Raid alla scuola Diaz: assolti i vertici della poliziaIl processo per le violenze avvenute all’interno della scuola Diaz il 21 luglio 2001, durante il G8 di Genova, ha assolto i vertici della polizia imputati come responsabili. Sono Giovanni Luperi, all’epoca braccio destro del prefetto Arnaldo La Barbera e oggi capo del servizio segreto Aisi; Francesco Gratteri, ora alla guida dell’Anticrimine e Gilberto Calderozzi, l’ex e l’attuale capo del Servizio Centrale Operativo della Polizia.
Mark Covell, reporter Bbc malmenato quella notte, ha riesumato un video Rai in cui si notano, fra gli altri, i tre uomini intorno a un sacchetto contenente le molotov, prova principe per gli arresti di massa nella scuola. Nel 2002 il nastro fu sequestrato dai magistrati all’emittente Primocanale e poi sparì. «La sentenza deve stabilire chi era consapevole di quello che stava succedendo», dice Mario Portanova, autore del libro Inferno Bolzaneto. Il suo parere è che le molotov «siano state un’escamotage raffazzonato: le bombe trovate in Corso Italia quel pomeriggio sono passate da un agente all’altro, finché non sono servite per giustificare una situazione sfuggita di mano: bisognava coprire quanto successo durante il raid». Proprio Gratteri, Luperi e Calderozzi firmarono allora il verbale di perquisizione in cui comparivano le armi incriminate.
Per questa vicenda sono stati inflitti due anni e sei mesi a Michele Burgio, che portò le bottiglie incendiarie nel cortile della scuola e al vice questore Pietro Troiani che diede l’ordine di portarle all’interno. Ordine eseguito dall’agente pentito A.B., ripreso nel video accanto a Luperi, che prende istruzioni al telefono da un misterioso interlocutore. Assolti i poliziotti accusati di calunnia, falso ideologico e arresto illegale, tranne Vincenzo Canterini, per violazione della legge sulle armi. I componenti del suo Settimo nucleo mobile di Roma sono stati condannati per violenze.
Un film-inchiesta di Mario Portanova con Beppe Cremagnani ed Enrico Deaglio, raccoglie le testimonianze «di politici e figure istituzionali: sul G8 – dice Portanova – abbiamo sempre ascoltato i racconti dei manifestanti. Abbiamo voluto interpellare chi vide quegli eventi dall’alto». Fra i protagonisti del documentario che verrà pubblicato prossimamente, ci sono Fausto Bertinotti, Concita De Gregorio, Filippo Ascerto di An e Claudio Scajola, ministro dell’Interno all’epoca dei fatti.
[daniele monaco]
continua
CONFLITTO DI GAZA
Intervista a Nahum Barnea
«Non ci sono dubbi che le operazioni militari organizzate da Israele sono state condotte ad ampio spettro. Il punto è che sono durate anche molto più a lungo di quanto ci si aspettasse», racconta da Gerusalemme Nahum Barnea, una delle penne più autorevoli del giornalismo israeliano, intervistato in esclusiva da m@g. Barnea, che scrive per il quotidiano Yedioth Ahronoth e ha vinto il premio Israel Prize per la comunicazione, ha perso un figlio nel 1996, in un attentato kamikaze di Hamas a un autobus di linea. Al funerale ha perdonato pubblicamente l’assassino, considerandolo vittima della stessa tragedia che affligge il popolo palestinese. Da anni si spende per favorire il dialogo nell’ambito del conflitto arabo-israeliano.
[viviana d'introno e cesare zanotto]
L'INTERVISTA
Yang Lian, nato in Svizzera nel 1955 ma cresciuto a Pechino, è oggi uno dei maggiori poeti contemporanei e una tra le voci più importanti della dissidenza cinese. Esiliato dalla Repubblica Popolare Cinese dopo avere duramente criticato nel 1989 la repressione di Piazza Tiananmen, vive all’estero da vent’anni. È stato candidato al Premio Nobel nel 2002 e le sue poesie sono state tradotte in 25 lingue. Yang Lian interpreta lo spirito della millenaria cultura cinese attraverso la sua esperienza da esule. Una riflessione sulla condizione generale dell’uomo ma anche un invito alla speranza per milioni di cinesi che chiedono democrazia.guarda l'intervista
[marzia de giuli e luca salvi]
L'INCHIESTA
È un’emergenza che dura da oltre vent’anni. I territori tra Napoli e Caserta sono uno stato nello stato dove l’unico potere reale è quello della Camorra. Nonostante i blitz, gli arresti e l’invio di soldati e poliziotti, i clan continuano a fare affari in un cono d’ombra in cui convivono l’economia legale e la politica. Ne abbiamo parlato con Andrea Cinquegrani, direttore de La Voce della Campania (oggi La Voce delle Voci).
Ascolta l'intervista
[alberto tundo]
MARIO CAPANNA
Onda e '68 a confronto
Quarant’anni dopo la protesta che ha segnato un’epoca, gli studenti italiani sono ancora in piazza. Secondo alcuni osservatori, l’Onda, che contesta la riforma Gelmini, è la fotocopia del’68. Altri la pensano diversamente. Mag ha chiesto un’opinione a Mario Capanna, ex studente dell’Università Cattolica e leader del movimento nel 1968.
[cesare zanotto]
CIBO E MEMORIA

La relazione tra il cibo e la memoria è uno degli aspetti più profondi e antichi della cultura italiana e internazionale. Emblema di questo nesso è la madeleine che risveglia i ricordi dell’infanzia di Marcel Proust nel romanzo Alla ricerca del tempo perduto . Che cosa pensano i gourmet più affermati e i cuochi più celebri del nostro Paese del rapporto tra lo stile di vita dei nostri tempi e i cambiamenti nel gusto culinario, sempre più lontano dalla tradizione culinaria? La risposta nel servizio.
[francesco perugini]
GIORGIO BOCCA

Nessuno meglio di Giorgio Bocca può aiutarci a riflettere sulla crisi che sta vivendo oggi la professione di giornalista. "E' la stampa, la bellezza!", il suo nuovo libro vuole essere un'occasione per riflettere sul destino di un mestiere che sembra aver perso le sue virtù. In Italia la carta stampata appare schiacciata dalle pressioni della politica e dell’economia, incapace di reagire allo strapotere della comunicazione televisiva, non più in grado di scandagliare i mutamenti reali della società. Abbiamo approfondito queste e altre questioni nell'intervista.
