CONFLITTO DI GAZA

Intervista a Nahum Barnea

«Non ci sono dubbi che le operazioni militari organizzate da Israele sono state condotte ad ampio spettro. Il punto è che sono durate anche molto più a lungo di quanto ci si aspettasse», racconta da Gerusalemme Nahum Barnea, una delle penne più autorevoli del giornalismo israeliano, intervistato in esclusiva da m@g. Barnea, che scrive per il quotidiano Yedioth Ahronoth e ha vinto il premio Israel Prize per la comunicazione, ha perso un figlio nel 1996, in un attentato kamikaze di Hamas a un autobus di linea. Al funerale ha perdonato pubblicamente l’assassino, considerandolo vittima della stessa tragedia che affligge il popolo palestinese. Da anni si spende per favorire il dialogo nell’ambito del conflitto arabo-israeliano.

Ascolta l'intervista

[viviana d'introno e cesare zanotto]

L'INTERVISTA

La voce della libertà

Yang Lian, nato in Svizzera nel 1955 ma cresciuto a Pechino, è oggi uno dei maggiori poeti contemporanei e una tra le voci più importanti della dissidenza cinese. Esiliato dalla Repubblica Popolare Cinese dopo avere duramente criticato nel 1989 la repressione di Piazza Tiananmen, vive all’estero da vent’anni. È stato candidato al Premio Nobel nel 2002 e le sue poesie sono state tradotte in 25 lingue. Yang Lian interpreta lo spirito della millenaria cultura cinese attraverso la sua esperienza da esule. Una riflessione sulla condizione generale dell’uomo ma anche un invito alla speranza per milioni di cinesi che chiedono democrazia.

guarda l'intervista

[marzia de giuli e luca salvi]

L'INCHIESTA

È un’emergenza che dura da oltre vent’anni. I territori tra Napoli e Caserta sono uno stato nello stato dove l’unico potere reale è quello della Camorra. Nonostante i blitz, gli arresti e l’invio di soldati e poliziotti, i clan continuano a fare affari in un cono d’ombra in cui convivono l’economia legale e la politica. Ne abbiamo parlato con Andrea Cinquegrani, direttore de La Voce della Campania (oggi La Voce delle Voci).

Ascolta l'intervista

[alberto tundo]

MARIO CAPANNA

Onda e '68 a confronto

Quarant’anni dopo la protesta che ha segnato un’epoca, gli studenti italiani sono ancora in piazza. Secondo alcuni osservatori, l’Onda, che contesta la riforma Gelmini, è la fotocopia del’68. Altri la pensano diversamente. Mag ha chiesto un’opinione a Mario Capanna, ex studente dell’Università Cattolica e leader del movimento nel 1968.

Ascolta l'intervista

[cesare zanotto]

CIBO E MEMORIA

Viaggio nel gusto italiano


La relazione tra il cibo e la memoria è uno degli aspetti più profondi e antichi della cultura italiana e internazionale. Emblema di questo nesso è la madeleine che risveglia i ricordi dell’infanzia di Marcel Proust nel romanzo Alla ricerca del tempo perduto . Che cosa pensano i gourmet più affermati e i cuochi più celebri del nostro Paese del rapporto tra lo stile di vita dei nostri tempi e i cambiamenti nel gusto culinario, sempre più lontano dalla tradizione culinaria? La risposta nel servizio.

[francesco perugini]

GIORGIO BOCCA

Intervista sulla crisi del giornalismo italiano


Nessuno meglio di Giorgio Bocca può aiutarci a riflettere sulla crisi che sta vivendo oggi la professione di giornalista. "E' la stampa, la bellezza!", il suo nuovo libro vuole essere un'occasione per riflettere sul destino di un mestiere che sembra aver perso le sue virtù. In Italia la carta stampata appare schiacciata dalle pressioni della politica e dell’economia, incapace di reagire allo strapotere della comunicazione televisiva, non più in grado di scandagliare i mutamenti reali della società. Abbiamo approfondito queste e altre questioni nell'intervista.

[gaia passerini]
Visualizzazione post con etichetta italia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta italia. Mostra tutti i post

POLITICA

Pd, fine di una lunga agonia?

14 ottobre 2007: Walter Veltroni viene “incoronato” leader del Partito Democratico con oltre il 76 per cento dei voti dei simpatizzanti del neonato soggetto politico. 17 febbraio 2009: Walter Veltroni lascia la guida del partito all'indomani della pesante sconfitta patita nelle elezioni regionali in Sardegna. Sono passati solo 16 mesi dal trionfo delle primarie e sembra passata una vita. Mesi in cui il Partito Democratico è stato duramente battuto nelle consultazioni politiche dell'aprile 2008, si è trovato al centro di scandali giudiziari ma, soprattutto, è stato vittima di una gestione approssimativa e di profonde divisioni interne.

Una scelta sicuramente sofferta e dettata dalla serie di sconfitte senza soluzione di continuità del movimento nato dalle ceneri di Ds e Margherita. Nella consultazione dell'ottobre 2007 l'ex sindaco di Roma viene eletto segretario nazionale con oltre due milioni e 600mila voti, e da quel momento inizia la sua corsa verso la candidatura a Palazzo Chigi come sfidante dell'attuale premier Berlusconi. Sin da subito, però, emergono notevoli contrapposizioni tra l'ala diessina dei vari D'Alema e Bersani e quella d'ispirazione cattolica vicina a Rutelli e Fioroni. Dissapori che vengono il più delle volte sopiti ,o meglio “narcotizzati” da Veltroni, dal suo braccio destro Franceschini e dai loro adepti, sempre pronti a tappare i buchi in superficie, salvo poi lasciare in profondità crepe evidenti. É l'inizio di un calvario politico durato sino alle prime ore di oggi e a cui Veltroni e i suoi non sembravano voler rinunciare quasi masochisticamente.

Perché un partito nato tra mille aspettative si è quasi dissolto dopo pochi mesi? I “saggi” della politica italiana si interrogano, tant'è che nessuno nel loft di Piazza Sant'Anastasia è riuscito a trovare l'antidoto per fermare un'emorragia di voti che ha portato i democratici pericolosamente vicini alla soglia del venti per cento. Si sono fuse due anime profondamente diverse che rappresentavano fette di elettorato disomognee? Non si è fatta un'opposizione seria, lasciando all'Italia dei Valori dell'ex alleato Di Pietro il vessillo di baluardo della sinistra italiana? Quel che è certo è che l'ex sindaco di Roma e i suoi uomini hanno commesso una serie di errori evidenti in questi sedici mesi. Come dare il colpo di grazia al governo Prodi, parlando di corsa solitaria proprio quando il Professore si impegnava alacremente per tenere insieme i cocci di un vaso già rigato. Come “regalare” la capitale alla destra populista di Gianni Alemanno: Veltroni, infatti, era stato eletto contro lo stesso Alemanno solo due anni prima con il 61 per cento dei consensi. I romani evidentemente non devono aver gradito la sua fuga dal Campidoglio visto che, nella stessa giornata, hanno voltato le spalle al candidato del Pd Rutelli, votando invece in massa per l'esponente democratico Nicola Zingaretti alla presidenza della Provincia di Roma.

La scelta degli organismi dirigenti, poi, è apparsa ai più paradossale, rispetto al nome stesso del movimento politico. Si parlava tanto di decisioni prese dal basso con il coinvolgimento attivo della base ed invece l'assemblea costituente del Partito Democratico è stata eletta con il meccanismo delle liste bloccate, antidemocratico per eccellenza. Tutto ciò ha portato all'elezione di rappresentanti non all'altezza del ruolo loro assegnato, il cui unico merito era la vicinanza al leader e ai suoi portaborse. Per non parlare delle liste messe in campo nelle ultime elezioni politiche: poche personalità di spessore e tanti “yesman” pronti ad alzare la mano ad ogni richiesta del “lider maximo” e dei suoi rappresentanti a livello locale.

Proprio le elezioni dell’aprile 2008 avrebbero dovuto essere un campanello d'allarme per la dirigenza democratica, ma così non è stato perché, si disse all'epoca, “il partito è appena nato e comunque ha ottenuto il 33 per cento dei consensi”. Una percentuale ottenuta, però, raschiando a fondo il barile dei voti di sinistra, grazie al cosiddetto “voto utile”, come testimonia il mancato raggiungimento della soglia minima di elezione da parte di tutti i partiti riconducibili alla sinistra stessa. E non sfondando al centro, come invece sperava Walter Veltroni.

