Cassoeula, mandolino e rock ‘n roll Taranta, tamburelli, chitarre, dialetto laghese, filastrocche vicentine e blues meneghino: tutto sullo stesso palco. La manifestazione Volgar Eloquio fa tappa all’Università Cattolica per una conferenza e un miniconcerto di quattro realtà artistiche dialettali tra le più importanti sulla scena italiana: Eugenio Bennato con i Taranta Powers, Davide Van De Sfroos, Patrizia Laquidara e i Teka P.
Bennato ha ricordato gli anni in cui veniva considerato un musicista “da archeologia”. «Accompagnavo mio fratello Edoardo e Pino Daniele al quartiere Santo Stefano, a Napoli: loro compravano chiatarre elettriche, io, invece, mandolini e mandoviole». L’importantissimo patrimonio musicale partenopeo era un sapere da salvare e, in un momento in cui la scena musicale vedeva l’esplodere del rock con Beatles e Bob Dylan, la creatività, secondo Bennato, era da ritrovarsi in un genere che veniva lasciato in disparte, quello della musica popolare. «Quando ero giovane io nessuno voleva più sentire parlare di taranta o neomelodici. Adesso si fanno centinaia di manifestazioni all’anno popolate da giovani spettatori che danzano e cantano come pazzi».
Su un ramo del Lago di Como si sviluppa, invece, la vita e la carriera di Davide Van de Sfroos, cantautore totem della zona lombardo-ticinese. Le sue canzoni in lagheé nascono osservando la realtà che lo circonda sin da adolescente. «Per esprimere le mie emozioni usavo la lingua che tutti parlavano intorno a me, il nostro dialetto. La cosa curiosa è che tutti i discografici dicevano che non avrebbe funzionato, che la musica in dialetto era di serie B». Van de Sfroos ha anche realizzato turneé all’estero dove, visto il nome e il modo di parlare, nessuno credeva fosse italiano, semmai belga o olandese. «Il dialetto non morirà mai e continuerà ad evolversi. In fondo chi avrebbe pensato vent’anni fa a frasi come damm el mouse che g’ho de chataà in internet?».
Per Patrizia Laquidara, giovane raffinata cantante veneta, la scelta della canzone dialettale è nata come una ricerca d’indentità. «Sono cresciuta con le mie due nonne, una siciliana, che suonava benissimo il tamburello, l’altra veneta, che mi raccontava delle bellissime favole popolari. Nessuna delle due parlava in italiano». Il colpo di fulmine per la musica popolare arriva con l’adolescenza, quando Patrizia ascolta per caso Amalia Rodrigues, la regina del fado portoghese. La sua musica, fortemente connotativa di un territorio, la fa iniziare a sperimentare la composizione in alto vicentino. «La musica della Rodrigues sapeva di terra. Io volevo che anche la mia fosse così».
I Teka P hanno iniziato a fare musica per i quartieri di Milano Est, ispirandosi alla tradizione milanese in voga negli anni, da Jannacci a Nanni Svampa e Cochi e Renato. Anche il loro genere è, sotto alcuni punti, tragicomico. «È la cadenza stessa del dialetto a ispirare i temi delle nostre canzoni. Il milanese, infatti, può essere solo ironico o tragico, serioso, ma mai serio». Le loro canzoni sono giochi di parole montati su musiche di ascendenza europea, perché la tradizione cantautoriale ambrosiana si modella sulla grande tradizione francese. I Teka P, tuttavia, utilizzano anche sonorità jazz e blues, musiche mediterranee, melodie rock.
Alla fine della chiacchierata ogni autore si è esibito in due canzoni esemplari del loro repertorio per un pubblico di canute signore in paltò e giovani in scarpe da tennis, pronti a raccogliere il testimone dei loro nonni e a far sopravvivere la cultura dialettale.
[alessia scurati]
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CONFLITTO DI GAZA
Intervista a Nahum Barnea
«Non ci sono dubbi che le operazioni militari organizzate da Israele sono state condotte ad ampio spettro. Il punto è che sono durate anche molto più a lungo di quanto ci si aspettasse», racconta da Gerusalemme Nahum Barnea, una delle penne più autorevoli del giornalismo israeliano, intervistato in esclusiva da m@g. Barnea, che scrive per il quotidiano Yedioth Ahronoth e ha vinto il premio Israel Prize per la comunicazione, ha perso un figlio nel 1996, in un attentato kamikaze di Hamas a un autobus di linea. Al funerale ha perdonato pubblicamente l’assassino, considerandolo vittima della stessa tragedia che affligge il popolo palestinese. Da anni si spende per favorire il dialogo nell’ambito del conflitto arabo-israeliano.
[viviana d'introno e cesare zanotto]
L'INTERVISTA
Yang Lian, nato in Svizzera nel 1955 ma cresciuto a Pechino, è oggi uno dei maggiori poeti contemporanei e una tra le voci più importanti della dissidenza cinese. Esiliato dalla Repubblica Popolare Cinese dopo avere duramente criticato nel 1989 la repressione di Piazza Tiananmen, vive all’estero da vent’anni. È stato candidato al Premio Nobel nel 2002 e le sue poesie sono state tradotte in 25 lingue. Yang Lian interpreta lo spirito della millenaria cultura cinese attraverso la sua esperienza da esule. Una riflessione sulla condizione generale dell’uomo ma anche un invito alla speranza per milioni di cinesi che chiedono democrazia.guarda l'intervista
[marzia de giuli e luca salvi]
L'INCHIESTA
È un’emergenza che dura da oltre vent’anni. I territori tra Napoli e Caserta sono uno stato nello stato dove l’unico potere reale è quello della Camorra. Nonostante i blitz, gli arresti e l’invio di soldati e poliziotti, i clan continuano a fare affari in un cono d’ombra in cui convivono l’economia legale e la politica. Ne abbiamo parlato con Andrea Cinquegrani, direttore de La Voce della Campania (oggi La Voce delle Voci).
Ascolta l'intervista
[alberto tundo]
MARIO CAPANNA
Onda e '68 a confronto
Quarant’anni dopo la protesta che ha segnato un’epoca, gli studenti italiani sono ancora in piazza. Secondo alcuni osservatori, l’Onda, che contesta la riforma Gelmini, è la fotocopia del’68. Altri la pensano diversamente. Mag ha chiesto un’opinione a Mario Capanna, ex studente dell’Università Cattolica e leader del movimento nel 1968.
[cesare zanotto]
CIBO E MEMORIA

La relazione tra il cibo e la memoria è uno degli aspetti più profondi e antichi della cultura italiana e internazionale. Emblema di questo nesso è la madeleine che risveglia i ricordi dell’infanzia di Marcel Proust nel romanzo Alla ricerca del tempo perduto . Che cosa pensano i gourmet più affermati e i cuochi più celebri del nostro Paese del rapporto tra lo stile di vita dei nostri tempi e i cambiamenti nel gusto culinario, sempre più lontano dalla tradizione culinaria? La risposta nel servizio.
[francesco perugini]
GIORGIO BOCCA

Nessuno meglio di Giorgio Bocca può aiutarci a riflettere sulla crisi che sta vivendo oggi la professione di giornalista. "E' la stampa, la bellezza!", il suo nuovo libro vuole essere un'occasione per riflettere sul destino di un mestiere che sembra aver perso le sue virtù. In Italia la carta stampata appare schiacciata dalle pressioni della politica e dell’economia, incapace di reagire allo strapotere della comunicazione televisiva, non più in grado di scandagliare i mutamenti reali della società. Abbiamo approfondito queste e altre questioni nell'intervista.
[gaia passerini]
MUSICA POPOLARE
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14.3.09
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UNIVERSITÁ CATTOLICA
Morgan, Orwell and Cigarettes Cercare di condensare le due ore di valanga estetica di Morgan è un’impresa. Gli appunti si perdono, il filo conduttore salta di palo in frasca: è difficile uscire intellettualmente indenni. Marco Morgan Castoldi, voce dei Bluvertigo e volto di X Factor, è salito in cattedra all’Università Cattolica per gli studenti dell’Almed, l’alta scuola in media comunicazione e spettacolo. Difficile immaginare l’istrionesco personaggio calato nei panni di un docente, sarebbe un azzardo solo pensarci, eppure, tra battute e un registro al limite della decenza accademica, Morgan ha dipinto un quadro illuminante dello stato della televisione italiana. Per capirci: basta mettere La critica del giudizio di Kant, Orwell, mezzo litro di Red Bull, Alka Seltzer e un pacchetto di sigarette in un frullatore. Accendere alla massima velocità e voilà, ecco il contenuto della Morganeide. Cappotto, gilet, altro gilet leopardato, camicia improponibile e nodo mazziniano al collo (non chiamatelo cravatta o nastro, sarebbe una bestemmia). Appesa la mercanzia all’attaccapanni, si può iniziare.