[gaia passerini]
DOCU-FILM
alle
20.11.08
0
commenti
DOSSIER
Sciuscià nel mirino della camorraA Napoli la camorra non si ferma davanti a niente e a nessuno: nessun codice, nessuna regola, solo brutale cinismo dettato dagli interessi più infami. È inquietante l’agguato che è avvenuto nella notte tra sabato e domenica nel quartiere di Secondigliano, periferia Nord di Napoli. Erano circa una dozzina all’interno del circolo ricreativo Zanzi, via Abate Desiderio, quando sono arrivati in quattro su due moto. Caschi in testa e pistole in mano, sono entrati e hanno aperto il fuoco, scaricando una raffica di almeno trenta colpi. Miravano in basso, non volevano uccidere. Un’azione dimostrativa, dunque, un avvertimento. A rimetterci sono stati cinque ragazzini minorenni, di età compresa tra i 12 e i 16 anni, feriti in modo lieve a piedi, gambe, ginocchia e braccia. Due di loro, un dodicenne e un tredicenne, sono ricoverati nell’ospedale pediatrico Santobono di Napoli.
Indaga il pool antimafia: le prime ricostruzioni sono affidate al pm Paolo Itri con il coordinamento del procuratore Franco Roberti. Per gli inquirenti della procura di Napoli, le modalità dell’agguato fanno pensare ad un’azione di matrice camorristica. Il destinatario dell’avvertimento potrebbe essere il titolare del circolo ricreativo, il 44enne Salvatore Di Matteo, come conferma Gigi Di Fiore, cronista del Il Mattino: «Non credo che l’agguato abbia avuto come riferimento preciso quei ragazzini: il fatto che tre dei feriti siano nipoti di Di Matteo è una casualità. Se all’interno del circolo fossero stati presenti degli adulti, sarebbero stati loro ad essere colpiti». «La volontà – continua Di Fiore - era quella di spaventare il titolare dell’attività, probabilmente per motivi riguardanti lo spaccio di droga nel territorio». La droga, dunque. I numeri dicono che, nel solo quartiere di Secondigliano, sono venti le piazze di spaccio al dettaglio attive; 52 milioni è il fatturato annuo di ciascuna di queste piazze.
Di Fiore prova ad ipotizzare le conseguenze di quest’azione camorristica: «Non ci sono segnali di una nuova faida tra clan rivali: dopo la guerra vinta dagli “Scissionisti” contro il clan dei Di Lauro, c’è stato un assestamento voluto dagli Amato, che sono a capo del primo gruppo». «Dal punto di vista mediatico – aggiunge – l’attenzione si è spostata fuori da Napoli, in maniera particolare nel territorio del casertano, dove le recenti vicende legate ai Casalesi (vedi la strage di africani a Castel Volturno) hanno catturato l’interesse pubblico. Tutto ciò è stato la manna dal cielo per gli “Scissionisti”, che hanno così potuto realizzare i propri ingenti affari agendo sottoterra, lontano dai riflettori». Il cronista del Mattino si è inoltre mostrato perplesso riguardo all’arrivo dei militari nel casertano: «L’invio dei militari può risultare efficace per il controllo del territorio o per azioni di pattugliamento della zona». «Però dal punto di vista investigativo – precisa – non serve a nulla. Perché, per combattere la Camorra ci vogliono persone informate nei dettagli, persone preparate che conoscano il problema, la cultura della gente che vive in queste zone e la realtà nella quale l’organizzazione criminale agisce». Infine, Gigi Di Fiore spende due parole di commento riguardo alla freddezza con la quale il commando ha sparato contro dei ragazzini: «Ormai non c’è più l’etica di chi decideva di risparmiare le donne e i bambini. Adesso non si fa più questa differenza: è una cultura selvaggia, una giungla senza valori e riferimenti. È la nuova Camorra».
[cesare zanotto]
continua
alle
6.11.08
0
commenti
DOSSIER
Il mistero dei bambini-fantasmaSbarcano in Sicilia e poi spariscono nel nulla. Sono poco più che bambini, provengono dall’Africa orientale e occidentale, dal Pakistan, dalla Palestina. Hanno tutti dai dodici ai diciassette anni, arrivano a Lampedusa, vengono ospitati per i primi giorni – di solito una settimana – dagli ex Cpt ora chiamati Cie (centri di identificazione ed espulsione) e poi trasferiti nelle “case famiglia” della Sicilia e di ogni provincia italiana. Da lì in poi, scompaiono. Le statistiche dicono che su 1.320 approdati in Italia nel 2008, 400 non si trovano più. Tecnicamente vengono definiti “minori non accompagnati”: sono ragazzini che da soli attraversano il Mediterraneo e che spesso finiscono poi per spacciare o vendersi. Tanti sbarchi come quest’anno non si erano mai visti: dal primo gennaio al 30 settembre sono stati 332.
Dal 2002 ad oggi da Lampedusa ne sono entrati 100 mila. In questa massa di migranti ci sono i “minori non accompagnati”: fra il 7 e l’8 per cento degli sbarcati. Molti fuggono per raggiungere un parente che ha già raggiunto l’Europa, altri si disperdono nelle grandi città, i meno fortunati cadono nelle reti del racket.