In questo anno e mezzo il Pd ha dimostrato più volte di non essere una forza di sinistra, disattendendo così le speranze e le attese di molti elettori che avevano fortemente creduto a questo progetto, e si è spaccato in correnti degne della vecchia Democrazia Cristiana a cui il Partito Democratico assomiglia sempre di più giorno dopo giorno. In Parlamento quasi mai si è opposto con vigore alle iniziative del governo Berlusconi, arrivando ad una pericolosa frattura con l'Idv.
Se a ciò si aggiungono un tesseramento dai contorni poco chiari e le tante inchieste in cui sono stati coinvolti esponenti di spicco del Partito Democratico, il gioco è fatto.
Nell'ultimo anno, l'elettorato ha più volte manifestato il suo disinteresse verso questo Partito Democratico, i cui esponenti sembrano più che altro preoccupati da logiche di potere. Basti pensare al cappotto nelle elezioni provinciali siciliane o al successo del Pdl nelle regionali abruzzesi. Fino a ieri, con la sconfitta di Renato Soru, una delle tante voci fuori dal coro negli ultimi mesi di vita del Pd.

Da oggi si apre una stagione decisiva per le sorti del partito che nei sogni di molti doveva essere la diretta emanazione del compromesso storico Moro-Berlinguer e che invece si è rivelato un soggetto politico distante anni luce dai problemi reali dell'attuale società italiana. Non basta “inglesizzare” tutto per essere attuali e al passo con i tempi, come Veltroni ha fatto in questi mesi (YouDem e YoungDem docet). C'è bisogno di una svolta seria che possa restituire fiducia agli elettori di sinistra e che possa dare all'attuale maggioranza un interlocutore con il quale confrontarsi nell'interesse del Paese.


[pierfrancesco loreto]
continua

RECESSIONE

2009: sarà un anno da dimenticare

Ormai è certo, per l'economia il 2009 sarà un anno nero. Ad assestare il colpo di grazia all'ottimismo sono stati i dati Istat sulla produzione industriale dello scorso novembre: -12% rispetto allo stesso mese del 2007. Un dato che nelle previsioni di Bankitalia (confermate dalla Ue) farà sprofondare il Pil italiano di almeno due punti percentuale, 0,7 in meno di quanto già previsto dalle cassandre di Confindustria.

Sarà l'export (-5,5%) il comparto più colpito. Ma a soffrire saranno anche la domanda interna e gli investimenti (-7,3%). E mentre le famiglie italiane si troveranno a fare i conti con il rallentamento dei salari e col rischio disoccupazione – prevista per il 2009 all'8,4% (+ 1,7% rispetto al 2008) – le aziende dovranno fronteggiare «un progressivo inasprimento delle condizioni di prestito» dovuto alla crisi finanziaria dello scorso autunno. Se i vati della finanza guardano al futuro con occhio cupo, i cultori del passato evocano l’austerity degli anni ’70. Tuttavia – avvertono gli esperti – la crisi attuale potrebbe sprofondare a livelli imprevisti perché – spiegano – si innesta in un periodo congiunturale particolarmente difficile, dove le debolezze interne si acuiscono a causa delle oscillazioni internazionali. C’è quindi da chiedersi come evolverà la situazione, perché i dati previsionali di Bankitalia potrebbero essere ritoccati in negativo.

In Italia la preoccupazione sale. Anche per la finanza pubblica che potrebbe scontare una doppia tendenza: l'innalzamento della spesa, da un lato, ed un calo delle entrate dall’altro. A diminuire infatti saranno sia il gettito Ires ( imposta che grava sule imprese) sia quello proveniente dalle accise sul metano. C' è poi il fattore x dell'evasione fiscale «perché la tentazione sale con le difficoltà di reddito dei contribuenti». Non stupisce quindi un possibile incremento del debito pubblico che, nel 2009, dovrebbe raggiungere il 105% del Pil. Resta da vedere se il rallentamento dell'inflazione, che dal 3,5% del 2008 scenderà all’1,2%, favorirà la tenuta dei consumi.

I primi segni di ripresa vengono rimandati al 2010 quando il Pil dovrebbe segnare un timido + 0,5%. L’esortazione del presidente di Bankitalia Mario Draghi è «agire con ogni possibile iniziativa per attenuare e abbreviare la recessione». Le reazioni della politica paiono invece contrastanti. Se Walter Veltroni, leader del Pd, parla di «emergenza», Fabrizio Cicchitto del Pdl replica alle accuse di immobilismo. Intanto però, con un rapporto deficit – Pil stimato al 3,8%, l’Italia rischia ancora di non rispettare i parametri di Maastricht.


[ivica graziani]
continua

SAGGIO

Un pezzo a me, uno a te: come ti spartisco l'Italia

Lottizzare, ovvero dividere in lotti. Lotto: ognuna delle parti in cui un tutto viene diviso; in particolare, appezzamento di terreno corrispondente a una determinata unità edilizia. Insomma, cosa c’entra un termine derivato dall’edilizia con le estensioni della politica italiana? Lottizzazione della Rai, della sanità e chi più ne ha ne metta. L’etimologia della parola non lascia scampo a equivoci, ma ci pone davanti a un quesito fondamentale. Il Belpaese è lottizzato? Ovvero, è suddiviso, spartito, ritagliato, quotato e assegnato alla gestione di qualcosa o qualcuno?

La risposta non può che essere, ahimè, positiva. In soccorso, però, viene una lettura illuminante, L’elogio della lottizzazione (Saggi tascabili Laterza) di Paolo Mancini, docente di Comunicazione all’Università di Perugia e alla Luiss di Roma. La spartizione dei poteri da parte delle forze politiche del Paese è un dato di fatto assodato da tempo. La Rai è, infatti, il più grande esempio di questo processo di falsa coscienza marxiana; resta dunque da chiedersi quale sia il movente che abbia spinto Mancini a comporre un saggio su una questione arcinota. Scrive Mancini nell’introduzione al volume: «Tutti condannano la lottizzazione; ma tutti, in misura maggiore o minore, ancora la praticano? Perché? Non vale forse la pena di indagare le ragioni di questa inesorabile presenza e possibile falsa coscienza?». L’intento di Macini dunque è proprio quello di entrare nei meandri, non solo negativi, del fenomeno: «Sì, un processo alla lottizzazione. Questo è quello che voglio fare, con tanto di avvocato difensore e pubblica accusa». Il titolo del libro è chiaramente una provocazione di sottile ironia, eppure sembra che nel dna del politico della seconda Repubblica sia ormai radicato profondamente il gene lottizzatore. Come notava, ironicamente, Giovanni Belardelli sul Corriere della Sera il 16 gennaio scorso, la signora Mastella ha addirittura rimproverato al marito l’assegnazione di un posto da primario di ginecologia a un medico di Forza Italia. Ma dove vogliamo andare se perfino gli uteri seguono le ragioni di partito?

Sicuramente ci può essere un velo di compassione nell’analisi del fenomeno lottizzatorio. Con la discesa in politica del Cavaliere, a braccetto col suo conflitto di interessi, è probabile che il fenomeno lottizzatorio venga letto con un tacito assenso pluralistico dei canali informativi. Ma Mancini scava ancora più a fondo nella questione e pone come punto di partenza il 1987, con un racconto tratto a sua volta da Senza rete di Angelo Guglielmi. Secondo gli autori, l’era della lottizzazione ebbe inizio una sera in un ristorante romano vicino al centro quando Walter Veltroni, allora responsabile dei problemi televisivi del Pci, Biagio Agnes, direttore generale della Rai ed Enrico Manca, presidente del consiglio d’amministrazione di viale Mazzini, trattarono la facoltà di designazione di un direttore di rete al Pci. Fu il punto di non ritorno. Già. Perché, se da principio motore ci potrebbe essere la pulsione pluralistica, l’incancrenirsi del fenomeno lo ha ricoperto di accezioni patologiche irreversibili. Però, se la lottizzazione ha colpito di tutto un po’, il fiore all’occhiello rimane la questione della Rai. Scrive Mancini nel primo capitolo: «Lottizzare la Rai significa non solo controllare risorse e distribuire ai propri clientes, come avveniva nel caso di qualsiasi altra azienda o amministrazione pubblica, ravvivando così il clientelismo e la partitocrazia, ma significa anche agire su una delle leve principali della democrazia: il consenso». Insomma, la Rai è il sancta sanctorum del «prendere due piccioni con una fava». Vale a dire, da un lato si ottempera alla necessità di partito, dall’altra si va dritti al cuore dell’opinione pubblica: l’influenza mediatica.