«L’inquietudine è l’elemento fondamentale di un’arte che non sa più dove sta andando, senza direzione. Non siamo più capaci di capire cos’è bello e cos’è brutto – ha esordito Morgan – .Bisogna imparare fin da piccoli a saper scegliere, a saper dire di no e selezionare la musica e l’arte». Ma che cos’è per Morgan la televisione? «La televisione è violenza e io sono un violentatore. Chiaro, perché io entro nelle vostre case e dal tubo catodico faccio quello che voglio. Io sono cattivo? Che ne so?!. Di sicuro per fare televisione bisogna essere mediamente determinati. Amleto, con i suoi dubbi non farebbe televisione, non agirebbe, anzi, alla fine ammazzerebbe tutti. Io non credo che farei così (meno male ndr). Mi comporterei piuttosto come Don Chisciotte, il protagonista del romanzo dei romanzi, perché è stato concepito da Cervantes come via di fuga dalla galera. Per vivere, Cervantes deve scrivere e don Chisciotte è molto più vero di tutto quello che ci passa la pubblicità».
Insomma la tv fa schifo, la tv ha la forza di un leone (parafrasando Jannacci), eppure Morgan è attore di punta di questa televisione. «La cultura è vecchia e l’arte pure, mentre la televisione è un prodotto di consumo. Talvolta, però, sia l’arte che la cultura riescono a infilarsi – ha continuato Morgan –. In questa rincorsa a chi fa più schifo, però qualcosa di bello a volte spunta. X Factor è uno di questi casi: è bello perché parla di musica e io faccio musica. A me importa la musica e ci sto a parlare di musica, a differenza di quello che dice la Ventura».
Ma non è tutto oro quel che luccica. Secondo Morgan l’edizione di quest’anno ha perso di verità, perché il day time si svolge sempre a telecamere accese, togliendo spontaneità al rapporto con i concorrenti. Spiega Morgan: «Questa situazione mi impedisce di capire chi sono i ragazzi, inoltre mi rattrista pensare che oltre a quello che viene ripreso dalle telecamere non c’è nulla. In questo rapporto con l’occhio del Grande Fratello orwelliano, si crea un sistema di maschere e mi rendo conto di essere cattivo, poiché sento che ho bisogno della tv e me ne sto servendo. Invece deve essere chiaro che dobbiamo assumere la consapevolezza che siamo artisti e non strumenti della televisione».
Parafrasando le parole di Morgan, scavando oltre la facciata del personaggio sopra le righe, emerge un pantheon citazionale di tutto rispetto. Non si sa se sia frutto di coincidenze o di effettivo approfondimento, ma Cervantes, Pirandello, cenni di Kant e Orwell, passando attraverso Bad taste di Peter Jackson, sono punti fondamentali nell’analisi dell’universo mediatico. Insomma in attesa del prossimo concerto dei Bluvertigo, il Morgan che ci rimane è quello in onda il lunedì sera su Raidue.
[francesco cremonesi]
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9.3.09
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Etichette: milano, musica, televisione
MUSICA
Patti Smith, come ti guardo il mondo da una Polaroid Tra gli scaffali della libreria non sembra altro che un’attempata turista americana dal gusto vagamente naif. Cappello a tesa larga calato sulla fronte, occhialini tondi e una Polaroid d’altri tempi che continua a scattare. Niente bodyguard, flash o red carpet, solo la consapevolezza di voler sembrare più normale e semplice di quanto si possa pensare. Chiamatela poetessa, rock star, attivista peri i diritti umani, o inventatevi una definizione apposta per lei, l’importante è non attaccarle etichette, non lo perdonerebbe mai. Patti Smith è arrivata a Milano per presentare Dream of Life, film biografico girato dall’amico Steven Sebring e distribuito in Italia da Feltrinelli Real Cinema.
Non una parola, ma una lavagna per poter scrivere il messaggio che racchiude il senso di una vita sulla cresta del rock’n’roll «People have the power», questo è il saluto che Patti Smith lancia a Milano. Un modo per rompere ancora una volta gli schemi, per ribadire che la comunicazione è uno dei pochi modi per sentirsi vivi, e allora perché non spingersi oltre, sfottendo i fotografi delle agenzie che la immortalano. La sua risposta ai flash è l’ennesimo scatto di Polaroid. Foto che fotografa altre foto, l’abbattimento di ogni frontiera e inibizione. Ma il segreto di questa carica arriva dalla perfetta alchimia che solo il rock’n’roll può regalare. «Ci sono due momenti nella mia vita di artista – racconta la Smith – uno dedicato alla solitudine, alla riflessione per scrivere e disegnare. Un secondo è quello dell’energia comunicativa con le persone, il momento da spendere sul palco con la propria band. Essere membri di una rock’n’roll band è l’essenza della comunicazione. Scrivere è molto gratificante e faticoso, ma la band è energia pura».
Eppure, questa è la storia di un'artista che non è stata segnata solo dai successi, anzi. Nel 1979 Patti Smith, a soli 30 anni, se ne andò dalla scena. Proprio perché non è la fama a creare una persona, non è la gloria a plasmare l’animo di un artista. Racconta la Smith: «Decisi di andarmene dalla scena perché non stavo crescendo come persona, così ho preferito tornarmene tra la gente. Sono stata madre e moglie, e in quel tempo mi sono preparata al ritorno. Perché non ho paura delle persone, ma solo di non riuscire a comunicare con esse». Così, inaspettatamente, si scopre l’animo di una donna che fugge dall’immaginario collettivo della rockstar. «Chi sono gli eroi oggi? Un esempio? Essere eroi oggi significa riuscire a tenere unita la famiglia. Gli eroi veri nascono dalle situazioni quotidiane, ma è difficile trovare una definizione – spiega Patti –. Mia madre è stata un’eroina. Ha cresciuto 4 figli con poco, mentre mio padre lavorava in fabbrica. Ma, soprattutto, nonostante le umili origini, entrambi non hanno mai sottovalutato l’importanza della ricchezza intellettuale delle persone. Io spero di aver imparato da loro, cercando di essere un buon genitore capace di comunicare con i figli. Forse adesso ho travato la definizione di eroe. “Eroe” è chi riesce a essere semplice con le persone, colui che fa lavori umili che rendono migliore la vita della comunità. Quel che conta è il recupero della semplicità, lo smarcamento dal materialismo».
Eppure è sempre più vero che le rockstar non vivono con i piedi per terra. Tournè, alberghi di lusso e party mondani. Per la Smith, però, la dimensione della comunità rock’n’roll sembra essersi fermata agli anni Sessanta. «Non penso di vivere sotto una campana di cristallo, sono una persona semplice, ma dalla mente complessa. Non giro con pullman lussuosi, circondata da bodyguard come una popstar, io vivo normalmente. Mi accontento delle piccole cose, di comunicare e condividere quello che provo con il mio pubblico, senza dimenticare che tutti abbiamo una sfera personale dove nessuno può entrare». Questo è il messaggio di fondo del film di Sebring, il regista che ha seguito Patti per 12 anni riprendendola fin dentro casa, alle prese con il suo pantheon personale fatto di famiglia, Rimbaud, Ginsberg, Dylan, Morrison, Hendrix e Coltrane. Ma il mondo che appare agli occhi di Patti Smith è un mondo che negli ultimi anni è andato alla deriva: «L'America negli ultimi dieci anni ha dato un pessimo esempio, con la propria ingordigia o con l'invasione dell'Iraq che è stata immorale quanto illegale – conclude la cantante, oggi 62 enne -; ora abbiamo eletto Barack Obama e ne sono contenta. Obama è molto intelligente, una persona di buon senso, ma non si può dimenticare che gli uomini hanno perso la loro semplicità rendendo il mondo stupido. Il nuovo presidente ha quindi bisogno dell’appoggio del popolo americano e della globalità intera. L’arte dovrebbe aiutarci in questo processo, ma c’è uno iato tra la semplicità e il materialismo che ci circonda». Detto da una donna semplice, che ha rinunciato ai lussi da rockstar, non può che essere d'esempio.
[francesco cremonesi]
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25.2.09
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TEATRO ALLA SCALA
Musica per la pace La West-Eastern Divan Orchestra porta il suo messaggio di pace alla Scala. Mai così necessario come negli scorsi giorni di conflitto a Gaza. Ovest ed est, infatti, caratterizzano fin dall’inizio questa compagine orchestrale, nata in Europa, a Siviglia, dieci anni fa, per volere del maestro argentino-israeliano Daniel Barenboim e dello scrittore palestinese Edward Said. Un ensemble che mette a confronto giovani musicisti provenienti dal Medio Oriente, israeliani e arabi. Un confronto tra le due culture a suon di note, per superare atavici e storici conflitti. Barenboim, che dall’anno scorso ha ricevuto la cittadinanza onoraria palestinese, è sempre stato conscio del valore della sua orchestra, che «non può decidere la pace – ripete spesso – ma può creare le condizioni per una comprensione senza la quale è impossibile il dialogo».
Il nome della West-Eastern Divan Orchestra fu ricavato da una raccolta di poesie di Goethe, l’unica pubblicata mentre il Dante germanico era in vita. Il “Divan occidentale-orientale” è infatti un poema in cui cultura europea e del Vicino Oriente si parlano, come avviene nell’orchestra.
