferito durante una rapina nella sua casa in Kenya. Era stato ricoverato all’ospedale di Mombasa e poi trasferito in Italia, in un ospedale milanese. Dove è rimasto in coma fino agli ultimi giorni.
Giuseppe Di Stefano, nato a Motta Sant’Anastasia (Catania) nel 1921, dopo un inizio come cantante di musica leggera, e dopo avere seguito l’insegnamento del baritono Montesanto, debutta nella Manon di Massenet nel 1946 a Reggio Emilia e l’anno dopo è già alla Scala. Da lì ha inizio una carriera folgorante, in cui si distingue per il suo timbro vellutato e la grande presenza scenica, legando presto il suo nome a quello della Callas, dalla prima apparizione insieme (La Traviata di Verdi nel 1951 a San Paolo del Brasile) fino all’ultima nel 1973, tra l’altro ultima tournée della cantante greco-americana. Di Stefano ha tenuto poi ancora alcuni concerti fino in tempi più recenti, tenendo dagli anni ’70 alcuni seminari e stage di canto. Suoi cavalli di battaglia sono stati il Duca di Mantova (nel Rigoletto verdiano), Cavaradossi (nella Tosca), Edgardo (nella Lucia di Lammermoor donizzettiana e Don Alvaro nella Forza del destino. Ha cantato con i più grandi cantanti e direttori: dalla “divina” alla Tebaldi, da Taddei a Christoff, dalla Simionato alla Scotto, da Victor De Sabata a Tullio Serafin, da Antonino Votto a Herbert von Karajan.
Di Stefano è stato quindi un grande esempio e lo è tuttora. «È stato un pilastro dell’opera e della discografia – dichiara a Magmagazine la soprano Cecilia Gasdia che, dopo averlo conosciuto a un concorso, ne era divenuta grande amica –. L’ultimo della scuola italiana che va dagli anni ’40 agli anni ’70. Ancora oggi i suoi dischi si vendono più di tanti contemporanei». Una scia di tenori ha cercato di carpirne i segreti timbrici e il suo stile di canto veniva contrapposto a quello di Mario Del Monaco. Anche se, come ricorda Cecilia Gasdia, «i due non erano affatto nemici, come si diceva allora: anzi si trovavano insieme per imparare l’uno dall’altro. Per quanto riguarda i cantanti odierni, si può dire che Carreras abbia seguito il modo di cantare di Di Stefano. Persino Pavarotti, che aveva un tipo di timbro diverso, ne ha seguito l’esempio: l’apertura della voce nei suoni di passaggio e la chiarezza di dizione rimandano sicuramente allo stile di Giuseppe». Il tenore Marcello Giordani, anche lui siciliano, cresciuto ascoltando i dischi di Di Stefano, lo considera un mentore: «L’avevo conosciuto a un concorso a Vienna e poi tramite amici in comune. Il suo modo di porgere la frase è ineguagliabile. Era anche una splendida persona: considerava il canto come un dono di Dio e ti trasmetteva la sua gioia di vivere anche nel modo in cui cantava. Mi sento molto lusingato quando mi paragonano a lui». Cecilia Gasdia, che del tenore possiede tutti i dischi, lo considera una persona eccezionale sia artisticamente che umanamente: «Il suo modo di cantare era unico: una voce bellissima, una vocalità molto aperta e una pronuncia chiara. Arrivava al cuore di tutti, con una facilità impressionante. Ed era una persona affabile. Alla fine si è goduto la sua vita fino in fondo: amava divertirsi, e anche fumare, senza che questo gli abbia dato problemi dal punto di vista vocale. Ma ha anche dovuto affrontare momenti tragici, come la perdita della figlia in giovane età».
La lirica, oggi così negletta dagli operatori della comunicazione, e frequentata solo dagli appassionati, oggi perde uno dei suoi testimoni più autentici. Forse meno mediatico di un Pavarotti, e per questo confinato a un ritaglio di copertina o a un box in terza pagina, ma un grande artista di certo. Italiano doc, come il melodramma.

