CONFLITTO DI GAZA

Intervista a Nahum Barnea

«Non ci sono dubbi che le operazioni militari organizzate da Israele sono state condotte ad ampio spettro. Il punto è che sono durate anche molto più a lungo di quanto ci si aspettasse», racconta da Gerusalemme Nahum Barnea, una delle penne più autorevoli del giornalismo israeliano, intervistato in esclusiva da m@g. Barnea, che scrive per il quotidiano Yedioth Ahronoth e ha vinto il premio Israel Prize per la comunicazione, ha perso un figlio nel 1996, in un attentato kamikaze di Hamas a un autobus di linea. Al funerale ha perdonato pubblicamente l’assassino, considerandolo vittima della stessa tragedia che affligge il popolo palestinese. Da anni si spende per favorire il dialogo nell’ambito del conflitto arabo-israeliano.

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[viviana d'introno e cesare zanotto]

L'INTERVISTA

La voce della libertà

Yang Lian, nato in Svizzera nel 1955 ma cresciuto a Pechino, è oggi uno dei maggiori poeti contemporanei e una tra le voci più importanti della dissidenza cinese. Esiliato dalla Repubblica Popolare Cinese dopo avere duramente criticato nel 1989 la repressione di Piazza Tiananmen, vive all’estero da vent’anni. È stato candidato al Premio Nobel nel 2002 e le sue poesie sono state tradotte in 25 lingue. Yang Lian interpreta lo spirito della millenaria cultura cinese attraverso la sua esperienza da esule. Una riflessione sulla condizione generale dell’uomo ma anche un invito alla speranza per milioni di cinesi che chiedono democrazia.

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[marzia de giuli e luca salvi]

L'INCHIESTA

È un’emergenza che dura da oltre vent’anni. I territori tra Napoli e Caserta sono uno stato nello stato dove l’unico potere reale è quello della Camorra. Nonostante i blitz, gli arresti e l’invio di soldati e poliziotti, i clan continuano a fare affari in un cono d’ombra in cui convivono l’economia legale e la politica. Ne abbiamo parlato con Andrea Cinquegrani, direttore de La Voce della Campania (oggi La Voce delle Voci).

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[alberto tundo]

MARIO CAPANNA

Onda e '68 a confronto

Quarant’anni dopo la protesta che ha segnato un’epoca, gli studenti italiani sono ancora in piazza. Secondo alcuni osservatori, l’Onda, che contesta la riforma Gelmini, è la fotocopia del’68. Altri la pensano diversamente. Mag ha chiesto un’opinione a Mario Capanna, ex studente dell’Università Cattolica e leader del movimento nel 1968.

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[cesare zanotto]

CIBO E MEMORIA

Viaggio nel gusto italiano


La relazione tra il cibo e la memoria è uno degli aspetti più profondi e antichi della cultura italiana e internazionale. Emblema di questo nesso è la madeleine che risveglia i ricordi dell’infanzia di Marcel Proust nel romanzo Alla ricerca del tempo perduto . Che cosa pensano i gourmet più affermati e i cuochi più celebri del nostro Paese del rapporto tra lo stile di vita dei nostri tempi e i cambiamenti nel gusto culinario, sempre più lontano dalla tradizione culinaria? La risposta nel servizio.

[francesco perugini]

GIORGIO BOCCA

Intervista sulla crisi del giornalismo italiano


Nessuno meglio di Giorgio Bocca può aiutarci a riflettere sulla crisi che sta vivendo oggi la professione di giornalista. "E' la stampa, la bellezza!", il suo nuovo libro vuole essere un'occasione per riflettere sul destino di un mestiere che sembra aver perso le sue virtù. In Italia la carta stampata appare schiacciata dalle pressioni della politica e dell’economia, incapace di reagire allo strapotere della comunicazione televisiva, non più in grado di scandagliare i mutamenti reali della società. Abbiamo approfondito queste e altre questioni nell'intervista.

[gaia passerini]
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LIBRI

Vedere oltre il confine, uno alla volta

Il limite è lì: lontano, più o meno lontano. Per delineare un orizzonte o imporre un confine. Ma quando una maglia si allarga e si riesce a intravvedere cosa c’è dall’altra parte, che succede? Nove scrittori - Baricco, Benni, Carofiglio, Covacich, Dazieri, Di Natale, Giordano, Pascale, Starnone – hanno provato a raccontarlo.