[francesco cremonesi]
continua

ISTRUZIONE

Marco Travaglio all'Università Cattolica

In un momento critico per il mondo dell’istruzione in Italia, il gruppo studentesco Uld (Unione libertà e democrazia) ha deciso di invitare all’università Cattolica Marco Travaglio, per discutere di giornalismo e libertà di espressione, dissenso e scomparsa dell’informazione.





[gaia passerini]
continua

RAPPORTO OCSE

Ricchezza e povertà, l'Italia è spaccata in due

“Addio welfare, addio classe media e un caloroso benvenuto allo straricco 1% della popolazione italiana”: se lo Stato italiano avesse fattezze umane oggi potrebbe esprimersi così, con uno slogan quasi apocalittico. Uno scenario di questo tipo è stato delineato dall’ultimo rapporto dell’Ocse, dal titolo “Growing Unequal”, nel quale emerge un dato su cui riflettere: in Italia il divario fra ricchi è poveri è salito al 33%, quasi il triplo della media europea. Come interpretare il rapporto dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico? Lo abbiamo chiesto a Luigi Campiglio, docente di Politica economica all’università Cattolica di Milano.

Ascolta l'intervista


[paolo rosato] continua

CONVEGNO

E' Tempo di investire in Libia

Parte dell’impero greco, romano, arabo. Già abitata in tempi antichissimi, tanto che il termine “libico” compare nelle iscrizioni del regno egiziano del 2700 ac. Bastano pochi elementi a dare un’idea delle ricchezze che fanno della Libia una mèta d’élite. Quello del turismo è solo uno dei settori industriali in forte espansione in un Paese che, indipendente dal 1951, sta attraversando un periodo di grande rinnovamento sul fronte delle relazioni commerciali internazionali. A illustrare «La Gran Giamahiria Araba Libica Popolare socialista come opportunità per le imprese italiane» sono i relatori del convegno organizzato dalla Camera di Commercio italo-libica insieme ad Assolombarda e con il contributo di Banca Ubae.

Al di là dei numeri incoraggianti che registrano un costante aumento dello scambio commerciale tra Italia e Libia, la novità emersa con forza dal convegno riguarda le graduali ma ferme conquiste di un Paese che, pur caratterizzato da un sistema economico di tipo socialista in cui l’iniziativa privata è ridotta, sta muovendo importanti passi in avanti. Il forte processo di privatizzazione in atto coinvolge oltre cento imprese. Un Paese con un ruolo leader nel continente africano «che può diventare una straordinaria piattaforma di interscambio, caratterizzato da un clima di stabilità, politica e sicurezza pubblica che consentono di operare in un clima sereno, una realtà senza pari nel mondo», come l’ha definito Antonio De Capoa, presidente della Camera italo-libica. In questo processo di rinnovamento, l’Italia gioca un ruolo di primo piano anche grazie alle buone relazioni diplomatiche che legano i due Paesi, come ha confermato la partecipazione al convegno dell’ambasciatore libico H.E. Abdulhafed Gaddur. L’Italia è il primo partner commerciale per la Libia, dalla quale importa soprattutto oli greggi di petrolio, metalli, alimenti, bevande, tabacchi e cuoio. Esporta prodotti petroliferi raffinati, macchinari e mezzi di trasporto, carta gomma e minerali non energetici. Dal 2006 al 2007 le esportazioni hanno registrato un trend crescente del 13% (1,457 miliardi di euro) e le importazioni di energetici e prodotti raffinati sono aumentate del 7% con un valore di oltre 12,4 miliardi di euro. Gli stessi dati della Camera italo-libica parlano chiaro: in un anno il numero dei soci è decuplicato da 30 a 300. Qualche mese fa la Libia ha varato un piano per 100 miliardi di dollari rivolto agli investimenti esteri. Altri 150 miliardi di dollari saranno destinati alle infrastrutture. «Ma l’Italia non deve rischiare di perdere il treno rispetto ad altri Paesi – Corea, Filippine, Cina, Francia – presenti in Libia molto più massicciamente. A dare lustro al nostro Paese ci sono aziende dinamiche come Eni, Telecom e Iveco, ma possiamo fare molto di più», continua De Capoa. I nuovi settori di investimento in Libia sono molteplici e spaziano dalle costruzioni, ai trasporti, al vasto campo agroalimentare, dalle utilities e comunicazioni ai servizi pubblici, al trattamento delle acque alla realizzazione di nuove centrali elettriche, dall’ammodernamento tecnologico delle forze armate all’informatizzazione della pubblica amministrazione. Al processo di ammodernamento che sta rilanciando il Paese, si affianca un percorso di regolamentazione normativa delle attività economiche volto soprattutto a un maggior livello di certezza e protezione legale degli investimenti stranieri. I progressi – introduzione di parametri trasparenti per l’assegnazione delle gare internazionali, normative che disciplinano l’accesso delle banche straniere e l’uso diffuso della lettera di credito - sono all’ordine dell’ultimo anno. Fra le ultime novità, il decreto 182/2008 che regolamenta – definendo anche le modalità di svolgimento dei controlli di qualità - l’esportazione dei prodotti della pesca verso i Paesi dell’Unione europea. Il primo semestre del 2007 ha visto già concludersi l’assegnazione dei primi ed importanti contratti, come i lavori per il nuovo aeroporto di Tripoli a società francesi e brasiliane. Nel corso del convegno, il direttore generale del Libyan Export Promotion Center, Mohamed Ammar Elmahmoudi, ha rivolto un caloroso appello alle aziende italiane a investire in Libia con rinnovata fiducia.

[marzia de giuli]
continua

SICUREZZA

Il pacchetto Maroni e i suoi "nodi"

Il pacchetto di sicurezza delineato dal ministro dell’Interno, Roberto Maroni, e presentato oggi al capo del Governo, Silvio Berlusconi, dal titolare del Viminale e dal Guardasigilli, Angelino Alfano, è ormai quasi pronto. Tocca però al Consiglio dei ministri, in programma a Napoli il 21 maggio, approvare il documento. Il 13 maggio, in una riunione interministeriale tenutasi a Palazzo Chigi e durata circa due ore, Maroni ha presentato il pacchetto ai colleghi Franco Frattini (Esteri), Ignazio La Russa (Difesa), Angelino Alfano (Giustizia) e Andrea Ronchi (Politiche comunitarie).

Durante la riunione, si è deciso che sarebbero stati proprio i ministri dell’Interno e della Giustizia a definire il testo da portare venerdì a Palazzo Chigi all’attenzione del premier.
Il pacchetto si compone di cinque punti. Il primo, secondo le parole del titolare del Viminale, “è il contrasto all’immigrazione clandestina; ci sarà poi la gestione dei rapporti con i Paesi comunitari, Romania in testa, sulla base della direttiva Ue che prevede rimpatri dei cittadini comunitari che non hanno reddito o delinquono; il terzo punto riguarda la definizione del ruolo degli enti locali nella prevenzione e contrasto della criminalità; ci saranno quindi le sanzioni penali, con l’individuazione di nuovi reati; infine, la lotta alla criminalità organizzata”. Tra le misure che potrebbero essere messe in atto vi sono il reato di immigrazione clandestina, l’allungamento a 18 mesi dei tempi di trattenimento degli immigrati nei Cpt, l’apertura di un Cpt per regione e l’esame del dna per i ricongiungimenti familiari.
Naturalmente, prima di essere adottate, tali misure dovranno essere giudicate compatibili con le norme europee e con i dettati costituzionali, nonché essere approvate dal presidente della Repubblica.
A destare delle perplessità è soprattutto l’introduzione del reato di immigrazione clandestina, che comporterebbe l’arresto in flagranza e il processo per direttissima dei clandestini individuati, con conseguente ulteriori sovraffollamento delle carceri e allungamento dei tempi di permanenza per i processi.
Per quanto riguarda la pena, l’ipotesi è quella di un periodo di carcere oscillante tra i sei mesi e i quattro anni e l’espulsione immediata dal Paese.
Dal canto suo, la Commissione europea ha fatto sapere che, non essendo la materia penale una politica comune Ue, esistono ampi margini di manovra per i legislatori nazionali.
Per consentire ai Comuni di avere le risorse necessarie a coprire i costi previsti dal pacchetto, il Governo pensa di escludere le spese per la sicurezza dal patto di stabilità interna.