E allora, musica, maestro Barenboim, nel tempio milanese! Qui, il pubblico parrebbe quello di una prima verdiana assoluta. Una sciura rimprovera al maestro i 5 minuti di attesa, oltre le previste nove di sera. E sì che già due concerti si sono susseguiti nella giornata. Palco già rodato e pubblico inghingherato. Binocoli, scialli, pellicce e spartiti scrutano i primi orchestrali. In programma Mozart, Schönberg, Brahms. Il Concerto per tre pianoforti Kv 242 che Mozart scrisse a 20 anni per la contessa salisburghese Lodron e le sue due figliole, è un capolavoro di esecuzione. Barenboim interpreta la parte scritta da Wolfgang per la contessina più giovane e dirige a est e ovest l’orchestra dall’organico settecentesco, mentre di fronte a lui duettano Karim Said, palestinese, e Yael Kareth, israeliana. Il secondo movimento raccoglie più di un assenso nel pubblico, e la riproposizione di un tema sembra già preludere alla forma dei tre brani scelti: la ripetizione e la variazione. Come la guerra che non ha sosta e si ripete. Ma anche come la speranza, che va verso la rinascita di nuova vita, di un nuovo tema che continuerà.
A Mozart segue Schönberg, di cui la West-Eastern Divan fa ascoltare le Variazioni per orchestra op. 31. Si tratta del primo brano orchestrale in cui fu usato il sistema dodecafonico, 1926-28. Gli archi riescono a far vibrare tutti i suoni della serie sparsi nel brano. E le variazioni si succedono in fila, le quattro serie dodecafoniche a fare da trama e ordito. Infine – e i maniaci dello spartito si slanciano quasi oltre il parapetto – l’immortale Quarta sinfonia di Johannes Brahms, composta nel 1884-85, a un anno dalla morte di Wagner. Qui Barenboim esibisce la propria cultura bayreuthiana, spingendo gli archi in un afflato tetralogico, i legni in certe frasi vellutate alla “Lohengrin”. Ma Brahms era lontano da Wagner, e Barenboim ci ricorda nella sua interpretazione quale sia il suo padre putativo, Ludwig Van Beethoven. Attraverso le variazioni (36) dell’ultimo movimento, una vera e propria passacaglia, il musicista di Bonn ci è svelato a poco a poco, su un basso ostinato di una cantata di Bach. Ma Brahms va oltre Beethoven, va oltre Wagner. Verso la metà del quarto movimento – due legni risuonanti – Barenboim riposa, solo lo sguardo dirige. Non fosse per qualche esagerazione ostentata dai corni, questa esecuzione sarebbe stata pari a quelle storiche di Carlos Kleiber e Herbert von Karajan.
E il nostro pubblico, nel complesso? Qualcuno si aspetta un comizio. “Ma questa è musica e la musica è musica, non politica”, osserva una loggionista. E nessuna parola verrà spesa invano. Solo un “bravi” a metà serata, subito rintuzzato da un subitaneo “vedremo”: fate il vostro lavoro e avrete il plauso, alla meneghina. Gli applausi in realtà son pure troppi: irrompono tra i movimenti e alla fine addirittura si sovrappongono alle ultime note della sinfonia della “Forza del destino”. Ed è trionfo. Un violinista arabo di 12 anni fa capolino in questo bis verdiano: la forza del destino e il suo futuro.
[luca salvi]
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23.1.09
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MUSICA
"Jaco ha aperto la porta e noi siamo entrati"Così disse un giovane aspirante bassista. Gli anni passano, il 21 settembre 2008 sono arrivati a 21. Ventuno anni di nostalgia e amarezza, così distanti e così vicini dal giorno di una morte tanto violenta quanto prevista. Ma non è la caduta che può spiegare un artista della sua grandezza: il 1 dicembre 1951 nacque John Francis Pastorius III, un uomo che ha rivoluzionato la concezione del basso elettrico, un musicista che ha scritto pagine storiche sul suono e sulla sua interpretazione. La sua vita complessa, fatta di cuore e di eccessi, la ricordano Bob Bobbing, amico d’infanzia di Jaco, e due grandi bassisti italiani, Saturnino Celani e Patrick Djivas.
Ricordi ed emozioni legati ad un fratellone che, come i suoi punti di riferimento Charlie Parker, Jimi Hendrix e Gesù Cristo, non arrivò ai 40 anni.
[paolo rosato]
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17.12.08
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Etichette: musica
CAMERA DI COMMERCIO
Milano, la città della musica che fa emigrare i musicisti “La musica è una legge morale: essa dà un’anima all’universo, le ali al pensiero, uno slancio all’immaginazione, un fascino alla tristezza, un impulso alla gaiezza e la vita a tutte le cose”: così diceva nei suoi Dialoghi Platone, che riteneva che l’armonia della musica fosse in grado di creare armonia anche nella società. Una frase che forse tanti milanesi dovrebbero ricordarsi quando si parla di finanziare progetti che abbiano come scopo la promozione della cultura musicale. Milano, come l’Italia, d’altronde, nasconde dentro di sé mille contraddizioni: è la prima città italiana per numero di ingressi per gli spettacoli dal vivo, ma allo stesso tempo è anche capace di denunciare l’organizzatore del concerto di Bruce Springsteen a San Siro perché il grande cantante ha sforato di venti minuti la fine del suo show. Milano è anche la città dove il 57% degli eventi musicali avvengono in soli 28 luoghi della città, mentre in quel della Bicocca giace praticamente inutilizzato il Teatro degli Arcimboldi che, dopo aver sostituito egregiamente la Scala durante il restauro, ora è diventato la casa dei comici di Zelig.
È questo lo scenario che emerge dalla ricerca condotta da MeglioMilano, presentata martedì 16 dicembre alla Camera di Commercio di Milano, per capire le potenzialità che il capoluogo lombardo ha di diventare la Città della Musica, in grado di competere anche con i più importanti centri culturali europei. A livello nazionale, Milano è senza dubbio il centro musicale più importante del paese: sono 973 le organizzazioni, di cui 397 di musica dal vivo e 320 di musica registrata, 130 i locali in cui ascoltarla, 84 i negozi di strumenti e 236 le imprese che operano nel campo, per un totale di circa 6.000 lavoratori. Milano è anche la capitale dell’industria discografica italiana, con ben 68 case discografiche, di cui alcune storiche come la Ricordi, fondata nel 1808. Febbraio e giugno sono i mesi che registrano più eventi, rispettivamente 682 e 560, per una media giornaliera di 23,5 e 18,7 eventi, mentre i festival durante l’arco dell’anno sono 29. Eppure, la situazione attuale non sembra soddisfare gli operatori coinvolti nel settore: le attività musicali della città sembrano infatti essere costantemente oscurate dall’ingombrante nome della Scala, viene registrata una carenza di orchestre sinfoniche stabili e scarsi spazi per la musica etnica. I festival sono pochi e troppo concentrati nel tempo, tanto da creare spesso sovrapposizioni, e c’è poca voglia di osare e rinnovare il settore con contaminazioni tra generi diversi e con arti come la danza e la recitazione. I 41 intervistati che hanno partecipato alla ricerca lamentano la mancanza di un coordinamento tra le istituzioni musicali e l’assenza di buona informazione musicale sui quotidiani, che preferiscono sempre parlare o del grande evento o del gossip di turno. Un panorama pieno di contrapposizioni, che dovrà però rispondere a una sfida forse più grande: quella lanciata dall’Expo, che tra sei anni sbarcherà nel capoluogo portandosi con sé circa 7.000 eventi. Proprio per questo, si sente l’esigenza di creare un osservatorio che monitori le attività del settore musicale e comprenda la strada da seguire.
La ricerca condotta da MeglioMilano è stata accolta positivamente dagli addetti del settore, in quanto mette in luce alcuni dei tasti dolenti del panorama musicale milanese. «Il problema principale è la sproporzione tra una domanda, che è troppo debole, e l’offerta. Milano, per trovare una sua collocazione all’interno del panorama musicale internazionale, deve misurarsi con città come New York, Parigi e Madrid. L’eccellenza della Scala è dovuta ormai solo alla tradizione e non alla produzione attuale. Il guaio peggiore è che tante, troppe istituzioni hanno direzioni artistiche inadeguate ed è per questo che a Milano non si può fare innovazione. Anche la razionalizzazione degli spazi è un problema: a Milano ci sono due auditorium, il Verdi e il Dal Verme, che si fanno concorrenza: basterebbe razionalizzare gli spazi, creare un centro polifunzionale, per risolvere gran parte dei problemi». D’accordo con la creazione di uno spazio polifunzionale è anche Joanne Maria Pini, docente di Cultura musicale presso il Conservatorio Verdi di Milano, che proprio quest’anno compie 200 anni. Ma secondo lui il grande problema è un altro: «Nei conservatori italiani si diplomano degli studenti che, per lavorare, saranno costretti a emigrare all’estero. In Italia non c’è più la cultura della musica e da anni aspettiamo una riforma dei conservatori. L’Italia, per uscire da questa fase di stallo, deve prendere come esempio gli altri paesi europei».