[luca salvi]
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SPETTACOLO

Serata d'addio di Paolo Villaggio al Filodrammatici

Dall’11 dicembre al 6 gennaio Paolo Villaggio andrà in scena al Teatro Filodrammatici di Milano, con il suo nuovo spettacolo Serata d’addio. «A dispetto del titolo – afferma l’attore genovese – non si tratta di uno spettacolo per celebrare il mio addio dalle scene». Infatti Serata d’addio è composto da tre monologhi molto poco “villaggiani” e, come lo stesso protagonista sottolinea, «per nulla autobiografici». L'addio, semmai, è quello amaro del Teatro Filodrammatici che a marzo 2008 chiuderà i battenti.

Il primo atto dello spettacolo è lo sfogo di un ex tossicodipendente che, in età avanzata, si sente in grado di poter dare consigli su come poter ‘facilmente’ risolvere ogni tipo di dipendenza. Nel secondo a parlare è un attore giunto all’ultimo passo della propria carriera e apparentemente pronto a godersi il meritato riposo una volta chiusosi il sipario. Nell’atto conclusivo il protagonista è un malato terminale che attraversa le ultimi fasi della malattia, con i tipici stati d’animo di chi sa di dover morire. Villaggio confessa di avere molte aspettative per questo ciclo di spettacoli a Milano dove «solitamente il pubblico è molto ricettivo e preparato». Anche la particolare conformazione del Teatro Filodrammatici ed i suoi 205 posti rendono Villaggio fiducioso grazie alla possibilità «di creare un rapporto stretto e complice con il pubblico, come ai tempi degli esordi al Derby». Allo stesso tempo, però, Villaggio non nasconde lo sconforto per la crisi economica in cui versa il teatro italiano: «Serata d’addio è un progetto rischioso: un solo attore, una sedia e temi scomodi. Ma per allestire spettacoli più complessi servono fondi che oggi non ci sono». La fede nel teatro, comunque, è dura a morire, anche perché Villaggio non ha smesso di sognare, quantomeno per se stesso: «Magari potessi portare in scena il Malato Immaginario di Molière o il Falstaff di Shakespeare…».

[stefano carnevali]
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TEATRO SOCIALE

Vanno in scena i rifiuti

Esordio milanese alla Fabbrica del vapore per Asso di monnezza di Ulderico Pesce. Lo spettacolo è un’allegoria pericolosamente realistica dell’emergenza rifiuti, ben più ampia di quella campana. Nell’eterno gioco delle tre carte non è più l’asso di denari quello che fa vincere e che va ritrovato nei movimenti fluidi del mazzaro. Il botto lo fa l’asso di monnezza, perché è nella gestione dei rifiuti che s’intrecciano interessi spesso illeciti con problematiche di salute pubblica e scelte di politica economica.

Una famiglia divisa in due: da una parte la madre Marietta e i due figli Antonio e Vincenzo impegnati nella raccolta differenziata e nella tutela dell’ambiente, dall’altra il padre Nicola che, insieme al terzo figlio Christian, fa affari con la malavita legata al business della spazzatura. Un business che non riguarda solo lo smaltimento dei rifiuti urbani, oggi di grande attualità, ma soprattutto di quelli industriali. Scorie spesso velenose e dunque più redditizie per le organizzazioni criminali che hanno tutto l’interesse a mantenere il tutto sotto silenzio. La semplificazione bene/male funziona e fa riflettere il pubblico sul tema, sentito e documentato da Ulderico Pesce, oltre che con innegabile passione, soprattutto con dati, nomi, fatti e numeri. Siamo in un territorio incerto dove il teatro diventa un tramite per trasmettere istanze e contenuti. Di teatrale nel senso classico del termine resta davvero poco. Niente scenografie, poca musica e uso ridottissimo delle luci.
Quello che interessa all’autore-attore è svelare gli intrighi e i retroscena di questi traffici non per alimentare sterili polemiche, ma per metterne in luce le conseguenze tangibili e preoccupanti sulla vita e la salute delle persone coinvolte: tutti.