[giuseppe agliastro]
continua

IMMIGRAZIONE

Etnico, speziato, romano

«Qui funziona che io incarto, tu paghi e poi porti via», spiega con spiccato accento romano il banchista (bengalese) al cliente (italiano) di un chiosco di macelleria (gestito da romeni). Mercato stabile dell’Esquilino, primo municipio di Roma: qui i rivenditori italiani sono la minoranza e la nazionalità dei commercianti e delle loro merci rispecchia la composizione etnica dell’intera città.

Così, di fronte al chiosco di alimentari cinesi c’è il venditore di funghi, italiano con aiutante bengalese, e a pochi banchi dallo stand africano c’è quello di conserve romene, e poi quello di alimentari latinoamericani. Ma a fare la parte del leone sono i box dei bengalesi, che vendono a bangladeshi, indiani e pakistani spezie e risi profumati, e tutti i giorni fanno concorrenza ai negozi di alimentari fuori dal perimetro delle bancarelle.
A dirla tutta, il mercato dell’Esquilino è sempre stato un luogo di commistione: fino al 2003 era in piazza Vittorio Emanuele, fulcro del quartiere umbertino, e le bancarelle convivevano con i ruderi e la “porta magica”, dove è incisa l’indecifrabile formula alchemica per fabbricare l’oro. Poi ha cambiato sede e coinquilini: gli alimentari sono nella ex caserma Pepe e nella ex caserma Sani ci sono abbigliamento e calzature, nonché le aule dell’università “La Sapienza”. E da dipendenti, gli immigrati sono diventati poco per volta titolari delle licenze: oggi, secondo i dati del Corime (il coordinamento dei rivenditori del mercato Esquilino), circa metà delle 170 rivendite è gestita da stranieri e il 60% di loro è titolare di licenza.
La commistione dell’Esquilino è un caso unico nel panorama della capitale: nell’intero municipio, che include altri quartieri del centro, vive la più numerosa comunità straniera della città (22,9% dei residenti), e di questa oltre il 32% è di origine asiatica, riporta l’Osservatorio Romano sulle Migrazioni della Caritas diocesana. Ma in generale, spiega un altro studio della Caritas, le comunità immigrate prediligono l’imprenditoria: nei primi anni Ottanta gli stranieri iscritti alla Camera di commercio come titolari d’impresa o associati erano il 3,4%, dopo 20 anni, grazie anche al mutamento delle politiche per l’immigrazione, il numero è salito al 45%. Insomma, nel luogo dove più è concentrata la presenza di stranieri si concentra anche il mercato internazionale delle merci.
Nonostante la progressiva integrazione nel sistema imprenditoriale, però, permangono difficoltà nella comunicazione. Non mancano casi di immigrati che parlano perfettamente in italiano e padroneggiano un'ironia tipica romanesca; ma molte volte la barriera linguistica e culturale è impenetrabile. Finché si tratta di pagare o chiedere un chilo o due di rape non c'è problema, ma per sapere se è in vendita menta fresca è necessario ricorrere all'inglese dopo un paio di tentativi in italiano. E se si tratta di parlare di loro stessi, dei loro clienti, di come vivono il mercato, i banchisti, soprattutto i bengalesi, dicono di non capire neanche l’inglese. Alla sartoria “Vhai vhai”, un box con un ampio bancone e due piani per la stiratura dei capi, nessuno sembra conoscere il proprietario. Qualche volta c’è chi si sbottona, e racconta degli affari: il gestore di “Indian shop”, uno stand di stoffe, dice che da quando si è trasferito nel mercato coperto le sue clienti, «di tutti i Paesi, non solo indiane», sono diminuite perché non sanno dove trovarlo.
Per facilitare le relazioni tra le comunità straniere e tra queste e quella italiana, dal 2005 il Comune di Roma ha allestito una sede del progetto “Mediazione sociale” proprio all’interno del mercato. «È uno strumento di progettualità territoriale e di costruzione di reti sociali con il quale reagiamo alle questioni che la popolazione ci pone», spiega Leonardo Carocci, responsabile del progetto per l’Esquilino. «Con la campagna “Esquilindo”, per esempio, abbiamo sensibilizzato la popolazione sull’importanza della pulizia delle strade, realizzando tra l’altro cartelli in otto lingue. Il prossimo passo – anticipa Carocci – sarà utilizzare la filodiffusione interna al mercato come canale comunicativo per avvicinare le culture e rendere sempre di più il mercato dell’Esquilino un mercato della socialità».


[ornella sinigaglia]
continua

MODA

Indipendent: Moda razzista ma non in Italia


Dopo Naomi Campbell il nulla. E’ l’accusa lanciata dal noto giornale inglese Independent on Sunday secondo cui per le modelle di colore è sempre più difficile trovare spazio sulle passerelle, nelle riviste e sui cartelloni pubblicitari. Razzismo? Forse. Sta di fatto che secondo le grandi aziende della moda le ragazze nere non fanno scattare nei consumatori la “voglia di emulazione” o, in parole povere, non invogliano a spendere. Una conferma che arriva anche da Carole White della Premiere Model Agency che ammette di aver ricevuto richieste per modelle “non etniche” ma solo per quelle “caucasiche” (cioè bianche).

«E’ qualcosa di scioccante, atroce – accusa uno dei più noti fotografi di moda inglesi, Nick Knight –. L’industria della moda e della pubblicità sono immerse nel razzismo. Le modelle nere nelle principali agenzie di moda sono sottorappresentate. Basta guardarsi attorno – conclude il fotografo – per accorgersi che il numero della ragazze di colore è praticamente nullo nelle campagne pubblicitarie». Un mondo della moda, quindi, impregnato di razzismo ma che vede nell’Italia una piccola isola felice. “Nonostante la xenofobia della Lega Nord”, si legge dalle pagine dell’Indipendent, dal nostro Paese arriva una chiara risposta in controtendenza: sul numero di luglio di Vogue Italia, infatti, ci saranno solo modelle nere. «Si tratta di un omaggio alla loro bellezza – afferma Franca Sozzani, direttrice di Vogue Italia –. Nella moda non vedo affatto discriminazioni. Forse qualche anno fa era diverso ma oggi in passerella le ragazze nere non hanno più alcun problema». Allora niente discriminazioni? Non proprio. «Il discorso è diverso nel campo della bellezza – ammette Franca Sozzani –. Ma ciò è dovuto semplicemente al fatto che i grandi marchi fanno campagne mondiali che devono andar bene per tutti i mercati principali e scelgono testimonial generiche. Bianche? Sì, bianche. Ma le eccezioni esistono già – conclude la direttrice di Vogue Italia –. Basti pensare alla splendida Liya: è nera ed è una delle maggiori testimonial di una importante marca di bellezza».

[matteo mombelli]
continua

LIRICA

Addio a Giuseppe Di Stefano

Tosca di Puccini: una delle opere più amate e rappresentate al mondo. Per quante esecuzioni potremo ascoltare ancora in futuro, esiste dal 1953 una interpretazione per la quale l’aggettivo “perfetta” non è sproporzionato. In essa, sotto la direzione di Victor De Sabata e in compagnia di un grande Tito Gobbi, compare la coppia più famosa dell’opera lirica: Maria Callas e Giuseppe Di Stefano. Trent’anni dopo la Callas, ora anche Di Stefano se ne è andato e raggiunge un pantheon di artisti degli anni d’oro dell’opera lirica che ci hanno lasciato negli ultimi anni (Franco Corelli, Renata Tebaldi, Birgit Nilsson, Elisabeth Schwarzkopf, Anna Moffo).