Si presenta così Mondi al limite (Feltrinelli, pagg. 180, euro 14), una raccolta di nove storie legate dal filo di Medici senza frontiere. Gli autori hanno risposto all’appello della più grande organizzazione umanitaria indipendente di soccorso medico, partendo per una delle missioni nelle aree di crisi, agli angoli della Terra, per poi farne nascere nove racconti. Si sono imbarcati per la Cambogia, la Repubblica Democratica del Congo, la Thailandia, il Pakistan, il Brasile, la Colombia, la Somalia. A volte le destinazioni sono raggiungibili solo «con un chessna, un aereo talmente piccolo che i bagagli vanno sistemati nelle ali. E quando sobbalzi sbatti con la testa contro il soffitto». Per altre basta ripercorrere le strade battute per una vita intera. Come Domenico Starnone, che scopre con stupore che uno degli angoli della Terra dove Msf opera è proprio la sua Napoli, considerata area a rischio (insieme al casertano e ad alcune zone del Sud d’Italia) per le condizioni disumane in cui vivono gli extracomunitari.

Non una discesa agl’inferi. E nemmeno un incontro con degli eroi (una definizione che agli operatori di Msf proprio non va giù). Ogni storia è il racconto di un’andare oltre. Chi scrive ha negli occhi agonie dimenticate, come quelle dei «piccoli ossuti cambogiani che muoiono di febbre e tubercolosi nelle proprie palafitte». Parla di «ferite sulle quali si posano gli insetti», di malati che vogliono iniezioni, flebo, perché «se gli dai una pillola pensano che sia troppo poco medica». O di incontri folgoranti con uomini come Naing Nay, che «ha 54 anni, è birmano, ed è malato di Aids. Non ha nessuno, non ha niente. Per la precisione è proprietario di undici oggetti, che sono tutti nel raggio di tre metri da lui. Un bastone, un bidone come comodino, una pentola, una coperta. Alla parete, un orologio di plastica rosa, con delle figure infantili, qualcosa come dei gattini, o fiori».

Ma è proprio da questo ballo verticale che si muove fra le lamiere, il tanfo delle discariche, le mani sudate e gli sguardi liquidi e febbricitanti di chi non ha scampo, che nasce un lento bisogno di perdersi, di dimenticarsi di sé. «Un’ossessione crescente di assorbire tutto, ficcare ogni cosa nel corpo come se fosse una grande sacca accogliente». Perché dopo lo spaesamento, dopo la nausea e la rabbia di fronte ai diritti umani martoriati, la penna di più d’uno dei narratori si lascia disarmare, tanto da chiedere a uno degli operatori, con un’ ingenuità nuda simile a quella di un bambino: «“Ma come si fa a salvare il mondo?”. Sorride il medico, dopo una giornata di vaccinazioni. “Uno alla volta”, risponde». Uno alla volta.


[tiziana de giorgio]
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MINORI ABBANDONATI

Un libro per i nipoti di Ceauçescu

“Rabbia, gioia, felicità, amarezza” . Emozioni. E’ la Romania di don Gino Rigoldi.“Di occhi che brillano”. Dove un bambino all'improvviso può saltarti sulle ginocchia chiedendo di fargli da genitore:”fai il mio papa?” Una proposta difficile da dimenticare. Bambini soli, migliaia, e genitori mancati. La Romania è una terra di povertà e sopravvivenza. Di potenzialità mortificate da 22 anni di dittatura. Retaggi, strascichi, disperazione. Bisogna capire, prima di giudicare, abbassare l’indice. E' facile e insieme difficile. Per Anna si tratta di “andare, vedere e tornare tormentati”. Ma la sua è un’esperienza comune a centinaia di volontari che operano nell’ex impero di Ceauçescu. Esperienze intense, sempre sofferte; ora condensate nelle pagine di un libro: Amintare. Il tentativo è quello di rompere il silenzio. “Perché – spiega ancora Anna - niente è peggio che tacere”. Già il titolo racconta di una nostalgia, gli amintare sono ricordi: braccialetti che i bambini regalano ai volontari alla partenza, in segno di ringraziamento per essersi presi cura di loro.

“Ci sono momenti, in cui ti senti inutile, impotente, poi capisci che non sei lì per rivoluzionare le cose ma per donare loro un po' di bene”. In realtà , Bambini in Romania, l'onlus nata nel '99 a Milano, di bene ne ha dato molto. Incentivando la realizzazione di strutture per la formazione minorile ma anche promuovendo campagne preventive contro l'abbandono. Una piaga ancora sanguinante, ereditata dall'era Ceauçescu quando la contraccezione era proibita. Molte famiglie – spiega un volontario- erano allora costrette a portare i figli in istituto per dargli una chance di sostentamento: era un gesto d'amore. Questi bambini erano educati dallo Stato. «Oggi - spiega don Gino - la Romania è diventata un grande cantiere, sono più i cantieri che gli operai, e speriamo che la crisi non cambi le cose. Ma è una nazione ancora in cerca d'identità». Perché gli stati usciti dal mondo comunista hanno perso numerosi punti di riferimento. «E purtroppo- sospira ancora don Gino - non c'è una tradizione di cura verso gli adolescenti. C'è gente buona però. In ogni caso la Romania avrebbe bisogno di un compagno di strada non di un benefattore». L’Italia potrebbe fare qualcosa, anche partendo dal proprio territorio. “A Milano, ad esempio, si possono trovare molte energie positive”. Il problema, in questo caso, è la mancanza d’informazione.