Prova a spiegarci meglio la situazione Paolo Di Caro, direttore di Casa Amica, una casa-famiglia di Agrigento composta da cinque comunità tutte dislocate nella città, cinquanta ospiti, venti dei quali sono immigrati: «In questi centri i ragazzi ci possono stare fino a quando diventeranno maggiorenni o fino a quando riusciranno ad avere il permesso di soggiorno. Generalmente noi lo garantiamo in un anno o, al massimo, in un anno e mezzo. Ma non tutti resistono. Alcuni dopo due o tre giorni scappano». I motivi delle fughe sono molteplici. Spiega Di Caro: «C’è chi è in contatto con qualcuno ancora prima di toccare terra, numeri di telefono, indirizzi. Così, appena possono allontanarsi, lo fanno. Altri invece, appena sbarcati, sono subito in cerca di denaro da inviare al paese di origine per risarcire la famiglia che ha pagato loro il viaggio». Il problema è serio e la situazione non è facile da gestire: «Il fatto più grave – racconta il direttore di Casa Amica- è che noi non siamo predisposti per dare una mano a questi ragazzi. Le case famiglia nascono per aiutare ed ospitare i giovani italiani del territorio. Sono sei/sette anni – continua – che le prefetture, in seguito al decreto del 2001, ci chiedono di collaborare. Ma esistono difficoltà di lingua, cultura, religione, bisogno di denaro. Il segreto per non farli scappare è far sì che i ragazzi acquisiscano fiducia in noi. Cerchiamo in tutti i modi di far loro capire l’importanza di ottenere un permesso di soggiorno – aggiunge - e, soprattutto in questi ultimi due anni, ci stiamo riuscendo».
Grave è quello che racconta Attilio Bolzoni, giornalista di Repubblica che da anni si occupa degli immigrati che sbarcano a Lampedusa: «Negli ultimi anni spesso i trafficanti dei viaggi con destinazione Lampedusa affidano proprio ai ragazzini le responsabilità dei barconi usati per attraversare il Mediterraneo, perché i minori non possono essere puniti. Ma – continua – è soprattutto il problema delle sparizioni a dover essere denunciato, perché questo fenomeno ha davvero numeri impressionanti».
[cesare zanotto]
continua
alle
3.11.08
0
commenti
LAVORO
Gli uomini ragno
Da una piazzetta di via Restelli, di fronte all’entrata principale del cantiere, si vedono grossi blocchi di tavole che penzolano imbracati ai cavi d’acciaio delle gru. Scheletriche, sovrastano tre torrioni di cemento cinturati dai ponteggi. Sotto, ronzano 300 caschetti bianchi. Manovali, carpentieri, geometri. Italiani e stranieri che dal 2006 costruiscono la nuova sede della Regione Lombardia. Il progetto prevede una torre di vetro alta 161 metri, 30 in più del Pirellone, e un polo istituzionale spalmato su un trapezio di 30mila metri quadrati incastonato fra cinque arterie stradali: Melchiorre Gioia, Pola, Algarotti, largo De Benedetti e Restelli. Centri direzionali, spazi espositivi aree pedonali e giardini ornamentali, dove per ora sbuffa un via vai di camion e betoniere.
Alle 17.30 cominciano a sciamare i primi operai. Un ragazzo attraversa facendo slalom tra le auto; pinze che ciondolano dalla cintura e maniche corte: «Sono di Capo Verde. È dura, i capi sono esigenti, ma mi trovo bene. Prima di arrivare qui vivevo a Napoli. Facevo di tutto, anche in nero». Albertino è un ferraiolo della Davino Costruzioni di Chiari, una delle imprese edili che ha ottenuto in appalto una parte dei lavori da Impregilo, la capofila del Consorzio la Torre. Chiusi fra le paratie di metallo si vive 9 ore al giorno. Due turni, dalle 6 a mezzanotte. Come lui ne passano a frotte: egiziani, tunisini, marocchini, ma anche italiani, soprattutto del sud. E di tutte le età. Un drappello di bergamaschi va di fretta, facce stropicciate dalla fatica. Un pulmino della FerCarbo li riporta a casa: «Domani alle 6 si riparte». Alle 18.30 un’altra ondata di giubbotti arancio. Pausa di un’ora e cena in una delle mense convenzionate. «Vivo in un appartamentino a Parabiago, fuori Milano. Mezz’ora di mezzi pubblici per arrivare. La paga è buona ma la metà (600 euro) va a mia moglie a Tunisi», racconta Boussetta, carpentiere per Igc-edile di Gela. Gli chiedo se si sente sicuro. «Guarda qua» si sporge dal tavolo mostrandomi caschetto e scarponi induriti dalla calce. «La maggioranza viene dalla Sicilia. Tutte le settimane organizziamo corsi di formazione sulla sicurezza», spiega un capocantiere di Igc, che coordina 105 uomini ogni giorno. «Ci occupiamo del 40% dei lavori. Dove viviamo? In un residence a Pero, spese pagate dall’azienda. A girare, i ragazzi scendono a casa una volta al mese». Il costo per la realizzazione dell’opera è di 400 milioni di euro, finanziati per intero dalla Regione. «Tutti gli operai sono assunti a tempo indeterminato e full time – spiegano dall’ufficio stampa – Il salario medio è di 1600 euro, come da protocollo siglato con i sindacati». Per far colpo sugli ispettori del Bie, Formigoni fece proiettare fasci di luce azzurra dove sarebbero sorte le perle della riqualificazione urbanistica di Porta Nuova: 230mila mq di verde e grattacieli. E naturalmente, la torre della Regione. Un’epifania virtuale della Milano che si trasforma in vista dell’Expo 2015. Un evento che alimenta le speranze di chi cerca lavor. Come Tonino, che si è affacciato alla guardiola di via Gioia: «I giornali parlavano di un boom dei cantieri a Milano. Qui avete posto?»
[mario neri]
continua
alle
16.5.08
0
commenti
EXPO 2015
Nuovi “Magütt”
Milano cresce. Anzi, sta già crescendo. Merito anche della recente assegnazione dell’Expo 2015 che permetterà alla città di diventare più grande, più verde e più accogliente. Cresce anche il numero dei cantieri e aumenta quello degli operai. Ma quanti sono attualmente a Milano? Francesco Aresu del Sindacato Edili Fillea Cgil: «Sono circa 15.000 mila i cantieri aperti a Milano e provincia, e vi lavorano 70.000 manovali». Un numero significativo che, però, non rispecchia la realtà. «A questa cifra – continua Aresu –, va aggiunto almeno un 30-40% di operai che lavorano in nero». Si tratta per la maggior parte di italiani ma una buona fetta dei 70.000 è formata da manovali stranieri. Gli extracomunitari nei cantieri sono in continuo aumento: nel 2000 la percentuale di questi lavoratori si aggirava intorno al 25%; oggi, invece, si attesta al 40%.