Giuseppe Di Stefano è morto ieri nella sua casa di Santa Maria Hoè (Lecco), ma aveva cominciato a spegnersi tre anni fa, quando era stato ferito durante una rapina nella sua casa in Kenya. Era stato ricoverato all’ospedale di Mombasa e poi trasferito in Italia, in un ospedale milanese. Dove è rimasto in coma fino agli ultimi giorni.
Giuseppe Di Stefano, nato a Motta Sant’Anastasia (Catania) nel 1921, dopo un inizio come cantante di musica leggera, e dopo avere seguito l’insegnamento del baritono Montesanto, debutta nella Manon di Massenet nel 1946 a Reggio Emilia e l’anno dopo è già alla Scala. Da lì ha inizio una carriera folgorante, in cui si distingue per il suo timbro vellutato e la grande presenza scenica, legando presto il suo nome a quello della Callas, dalla prima apparizione insieme (La Traviata di Verdi nel 1951 a San Paolo del Brasile) fino all’ultima nel 1973, tra l’altro ultima tournée della cantante greco-americana. Di Stefano ha tenuto poi ancora alcuni concerti fino in tempi più recenti, tenendo dagli anni ’70 alcuni seminari e stage di canto. Suoi cavalli di battaglia sono stati il Duca di Mantova (nel Rigoletto verdiano), Cavaradossi (nella Tosca), Edgardo (nella Lucia di Lammermoor donizzettiana e Don Alvaro nella Forza del destino. Ha cantato con i più grandi cantanti e direttori: dalla “divina” alla Tebaldi, da Taddei a Christoff, dalla Simionato alla Scotto, da Victor De Sabata a Tullio Serafin, da Antonino Votto a Herbert von Karajan.
Di Stefano è stato quindi un grande esempio e lo è tuttora. «È stato un pilastro dell’opera e della discografia – dichiara a Magmagazine la soprano Cecilia Gasdia che, dopo averlo conosciuto a un concorso, ne era divenuta grande amica –. L’ultimo della scuola italiana che va dagli anni ’40 agli anni ’70. Ancora oggi i suoi dischi si vendono più di tanti contemporanei». Una scia di tenori ha cercato di carpirne i segreti timbrici e il suo stile di canto veniva contrapposto a quello di Mario Del Monaco. Anche se, come ricorda Cecilia Gasdia, «i due non erano affatto nemici, come si diceva allora: anzi si trovavano insieme per imparare l’uno dall’altro. Per quanto riguarda i cantanti odierni, si può dire che Carreras abbia seguito il modo di cantare di Di Stefano. Persino Pavarotti, che aveva un tipo di timbro diverso, ne ha seguito l’esempio: l’apertura della voce nei suoni di passaggio e la chiarezza di dizione rimandano sicuramente allo stile di Giuseppe». Il tenore Marcello Giordani, anche lui siciliano, cresciuto ascoltando i dischi di Di Stefano, lo considera un mentore: «L’avevo conosciuto a un concorso a Vienna e poi tramite amici in comune. Il suo modo di porgere la frase è ineguagliabile. Era anche una splendida persona: considerava il canto come un dono di Dio e ti trasmetteva la sua gioia di vivere anche nel modo in cui cantava. Mi sento molto lusingato quando mi paragonano a lui». Cecilia Gasdia, che del tenore possiede tutti i dischi, lo considera una persona eccezionale sia artisticamente che umanamente: «Il suo modo di cantare era unico: una voce bellissima, una vocalità molto aperta e una pronuncia chiara. Arrivava al cuore di tutti, con una facilità impressionante. Ed era una persona affabile. Alla fine si è goduto la sua vita fino in fondo: amava divertirsi, e anche fumare, senza che questo gli abbia dato problemi dal punto di vista vocale. Ma ha anche dovuto affrontare momenti tragici, come la perdita della figlia in giovane età».
La lirica, oggi così negletta dagli operatori della comunicazione, e frequentata solo dagli appassionati, oggi perde uno dei suoi testimoni più autentici. Forse meno mediatico di un Pavarotti, e per questo confinato a un ritaglio di copertina o a un box in terza pagina, ma un grande artista di certo. Italiano doc, come il melodramma.

[luca salvi]
continua

WORLD ECONOMIC FORUM

Almunia: alto deficit e instabilità politica, è allarme Italia

«Non ci sarà una recessione nell’Ue, la crescita sarà più bassa di quanto si prevedeva, ma non così bassa». È quanto affermato da Joaquin Almunia, commissario Ue agli affari economici e monetari, a margine del World Economic Forum di Davos che ha poi aggiunto: «I rischi per la crescita in Europa sono aumentati ma, negli ultimi anni, le economie europee hanno costruito fondamentali solidi e un buon assetto dei conti pubblici con risultati molto buoni sul mercato del lavoro che hanno fatto scendere la disoccupazione ai nuovi minimi degli ultimi 25 anni».

Joaquin Almunia è però più critico nei confronti del nostro Paese nel rapporto sul programma di stabilità italiano 2007-2011, dove «un debito pubblico molto al di sopra del 100% e la persistente debolezza dei conti, nonostante i miglioramenti, aumentano l’incertezza sulla crescita dell’economia e generano costi elevati, rendendo l’Italia vulnerabile ad aumenti dei tassi d’interesse».
Secondo il commissario Ue, per affrontare la difficile situazione economica sarebbe auspicabile una maggiore stabilità politica: infatti i conti del 2007 sarebbero stati abbastanza buoni, ma le prospettive economiche per il 2008, anche a causa dell’instabilità politica, non sarebbero delle più rosee e questo potrebbe creare pressione sulla finanza pubblica.
Il punto, secondo il commissario, è che in Italia il risanamento dei conti pubblici è meno avanzato che in altri Paesi e l’instabilità politica non consente di affrontare adeguatamente i problemi dell’economia che, soprattutto in questo periodo di congiuntura sfavorevole, sono di primaria importanza.


[giuseppe agliastro]
continua

L'ITALIA VISTA DALL'AMERICA

«What about Italians?»

Cosa pensa l’America di noi italiani? Come vivono i nostri connazionali negli Stati Uniti? Mentre il New York Times descrive il declino dell’Italia, colpiscono le testimonianze positive di chi è stato adottato dagli Stati Uniti e ha imparato a conoscerli. Lavoratori ed esponenti del mondo accademico raccontano l’affabilità degli americani e l’interesse crescente tra i giovani per il bel Paese.

L'etnocidio degli italiani all'estero

Italiani, disorganizzati e felici. Siamo i campioni dell’arte dell’arrangiarsi, ma non sappiamo fare i conti con noi stessi. Per esempio, quanti sono e come sono visti gli italiani all’estero? Noi non lo sappiamo e non lo vogliamo sapere; c’è bisogno del New York Times per ricordarcelo. L’articolo di Ian Fisher del 13 dicembre scorso, intitolato “In a funk, Italy sings an aria of disappointment”, ha nuovamente introdotto il tema dell’immagine degli italiani all’estero. Un’immagine non positiva a quanto pare, e la colpa sarebbe anche dell’amministrazione statale, spesso assente. Tanto assente da dimenticarsi dei milioni di persone che vivono oltre confine e che avrebbero diritto al voto. Perché l’etnocidio, così viene definito, degli italiani residenti all’estero è una realtà che andrebbe affrontata fattivamente, senza stare a parlarci troppo sopra. Con la legge n.470/1988, firmata Tremaglia, il Parlamento predispone un censimento degli italiani all’estero. Il conteggio, sorretto inizialmente dalle migliori intenzioni, non è mai partito. Dopo un rimpallo di dati e smentite, durato 15 anni, negli ultimi tempi sono emersi i dati più scoraggianti, se mai avessimo sperato in una ripresa della macchina organizzativa. Secondo il ministero degli Affari esteri, in base all’analisi effettuata sui 220 Consolati sparsi nel globo, alla fine del 2004 gli italiani al di fuori dello stivale sarebbero 4.026.403. Ma poi si scopre che il numero degli aventi diritto di voto diminuisce a 2.614.839, con l’eliminazione di tutti gli altri iscritti e possibili votanti. Dopo le elezioni, l'Institute for Italian-American Studies ha condotto un sondaggio telefonico da cui è emerso che, dei cittadini con diritto al voto, circa il 30% non ha neanche ricevuto il plico necessario per votare. Ed ecco servito l’etnocidio, la dispersione di un popolo fiero ma a volte scomodo. La disorganizzazione è palese, e sicuramente disincentiva l’interesse dei cittadini italiani all’estero per la vita politica. Sentirsi un peso non piace a nessuno, e i nostri connazionali vivono la scomoda sensazione di trasformarsi spesso da manna in zavorra, e viceversa. Nessuno vuole dimenticare la propria origine, ma la verifica continua di un’Italia arruffona e inefficiente non incoraggia chi, pur vivendo all’estero, ancora è convinto di essere nato in un grande Paese. Quale il rimedio, a breve termine, per quanto riguarda l’avanzare di questa sfiducia? L'Institute for Italian-American Studies propone un vero censimento basato su una rapida raccolta sul campo, ma soprattutto su un sistema decentrato nei vari Paesi. Occorre dunque adottare le diverse metodologie utilizzate, usufruendo sia delle strutture delle autorità locali sia delle migliaia di associazioni presenti sul territorio. Il principio deve essere quello di unire gli italiani nel mondo utilizzando proprio le strutture sorte nel tempo. Far capire che lo Stato è presente, sia nelle parole che nei fatti. Per questo il prossimo censimento del 2010 andrà impostato in maniera completamente diversa dal passato. Ma intanto la nostra immagine peggiora. La situazione rifiuti in Campania non ci aiuta, e appena possono i giornali stranieri piazzano il carico e fanno la predica. Effettivamente dietro la crisi campana non c’è solo una pubblica amministrazione lassista. Ci sono dati di fatto che si trascinano nel tempo, è vero. L’Italia saprà sviluppare dei veri anticorpi all’arte dell’arrangiarsi?