«Ci sono storie che a raccontarle fan perdere lettori ma ne vale sempre al pena». Giangiacomo Schiavi, capo cronaca del dorso milanese del Corriere, ricorda la storia di Miky, un bambino clandestino che voleva andare a scuola. Il caso fu scoperto da un’inchiesta di Fabrizio Gatti sui campi rom e, subito, rimbalzò sulle pagine del Corriere. Tutte le mattine le maestre dell’asilo andavano alle baracche, a prendere il bambino per accompagnarlo alla scuola materna. Di nascosto perché i genitori erano irregolari. In breve divenne il migliore della classe. Quando la notizia venne fuori per alcuni scattò la solidarietà. Per altri la polemica. Volevano farne un caso esemplare: era clandestino? Andava espulso, non aiutato. Anche i lettori si divisero ma alla fine vinsero le buone intenzioni. Oggi Miky è in terza liceo grazie ad una borsa di studio, ed è ancora il più bravo. Purtroppo in Romania di Miky ce ne sono tanti, abbandonati persino dai genitori. Proprio a loro è dedicato il lavoro di don Gino Rigoni e della sua squadra. «Siamo fortunati a donare l’occasione di un sorriso – dice - ci costa niente. Davvero, non chiamateci bravi, siamo solo fortunati».


[ivica graziani]
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LETTERATURA

Parola, luogo della memoria

«Chi sei?». «La figlia di Maria». Tsili Kraus è una bambina ebrea abbandonata dalla famiglia perché ritardata. Genitori e fratelli sono fuggiti dalla macchina di sterminio nazista, ma a lei hanno detto che tutto va bene, l’importante è rimanere a badare alla casa. Tsili ha paura, Tsili è sola, Tsili scappa. Non sa di preciso chi sia questa Maria, poco importa. È un nome che ha sentito in casa, un nome importante che dà sicurezza. Maria è la prostituta della zona, ma Tsili non sa nemmeno cosa sia una prostituta. Così nasce Paesaggio con bambina, il romanzo che chiude la trilogia della memoria di Aharon Appelfeld, dopo Badenheim 1939 e Storia di una vita, entrambi pubblicati da Guanda.

Paesaggio con bambina è un omaggio al ruolo della memoria della parola, un argomento molto caro ad Appelfeld, tanto da dedicargli una Lectio magistralis presso il circolo culturale di Milano. L’autore israeliano è partito dall’esperienza personale per spiegare come la memoria sia il vero strumento dell’immortalità. Appelfeld ha un trascorso tragico. Orfano della Shoa, fuggì a soli 8 anni da un campo di concentramento per poi unirsi a un gruppo di criminali ucraini e approdare nel 1946 in Palestina. A monte di un trascorso così brutale, cosa serve conservare e rimembrare questi eventi? «A salvarmi dalla devastazione interiore è stata proprio la memoria – spiega durante la Lectio Appelfeld – i miei genitori e la casa dei nonni nei Carpazi mi sono rimasti dentro per tutto il periodo della guerra. Li ritrovavo ogni giorno e ogni notte, mentre continuavo a ripetermi: se li vedo con tanta chiarezza, allora significa che sono vivi e che presto torneranno da me». Purtroppo non fu così. Ma allora che fare delle immagini devastanti della Shoa? «Bisogna ammettere la verità: non si può vivere per molti anni scortati da immagini del genere – continua lo scrittore –. Facciamo fatica a comprendere la morte anche di una sola persona, come potremmo conservare dentro di noi quella di decine, di centinaia? Chi è sopravvissuto alla Shoa tiene lontana quella memoria, quasi deve scappare, per vivere. Non è affatto strano che i sopravvissuti abbiano trasmesso ai propri figli ben poco di quella loro esperienza di morte: che cosa avevano da comunicare? Orrore e ancora orrore». Eppure secondo Appelfeld, alle spalle del mostro nazista, si è intravvisto un barlume di luce, di speranza, che ha dato la forza di reagire ai superstiti dell’olocausto: «Ciò che ha salvato i sopravvissuti dal pessimismo assoluto e dalla perdita totale della fiducia nell’uomo è il barlume di luce intravvisto in quella fitta tenebra. Che cosa intendo dire? Che chi è scampato deve la vita a qualcuno che nei momenti più disperati e tragici è stato capace di rivolgergli una parola di conforto, gli ha teso una mano quando non riusciva a tenersi in piedi».