Secondo i dati offerti dall’Osservatorio Regionale per l’integrazione e la multietnicità, circa la metà dei manovali presenti oggi in Lombardia è formata da cittadini provenienti dall’est Europa. Elevata anche la percentuale di nord africani, in particolare di egiziani e marocchini che, già operai nel proprio Paese, si trasferiscono in Italia nella speranza di trovare un lavoro consono alle proprie capacità. «Quest’ultima categoria è molto apprezzata dai datori di lavoro che tendono ad assumere manodopera specializzata invece che affidarsi ai canali principali come le agenzie interinali – spiega Francesco Marcaletti, professore di statistiche e tecniche nel settore del mercato del lavoro dell’Università Cattolica –. Per il settore edile funziona molto meglio la cosiddetta “catena migratoria”, un passaparola tra gli operai che, in caso di richiesta di manodopera, tende a chiamare amici e parenti». Ma come arrivano qui tutti questi lavoratori? «Gli stranieri arrivano in due modi – continua Marcaletti –. C’è chi, anche grazie alle procedure del suo futuro datore di lavoro, arriva nel nostro Paese attraverso i canali autorizzati. Accade anche – conclude Marcaletti – che le persone arrivino senza permesso di soggiorno e, per i primi mesi, lavorino senza un regolare contratto». Vista la crescente richiesta di manodopera a livello edile, quanti saranno i nuovi manovali che arriveranno nel nostro territorio? «È difficile fare una previsione su quello che accadrà da qui al 2015 – continua Francesco Aresu –. È probabile che ci sarà un notevole aumento del numero degli operai ma è ancora presto per dire quanti saranno e da quali Paesi verranno». E’ comunque possibile fare una stima. Basti pensare che per la realizzazione del Nuovo Polo della Fiera (progetto inaugurato nell’aprile del 2005), per una superficie totale di 2 milioni di metri quadri sono servite 2000 persone che, tra maestranze, architetti ed ingegneri, hanno lavorato e vissuto assieme per circa tre anni. E’ facile pensare che per la realizzazione dei nuovi progetti come il parco scientifico e tecnologico della Bovisa (il cui inizio dei lavori è previsto per il 2009) ed il sito “Expo 2015” (che si svilupperà per un’area di circa 1 milione di metri quadrati) servirà un gran numero di nuovi lavoratori. Ma da dove verrà tutta questa manodopera? Laura Zanfrini, docente di Sociologia delle migrazioni e delle relazioni interetniche dell’Università Cattolica: «Per diversi anni la maggior parte di immigrati è giunta qui dal Nord Africa; oggi, però, il maggior numero di lavoratori proviene da Paesi dell’est come Albania e Romania». Una tendenza che, anche a causa della sempre minor crescita demografica dei paesi dell’est, nei prossimi anni porterà nuovamente l’Africa al primo posto per numero di immigrati. Ci saranno quindi sempre meno operai italiani? Probabilmente sì, «Recentemente l’edilizia ha subito una forte trasformazione verso l’autoimpiego – sottolinea la prof.ssa Zanfrini –. Anche a causa delle mancate assunzioni, sempre più operai stranieri si mettono in proprio fondando piccole imprese edili. Si tratta di ditte formate da poche persone ma che in futuro potrebbero anche aumentare le loro dimensioni con l’assunzione di altri operai connazionali». E per migliaia di operai che arriveranno poco prima, di sicuro migliaia saranno i visitatori e i lavoratori da tutto il mondo che l’Expo porterà nel capoluogo lombardo (i dati ufficiali parlano di 70.000 nuovi posti di lavoro). Toccherà alla città-cantiere il compito di saper integrare in forme e modalità nuove questo grande flusso migratorio. La posta in gioco: confermarsi come una fra le migliori città d’Europa.
[matteo mombelli]
continua
alle
13.5.08
0
commenti
LAVORO
«Siamo in 200, 9 su 10 sono stranieri»
Via Volturno, viale Zara e l’interminabile viale Fulvio Testi da mesi sono percorse da un lungo serpentone arancione. Nell’aprile 2012 il colore delle recinzioni che circondano i cantieri si trasformerà in magenta. Sarà il colore della linea 5 della metropolitana di Milano. Sei chilometri di tracciato che lungo l'asse stradale Zara-Testi collegherà, con nove fermate, la stazione Garibaldi con Bignami. Questo quello che sarà. Adesso ci sono solo recinzioni, ruspe e tanti operai.
Sono le sei del pomeriggio quando ne avviciniamo due. Uno sulla cinquantina, l'altro leggermente più giovane. A parlare è soprattutto il primo. Il tono è quello di chi ne ha viste tante e forse non ha più molto da perdere. Il suo volto è il ritratto del disincanto. La rassegnazione di chi è insoddisfatto del proprio lavoro consapevole però che c'è chi se la passa decisamente peggio.
In fondo, ci spiega, «non c’è tanto da lamentarsi. I contratti sono regolari e i controlli sulla sicurezza non mancano, anzi forse sono pure troppi». Come gran parte degli altri operai che vivono lontano da qui, abita per 15 giorni al campo base del cantiere, in via Racconigi. Torna a casa solo per tre giorni. Poi, altre due settimane fra le ruspe. Italiani ma soprattutto stranieri. In un cantiere immenso che fa da siepe col mondo esterno, da pane per mangiare, da letto per dormire.
Che è una casa a tutti gli effetti, quando la vera casa è già lontana.
Sono in duecento, secondo lui, la maggior parte dei quali stranieri «soprattutto slavi e maghrebini, sono un buon 90% » prova ad azzardare. Una stima precisa del resto non la si può dare, l'addetto al personale della società che si occupa dei cantieri, la Garbi, da noi interpellato taglia corto: «Gli operai sono assunti regolarmente secondo il contratto nazionale degli edili. Sono di nazionalità italiana e non». Di più non è dato sapere.
La fiducia nel sindacato è ai minimi storici: «Pensano solo ai fatti loro. Io sono stato iscritto sia alla Cisl che alla Cgil ma sono rimasto deluso da entrambe».