[alessia lucchese]
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16.12.08
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SETTORE DISCOGRAFICO
Cambia musica, maestro Il mondo della musica sta cambiando: il settore discografico è sempre più in crisi ma il mercato della musica nel suo complesso registra ancora fatturati importanti. Un dato può bastare. Nel 2007 in Italia il mercato della musica ha generato circa 4,1 miliardi di euro. A rivelarlo è l’edizione 2008 del Rapporto sull’economia della musica, realizzato dall’università Iulm con Dismamusica (associazione distribuzione industria strumenti musicali e artigianato), Fem (federazione editori musicali), e Sfc consorzio fonografici.
Il rapporto, coordinato da Luca Barbarito, docente di economia dei media, ha analizzato i diversi attori che compongono la filiera produttiva della musica. Autori, editori, produttori, musicisti non sono gli unici protagonisti del processo produttivo musicale, esistono anche attori poco considerati ma che rappresentano una fetta degli introiti annuali. Una fetta che permette al settore musicale di espandersi in modo costante. Questo “grande settore musicale”, come è chiamato nella ricerca, è rappresentato dalla vendita di strumenti musicali, di musica stampata, che sono in costante crescita, oltre che dagli eventi dal vivo, i concerti e il teatro. Il giro d’affari legato alla musica dal vivo e agli eventi musicali è cresciuto nel 2007 del 12%. Un fenomeno emerso dalla ricerca è anche quello del legame tra gli esercizi commerciali e la musica: bar, locali, negozi, palestre, radio e addirittura banche che pagano diritti per avere musica in sottofondo. La “musica sparsa” ha un giro d’affari complessivo di più di 1300 milioni di euro nel 2007, pari ad un aumento del 4,2%. Resta in crisi il mercato discografico, la vendite di cd sono in costante calo e nel 2007 il fatturato italiano ha avuto un calo del 19%.
«La ricerca ha il merito di fotografare un settore che raramente si considera dal punto di vista dei numeri – ha spiegato Gianluigi Chiodaroli, presidente di Scf –. La musica oggi è presente in ogni aspetto della realtà, in ogni ambiente quotidiano. Si è fatta sempre più rilevante la collaborazione tra realtà d’impresa e musica. Per questo al mercato musicale si sono aperte nuove opportunità a cui guardare, dove il produttore o l’editore si confrontano con altre imprese e non solo con il consumatore». Se l’apertura a nuovi mercati salva, in parte, la discografia dalle perdite dovute al calo di vendite di cd, ciò non toglie che si dovranno cercare nuove soluzioni per tutelare il diritto d’autore e il lavoro di musicisti ed editori. «I diritti d’autore non devono essere protetti in modo assoluto – ha detto Gianluigi Chiodaroli – ma deve esserci una remunerazione adatta di artisti e autori perché le emozioni musicali, prima di essere prodotte, devono essere cercate e valorizzate. Dietro ad una canzone c’è il lavoro di molte persone che deve essere retribuito in modo adeguato».
La ricerca fa tirare un sospiro di sollievo al mondo musicale che, negli ultimi anni, è pervaso da un generale pessimismo a causa del crollo delle vendite dei cd. Dimostra che la musica è fruita e fruibile nei posti più diversi della vita quotidiana e da sempre più persone. La cultura della musica insomma sembra non essere più patrimonio di pochi appassionati. Anche la crescita del fatturato degli eventi dal vivo dimostra questo crescente interesse. Molti sforzi, però, devono ancora essere fatti per creare una solida cultura musicale in Italia, che sia anche in grado di ridare vigore al settore discografico e di rilanciarne l’economia. «La musica prima di essere prodotta e venduta deve essere conosciuta – ha detto Antonio Monzino, presidente di Dismamusica –. Una ricerca come questa ci dice che cosa si dovrebbe fare per incrementare le vendite e questo può essere fatto solo con un miglioramento della cultura musicale. È giusto educare alla musica per formare professionisti ma bisogna anche diffondere la cultura musicale a livello amatoriale. Per realizzare questo è importante anche il ruolo delle istituzioni; la musica, infatti, potrebbe essere inserita come materia di studio obbligatoria nelle scuole. Solo così potremmo arrivare ad una conoscenza e una fruizione più consapevoli». Musica per tutti, dunque, ma di qualità e soprattutto ascoltata con consapevolezza e conoscenza: del resto, uno dei valori più alti per l’umanità dovrebbe riempire le nostre vite molto di più della colonna sonora durante l’ora di palestra.
[michela nana]
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12.12.08
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Etichette: musica
BABY-MELOMANI
Grande successo per la prima della prima alla Scala In duemila per ascoltare l’opera. Una cifra canonica, se non fosse che, per la prima volta, alla Scala, i duemila erano tutti ragazzi sotto i 26 anni. Per la verità, tutti o quasi: come ci si poteva aspettare, qualche “infiltrato” è stato visto aggirarsi per i corridoi, scrutato con un cannocchiale o osservato a pochi centimetri di distanza. “Mimetizzati” che parevano superare abbondantemente i limiti d’età: turisti internazionali e qualche invitato che hanno occupato le ultime poltrone rimaste. Tra gli “over 26” c’era anche Ornella Vanoni che, non potendo presenziare alla prima, ha chiesto di partecipare. Unici giustificati, i critici. Il tutto, compreso un premio speciale ai “baby melomani” più preparati, nasce da una vasta community di Facebook, nata per mantenere i contatti tra i giovani appassionati. Così, i vincitori del concorso a quiz pubblicato su internet, hanno potuto seguire l’opera addirittura dal palco reale.
L’idea del sovrintendente Stephane Lissner ha ottenuto una forte adesione e attirato l’entusiasmo di molti ragazzi, vissuto per la prima volta soprattutto dai più giovani. Ma oltre agli universitari, che già frequentano il mondo dell’opera per studio o per passione, a destare sorpresa sono stati i ragazzi delle scuole superiori e delle medie: giovanissimi, accompagnati da genitori e nonni che si sono fermati sulle porte del teatro. Per loro, come di consueto, si prepara la “prima” classica del 7 dicembre che, anche quest’anno, vacilla tra le polemiche e le minacce di sciopero degli orchestrali e del coro: una forza indispensabile alla buona riuscita dello spettacolo e che ha riscosso grandi applausi nei giovani. Infatti, ammirare le mani di Daniele Gatti rivolte ai “suoi” era uno spettacolo nello spettacolo.
L’idea di “ringiovanire” il teatro è piaciuta talmente tanto che moltissime richieste sono già pervenute affinché l’evento sia ripetuto al più presto: aprire la Scala a soli 10 euro ha fatto riempire platea, palchi e gallerie. Se è vero che i ragazzi moltiplicano le cifre quando si tratta di aperitivi e locali, è innegabile che un prezzo così accessibile aiuti ad affollare luoghi spesso disertati per pregiudizio ma anche per i costi eccessivi. L’aura di esclusività e di noia che purtroppo identifica il mondo della lirica come qualcosa di lontano e difficile da capire, è stata smentita dalla presenza di un pubblico coinvolto e caloroso, anche se per un’opera giudicata erroneamente “pesante”: quattro ore che, per un ritardo iniziale e un intervallo forse un po’ troppo lungo, è terminata oltre le 22.30.
Per il capolavoro di Verdi, Stéphane Braunschweig ha pensato ad una regia che ricorda il melodramma di tradizione tedesca. Le scene, essenziali, sono state realizzate magistralmente grazie alla prospettiva che dava una grande profondità agli spazi. Ad un allestimento minimale si contrapponevano costumi realizzati secondo una dettagliata ricostruzione storica. Riguardo al canto, il vero protagonista è stato Dalibor Jenis: totalmente dentro il suo Rodrigo, ha scosso la sala in una tensione crescente, fino alla fine. Molto apprezzato anche il Filippo II di Ferruccio Furlanetto, che ha saputo rendere appieno la complessità e il dolore del suo personaggio. Don Carlo, interpretato da Giuseppe Filianoti, ha ricevuto qualche critica dai più esperti, anche se l’applauso finale dei ragazzi è stato comunque caloroso. Interpretazioni davvero riuscite anche per le due protagoniste femminili: l’Elisabetta di Fiorenza Cedolins ha incantato per voce e presenza scenica; Dolora Zajick ha confermato la sua potenza vocale e la sua capacità di modulazione, in un crescendo fino all’ultima scena. Emozionante, poi, la scelta di portare in scena i bambini, simbolo dell’anima innocente dei protagonisti.
Dalle 18 fino agli applausi finali, i ragazzi hanno dato prova di maturità e di grande attenzione. I cantanti erano visibilmente emozionati: la presenza di un pubblico così speciale è fonte di speranza per tutti gli artisti della lirica. Così, attraverso quest’anteprima speciale, la musica di Verdi conferma la sua immortalità ed entra nelle orecchie e nel cuore delle nuove generazioni.
[vesna zujovic]
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5.12.08
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CELENTANO
Il ritorno del “Molleggiato” «Tutti quanti insieme salteremo in aria, bum!». No, non si tratta di una minaccia terroristica, ma del ritorno in grande stile di Adriano Celentano. Queste infatti le parole che riecheggiano nel ritornello del suo inedito Sognando Chernobyl, brano contenuto all’interno del suo nuovo album antologico L’animale, titolo ispirato a una definizione che Jovanotti diede del “Molleggiato”; due cd e ventotto successi che esemplificano al meglio la doppia anima dell’artista: quella romantica (come in Una carezza in un pugno, Storia d’amore, L’emozione non ha voce) e quella “contro” (vedi Il ragazzo della via Gluck, Mondo in Mi7a, Svalutation).