L'intervista

Ulderico Pesce e il teatro: un’esigenza, più che una passione, che arriva da lontano, da un nonno arrotino. «Si sedeva fuori dalle macellerie che lo pagavano in natura e raccontava storie. - ricorda Pesce – parlava di lotte operaie, di braccianti che occupavano i campi, di rivolte antifasciste. Storie ma anche poesie e canzoni che intonava con la sua voce forte e profonda. Ero affascinato: in lui vedevo un Gassmann sulla scena, non mio nonno in una strada qualunque del sud Italia. Poi le cose cambiarono e, alla fine degli anni ’50 non ci fu più bisogno di arrotini. Mio nonno cominciò a lavorare alla manutenzione delle strade, ma dopo tre giorni fu cacciato. Perché era socialista.»

Tutto inizia in famiglia…
« …e continua a scuola. Mio padre era sindacalista e andava tutti i giorni alla camera del lavoro che si stava in un paese vicino. Nei paraggi c’era un liceo classico che io ho frequentato per pura comodità. Lì mi sono innamorato della letteratura greca e del teatro antico, che è la prima forma di teatro civile, in cui molte spazio è dato alle questioni politiche. Cosa sono l’Edipo re di Sofocle o I Persiani di Eschilo se non indagini sulla tirannia, su come si governa, sull’oppressione di un popolo sull’altro? Dopo il liceo ho conosciuto Marisa Fabbri e Giorgio Albertazzi con cui ho cominciato a recitare. Poi ho lavorato con Carmelo bene, Luca Ronconi, Gabriele Lavia e altri»

Collaborazioni molto importanti e diverse tra loro
«Sicuramente. Da questi incontri ho ricevuto tanti insegnamenti tecnici; ma la vera folgorazione l’ho avuta nel 1990 quando ho conosciuto il regista russo Anatoli Vassilev, con cui ho viaggiato per tre anni in un tour internazionale. Insieme ad attori di vari Paesi abbiamo portato in giro testi di Platone, Pirandello e Dostoevskij recitando ognuno nella propria lingua. Un’esperienza che mi ha fatto capire veramente qual era il tipo di spettacolo che avrei voluto portare il giro: il teatro organico»

Che significa “teatro organico”?
«Significa che non si può recitare prescindendo dal contenuto dell’opera. In Italia il teatro per buona parte è finto, artificioso, per non dire morto, imbrigliato com’è nel labirinto dei finanziamenti. Dopo l’esperienza con Vassilev mi sono messo alla ricerca di testi che mi appartenessero e non ne ho trovati. E allora mi sono messo a raccontare le storie di mio nonno e ho scritto Contadini del sud. Poi ho voluto dare voce agli operai della Fiat e ai lavoratori clandestini. Adesso mi sto occupando di amianto»

Non c’è teatro senza denuncia sociale, quindi
«Senza denuncia, impegno e memoria»

Ti senti più un uomo di teatro o un sollevatore di questioni scottanti?
«Non so cosa mi sento, so solo che mi sento bene se faccio quello che mi piace»

Cosa ti piace del teatro?
«Le compagnie sperimentali, che fortunatamente esistono e funzionano; il teatro alternativo che accoglie chi come me, facendo teatro civile, viene considerato un figlio spurio del settore. Tutto quanto è ricerca e voce della gente»

Cos’è che invece non ti piace?
«la programmazione degli stabili, che nella maggior parte dei casi è un marchingegno fallimentare e costoso. Non mi piace l’artificiosità propria di un certo tipo di teatro, né la sovranità degli effetti scenici a sminuire l’importanza della parola»

I tuoi lavori sono documentati con precisione. Come lavori in fase do ricerca e raccolta di informazione?
«Non sono da solo, coordino un gruppo che mi aiuta nella ricerca di storie. Vado in giro, ascolto molte persone. Ovviamente le mie fonti sono spesso non convenzionali: ho a che fare con magistrati, giornalisti free lance, a volte anche con delinquenti. Ricevo segnalazioni nei teatri, a fine spettacolo e sul mio sito. In Asso di monnezza ad esempio i personaggi e le storie sono reali, mentre è di fantasia il legame di parentela che li unisce»

Anche Roberto Saviano si è occupato di rifiuti. Che ne pensi del fenomeno Gomorra?
«Saviano, come anche Travaglio, Rizzo e Stella svolgono un compito importante e hanno contribuito a rivoluzionare il mondo della letteratura innestandoci il seme dell’inchiesta»