Per la realizzazione della nuova metropolitana il Comune di Milano,che nelle intenzioni dei progettisti dovrebbe estendersi fino a Monza e San Siro, ha affidato i lavori a una società nata ad hoc: la Metro5 Spa. Un cartello di imprese formato da Astaldi, Ansaldo Sistemi, Ansaldo Breda, Alstom, Atm e Torno. La prima azienda si occuperà dell’armamento, la seconda dell’automazione e del materiale rotabile, mentre alle altre sarà affidata la costruzione dei veicoli (Ansaldo Breda), l’elettrificazione (Alstom) e gli scavi (Torno).
Il costo dell’operazione, secondo i dati forniti da Metro5, è pari a 554 milioni di euro coperti per il 59% da contributi pubblici, per il 34% da finanziamenti bancari e per il 7% dai capitali privati dei soci. Gli investitori hanno già calcolato anche il ritorno economico. I ricavi che la linea 5 della Metro garantirà saranno infatti pari a 724 milioni di euro, provenienti dalle tasche dei 22,5 milioni di passeggeri che, secondo le previsioni, ogni anno utilizzeranno i convogli.
Metro 5 non è però solo un progetto che coinvolge le sei aziende citate. I lavori sono infatti subappaltati a numerose ditte che a loro volta smistano il lavoro ad altre imprese. Praticamente, una matrioska. Un rischio per la trasparenza e la regolarità dei lavori? Metro5, attraverso l’ingegnere Ildefonso Siliconi, rassicura e spiega: «In un grande progetto come questo è naturale che ci sia una redistribuzione degli incarichi. Soprattutto perché si tratta di lavori che vanno a toccare campi diversi fra loro, come quello puramente tecnologico. Va detto, però che ogni subappalto viene monitorato e controllato».
[luca aprea e alberto tundo]
continua
alle
13.5.08
0
commenti
MALATTIA MENTALE
Viaggio nel disagio psichico nelle case popolari milanesi
Il privato sociale è l’ultima spiaggia: il Cps non ce la fa a star dietro ai malati psichici del Molise-Calvairate. Malattia mentale e povertà sono anelli della stessa catena e qui c’è l’emergenza più esplosiva di Milano: il 6,8% degli inquilini degli alloggi popolari soffre di disturbi mentali. Per dare l’idea, nell’area attorno alla Stazione centrale, una zona comunque problematica, rappresentano lo 0,7% della popolazione, 7 su 1000. Al Molise-Calvairate, invece, ci sono anche 7 malati psichiatrici per scala, e buona parte vive sola.
Povertà e malattia mentale, due anelli della stessa catena
Molise-Calvairate è la periferia milanese, ma non è in periferia. È questo il grande contrasto vissuto da oltre 4.600 tra anziani, famiglie di immigrati, ex carcerati, invalidi e poveri che abitano a 20 minuti di tram dal Duomo e non possono permettersi un affitto a prezzi di mercato. Occupano le “case minime”, alloggi angusti e per questo adatti a persone sole. Monolocali di 20-25 metri quadrati, bilocali di 38, per i quadrilocali si arriva a 85; i servizi igienici sono ridotti all’essenziale: lavandino e wc in poco più di 2 metri quadrati, per il resto c’erano i bagni pubblici del caseggiato. Negli anni ’60, però, sono stati chiusi «per mancanza di disponibilità economica di mantenimento», riporta il contratto di quartiere II Molise-Calvairate, un «programma innovativo in ambito urbano, finalizzato alla riqualificazione di quartieri a prevalente composizione di edilizia residenziale pubblica» previsto dal decreto 2522 del 2007 emanato dal ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti. E così i bagni pubblici erano stati occupati abusivamente da chi non ha i mezzi neanche per un affitto popolare. Anche i solai, che una volta ristrutturati saranno nuovi alloggi, erano diventati il rifugio di senza tetto e di animali, soprattutto piccioni e ratti. C’è chi, in mezzo ai propri rifiuti e a quelli degli animali, aveva anche costruito un nido.
Chi poteva, si è fatto installare una piccola vasca o un piatto doccia a sue spese, senza alcun rimborso dall’Iacpm (Istituto autonomo case popolari di Milano) o, successivamente, dall’Aler (Azienda lombarda edilizia residenziale). La faccenda delle strutture igieniche è grave soprattutto negli alloggi del Calvairate in via Tommei, quelli dove nacque Carla Fracci: qui addirittura il 30% delle abitazioni non ha doccia o bagno.
La manutenzione degli appartamenti non c’è mai stata. È troppo complicato rinfrescare le pareti, sostituire infissi o rimodernare gli impianti elettrici: gli assegnatari dovrebbero essere trasferiti per tutto il tempo dei lavori. E anche il contratto di quartiere II glissa sulla questione: gli interventi sono limitati a ridare dignità alle facciate e alle coperture. I lavori sono a buon punto: i palazzi del Calvairate sono stati ritinteggiati, al Molise mancano tre facciate, la metà. Sui ballatoi esterni, quattro bande arancioni con fori e crepe nel rivestimento, si alternano due finestrelle per ogni entrata. Qualche porta è sigillata per prevenire l’occupazione abusiva. Altre, di ferro, sono state riverniciate così tante volte da non camuffare più l’età. Gli infissi sono quasi sempre dei colabrodo, con i vetri rivestiti dall’interno, o rotti e tenuti insieme dal nastro adesivo.