Ognuno dei due cd contiene una novità: nel primo, Celentano presenta una cover di La cura di Franco Battiato, adattata in versione più pop, canzone che il l’Adriano nazionale definisce “la più bella canzone d’amore e spiritualità”; nel secondo, l’artista propone Sognando Chernobyl, un brano per certi versi apocalittico, dove a una musica ritmicamente “ossessiva” si sovrappongono rumori di crolli, tuoni, grida. Vengono affrontati e denunciati temi come la globalizzazione, il surriscaldamento globale, lo scioglimento dei ghiacciai; e ancora: da chi uccide i bambini, alla pena di morte, senza dimenticare i sindaci che con «le loro giunte meschine» sono i «mandanti di quelle colate di cemento che hanno seppellito gli orti e le bellezze dei navigli». Sembra il perfetto proseguimento del percorso iniziato con Il ragazzo della via Gluck nel 1966, quando Celentano lanciò l’allarme cementificazione. Le denunce sono dunque tante, ma ciò che ha fatto scattare nell’“animale” l’ispirazione per scrivere Sognando Chernobyl è stata la decisione del Governo che «con disinvolta irresponsabilità ha annunciato la costruzione di nuove centrali nucleari».
A qualcuno è sorto il dubbio che l’uscita di un brano così critico e apocalittico, in un momento di forte crisi come l’attuale, possa essere una furba trovata, realizzata da Celentano per cavalcare l’onda di panico generale, con l’auspicio di realizzare in questo modo molte più vendite. Marinella Venegoni, critica musicale de La Stampa di tutt’altra idea: «Questo è uno dei pochi album-confetto ad avere un senso e non essere inutile». «Da una parte Celentano parla d’amore - continua la giornalista - dall’altro tratta l’ecologia». Ed è proprio l’argomento ecologia, secondo la critica, a dimostrare come Sognando Chernobyl non sia un brano strumentale: «Ha cominciato a denunciare questo tema quando ancora non si discuteva dei problemi ecologici, ha scritto poi così tante canzoni a riguardo che non si può proprio parlare di strumentalizzazione». Alla domanda se fosse opportuno o meno trattare certi temi con un testo e delle immagini così forti, risponde la Venegoni: «È difficile dire se la sua scelta sia stata giusta o meno, perché l’arte è arte, e Sognando Chernobyl è la creazione di un artista che dà sfogo alla propria immaginazione».
Gianni Sibilla, docente di Linguaggi musicali e tecnologie digitali all’Università Cattolica di Milano, non appare troppo in linea con il pensiero di Marinella Venegoni: «Mi sembra la solita raccolta natalizia; all’interno de L’animale ci sono infatti due sole novità: la vedo un’operazione più commerciale che artistica». Il docente prosegue descrivendo lo stile dell’artista: «Celentano non è propriamente un cantante: lui è qualcosa che trascende la musica, è quasi un politico, un provocatore». «Il molleggiato – continua Sibilla – è sempre stato così, ha sempre utilizzato parole grosse: è uno dei pochi che riesce a cantare senza però cantare realmente». Nonostante lo giudichi un grande interprete della musica italiana e nonostante gli riconosca il merito di essere stato uno dei primi a portare il rock’n’roll in Italia, il docente gli riserva un ultimo appunto: «Celentano fa parte di quel gruppo di artisti che hanno trenta-quaranta anni di brillante carriera alle spalle e che sono ormai “santificati” dalla gente: i loro brani dunque, non vengono più valutati per la qualità, ma giudicati tutti, indistintamente, di altissimo livello, anche quando non lo sono».
[cesare zanotto]
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3.12.08
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Etichette: musica
FENOMENO MUSICALE
Allevi «Strega» tutti Giovanni Allevi, o lo si ama o lo si odia. Ma, vuoi o non vuoi, è un fenomeno. Musicale, senza dubbio. Commerciale? Forse. Umano, sicuramente. Da brava fan, la sera del 26 novembre arrivo con un’ora di anticipo sull’inizio della presentazione dell’ultima “fatica letteraria” del pianista, In viaggio con la strega, sapendo che in breve la libreria Rizzoli in Galleria Vittorio Emanuele sarà gremita. Ovviamente compro il libro, che dopo mi farò autografare, e comincio a leggere per ingannare l’attesa: somiglia più a uno di quei volumetti patinati che illustrano un museo o un’opera d’arte. Segno tangibile delle propizie fortune dell’autore. Ricco di foto, grafica ariosa, sms dei fan riportati a mo’ di didascalie.
Quello che mi colpisce subito è che il primo tema affrontato sia quello della paura di esibirsi a causa del giudizio del pubblico. È evidente che, nel pieno del suo boom, Allevi (o Giovanni, come i suoi fan lo chiamano), sia consapevole di essere bersaglio dei critici musicali. Conosce le invidie suscitate dal suo successo, sa che la sua musica getta lo scandalo nell’Accademia. Perfino suo padre lo spiazza, dopo aver ascoltato Evolution: «Torna a Milano e vai a studiare direzione d’orchestra».
Eppure non si nasconde, Giovanni. Al contrario, mette le sue ansie nelle prime pagine del libro, subito sotto gli occhi dei fan, prima di lanciarsi nell’appassionato (e un po’ megalomane) racconto del suo successo, partito tanti anni fa dal piccolo quintetto d’archi Gas Group, composto da Lucio il contrabbassista e da altri, e diretto da un Allevi appena licenziato dalla band di Jovanotti. Giovanni non nasconde le paure, perché sa che il panico, che non gli ha impedito il successo, è proprio ciò che lo rende un mito agli occhi della gente. La sua musica, e la sua umanità, sono i suoi mezzi per comunicare col mondo.
Giunge il momento del suo arrivo, chiudo il libro e mi avvicino al luogo dove avverrà l’incontro. Fa la sua comparsa da un’entrata secondaria, Allevi, ed è un po’ in ritardo. Ma è subito un torrente di emozioni. Fa fatica a trattenere la commozione al vedere la gente che gli si accalca intorno, e sorride a tutti. Chiede che gli si facciano delle domande. «Com’è stato lavorare con un’orchestra?» È stata un’emozione sentire concretizzarsi la musica che fino a quel momento suonava solo nella sua testa. Commovente che tanti musicisti talentuosi abbiano accettato di mettersi a disposizione per suonare la sua musica. «Hai avuto problemi a dirigere?». Il problema è imporsi come autorità, per chi non ha un carattere autoritario. La soluzione è lasciarsi guidare dalla Musica. «Come reagisce alle critiche dei suoi detrattori?». Gli fanno paura. Ma non sono le critiche il problema centrale. La novità spaventa sempre. Preferisce pensare ai messaggi sulla bacheca del suo fan club, che mostrano quanta gente abbia voglia di bellezza, quanti giovani trovino il coraggio per realizzare i propri sogni. Lui è solo un pretesto.
Giovanni risponde a tutti, per tutti ha una parola gentile, firma gli autografi e dispensa baci e abbracci. Falsa ingenuità o pura operazione di marketing? In effetti è difficile capire dove finisca l’Allevi umano e dove inizi quello commerciale. Però è anche difficile credere che le mani che tremano, le parole spasmodiche, il chiodo fisso per la sua “Strega”, la musica, e l’amore professato per il suo pubblico siano solo una trovata pubblicitaria. Comunque, quel che accade durante la fila per gli autografi è reale. Sono accanto a me due giovani fan, Federica e Daniele, 17 anni lei e 18 lui. Federica studia al Conservatorio. I due si sono conosciuti tramite il sito del fan club di Giovanni Allevi. Chiacchierano emozionantissimi dei concerti che hanno visto e delle esperienze che hanno condiviso grazie al loro mito. La loro emozione è reale. Chiedo a Federica cosa si dica di Allevi al Conservatorio. Mi risponde che piace ai ragazzi per la sua «novità», ma, ovviamente, molto meno agli studenti «più competitivi» e agli accademici, che «non ne capiscono la logica».
Mi giro indietro – incredibile ma vero – e vedo il contrabbassista Lucio, che fa la fila con gli altri. Nientemeno. Capello selvaggio, vestito casual, parlantina facile. Ha già attaccato bottone con due ragazze, conosciute proprio lì, nella fila, parlando di Giovanni. Le loro risate sono reali.
Mentre osservo la sfilata di fan che mi precedono nella fila, ecco l’idea: chiamo un mio giovane amico pianista, anche lui fan, e passo il telefono a Giovanni. «Ma lui lo sa chi sono?», mi domanda Allevi. «No», gli rispondo. Allora prende il telefono e saluta: «Ciao, sono Giovanni, come stai?…Giovanni Allevi…». Il mio amico dall’altra parte sta guidando. Quando riprendo il telefono devo dirgli di accostare e di riprendersi un attimo: è reale. Poi è la volta dell'autografo. Mi toccano il bacio e l’abbraccio rituale, ed è come rivedere un amico, prima di lasciarmi inghiottire di nuovo dai meandri del metrò. Adesso sorrido, e il mio sorriso è reale.