Gli italiani negli Usa si raccontano su Internet

«Noi che viviamo una realtà diversa abbiamo la strana impressione che i nostri connazionali residenti in Italia non si rendano conto di quella che è ormai l’immagine del nostro Paese nel mondo». Firmato: venti italiani negli Stati Uniti. Non più fantasia, letteratura, moda, buona tavola, quell’insieme di cose che ci rendeva orgogliosi di essere italiani. Perfino i nostri ben noti difetti, quel certo modo di fare e di essere “alla carlona”, per usare le parole della cantautrice che più ci rappresenta all’estero, Laura Pausini. Il “made in Italy” che da qualche settimana è sulle pagine dei principali giornali stranieri è un altro, e non passa più come guizzo creativo. L’immondizia di Napoli, i campioni sportivi indagati dal fisco, l’incidente diplomatico dell’Università La Sapienza di Roma con Papa Benedetto XVI. E, per concludere, l’arresto della moglie del Ministro della Giustizia e la crisi del governo. L’eredità di Dante e Leonardo non basta più. «L’Italia non si ama», aveva scritto Ian Fisher sul New York Times. Ed è stata la miccia che ha scatenato altri articoli, altri commenti critici sui quotidiani di tutto il mondo. Ma se gli italiani che vivono in Italia si sono forse abituati all’etichetta di italianità corrotta sventolata dai media negli ultimi tempi, la reazione degli oltre cinque milioni di connazionali all’estero è più accesa. Soprattutto negli Stati Uniti, dove i nostri talenti hanno importato negli anni – e non senza sforzi – l’idea di un’Italia fatta di eccellenze e non solo di stereotipi come quello della mafia. E di fronte a «un’immagine negativa che ha molto riflesso sui milioni di Italiani emigrati che operano molto bene nei loro settori e contribuiscono a migliorare la reputazione del loro Paese», c’è chi custodisce nel cuore il ricordo della patria lontana, è vero, ma anche chi si è rimboccato le maniche. Risale così a poche settimane fa l’iniziativa dei venti italiani ideatori del sito Internet www.italia-nuova.org. L’obiettivo, spiegano, è reagire positivamente all’articolo del New York Times, per ridare un Risorgimento e una gloria al bel Paese. I venti, tutti cittadini italiani residenti all’estero da tanti anni, amano l’Italia ma non hanno paura di riconoscerne i problemi. «Che si sveglino gli italiani tutti, finiscano di piangersi addosso, di vivacchiare illudendosi che la globalizzazione non esista. Soprattutto, che finiscano di concludere sempre - in presenza di crescenti problemi - che “in fondo l’Italia è il posto migliore al mondo”, senza quindi affrontare e risolvere i problemi stessi. Noi ci impegniamo già da anni a tenere alto il nome dell’Italia». Vedremo presto le prime iniziative concrete che si propongono di lanciare. Tanto più che gli esempi di successo non mancano in una società che notoriamente accoglie e valorizza con criteri meritocratici talenti di tutto il mondo. «È significativo che nelle università statunitensi studino e insegnino molti italiani», conferma Silvia Camilotti, dottoranda in Lingue, culture e comunicazione interculturale all’Alma Mater Studiorum di Bologna. «Le persone valide non lo diventano negli Stati Uniti, ma è anche vero che molte non hanno a disposizione in Italia gli strumenti per esprimere le proprie potenzialità». La ricercatrice, esperta in letteratura della migrazione, sta concludendo il suo percorso di studi all’Università di Brown, a Providence, uno dei primi nuclei di approdo degli immigrati europei all’inizio del Novecento e dove tuttora c’è una comunità italiana molto attiva e organizzata. «E’ significativo che oltre la metà delle domande di ammissione al dipartimento di Italian Studies dell’Università di Brown provenga da italiani». E a sostegno dei venti connazionali, rassicura: «Non c’è ragione di credere che i fatti recenti sminuiscano la stima che gli americani nutrono da sempre nei confronti degli italiani che studiano e lavorano seriamente negli Stati Uniti».

Il bel Paese visto dall'Università americana

Alessio Filippi, lettore di italiano alla University of Southern California, non è rimasto sorpreso dall’articolo pubblicato dal New York Times sul declino dell’Italia: «Ho letto parte del pezzo, ma non l’ho finito. Non mi incuriosiva: noi italiani abbiamo già ricevuto giudizi del genere». Non c’è vittimismo nelle parole di Filippi, anzi: «Penso che meritiamo certi apprezzamenti; lo riconosco con amarezza». Pur essendo italiano, Alessio Filippi conosce bene gli americani perché da anni si dedica alla diffusione della cultura del bel Paese presso le università degli Stati Uniti: «Gli americani non esprimono pareri sulla situazione politica dell’Italia perché ne sanno poco. Sono troppo pieni di sé per pensare agli altri Paesi; lo fanno solo quando gli fa comodo e in maniera approssimativa». Riguardo all’opinione degli americani sugli italiani che vivono o lavorano negli Usa, Filippi è meno categorico: «Probabilmente il loro giudizio cambia a seconda del lavoro o del ceto sociale degli italiani all’estero. In generale, siamo visti abbastanza bene, almeno nelle grandi città, ma la conoscenza che gli americani hanno della nostra cultura è superficiale, per non dire solo gastronomica». E riguardo alla sua esperienza personale aggiunge: «Credo di essere stimato come professionista».
Gli statunitensi sono disinteressati anche rispetto all’economia: «Non hanno interesse per la condizione economica dell’Italia – spiega Filippi – ma sono consapevoli degli alti costi cui bisogna far fronte per vivere nel nostro Paese, come studenti o come turisti». A dispetto del giudizio espresso dal New York Times, sempre più americani scelgono di studiare la lingua italiana all’università; si moltiplicano corsi e dipartimenti dedicati alla cultura del bel Paese. Nancy Eder, del dipartimento di italianistica dell’Università di New York, racconta: «Abbiamo circa trecento studenti che studiano italiano. I giovani universitari sono sempre più presi da cultura, arte, cinema e letteratura italiana. Promuoviamo inoltre scambi con la città di Firenze; l’iniziativa riscuote consensi sempre maggiori». Riguardo all’interesse crescente per la lingua italiana, Alessio Filippi è molto scettico: «Probabilmente è solo una moda e, in quanto tale, passeggera. Domani sarà la volta del cinese».