Il contratto di quartiere prevede anche l’installazione di ascensori: solo al Calvairate, perché nelle scale interne o nei ballatoi esterni del Molise non c’è spazio, gli invalidi e gli anziani devono fare tutto con le loro gambe, schivando immondizie per le scale. Ma i lavori «di adeguamento igienico-sanitario» sono ancora soltanto parole. Franca Caffa, presidente del comitato degli inquilini dei quartieri Molise-Calvairate-Ponti, sbugiarda il documento programmatico: «Gli interventi di adeguamento igienico-sanitario consistono nell’installazione di bagni, ma è da gennaio che reclamo un piatto doccia per una vecchietta di 97 anni che non ha un posto dove lavarsi. Ancora non ho avuto risposte». In effetti, sui 2.487 alloggi Aler del Molise e del Calvairate (al Molise una parte è diventata proprietà privata), solo 686 dovrebbero essere sottoposti a interventi, si legge nel rapporto sul contratto di quartiere. «I dati relativi alla progettazione – avvisa Caffa – vanno tutti verificati: il Comune ha divulgato in modo sfacciato schede di progetti che si sapeva essere già stati modificati o sotto esame». La pubblicazione, affonda la presidente, «fa parte della campagna elettorale del maggio 2006»: il lancio dei contratti di quartiere era stato fatto a ridosso delle elezioni comunali. Ma poi, soprattutto con la giunta Moratti, la realizzazione dei progetti ha incontrato ostacoli. A Palazzo Marino, infatti, non c’è più un assessore per le periferie. Tradotto, significa che il dossier contiene dati oggettivi, ma l’attuale progettazione è ricalcata su decisioni «via via modificate con la lotta». E così, continua la storica presidente, «i lavori sono già in appalto, ma siamo nella situazione di dover riconsiderare i progetti; per i sofferenti psichici gli interventi erano insensati ma poi sono stati del tutto cancellati». Il piano prevedeva, per esempio, il recupero di alcuni spazi in disuso per la creazione di un centro di aggregazione destinato ai soli malati psichiatrici. Senza una concreta proposta di recupero e reintegro dei beneficiari, che già non hanno vita facile nei caseggiati popolosi. Urla, schiamazzi, litigi e lanci di oggetti dalle finestre rendono ardua se non impossibile la convivenza tra inquilini “normali” e malati, e i progetti di risocializzazione diventano di utopica concretezza anche a detta di chi si occupa di tradurli in pratica.
La situazione di degrado è anche peggiore di altri problematici quartieri meneghini. Quando furono costruiti, i caseggiati del Calvairate erano destinati ai tramvieri dell’Atm, spiega Giacomo Cerutti, baffi bianchi, cappotto ed elegante cappello, che da 50 anni vive poco distante dalla stazione di Porta Vittoria. «Mia moglie poteva girare tranquillamente sola con i bambini, li portava in piscina, che era lì, dopo i mercati. Adesso è meglio guardarsi le spalle, anche di giorno», si rammarica. In viale Molise si concentrava una buona fetta della Milano lavoratrice: la rimessa dell’Atm, la stazione ferroviaria (l’area è in corso di riqualificazione da quando i treni viaggiano sottoterra), i mercati generali, il macello e il mercato dei fiori.
In viale Molise non si passeggia: ci sono pensionati, anziani, immigrati, soprattutto uomini mediorientali. Le carrozzine sono rare e quasi sempre spinte da donne velate. E poi, i matti. C’è quello con lo sguardo perso e il sorriso ingenuo, ha il zucchetto blu, le scarpe aperte, i calzettoni tirati su fino al ginocchio con infilati dentro i pantaloni. C’è qualcun altro che percorre su e giù lo stesso marciapiede di piazza Insubria prima di girare l’angolo, chi gira con le scarpe estive, le gambe nude e i capelli in disordine.
«La struttura sociale - spiega Antonella Terracciano, assistente sociale - era diversa: c’erano lavoratori, umili, ma con un progetto di vita. Adesso c’è un alto tasso di immigrati, poveri, disoccupati allo sbaraglio». Negli anni ’60 e ’70 c’erano fabbriche metalmeccaniche di medie dimensioni, laboratori artigiani e soprattutto l’espansione dei mercati. La crisi, come in altri quartieri periferici, è arrivata negli anni ’80: drastico ridimensionamento e poi chiusura delle fabbriche, scomparsa dell’indotto artigianale, crisi del mercato ortofrutticolo. Le reti di solidarietà si sono sfilacciate di pari passo. E, non da ultimo, la popolazione che aveva ottenuto un alloggio nel secondo dopoguerra cominciava a invecchiare. Con la legge Basaglia i malati psichiatrici sono tornati a casa:a Milano non esistono alloggi protetti e la soluzione è assegnare un appartamento per 50 o 100 euro al mese. Tanti per chi ha diritto a un assegno di invalidità di appena 240 euro e non riesce a lavorare. L’arrivo della prima ondata migratoria ha completato il quadro. Chi ha dimostrato di avere i requisiti per ottenere un alloggio popolare ha poi fatto arrivare la famiglia, e chi si sente in diritto di avere un tetto sulla testa non esita a occupare abusivamente. Con le conseguenze che ne derivano: mancato allaccio alla rete elettrica e al gas.
Cps e privato sociale, quando l’assistenza non basta
Di certo c’è che per i soli caseggiati Molise e Calvairate i malati mentali in carico al Centro psico sociale di viale Puglie sono 155 su un totale di 682 assistiti. Una popolazione consistente, per la quale il Comune di Milano interviene stanziando il fondo socio assistenziale gestito dalle Asl e aziende ospedaliere gestiscono. Ma per i “matti” del Molise-Calvairate i servizi non bastano. E i progetti assistenziali, come “Proviamoci ancora”, non riescono a dare un contributo decisivo ai tanti malati psichici (punte del 7% della popolazione in alcuni dei caseggiati) che vivono negli alloggi Aler.
«I Cps sono stati istituiti in seguito all’entrata in vigore della legge 180 del 1978, quella che stabilisce la chiusura dei manicomi. È un’organizzazione a circuito territoriale; in Lombardia i presidi sanitari pubblici territoriali previsti dalla legge 180 sono chiamati, appunto, Centri psico sociali», spiega Antonella Terracciano, assistente sociale del Cps. «Prima dipendevano dalle Asl. Dal 1997 la psichiatria non è più di diretta competenza delle Asl ma delle aziende ospedaliere».
Perché è stata fatta questa scelta? Per migliorare l’assistenza al malato? O è stata semplicemente una riorganizzazione?
«È una riorganizzazione politica. In realtà l’assistenza al paziente non è migliorata. La territorialità non appartiene alla cultura ospedaliera, che si occupa di somministrazione di farmaci, letti, degenti: un ambulatorio psichiatrico territoriale è un corpo estraneo all’ospedale».