Asso di monnezza è un tema che ti ha suggerito l’attualità più recente.
«Non proprio. In realtà il testo risale al 2005 e purtroppo il problema dei rifiuti non è destinato a terminare con quest’emergenza. Le questioni in gioco sono tante e toccano temi come la salute di tanti cittadini e l’alimentazione. Per migliorare la situazione occorre agire su diversi fronti»

Quali?
«Innanzitutto su quello della raccolta differenziata: l’umido, ad esempio, costituisce il 35-40% dell’immondizia prodotta ed è fondamentale che venga isolato perché bagna il resto dei rifiuti impedendo il riciclo degli altri materiali. E’ poi necessario che il reato contro l’ambiente non sia giudicato in un tribunale civile, ma venga considerato un reato penale, come già accade in molti altri Paesi, in modo da poter punire i responsabili con l’arresto. Sono i giudici stessi che denunciano la mancanza di strumenti per agire su questi reati»

Bisogna quindi ripensare il nostro rapporto con la materia?
«Sicuramente. Non solo occorre differenziare per riciclare, ma anche impegnarsi a produrre meno rifiuti. Diminuire il consumo dei beni usa-e-getta, razionalizzare la produzione e l’uso di delle confezioni, come i sacchetti di plastica, sono comportamenti basilari per un paese che ospita una percentuale altissima dei beni culturali di tutto il mondo. Cultura e ambiente devono essere le nostre prerogative. E lo saranno».


[cecilia lulli - emidia melideo]
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TEATRO

Lella Costa è Amleto

Un Amleto per chi ha voglia di andare oltre la storia e il teatro: è così che lo racconta Lella Costa. Vestita di stelle dallo stilista Antonio Marras, responsabile dei costumi, è sola su un palcoscenico dalla scenografia da day after: pavimento di legno sfondato e inclinato, sedia rovesciata, poca luce. La dichiarazione di intenti arriva nei primi minuti: fare del teatro di indagine, cercare l’origine della storia, di molto anteriore all’epoca di Shakespeare.

Ci sono riferimenti alla biografia dell’autore, al mondo del teatro inglese nel momento di transizione tra il regno di Elisabetta Tudor e quello del ben più mesto Giacomo Stuart. Si riflette sulla vastità di temi e problematicità propria dell’Amleto: amore, amicizia, morte, potere, famiglia. Ma non sarebbe Lella Costa senza lo humor tutto femminilità e concretezza che trova ampio spazio nello spettacolo. Qualche battuta: «Orazio non solo era un amico leale, ma era anche simpatico, intelligente, bello e sveglio…probabilmente era gay». «Laerte. Sì, sì chiamava proprio come lui….come il figlio di Adriano Pappalardo». « Rosencratz e Guildestern sono completamente inutili e intercambiabili, un po’ come Dolce e Gabbana». L’attrice gestisce perfettamente più di due ore di monologo anche se la musica del pur blasonato Stefano Bollani si limita a sottolineare lo stato d’animo dei vari momenti, senza alcun guizzo di creatività e senza regalare grandi emozioni. Peccato che nel momento più tragico, quando Amleto viene colpito a morte durante il duello che dà inizio alla carneficina, Lella Costa comincia a mangiarsi le parole: per qualche minuto non si capisce più niente e il pathos svanisce di colpo. Salva la situazione l’espediente di rovesciare sulla scena un sacco di mele per ogni personaggio che muore. Il pavimento in discesa, il rosso luccicante dei frutti e il rumore di cavalleria in sordina garantiscono un effetto davvero teatrale.

[emidia melideo]
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TEATRO

Derby, tra ricerca e nostalgia

Riapre, dopo un periodo di silenzio lungo vent’anni, il teatro Derby che ha visto nascere artisti come Giorgio Faletti, Renato Pozzetto, Diego Abatantuono, Massimo Boldi ed Enzo Jannacci. A officiare la presentazione della stagione il sindaco Letizia Moratti, che sottolinea: «La volontà del Comune e quella di intensificare l’impegno finanziario nel comparto teatrale. Vogliamo aumentare il numero dei teatri convenzionati, che oggi sono 15, in un progetto multidisciplinare di contaminazione di generi». Teo Teocoli e Mario Lavezzi saranno i direttori artistici del progetto, il primo responsabile del cabaret, il secondo della parte musicale.