[paolo rosato, marzia de giuli, giovanni luca montanino]
continua

ECONOMIA

Il governatore Draghi: “Diminuiscano le tasse ma non aumenti il debito pubblico”

Il sistema finanziario italiano è relativamente poco esposto alla crisi dei mutui subprime. Più pesante risulta semmai nel nostro Paese l’effetto sui consumi delle famiglie e quindi sulla crescita, che è prevista in calo nei prossimi trimestri. Ad aumentare sarà invece il divario tra l'Italia e il resto d’Europa.
È con questa riflessione che il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi ha aperto il Forex (congresso degli operatori del credito e della finanza) che si è svolto a Bari il 19 gennaio.

Per evitare una crisi economica la riduzione delle imposte è una buona misura che può far sollevare la propensione al consumo, ma gli sgravi fiscali devono comunque essere accompagnati da una riduzione della spesa corrente per non far aumentare il già elevato debito pubblico. Del resto, ha aggiunto Mario Draghi, «solo la crescita dell’efficienza produttiva e dell’offerta di lavoro offre sostegno duraturo allo sviluppo».
Il governatore ha comunque sottolineato come «i dati dell’Istat per i primi 9 mesi del 2007 mostrano conti pubblici migliori che in passato».
A preoccupare rimane piuttosto l’inflazione, tenuta alta dalla crescita del prezzo del petrolio e degli alimentari. L’obiettivo primario della politica monetaria della Bce, a partire dalle azioni sui tassi d’interesse, rimane così la stabilità dei prezzi, di cui Mario Draghi sottolinea la crucialità anche in chiave occupazionale nell’area dell’euro.

[giuseppe agliastro]
continua

ENERGIA

Salgono i prezzi, cresce il fenomeno della fuel poverty

Classi energetiche, protocollo di Kyoto, biocarburanti: è fantascienza per gli italiani colpiti dalla fuel poverty. Sono circa il 57% delle famiglie e hanno difficoltà a pagare la bolletta del gas e dell’elettricità. Riscaldare la casa è difficile soprattutto per i single, sia giovani sotto i 35 anni sia pensionati oltre i 65, che impegnano buona parte del reddito nell’affitto. Non va meglio per le famiglie monoparentali e per chi vive al Sud, in particolare in villette a schiera, poco isolate termicamente. I più indietro col pagamento delle fatture, manco a dirlo, sono gli assegnatari degli alloggi popolari, assolutamente inefficienti sul fronte energetico. A Milano, per esempio, gli edifici dell’Aler (Azienda lombarda edilizia residenziale) hanno un’età media che supera i 30 anni e non rispondono ai requisiti previsti dalla legge 373 del 1976, varata all’indomani della crisi energetica mondiale.

Ma la risposta a questo problema, che rischia di diventare emergenza se il prezzo dell’energia continuerà a lievitare, non è la tariffa sociale. Non implica benefici per l’ambiente né equità, perché i suoi costi si riversano sulla classe media, sempre più schiacciata verso il basso. La soluzione? Secondo il professor Giovanni Cocco, docente all’Università Bicocca, bisogna investire sugli interventi strutturali. È una politica costosa, ammette Cocco, ma è l’unica sostenibile nel tempo, e ce la impone anche l’Unione europea. Nel 1991, Bruxelles diramò la direttiva 2002 sulle strategie di tutela ambientale e risparmio energetico; il testo non conteneva alcun riferimento alle tariffe sociali, vincolando quindi gli Stati a provvedere unicamente in maniera strutturale. Il piano per l’energia della regione Lombardia, ammette lo studioso, è in linea con il dettato comunitario, ma lo recepisce solo marginalmente. Sono previsti interventi strutturali su appena il 5% degli alloggi Aler.
L’Autorità per l’energia elettrica e il gas ha approvato a dicembre un decreto sulle compensazioni sociali. Obiettivo: calmierare i prezzi per le fasce più deboli. Ma l’uovo di Colombo, conclude Cocco, si avrebbe solo risparmiando nella filiera produttiva e investendo parte dell’incremento tariffario in interventi finalizzati al risparmio energetico. Altra soluzione: riaprire il capitolo del nucleare e puntare sui termovalorizzatori, come vorrebbe Massimo Buscemi, assessore alle Reti, servizi di pubblica utilità e sviluppo sostenibile della regione Lombardia.


[ornella sinigaglia]
continua

ISTAT

Istat: una famiglia su due vive con meno di 1900 euro al mese

Il reddito medio delle famiglie italiane si attesta intorno ai 2.300 euro al mese, ma la metà vive con meno di 1.900 euro mensili, 1.872 per la precisione. È questo quello che emerge dal rapporto Istat “Distribuzione del reddito e condizioni di vita in Italia 2005-06”.
I problemi che le famiglie italiane devono affrontare per arrivare alla fine del mese sono vari: il 28,4% dei nuclei familiari non riesce a sostenere una spesa imprevista di 600 euro, il 16,8% non ha i soldi per rinnovare il guardaroba, il 10,4% non riesce a scaldare la casa adeguatamente, un altro 10,4% non ha i soldi necessari per affrontare le spese mediche, il 9,3% paga le bollette in arretrato, il 4,2% ha addirittura difficoltà nell’acquisto degli alimentari.
Le sacche di malessere sono evidenti, ma a preoccupare dovrebbero essere soprattutto le differenze economico-sociali che sono tra le più alte in Europa e il divario tra nord e sud: mediamente in Italia il 14,6% delle famiglie arriva con difficoltà alla fine del mese, ma si passa dal 3,4% delle provincia autonoma di Trento al 23,5% della Sicilia e addirittura al 23,8% della Campania. In media le famiglie dell’Italia meridionale e insulare hanno un reddito disponibile inferiore del 30% rispetto a quelle del nord. A fare la differenza nel reddito familiare sono il luogo di nascita, il sesso, il titolo di studio e il numero dei figli.
Proprio ieri il governo ha annunciato per fine mese l’inizio della discussione con sindacati e imprese. Cinque i temi di discussione previsti: riduzione della pressione fiscale, modello contrattuale, rinnovo dei contratti, contenimento di prezzi e tariffe, sicurezza sul lavoro. Intanto il segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni, ha dichiarato che Cgil, Cisl e Uil potrebbero indire uno sciopero generale tra il 15 e il 20 febbraio nel caso non si ritengano soddisfatte dell’andamento della trattativa con il governo.


[giuseppe agliastro]
continua

ENOGASTRONOMIA

Un viaggio da leccarsi i baffi

Enologia, gastronomia e cultura. È quanto hanno voluto riunire in un’unica manifestazione i promotori di Primavera prosecco doc che, in occasione della sua tredicesima edizione, riunisce 15 mostre dei vini delle colline trevigiane per assaggiare le eccellenze gastronomiche tipiche della zona. Superare i quasi trecentomila enoturisti italiani e stranieri dello scorso anno è l’obiettivo dichiarato del comitato organizzativo, che coinvolge molte realtà e istituzioni del territorio: provincia di Treviso, Comunità montana prealpi trevigiane, comitato provinciale Unpli, associazione “Strada del prosecco doc” e associazione “Altamarca”.

A giustificare aspettative tanto ambiziose è la star della manifestazione, il prosecco doc che, nella versione spumante, è il più bevuto in Italia e che negli Stati Uniti aveva superato le vendite dello champagne già lo scorso anno. Una preminenza a livello internazionale consolidata dal successo riscosso nel 2007 anche in Russia e Cina. Il primo appuntamento è per il 16 febbraio a Vidor, mentre la chiusura avverrà il 15 giugno a San Pietro di Feletto. Solo a questo punto le commissioni d’assaggio si riuniranno in villa dei Cedri a Valdobbiadene per valutare tutti i vini presenti nelle singole mostre: i migliori di ogni tipologia diventeranno così i Calici di…vini 2008. I campioni verranno premiati il 25 luglio nell’aula magna della scuola enologica di Conegliano e potranno essere degustati i giorni successivi. A fare da contorno la possibilità di assaporare anche i prodotti tipici del territorio come radicchio, olio, miele, formaggi, marroni, ciliegie, insaccati e altre manifestazioni collaterali: dal motocross alle celebrazioni per il novantesimo anniversario della fine della Grande guerra.
Un programma ricco che comprende anche iniziative educative. Innanzitutto un concorso rivolto alle scuole dell’obbligo e denominato Sguardi sul territorio. In secondo luogo un progetto di sensibilizzazione per un bere moderato e di qualità. All’interno di ogni mostra sarà presente uno stand informativo sulle problematiche del bere in eccesso e le relative ripercussioni sulla sicurezza stradale. Etilotest monouso verranno messi a disposizione del pubblico per accertare che il tasso alcolemico sia entro i limiti di legge per mettersi alla guida. Si terrà inoltre un forum tra produttori, asl locali, autorità di pubblica sicurezza, organizzatori delle mostre e pubblica amministrazione per mettere a confronto normative e proposte sul tema.