C’è stato qualche beneficio o sono stati di più gli svantaggi?
«Il maggiore svantaggio è stato l’isolamento dei servizi, che diventano satelliti dell’ospedale. È vero che il nostro lavoro è sul territorio, ma dipendiamo da un’azienda ospedaliera e non dall’ente locale, portatore di una cultura più territoriale. Parliamoci chiaro, oramai anche le Asl sono allo sfascio, anche lì da tempo non si lavorava bene. Ma l’aziendalizzazione e la sanitarizzazione hanno mutato quello che doveva essere un servizio legato al locale, al lavoro sul tessuto sociale. La dipendenza dall’ospedale, lontano, non è funzionale».
Quindi l’assistenza fornita dall’Asl, per il singolo individuo, era migliore?
«La questione non è tanto se il servizio fosse migliore con il sistema della Asl, perché anche se la psichiatria fosse ancora di sua competenza, i problemi non mancherebbero. Ci sono tagli nei fondi e quindi in molti servizi. Se noi, banalmente, dobbiamo trasportare un paziente da un domicilio a una comunità, abbiamo mille difficoltà per ottenere un’ambulanza pagata dall’ospedale Fatebenefratelli. È un salto a ostacoli, devi ricorrere alle associazioni di volontariato. Ma questo, secondo me, sarebbe successo anche con l’Asl: è il taglio che impoverisce l’offerta».
L’ospedalizzazione del malato psichico ha portato al taglio dei costi, visto che questi sono stati trasferiti sulla gestione aziendale dell’ospedale, o no?
«Non ne sono così convinta. Sarebbe interessante capire se questa doppia aziendalizzazione ha portato un risparmio. Nel concreto, comunque, manca tutta una serie di risorse. Oggi il malato di mente ha due alternative: vivere da solo in un alloggio popolare, oppure essere inserito in una comunità psichiatrica privata accreditata presso la Regione. I servizi per chi vive solo sono carenti, sebbene costituiscano l’essenza della 180. In compenso in Lombardia sono nate comunità private accreditate. Ma le case alloggio si contano sulle dita di una mano e spesso sono lontane. Dovrebbero essere capillari, invece.
Manca la via di mezzo tra la comunità fuori dal territorio e la vita di tutti i giorni: il volontariato non è specializzato in psichiatria. Nei caseggiati dovrebbe essere garantito un numero di appartamenti con strutture assistenziali. Ci sono psicotici che non potranno mai vivere per conto loro, ma sembra che di questo non si tenga conto negli interventi. Invece, c’è uno spreco di risorse continuo».
Quali sono le attività progettate che non riuscite a realizzare?
«Innanzitutto, abbiamo difficoltà con i sussidi: ci sono sempre stati, ma nel tempo il Comune di Milano non ha incrementato i fondi per i bisogni sociali dei cittadini con problemi di salute mentale. Intanto sono aumentate povertà e richieste di assegno, perché nel tempo il malato ha perso i legami familiari. La maggior parte di coloro che ricevono il sussidio sono single.
Non abbiamo potuto istituire una prassi per cui, per esempio, far trasportare senza problema il paziente dal domicilio alla comunità. Devi continuamente arrabattarti a trovare soluzioni alternative».
In cosa si esplica concretamente l’assistenza domiciliare, dato che molti pazienti percepiscono l’altro come un intruso?
«Si tratta di un problema comune. In alcuni casi, se si riesce a essere costanti nella somministrazione della terapia, coinvolgendo un familiare o un referente, anche i più refrattari, alla fine, aprono la porta. Magari con questi pazienti non riesci a realizzare un progetto particolare, ma almeno si arriva alla somministrazione domiciliare dei farmaci. In alcuni casi capita che gli operatori risistemino la casa, puliscano il frigorifero sporco. Non è la prassi, ma può succedere».
È per queste attività che uno stanziamento di fondi potrebbe essere determinante.
«La gestione economica del cittadino con problemi di salute mentale è delegata all’Asl, che gira alle aziende ospedaliere il fondo socio-assistenziale stanziato dal Comune. Ma il Cps non ha mai avuto finanziamenti comunali per cooperative che fanno assistenza a domicilio. Al di fuori del Comune di Milano, invece, l’amministrazione dei fondi non è così complessa».
La questione dell’alta concentrazione di persone con problemi psichici al Molise-Calvairate-Ponti cosa comporta per i malati, oltre che per gli inquilini “normali”?
«Esaspera. È qualcosa di impossibile avere un vicino con problemi psichici. In questi quartieri, poi, è cambiata la struttura sociale, c’è il degrado tipico del tessuto urbano di alcune periferie. Non vengono più rispettati neanche i criteri minimi del vivere civile, salta tutto».
Quanti dei malati psichici riescono, vivendo da soli, a badare minimamente a loro stessi? A non imputridire nelle loro stesse case, come è accaduto a Giuliano B.?
«Quanti di loro non saprei. Ci sono alcuni casi, tra i più gravi che conosciamo, dove ciclicamente bisogna procedere allo sgombero dell’alloggio. È tale la sporcizia, la situazione di degrado, che lo sgombero è inevitabile, e se la persona non è consenziente, purtroppo, anche al trattamento sanitario obbligatorio. Se però non si cambia in modo radicale il sistema di vita del soggetto, gli interventi si riproducono nel tempo».
[ornella sinigaglia]
continua
alle
20.12.07
0
commenti
UNIVERSITÀ
Politica e università, la militanza non è morta
Viaggiando negli atenei milanesi, attraverso le aule autogestite e i movimenti politici, vi raccontiamo come si finanziano gli studenti, la ricerca degli spazi necessari e la voglia matta di esprimersi; a quali attività si dedicano e in che modo fanno proselitismo.
Il confronto/scontro tra schieramenti opposti può sfociare in un goliardico lancio di palle di neve come in una rissa improvvisa. Comunque, la lotta all’ultimo voto schiera personaggi coriacei e, a tratti, folcloristici. Ecco cosa vogliono e cosa pensano gli universitari che si definiscono “militanti”.