Teocoli ricorda le origini del Derby, esprime la sua voglia di tornare a lavorare davanti al pubblico per capire a che punto è arrivata sua carriera: «Mi piacerebbe riportare in primo piano personaggi spesso dimenticati dall’offerta televisiva come Tony Dallara e Zuzzurro e Gaspare, al secolo Andrea Brambilla e Nino Formicola», ha dichiarato. Annuisce Mario Lavezzi, suo alter ego musicale, che rilancia:«Derby sarà soprattutto un laboratorio di ricerca e scoperta di giovani talenti. Vogliamo riproporre lo spirito di collaborazione tra artisti, con un occhio alle amicizie nate 40 anni fa e un altro ai giovani che faticano a trovare visibilità. Abbiamo intenzione di realizzare anche degli show case e delle incursioni nelle università e nelle scuole superiori». Il cartellone è ricco e accoglie spettacoli di cabaret d’oltreoceano come The crazy sexy talk show e Defending the caveman, un successo esportato in 20 paesi e tradotto in 15 lingue; spazio anche per spettacoli di musica e danza orientale, jazz e opera con l’orchestra da camera Giorgio Strehler. Non mancano le proposte per i bambini, a cui è dedicata la programmazione curata da Luca Uslenghi: gli eventi, previsti da febbraio a maggio, vedranno i piccoli spettatori interagire con gli artisti attraverso la danza, la recitazione e la magia.

[emidia melideo]
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TEATRO

Generazione scenario debutta a Milano

Da studi scenici di venti minuti a spettacoli compiuti. La Generazione scenario, ossia i vincitori del più importante premio teatrale riservato ai nuovi copioni, debutteranno per la prima volta a Milano. Un’opportunità significativa per il capoluogo lombardo, visto che il Premio scenario nei suoi vent’anni di vita ha sempre rivestito un ruolo di primo piano nella ricognizione sistematica della nuova creatività italiana e nella valorizzazione di nuovi linguaggi scenici.

A conferirgli tale ruolo è stata soprattutto la sua particolare impostazione; le diverse fasi si rivolgono infatti a progetti e non a lavori finiti, nell’intenzione di coglierne i possibili sviluppi e anche scommettere sugli elementi di rischio, ostinazione, coraggio. Una decisione che in vent’anni ha contribuito a far emergere artisti che sono diventati o si stanno rivelando tra i più interessanti della scena italiana contemporanea come Emma Dante, vincitrice del premio nel 2001 con la compagnia Sud costa occidentale di Palermo. Sabato 19 e domenica 20 gennaio, nella Sala poeti e nella Sala grande del Teatro dell’arte, il pubblico e gli addetti ai lavori avranno l’opportunità di assistere alle prime rappresentazioni del progetto premiato e dei due segnalati dell’undicesima edizione. Un esordio che costituisce il momento finale di un percorso durato due anni. Dei 300 progetti ammessi 52 sono stati presentati alle due tappe di selezione di Milano e dell’Aquila e poi solo 12 sono arrivati alla finale dello scorso luglio, ospitata dal Santarcangelo International festival of arts. A conquistare la vittoria è stata Babilonia teatri (Verona) con il suo Made in Italy, uno spettacolo scritto e interpretato da Valeria Raimondi ed Enrico Castellano, che affronta in modo caustico e dissacrante le contraddizioni del nostro tempo. Non racconta una storia, ma scatta una fotografia del Nord-Est italiano. Lo ritrae come una fabbrica di pregiudizi e di luoghi comuni, come un produttore di modelli famigliari ispirati al presepe, ma pervasi da idoli mediatici e intolleranza. «Un lavoro – ha dichiarato la giuria – dove si infrangono con sagacia e leggerezza tabù e divieti, per rilanciare anche il teatro oltre gli schemi e i conformismi». In scena anche due progetti che hanno meritato una segnalazione. La timidezza delle ossa di Pathosformel (Venezia), gioca molto con l’immaginazione dello spettatore: un telo bianco divide completamente la scena teatrale e sigilla la visione. Piano piano frammenti di corpo appaiono e si mostrano componendosi e scomponendosi con leggerezza. Desideranzadi Teatrialchemici (Palermo), racconta invece un dramma famigliare ambientato in un Sud che trasuda di contraddizioni. Un progetto che ha colpito i giurati per la sua «forza poetica e l’energia implacabile». Unico neo è il mancato compimento di Ilir. Gli albanesi si occupano dei pomodori, terzo progetto che aveva meritato la segnalazione speciale. La scelta di Milano per questa manifestazione mira, con il patrocinio e il contributo dell’assessorato alla Cultura del comune, ad offrire le condizioni migliori per la vita futura degli spettacoli che da qui iniziano il loro viaggio teatrale.