[cecilia lulli]
continua

TERREMOTO MASTELLA

Il ritratto del Guardasigilli

Il caso Mastella è sempre in primo piano. Confermate le dimissioni del Guardasigilli, adesso sotto inchiesta insieme alla moglie. Ecco cosa ne pensano alcuni giornalisti che si sono occupati da vicino del sistema di potere in Campania: Giorgio Bocca, editorialista dell’Espresso, Mario Orfeo, direttore del Mattino di Napoli e Andrea Cinquegrani, dell’organo di controinformazione La voce delle voci.

ascolta il servizio


[francesco segoni]
continua

AGRICOLTURA

Confagricoltura, meno burocrazia per eliminare la precarietà

Snellire la burocrazia per favorire la regolarizzazione dei lavoratori del settore agricolo. È uno dei benefici che, secondo Confagricoltura, la legge 55 approvata il 24 dicembre in Parlamento potrà apportare all’occupazione nell’agricoltura. Federico Vecchioni, presidente di Confagricoltura, spiega che la legge, di attuazione del protocollo del 23 luglio 2007 siglato tra ministero del Lavoro e parti sociali, è uno dei primi interventi di modernizzazione per raggiungere semplificazione, efficienza, sostenibilità e trasparenza.

L’apparato burocratico che investe l’agricoltura, rileva uno studio dell’organizzazione, coinvolge circa un migliaio di istituzioni: 50 istituzioni a livello centrale, 300 regionali (con una media di 15 enti e istituti per regione), 356 comunità montane, e poi Asl e province. Gli adempimenti per la gestione dei rapporti di lavoro sono oggi 15 per i dipendenti italiani e più di 20 per gli stranieri, che costano all’impresa 100 giornate lavorative l’anno, ricorda Vecchioni. «Questo - conclude il presidente - finisce per colpire in termini di competitività chi sceglie la legalità per i lavoratori stagionali».
Un correttivo, insomma, alla precarietà indotta dalla stagionalità delle colture e dalla richiesta di braccianti solo in determinati periodi dell’anno, per questo difficilmente assunti con contratti regolari. La legge regola inoltre il regime dei contributi per il fondo di cassa integrazione per i lavoratori del settore, e riduce fino al 20% i contributi Inail perché, come hanno testimoniato le parti sociali, gli infortuni nel settore agricolo sono a livelli bassissimi. L’organizzazione degli imprenditori agricoli prevede la realizzazione di un efficiente regime di cassa integrazione per i lavoratori, attualmente previsto solo per i contratti a tempo indeterminato e utilizzata per lo più nel settore florovivaistico.
Il protocollo firmato a luglio 2007 era stato richiesto proprio dalle imprese agricole per introdurre maggiori garanzie di sicurezza sul lavoro, stabilizzarlo e garantire un processo formativo ai lavoratori, in un’ottica che vede nel welfare uno strumento e non un freno per lo sviluppo.


[ornella sinigaglia]
continua

ASTRONAUTI

Paolo Nespoli, l’uomo dello spazio


Dalle stellette alle stelle. Una strada né breve, né facile, ma possibile. Paolo Nespoli ce l’ha fatta. Un percorso cominciato nel 1977 alla scuola di paracadutismo di Pisa e giunto al culmine con la missione Space Shuttle Atlantis dove l’agenzia spaziale europea (Esa) dopo un lungo addestramento, lo scorso ottobre lo ha lanciato in orbita. In mezzo tante esperienze: incursore con il battaglione d’assalto Col Moschin di Livorno, due anni in Libano dal 1982 al 1984 al seguito del contingente Italcom e una laurea in ingegneria meccanica riconosciutagli dall’Università di Firenze.

Un personaggio come Paolo Nespoli è il testimonial ideale per le forze armate che lo hanno invitato a raccontare la sua esperienza davanti a un folto pubblico composto da autorità militari, politiche e tanti bambini. Sono soprattutto loro ad essere affascinati dalla figura dell’astronauta. E proprio i più piccoli, i soldati di domani, sono i principali destinatari dell’evento, organizzato, guarda caso, dal distaccamento lombardo dell’ufficio promozione reclutamenti. Detto questo, la scelta è stata decisamente azzeccata. Paolo Nespoli è un uomo colto e umile, e quando il Presidente del consiglio comunale di Milano, Manfredi Palmeri lo presenta come “angelo ed eroe”, Lui nega e rispedisce al mittente l’aura retorica che le autorità politiche e militari hanno cercato di costruirgli intorno. Quando prende la parola, la platea è subito rapita perché Nespoli è un ottimo oratore e la sua presentazione diretta e coinvolgente. Scorrono in video le dure fasi dell’addestramento, effettuato in Canada e in New Mexico, le riprese mozzafiato della partenza e le immagini del colloquio in orbita con il Presidente della Repubblica Napolitano. Non mancano però le curiosità e, quando una bambina gli chiede come se la sbrigavano con il bagno, Nespoli risponde divertito ma non troppo: «In effetti è un problema concreto perché in assenza di gravità non è facile. Tanto che nell’addestramento hanno inserito una simulazione in cui dobbiamo riuscire a….centrare il buco». E in chiusura c’è spazio per una licenza poetica che Nespoli dedica soprattutto alle giovane generazioni: «Guardate avanti e puntate sempre in alto:le stelle non sono poi così lontane». Se lo dice lui, c’è da credergli.

[luca aprea]
continua

ARTE

Scoperta un’Adorazione di Procaccini

Il cardinale Gabriele Paleotti di Bologna, alla fine del sedicesimo secolo, consegnò ai posteri una mirabile definizione dell’opera d’arte sacra: secondo il porporato l’opera deve saper “dilectare” cioè essere piacevole; ma doveva anche “docere”, ovvero esser fonte d’insegnamento; doveva altresì “movere”, quindi anche essere una spinta per il fedele, un invito alla meditazione. Camillo Procaccini(nella foto il suo "Sogno di Costantino"), pittore emiliano, durante l’ultima decade del 1600 dipinse una tela dotata di una luminosità caravaggesca, che aveva come preciso obiettivo proprio quello di “dilectare”.

Il dipinto è stato ritrovato, offuscato dalla polvere, nella sacrestia grande della chiesa di Sant’Antonio Abate a Milano, e non si tratta, come all’inizio si era ipotizzato, di una Natività: la presenza di un coro di angeli, infatti, la qualifica come un’Adorazione del bambino.
Dopo un minuzioso restauro, patrocinato da Banca Mediolanum, l’opera è stata riproposta con un battesimo ai piedi dell’altare della chiesa di Sant’Antonio Abate. Presenti in pochi, tra cui Vittorio Sgarbi, assessore alla cultura del comune di Milano, ed Ennio Doris, presidente di Banca Mediolanum, oltre al critico d’arte Stefano Zuffi. Sgarbi ha sottolineato l’importanza delle correnti pittoriche lombarde: «Il dipinto del Procaccini fa parte di una prolifica produzione di pre-caravaggeschi, che ha visto protagonisti anche Tanzio da Varallo e Francesco Cairo. Procaccini è un precursore del Maestro, ma rispetto al Merisi nelle sue opere esprime meno realismo». Stefano Zuffi, invece, fa la storia del dipinto: «La tela si trovava inizialmente nella prima cappella a sinistra della chiesa; poi è passata a ornare la controfacciata, pur essendo stata concepita come pala d’altare. Quella di Procaccini era un’attività soprattutto diocesana. Ma è sotto la guida di san Carlo Borromeo, nei primi anni del Seicento, che il pittore comincia a produrre immagini sacre tipiche della controriforma, come questa». L’Adorazione del bambino sarà visibile al pubblico a partire dalla prossima primavera.

[paolo rosato]
continua