[floriana liuni]
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2.12.08
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MUSICA
Dicono di me è il migliore videoclip italianoÈ l’artista bolognese ad aggiudicarsi la targa per il miglior video musicale del 2008. La motivazione: con il penultimo singolo Dicono di me, Cesare Cremonini è riuscito ad esaltare il testo del suo brano attraverso le immagini. Così è lui il trionfatore della decima edizione del concorso, che ha trovato spazio all’interno della mostra Rock’N’Music Planet, in piazza Duomo, a Milano, fino al prossimo 15 marzo. L’esposizione è nata per ripercorrere la storia del rock dal 1954 ad oggi e i cimeli provengono dalla collezione privata di Red Ronnie, considerata la più ricca in Europa. Migliaia gli oggetti esposti: chitarre, locandine, copertine storiche di riviste musicali, manoscritti, fotografie, poesie dei miti del rock: Elvis Presley, Jimi Hendrix, Beatles, Jim Morrison, Rolling Stones, Sex Pistols. Come simbolo della mostra è stata scelta una chitarra in mogano sagomata con il profilo del continente africano, autografata da alcuni celebri musicisti tra cui Eric Clapton, Bryan Adams, Elton John, Mark Knopfler, Gary Moore.
Uno strumento divenuto icona, in quanto venduta a favore della Sight savers, un’associazione che raccoglie aiuti economici per realizzare il suo progetto di lotta alla cecità in Africa. Federico Liggeri, giornalista, docente universitario, autore, critico musicale e regista di video per artisti tra cui Le Vibrazioni, Raf e Stadio, dal 1999 è l’ideatore e il direttore artistico del Premio Videoclip Italiano che ogni anno laurea la migliore “sinfonia” tra immagini e musica. Cesare Cremonini, al momento della consegna della targa, non ha nascosto la sua sorpresa e il suo orgoglio: «È la prima volta che ricevo un premio extra-musicale, ma devo innanzitutto ringraziare le due persone che con me hanno ideato e realizzato i video della mia carriera. Il regista Gaetano Morbioli e Nicola “Ballo” Balestri, bassista e compagno di viaggio dai tempi dei Lùnapop». Cremonini è stato scelto per aver dimostrato una grande maturità musicale e la capacità di offrire testi e musica sempre interessanti senza perdere di vista il proprio stile, con una voglia costante di crescere dal punto di vista personale e artistico. Liggeri ha definito il video di Dicono di me «un’opera assolutamente non patinata, non uno “spot” musicale o un video di servizio, ma una realizzazione totalmente legata al testo, che aiuta ad entrare nel significato del pezzo».
Il cantautore bolognese, negli anni, ha allargato i suoi interessi musicali, viaggiando molto e avvalendosi della collaborazione della Telefilmonic Orchestra di Londra, con cui ha realizzato un tour teatrale. «Il lavoro sulle sonorità classiche e sulla cura dei testi mi ha permesso di conservare un buon livello di credibilità, che a volte è difficile da mantenere quando si raggiunge il successo in fretta, quando si è giovani e per certi versi immaturi, quando le tue canzoni vengono giudicate, erroneamente, solo commerciali». Cremonini crede che per un giovane musicista non serva l’aiuto delle major, ma si debba partire dalle piccole realtà: un’esperienza vissuta in prima persona, grazie all’aiuto del produttore indipendente Walter Mameli, che per primo aveva creduto nel suo progetto. Il premio videoclip, realizzato con la collaborazione di Rockol.it, quest’anno vede la partnership con Msn, una realtà che registra 13 milioni di iscritti e che permette agli utenti di comunicare in tempo reale, anche con i propri artisti. Il premio speciale per l’arte video musicale è andato a un altro musicista, attento alla profondità dei testi e ai temi sociali: è Lorenzo Cherubini, in arte Jovanotti, che da oltre vent’anni si impegna per sconfiggere il divario tra Nord e Sud del mondo. Tra gli emergenti, il premio video-rivelazione dell’anno è stato assegnato ai “dARI”, che hanno raggiunto il successo prima sul web e poi sui media tradizionali. Un riconoscimento speciale in onore di Paolo Borsellino è andato anche al rapper Othello, grazie al suo testo di denuncia contro la mafia.
[vesna zujovic]
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18.11.08
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ADDII
Il mondo piange Mama Africa Se n’è andata mentre combatteva la battaglia che aveva intrapreso molti anni fa: la difesa e la promozione della libertà e dei diritti umani. Così, la cantante sudafricana Miriam Makeba è morta a Castel Volturno. Domenica sera, poco dopo la sua esibizione al concerto contro la Camorra dedicato a Roberto Saviano. La sua voce, che univa le calde sonorità della musica tradizionale africana con le tonalità acide del jazz, per settantasei anni ha cantato il dolore dei neri emarginati. E l’ha fatto anche nella sua ultima notte, quando la sua musica ha dato voce al dolore degli amici e dei parenti dei sei africani uccisi qualche mese fa dai camorristi di Castel Volturno.
Fin dall’inizio Mama Africa, come la chiamavano i suoi connazionali, ha messo la sua arte al servizio delle lotte per i diritti civili. Raggiunse la popolarità partecipando al documentario anti-apartheid, diretto da Lionel Rogosin, Come back, Africa. E proprio grazie a questo film, che fu premiato al festival di Venezia, visitò per la prima volta l’Italia. Anche se divenne presto ricca e famosa, conobbe la sofferenza dell’esilio: il governo sudafricano, nel 1963, le impedì di tornare nel suo Paese a causa della sua testimonianza all’Onu sulle tremende condizioni di vita dei neri sotto l’apartheid. Solo nel 1990 Nelson Mandela la convinse a ritornare in patria. Anche se vietati in Sudafrica, i suoi dischi negli anni Sessanta divennero famosi in tutto il continente Nero. Il suo sangue misto, per metà di etnia xhosa e per metà swazy, e il suo matrimonio con il leader delle Pantere Nere Stokely Carmichael, l’aiutarono a diventare un simbolo di unità per tutti i neri del mondo.
Nel 1966 vinse un Grammy Award, e fu il primo riconoscimento andato ad un artista africano nella storia. Anche dopo la fine dell’apartheid la Makeba continuò a lottare per il popolo nero, denunciando l’oppressione dei popoli africani da parte delle grandi potenze occidentali. Dal 1999 era ambasciatrice della Fao e, nel 2001, ha elogiato il movimento No Global, pur invitando i giovani a non chiudersi dentro conventicole ideologiche. L’ultima sua battaglia l’ha combattuta a fianco delle donne di Kinshasa, contro l’Aids.
A Castel Volturno doveva ricevere una copia in inglese di Gomorra, era curiosa di leggerlo e aveva elogiato pubblicamente Roberto Saviano per il suo coraggio. Il giovane scrittore napoletano, venuto a sapere della sua morte, ha detto di lei: «La voce di Miriam Makeba era quello che i sudafricani dell’apartheid avevano al posto della libertà ». Adesso i suoi live non scalderanno più gli eventi per le lotte civili di tutto il mondo ma la sua musica continuerà ad andare per il mondo e a lottare per lei.
[andrea torrente]
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12.11.08
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MUSICA
Miriam Makeba, una voce per i popoli oppressi
"Sin da quando è apparsa sul palco appariva molto sofferente…Perdipiù faceva freddo e vi era moltissima umidità. Più di una volta si è messa a sedere, ma sempre con non-chalance, con lo stile della grandissima professionista. Poi si rialzava e dava tutto, tutto, tutto, tutto…fino alla fine”.
Questo è forse il commento più significativo tra i tanti dei blogger in questi ultimi due giorni. Miriam Makeba se n’è andata dopo un concerto contro il razzismo, è stato l’ultimo atto di una vita spesa fra musica e lotta sociale. Ma chi era l’artista Miriam Makeba? Lo abbiamo chiesto a Gianni Sibilla, direttore del master in Comunicazione musicale per la discografia e i media dell’università Cattolica di Milano e giornalista musicale per Rockol.
Ascolta l'intervista
"Mama Afrika" in una delle sue ultime esecuzioni di "Pata Pata"
[paolo rosato]
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11.11.08
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CONSERVATORIO VERDI
Giacomo Puccini: 150 anni e non dimostrarliPovero Puccini, tanto amato dai melomani ma così bistrattato dalla critica. A riscattare le sue doti di compositore – dunque a consacrarlo come una delle voci più grandi del nostro melodramma, se mai ce ne fosse bisogno – ci pensa il comitato per le celebrazioni pucciniane per il 150esimo anniversario della sua nascita, con una serie di iniziative dedicate. La critica e la tradizione delle opere è il titolo della quarta sessione di studi che chiude l’iter di convegni iniziato a Lucca lo scorso maggio e approdato a Torre del Lago durante l’estate. Presentata a Milano, l’ultima tranche di eventi sarà ospitata il 21, 22 e 23 novembre nella Sala Verdi del Conservatorio di Milano. Approfondire il contributo che Giacomo Puccini ha lasciato nella cultura contemporanea e nel patrimonio artistico del ‘900 è l’obiettivo delle iniziative, promosse dal comitato nazionale per le celebrazioni pucciniane. Argomento cardine di questa quarta e ultima sessione di studi sarà la tradizione delle partiture, affrontato con i contributi di Virgilio Bernardoni e Arthur Groos. Passando per questo primo filone, il dibattito analizzerà la valutazione artistica di Puccini, come è stata formulata negli anni dalla critica internazionale.