1. Collettivo pantera: niente soldi, più indipendenza
2. Il gruppo più forte: Comunione e Liberazione
3. "Unione, libertà e democrazia" tiene duro in Cattolica
4. Politica e università: le rappresentanze di destra
5. Il coordinamento di centro-sinistra, in rete l’università “come dovrebbe essere”
continua
alle
18.12.07
0
commenti
LIBRI
Carne e sangue di un paese misconosciuto
“Nostri concittadini e fratelli prima che autori”. Giornalisti che scavano nelle pieghe di un Paese malandato, con l’occhio di un biologo al microscopio. E’ l’immagine che riassume “Il corpo e il sangue d’Italia”, un’acuta inchiesta corale, dal taglio narrativo, alla quale hanno partecipato otto delle migliori penne italiane. Il volume, edito dalla casa editrice romana “Minimum fax”, raccoglie minuziose testimonianze dirette di persone attraversate da amore e odio per la propria terra. Accorati spaccati di quell’Italia nascosta, ripudiata dall’informazione miope di questi tempi. Dalla Taranto di Cito al Family Day, dall’Imam di Roma che lavora in un phone-center allo “Scandalo a Filadelfia” di una paesino della Calabria, l’esperienza che segna il volume tocca e suscita pensieri.
L’edizione è stata curata da Christian Raimo (nella foto), scrittore romano, per le collane “Indi” e “Nichel” di “Minimum fax”, Raimo ha puntato sulla “ricerca della verità”, tema che riprende nella sua prefazione al libro. “A chi frega qualcosa dell’Italia?” Si chiede nell’introduzione. Abbiamo intervistato Christian per capire la natura e le ragioni di quest’inchiesta.
Come nasce “Il corpo e il sangue d’Italia”?
“Dall’esperienza con “Indi”, la collana a cui collaboro per “Minimum fax”.
Tempo fa, mentre ci stavo lavorando, pensai ad una nuova collana narrativa d’inchiesta. Il titolo mi è venuto in mente subito, e penso che fotografi al meglio le nostre intenzioni. Ne usciranno altri, almeno cinque, dello stesso tenore e con la stessa voglia di raccontare il non raccontato. Politica, cronaca nera, società, spettacolo: tutto ci interessa per fornire dei reali spaccati italiani, senza filtri.”
Il lavoro ha seguito una struttura precisa?
“Si, i ragazzi si sono mossi su tre livelli distinti. In primo luogo su un preciso lavoro documentale sul campo, aspetto del quale si sente una terribile mancanza. Molti moderni pezzi d’inchiesta a mio parere non scavano abbastanza, e soprattutto non compiono una ricerca che centri davvero la verità. In secondo luogo volevamo rispondere alla domanda: dove sono finite improvvisazione ed interpretazione? Montagne, cumuli, pile e pile di dati senza una lettura approfondita non servono a nulla. Oggi molti giornalisti, pigramente, raccontano la realtà in maniera asettica, e ciò che veramente importa rimane nascosto. Noi abbiamo puntato invece ad un’interpretazione sentita, accorata, ed a questo proposito l’appartenenza alla comunità è stato il primo requisito di scelta dei ragazzi coinvolti. In ultimo è stato fondamentale il coinvolgimento personale. Diffido dai giornalisti tuttofare, che si prendono la briga di avere una parola su tutto. Noi abbiamo affidato “Il corpo e il sangue” a donne e uomini innamorati della loro esperienza, della loro vita in mezzo ai loro fratelli e amici.
Ecco, credo che vadano recuperate quelle voci che vengono da dentro, da persone autenticamente legate alla propria terra.”
Come hai scelto gli autori?
“Ho grande stima dei ragazzi che hanno collaborato.
Li conosco personalmente da tempo, alcuni di loro provengono dalle Scuole di giornalismo e nutrono grande fiducia nella Professione.
Sono giovani ma hanno già dei curricula pesanti, non avevo nessun dubbio.
Sono bastate due parole per mettersi d’accordo, l’assenso è stato logico e naturale.
Il loro coinvolgimento personale era già lì, pronto per essere messo al servizio de “Il corpo e il sangue”.
Nella tua prefazione metti in risalto l’importanza della “ricerca della verità”.
“Il nostro è stato un obiettivo/tentativo. La ricerca della verità deve essere una priorità ma l’impresa non è facile.
Più che dalla verità, purtroppo, il giornalismo e la comunicazione in generale sono alimentati da un pesante sensazionalismo: si finisce sempre per non parlare di niente.
Mi viene in mente l’esempio di un agenzia che operava tempo fa, “Eta communication”: creava notizie al solo scopo di fare promozione.
Ad esempio, studiò abitudini delle persone che fanno il brunch domenicale.
Ecco, questo per me è un esempio di inutile informazione, oltre che cattiva.
Serve di più parlare di quello che ci succede attorno, ma le voci devono essere quelle delle persone a noi più vicine, le fonti sorgive della notizia.”
La televisione condiziona il giornalismo?
“Il problema non è la televisione, bensì l’audience dalla notizia.
E’ il mercato, il consumo della notizia che ormai regola l’informazione.
E questo è un grosso problema. Si decidono le diete da somministrare periodicamente al popolo e si procede fino alla saturazione . A dieta finita se ne trova una migliore, e il mercato si rigenera senza curarsi del valore delle notizie.
E’ stata interessante un’indagine di Alessandro Baricco di qualche tempo fa. Ha spiegato come ci fossero alcune notizie che passavano nel disinteresse più assoluto in un primo momento ma che venivano poi recuperate per diventare una fonte d’intrattenimento.
Il più delle volte erano soltanto accattivanti, e ovviamente il mercato le preferiva ad altre.”
“Il corpo e il sangue” vuole essere anche una sorta di guida per il giornalista “autentico”?
“Non abbiamo una tale presunzione e credo che ci siano, a parte tutto, ancora molti giornalisti davvero bravi.
Il punto fondamentale è, secondo me, che il giornalista oggi deve essere ferrato su più campi. Deve conoscere bene anche altre aree, altri lavori, per compiere al meglio la propria inchiesta.
E penso che ne “Il corpo e il sangue” ci sia un forte esempio di cosa voglia dire raccontare la vita.”.
[paolo rosato]
continua
alle
14.12.07
0
commenti