[cecilia lulli]
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TEATRO

Farenheit 451 allo Strehler

È approdato ieri al teatro Strehler Farenheit 451, produzione nata dalla collaborazione di quattro teatri italiani: la Fondazione dello Stabile di Torino, il Teatro di Roma, il Biondo Stabile di Palermo e il Piccolo di Milano. «Non si tratta di una riduzione del romanzo di Ray Bradbury – avverte il regista Luca Ronconi – ma di un testo autonomo pensato per il palcoscenico dallo stesso autore del libro».

Testo finora inedito che esce in una veste speciale, corredato dal diario di lavorazione del film omonimo di Francois Truffaut, e da due interviste, una a Ronconi e l’altra allo stesso Bradbury. La storia è quella nota: il pompiere incendiario Montag (Fausto Russo Alesi) è avvicinato da Clarisse (Elisabetta Pozzi, l’ideatrice dello spettacolo che interpreta anche il ruolo del vecchio Faber) che lo avvicina al mondo dei libri affrancandolo dalla sua condizione di schiavitù di pensiero. Oltre che dall’edizione del testo teatrale, lo spettacolo è affiancato da un’altra iniziativa: il dietro le quinte realizzato per la rubrica del Tg3 Chièdiscena. Nel documentario, di Moreno Cerquetelli, Elisabetta Pozzi racconta le prove prima del debutto avvenuto alle Limone Fonderie Teatrali il 21 aprile 2007. Farenheit 451 è uno spettacolo che dura più di tre ore, dalla scenografia tetra e imponente, dove gli incendi che scoppiano sul palco garantiscono un effetto visivo sul pubblico accentuato dalla recitazione ben riuscita di tutti gli attori. Secondo il regista «Lo spettacolo è una metafora, una sollecitazione, un monito alla necessità della memoria. Centrale è la distinzione tra sapienza, vista come nozionismo, e conoscenza, luogo dell’individuazione di legami e connessioni. Una riflessione sulla natura umana e sui desideri che da essa derivano». Dopo la prima milanese di ieri, Farenheit 451 è in cartellone allo Strehler fino al 10 febbraio e sarà seguito a breve da un altro testo cruciale portato in scena da Ronconi, l’Odissea, guardando sia a Omero sia a riscritture antiche e contemporanee.

[emidia melideo]
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PICCOLO TEATRO

Rinnovamento al servizio della tradizione

Prenderanno il via tra pochi giorni i lavori di ristrutturazione e di restauro conservativo della sede di via Rovello del Piccolo Teatro Grassi. Per l’intervento il comune di Milano ha stanziato circa quattro milioni di euro. «Via Rovello è un luogo dell’anima, una casa del teatro. Per questo l’intervento di restauro, delicato e ormai indispensabile, coinvolge e interessa direttamente tutti i cittadini – spiega Claudio Risè, presidente della Fondazione Piccolo Teatro –. L’edificio rappresenta un punto di perfezione: con il suo delicato equilibrio e la sua sobria bellezza, trasmette un profondo rispetto per il lavoro creativo tipico del teatro. Il nostro sforzo sarà quello di mantenere queste caratteristiche». Il rinascimentale palazzo Carmagnola, che ospita dal 1947 il Piccolo, non subisce interventi di restauro significativi dal 1952, quando gli architetti Rogers e Zanuso diedero alla sala le dimensioni attuali.