Il 21 novembre prossimo, nell’ambito del convegno internazionale, sarà presentato anche il libro Giacomo Puccini, la vita e l’arte, edizione italiana del volume di Dieter Schickling, uno degli studiosi più noti dell’opera pucciniana. La traduzione italiana, pubblicata da Felici, ripercorre, attraverso materiale inedito, i frutti del lavoro di studio compiuto fino a oggi sull’artista. Buon compleanno maestro! Puccini day è invece il concerto organizzato per celebrare il 150esimo anniversario della nascita del musicista. Il 22 dicembre andrà in scena al Teatro del Giglio di Lucca il concerto della Royal Philharmonic Orechestra. Condotta dal maestro Miguel Gomez Martinez, l’orchestra riproporrà l’intera storia del repertorio di Puccini in novanta minuti di musica con un cast di voci pucciniane tra le più suggestive. L’intero incasso del concerto sarà devoluto alla fondazione Umberto Veronesi per il progresso delle scienze, a supporto della ricerca sul cancro.
[roberto usai]
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10.11.08
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LIRICA
Addio a Giuseppe Di Stefano
Tosca di Puccini: una delle opere più amate e rappresentate al mondo. Per quante esecuzioni potremo ascoltare ancora in futuro, esiste dal 1953 una interpretazione per la quale l’aggettivo “perfetta” non è sproporzionato. In essa, sotto la direzione di Victor De Sabata e in compagnia di un grande Tito Gobbi, compare la coppia più famosa dell’opera lirica: Maria Callas e Giuseppe Di Stefano. Trent’anni dopo la Callas, ora anche Di Stefano se ne è andato e raggiunge un pantheon di artisti degli anni d’oro dell’opera lirica che ci hanno lasciato negli ultimi anni (Franco Corelli, Renata Tebaldi, Birgit Nilsson, Elisabeth Schwarzkopf, Anna Moffo).
Giuseppe Di Stefano è morto ieri nella sua casa di Santa Maria Hoè (Lecco), ma aveva cominciato a spegnersi tre anni fa, quando era stato ferito durante una rapina nella sua casa in Kenya. Era stato ricoverato all’ospedale di Mombasa e poi trasferito in Italia, in un ospedale milanese. Dove è rimasto in coma fino agli ultimi giorni.
Giuseppe Di Stefano, nato a Motta Sant’Anastasia (Catania) nel 1921, dopo un inizio come cantante di musica leggera, e dopo avere seguito l’insegnamento del baritono Montesanto, debutta nella Manon di Massenet nel 1946 a Reggio Emilia e l’anno dopo è già alla Scala. Da lì ha inizio una carriera folgorante, in cui si distingue per il suo timbro vellutato e la grande presenza scenica, legando presto il suo nome a quello della Callas, dalla prima apparizione insieme (La Traviata di Verdi nel 1951 a San Paolo del Brasile) fino all’ultima nel 1973, tra l’altro ultima tournée della cantante greco-americana. Di Stefano ha tenuto poi ancora alcuni concerti fino in tempi più recenti, tenendo dagli anni ’70 alcuni seminari e stage di canto. Suoi cavalli di battaglia sono stati il Duca di Mantova (nel Rigoletto verdiano), Cavaradossi (nella Tosca), Edgardo (nella Lucia di Lammermoor donizzettiana e Don Alvaro nella Forza del destino. Ha cantato con i più grandi cantanti e direttori: dalla “divina” alla Tebaldi, da Taddei a Christoff, dalla Simionato alla Scotto, da Victor De Sabata a Tullio Serafin, da Antonino Votto a Herbert von Karajan.
Di Stefano è stato quindi un grande esempio e lo è tuttora. «È stato un pilastro dell’opera e della discografia – dichiara a Magmagazine la soprano Cecilia Gasdia che, dopo averlo conosciuto a un concorso, ne era divenuta grande amica –. L’ultimo della scuola italiana che va dagli anni ’40 agli anni ’70. Ancora oggi i suoi dischi si vendono più di tanti contemporanei». Una scia di tenori ha cercato di carpirne i segreti timbrici e il suo stile di canto veniva contrapposto a quello di Mario Del Monaco. Anche se, come ricorda Cecilia Gasdia, «i due non erano affatto nemici, come si diceva allora: anzi si trovavano insieme per imparare l’uno dall’altro. Per quanto riguarda i cantanti odierni, si può dire che Carreras abbia seguito il modo di cantare di Di Stefano. Persino Pavarotti, che aveva un tipo di timbro diverso, ne ha seguito l’esempio: l’apertura della voce nei suoni di passaggio e la chiarezza di dizione rimandano sicuramente allo stile di Giuseppe». Il tenore Marcello Giordani, anche lui siciliano, cresciuto ascoltando i dischi di Di Stefano, lo considera un mentore: «L’avevo conosciuto a un concorso a Vienna e poi tramite amici in comune. Il suo modo di porgere la frase è ineguagliabile. Era anche una splendida persona: considerava il canto come un dono di Dio e ti trasmetteva la sua gioia di vivere anche nel modo in cui cantava. Mi sento molto lusingato quando mi paragonano a lui». Cecilia Gasdia, che del tenore possiede tutti i dischi, lo considera una persona eccezionale sia artisticamente che umanamente: «Il suo modo di cantare era unico: una voce bellissima, una vocalità molto aperta e una pronuncia chiara. Arrivava al cuore di tutti, con una facilità impressionante. Ed era una persona affabile. Alla fine si è goduto la sua vita fino in fondo: amava divertirsi, e anche fumare, senza che questo gli abbia dato problemi dal punto di vista vocale. Ma ha anche dovuto affrontare momenti tragici, come la perdita della figlia in giovane età».
La lirica, oggi così negletta dagli operatori della comunicazione, e frequentata solo dagli appassionati, oggi perde uno dei suoi testimoni più autentici. Forse meno mediatico di un Pavarotti, e per questo confinato a un ritaglio di copertina o a un box in terza pagina, ma un grande artista di certo. Italiano doc, come il melodramma.
[luca salvi]
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4.3.08
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TELEVISIONE
Scalo 76, porto di mare per artisti
Riportare la cultura musicale in televisione. È l’obiettivo del nuovo programma di Raidue Scalo 76 che, dal prossimo 22 dicembre, animerà il sabato pomeriggio con tre ore di diretta (dalle 14 alle 17) tutte incentrate su musica, attualità, cultura e multimedialità. L’idea è del direttore di Raidue, Antonio Marano, che afferma: «Voglio riportare la musica in televisione. Non sarà un programma facile, ma è ambizioso – ammette Marano –. Sono stanco di sentire che la cultura è solo la lirica; anche la musica è cultura». Nelle tre ore di diretta Scalo 76 si propone come un nuovo spazio televisivo dedicato a tutte le sfaccettature della musica, con ospiti in studio, collegamenti internazionali, inchieste, classifiche, jam session e performance.
Tre i conduttori: Daniele Bossari, il vero playmaker che dovrà tenere le redini dello show; Paola Maugeri, grande esperta e vera garanzia di qualità; e Maddalena Corvaglia, l’anima dirompente del programma. Al loro fianco gli inviati Lucilla Agosti, Ian Agusto, Perla Pendenza e Paolo Ruffini. «Sarà un programma interattivo – afferma Daniele Bossari – gli spettatori potranno interagire con noi attraverso e-mail o collegamenti in webcam». «Parleremo di musica in modi diversi – continua Bossari –. Ad esempio, ospiteremo Joe T. Vanelli, un grande dj, che porterà in studio la sua famiglia e ci racconterà come trasmette la sua passione per questo lavoro ai figli, come vive nella notte ma come faccia a imporre a casa disciplina e severità. Scalo 76, che prende il nome dagli studi Rai di via Mecenate 76 a Milano ma dà anche l’idea del “porto di mare”, vuole essere un punto di incontro per artisti dove poter approfondire temi di attualità, moda e cinema; il tutto collegato dal linguaggio della musica, colonna sonora della creatività e della cultura. «Credo molto in questo programma – aggiunge Marano – . Per quest’anno abbiamo previsto 24 puntate ma contiamo di farne altre 36 nella prossima stagione. Spero che questo programma possa diventare un punto di riferimento per il sabato, come lo è Quelli che il calcio per la domenica». «Questo programma promette bene anche se, venendo da una tv musicale come Mtv, ho sempre un po' paura a parlare di musica sulla tv generalista. – afferma Paola Maugeri –. Purtroppo in Italia non c'è cultura musicale, non c'è un sindacato dei musicisti, non ci sono scuole. A Scalo 76 ci sarà spazio anche per chi non è conosciuto al grande pubblico. Se un giorno per strada un ragazzo mi fermerà e mi dirà: “Sai, ho visto Scalo 76 e ho deciso di comprarmi una chitarra” saprò di aver fatto bene il mio lavoro».
[matteo mombelli]
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19.12.07
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Etichette: multimedia, musica, televisione
TEATRO
Con “Pocket Opera” la lirica arriva in provincia Portare la lirica nei piccoli centri e restaurare i vecchi teatri delle province lombarde. È questo l’obiettivo di “Pocket Opera”, la rassegna organizzata dalla Regione Lombardia in collaborazione con l’Aslico (Associazione lirica e concertistica italiana). La manifestazione, giunta alla terza edizione, è stata presentata a Milano dall’assessore regionale alla Cultura Massimo Zanello e dal presidente dell’Aslico Carlo Peruchetti.
Otto i comuni che accoglieranno l’evento: Campione d’Italia, Casalpusterlengo, (che ospiterà la prima l’11 gennaio) Gallarate, Lecco, Magenta, Montichiari, Ostiglia e Stradella. A questi va aggiunto un ospite speciale, il Trentino che, attraverso il proprio assessorato regionale, partecipa per la prima volta all’iniziativa.
Le opere che saranno rappresentate sono il Don Pasquale di Gaetano Donizetti e la Cenerentola di Gioacchino Rossini.
Secondo l’assessore Zanello “Pocket Opera” «è una manifestazione che ha avuto il merito di restituire al territorio i piccoli teatri di provincia, veri e propri gioielli architettonici dal passato glorioso. Ma che è riuscita anche a portare l’opera lirica in provincia, con costi accessibili, avvicinandola ad un pubblico più vasto».
Durante la conferenza non è mancata anche una piccola polemica. Ad aprirla è il regista della Cenerentola, Stefano Monti: «Plaudo a questa iniziativa perché porta la lirica tra la gente. Un’esigenza, visto che questo genere, a Milano, è rappresentato solo dalla Scala che detiene un’esclusiva di cui non si capisce il motivo, soprattutto in un momento come quello attuale, che vede il settore in piena crisi. Una situazione che penalizza soprattutto i giovani e la loro passione».
[luca aprea]
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5.12.07
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GIUNI RUSSO
Giuni Russo, la sua figura
Giuni Russo. La sua figura. Il film-documentario prodotto da Maria Antonietta Sisini, regia di Franco Battiato, si apre con un’immagine di lei seduta su una sdraio mentre canta una canzone dai ritmi veloci e il testo fra l’ironico e il sognante. Chi non la conosce, rimane colpito e inevitabilmente incuriosito dall’impossibilità di inquadrare il suo personaggio, dai molteplici aspetti, in una qualsiasi categoria, umana o musicale. La caratteristica inequivocabile che emerge è solo una: Giuni Russo è un’artista.
Così lo spettatore rimane incollato allo schermo per quaranta minuti. «È un documentario - dice Franco Battiato – che commuove, sorprende e trascina». A partire dal nome di Giuni Russo.
Nel corso della sua carriera ne ha cambiati tre. Nata come Giuseppa Romeo, ha debuttato a Sanremo nel 1968 come Giusy Romeo. Lo racconta lei stessa in brevi interviste, che mettono l’ascoltatore in contatto con un’altra Giuni, dolce, tranquilla. Nata a Palermo, Giuni Russo ha scelto fin da piccola che avrebbe cantato, e l’ha fatto convinta, come se fosse una vocazione. Racconta la sua infanzia con poche immagini: le tre isole che l’hanno vista crescere, la Sicilia, Ustica e la Sardegna. Il padre, pescatore, che amava molto. «Ricordo il sole che incendiava l’alba mentre i pescatori parlavano sulla riva. E mio padre. Lì ho fissato la mia definizione». Si intravede un profondo retrogusto di malinconia, che accompagna l’intero filmato e che pervade il personaggio di Giuni.
Non l’ha certo aiutata il mondo che amava, quello della musica, che l’ha ostacolata, talvolta isolata, di fronte al suo rifiuto di scendere a compromessi. Così a hit storiche come Un’estate al mare che hanno fatto scoppiare l’amore retroattivo del pubblico per suo album Energie, si affiancano brani di raffinata qualità rimasti sconosciuti. È questo il prezzo che Giuni Russo ha dovuto pagare per non adeguarsi alle tendenze del mercato. La sua eterna compagna di vita Maria Antonietta Sisini – hanno scritto la maggior parte delle canzoni insieme – non parla volentieri di questo argomento ma lascia aperta un’intuizione: «Prima di morire, Giuni mi ha detto: devono sapere quello che mi hanno fatto». In attesa di altri documenti che rivelino più particolari della vita dell’artista, morta tre anni fa a soli 52 anni, il documentario del suo amico Franco Battiato è un prezioso tributo al suo strepitoso talento.
[marzia de giuli]
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4.12.07
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AMBROGINO D'ORO
Un concorso canoro per i bambini milanesi Sono passati 24 anni da quando fu indetta l’ultima edizione dell’Ambrogino d’Oro. La manifestazione che per anni aveva visto i bambini milanesi sfidarsi a colpi di canzoni, si era interrotta per la concorrenza del più celebrato Zecchino d’Oro di Bologna. Nel 2006, il tentativo di far rinascere il concorso milanese, celebre negli anni Sessanta e Settanta, è stato un successo di pubblico e di critica che ha convinto il Comune di Milano a inaugurare ufficialmente il ritorno dell’Ambrogino d’Oro.
Il concorso, che si terrà il 6 e 7 dicembre al Palalido, è stato voluto dagli assessori Massimiliano Orsatti e Mariolina Mojoli, con il supporto dello storico ideatore del festival Tony Martucci. «La musica è per eccellenza il linguaggio universale, un luogo di incontro tra diverse culture – ha spiegato Mariolina Mojoli –. Questo festival è il coronamento di un percorso di educazione alla melodia e al canto all’interno delle scuole che il comune di Milano porta avanti già da diversi anni». Ottanta i membri del coro diretto da Laura Marcora,13 le canzoni in gara, due fuori concorso, un “premio speciale Ambrogino d’Oro della critica” per Virgilio Savona, componente storico del Quartetto Cetra e autore della canzone Ballatina dei proverbi.
Madrina indiscussa, Cristina D’Avena che, dopo aver terminato la collaborazione con la compagine dello Zecchino, condurrà la manifestazione insieme ai personaggi più amati dai più piccoli: il mago Antonio Casanova e il topo-giornalista Geronimo Stilton. «Sono molto orgogliosa – ha spiegato Cristina D’Avena – di festeggiare i miei 25 anni di carriera presentando l’Ambrogino d’Oro. Molti mezzi e persone sono stati impegnati per questo progetto che, sono certa, si rivelerà come una bellissima festa per grandi e piccini».
Durante il festival, che avrà ingresso gratuito, sarà organizzata una raccolta fondi a favore dell’Ospedale dei Bambini Vittore Buzzi.
[gaia passerini]
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3.12.07
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MUSICA
Milano capitale dei videoclipLa musica e il cinema sono due forme d’arte universalmente riconosciute. Spesso però i video hanno vissuto a lungo in un limbo a dir poco denigratorio. Snobbati dai grandi registi e visti con malcelata diffidenza da parte dei musicisti. Ma le cose stanno cambiando. A dimostrarlo è l’ascesa della principale rassegna dedicata al genere, il Premio Videoclip Italiano. Nato nei circuiti delle etichette indipendenti, il premio, giunto alla sua nona edizione, quest’anno può fregiarsi per la prima volta del patrocinio del Comune di Milano.
E ora pensa in grande. Durante la presentazione dell’edizione 2007, tenutasi a Palazzo Marino, Domenico Liggeri, patron della manifestazione ha lanciato la sua sfida: «Siamo diventati il maggior evento legato ai video in Italia e ora puntiamo a diventare la più grande rassegna europea. Milano ci ha accolti subito benissimo e ci ha aperto le porte dell’università, riconoscendo la dimensione artistica del nostro lavoro. Vogliamo fare di questa città la capitale europea dei video musicali». A testimoniare come queste ambizioni siano fondate sono gli artisti che con diversi ruoli parteciperanno al premio: (quest’anno condotto da Laura Antonini e Federico Russo) Negramaro, Eros Ramazzotti, Giovanni Allevi, Tiziano Ferro e Simone Cristicchi, solo per citarne alcuni. Protagonista assoluto della giornata è stato Giuliano Sangiorgi, frontman dei Negramaro, che ha ricevuto un premio speciale per l’esordio alla regia. Il cantante ha infatti diretto personalmente i video di due canzoni della band: Parlami d’amore e L’immenso. «È stato un passaggio naturale perché il connubio musica/immagine è inscindibile – ha detto- . Ma soprattutto era diventata una necessità perché spesso i registi lavorano ai video in maniera impersonale “incollando” qua e là temi preconfezionati che possono andare bene per un artista ma non per altri». Una curiosità: i ragazzi protagonisti del video di Parlami d’amore sono quelli del fan club ufficiale dei Negramaro. Giulia, responsabile del sito Negramaro.net ne racconta anche un simpatico retroscena: «Avete presente la pioggia che a un certo punto del clip si abbatte sui ragazzi? Ecco quella non era programmata, ce la siamo presa tutta…»
[luca aprea]
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21.11.07
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