La nuova opera di ristrutturazione, che avrà la durata di un anno e mezzo, si articola in tre punti fondamentali: sistemazione della sala, che verrà resa più confortevole per gli spettatori e conforme alle vigenti norme di sicurezza; totale rinnovamento delle aree funzionali della produzione, con creazione di nuovi camerini per gli attori e più moderne cabine di regia audio e luci; e apertura di un Caffè letterario-teatrale. «A quest’ultima parte del progetto teniamo particolarmente – sottolinea Sergio Escobar, direttore del Piccolo –. Riqualificando il lato di nostra pertinenza del chiostro di palazzo Carmagnola, abbiamo la possibilità di creare un punto di riferimento e di aggregazione per chiunque voglia trascorrere un momento di relax nel cuore di Milano. Il caffè sarà infatti aperto tutto il giorno, anche al di fuori degli orari degli spettacoli». Il chiostro, nucleo più antico del palazzo rinascimentale, riveste un particolare interesse artistico-architettonico, ma gli interventi che ha subito nel corso del tempo ne hanno alterato la fisionomia originaria. Gli imminenti lavori di restauro si pongono l’obiettivo di restituirlo all’antico splendore. Lo stesso vale per l’interno del teatro, che rimarrà sostanzialmente immutato. «Gli spettatori abituali, entrando nella sala rinnovata, dovranno poter dire “non è cambiato nulla” – sostiene l’assessore alla Cultura, Vittorio Sgarbi –. Restaurare un ambiente non significa cancellarne la storia e ripulirlo al punto da renderlo asettico come un ospedale. Le tracce che il tempo ha lasciato vanno conservate. Se Strehler si trovasse a passare di qui, dovrebbe riconoscere i luoghi in cui ha lavorato». I lavori di ristrutturazione sono finalizzati a mettere la sede di via Rovello al centro della strategia produttiva del Piccolo. «Attualmente il Teatro Grassi ha una programmazione di circa 330 giorni l’anno, che è destinata ad aumentare dopo gli interventi che stanno per avere inizio – conclude Escobar –. Questo ci permetterà di consacrare totalmente il Teatro Studio alla contemporaneità, tanto italiana quanto straniera».

[lucia landoni]
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TEATRO DANZA

Exister 08, per non ballare nel silenzio

Per troppo tempo considerata la cenerentola delle arti, la danza contemporanea si impone a Milano con una corposa iniziativa: Exister 08. Non un festival, ma una programmazione promossa dall’assessorato alla Cultura e da quello allo Sport e tempo libero del Comune di Milano. L’ingannevole sottotitolo della manifestazione, Danzare nel silenzio, non allude a coreografie prive di musica, ma è una provocazione nei confronti delle istituzioni, Scala in testa che, secondo gli organizzatori, hanno sottratto importanza artistica ed economica alla danza contemporanea.

Mario Nuzzo, ideatore e coordinatore della manifestazione, vuole che Exister 08 sia uno stimolo: «Vorremmo che il silenzio in cui è costretta la danza contemporanea diventasse al più presto una voce. Il nostro obiettivo è quello di creare una programmazione solida e istituzionalizzata». «Vogliamo far esistere la danza contemporanea mostrandone le diverse specificità – aggiunge Anna Maria Onetti, a capo della direzione artistica - ed è per questo che non abbiamo scelto un tema, né un filo conduttore, proprio per essere liberi di portare al pubblico tanti modi di intendere il genere, dal teatro-danza all’improvvisazione, da citazioni classiche alla danza multimediale». Se c’è un tratto che accomuna gli spettacoli è proprio quello della trasversalità geografica e tematica nelle scelte artistiche. Exister 08 vuole essere anche un’occasione per i giovani, ed è per questo che gli allievi delle scuole di danza potranno partecipare a stage e appuntamenti formativi con gli artisti impegnati negli spettacoli in cartellone. Si partirà dal Teatro dell’Elfo il 15 gennaio con Stupid men, firmato da Nigel Charnock, per concludere il 28 aprile con le Sonate di Bach di fronte al dolore degli altri di Virgilio Sieni, in scena al Teatro Out Off. Dieci eventi in altrettanti teatri per 90 giorni tutti da ballare.


[emidia melideo]
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