La memoria di cui parla Appelfeld prende la forma di un’entità collettiva e non personale. Non si tratta della stesura di una cronaca, di una biografia, ma della metafora di un dramma collettivo. La storia di Tsili potrebbe essere la storia stessa di Appelfeld, ma allo stesso tempo la narrazione delle vicissitudini di tutti gli orfani della Shoa che nel 1946 navigavano verso Sion, la terra promessa, in attesa di un riscatto. Questo rifiuto biografico avvicina Appelfeld a Vasilij Grossman e al suo Vita e destino, recentemente riedito da Adelphi. Ebbene, le storie di decine e decine di volti, dal campo di Treblinka al fronte di Stalingrado, prendono forma in un unicum, nella storia stessa della Madre Russia, la ricerca di un io nella storia di tutti. È dunque in questa chiave che Appelfeld plasma la storia di Tsili, utilizzando il paesaggio come eco continua della memoria della famiglia. Un’eco necessaria ad allargare i confini della conoscenza dell’individuo, perché, come dice Appelfeld, «senza memoria, la nostra vita ha un perimetro ristretto. Ricordare è vivere se stessi».


[francesco cremonesi]
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AFRICAN INFERNO

Mai dire negro

La vita di molti neri in Africa è un inferno. Ma lo è anche quella di molti africani in Italia. E può esserlo anche quella degli italiani che ogni giorno devono convivere con loro. Da queste riflessioni nasce il titolo dell’ultima fatica letteraria di Piersandro Pallavicini: African inferno. Un romanzo sulla multietnicità che, però, non si occupa delle classiche tematiche che i media ci propinano ogni volta che si parla di immigrazione.

Le carrette del mare, lo sfruttamento della prostituzione e il narcotraffico, in African inferno, appaiono solo come rappresentazioni sociali riflesse nella testa, e nei discorsi, degli italiani. Gli immigrati africani descritti da Pallavicini sono lavoratori, muniti di regolare permesso di soggiorno, e dotati di competenze superiori a quelle della maggioranza dei bianchi che stanno loro intorno. Arrivati in Italia, già muniti di una laurea, hanno scelto di continuare a studiare per costruirsi un futuro migliore. Ma faticano a trovare una casa perché i proprietari non si fidano dei “negher”. E, spesso e volentieri, si ritrovano con un lavoro al di sotto delle loro capacità. Ma Pallavicini ci mette sotto gli occhi anche le loro superstizioni e i loro sentimenti razzisti e antidemocratici. Questo ritratto, nella prosa dello scrittore pavese, si riflette negli atteggiamenti machisti ed etnocentrici di Richard: il camerunese fanatico di Emilio Fede e delle nuove Brigate Rosse. Nelle superstizioni di Joyce: il congolese videoartista e play boy incallito. E nei segreti, celati dietro lo schermo di un computer, dell’introverso Modestin. Nel romanzo i pregiudizi degli italiani e quelli della comunità nera non si guardano mai in faccia, non arrivano mai ad un confronto diretto. C’è sempre uno che abbassa gli occhi. Però sembrano avvicinarsi, e quasi stringersi la mano, negli sguardi che Jadore, la sorella di Joyce, riceve quando passeggia con il suo nuovo fidanzato bianco.

Tutti questi elementi girano intorno a Sandro: un impiegato comunale in soprappeso che ha scelto di vivere in mezzo ai neri fino a diventare quasi uno di loro. E che vede nel rapporto fraterno che ha stabilito con Joyce e con Richard l’unico legame con il ragazzo che è stato. Nell’opera si intrecciano tre piani narrativi, ognuno con un narratore uguale e diverso a quello degli altri. Uno è il quarantenne in soprappeso Sandrone: che per una scappatella, consumata insieme al suo amico Joyce, ha mandato in frantumi la sua famiglia. Un nucleo perfetto e bianchissimo che vedeva in quel videoartista congolese, che Sandro gli aveva imposto come padrino per il battesimo di sua figlia, un corpo estraneo. L’altro è il Sandro tornato single: un uomo che, perdendo tutto, ha cercato nei suoi vecchi ideali gli elementi per costruire una sorta di utopia personale. È andato a vivere con due neri, li ha fatti diventare gli zii di sua figlia e, più volte, si è mostrato pronto a rischiare il tutto per tutto per aiutarli. E il terzo è il Sandro ventenne che ascoltava l’hip hop di sinistra e che frequentava i centri sociali. Un ragazzo che, all’inizio di Tangentopoli, era convinto di poter costruire una società migliore sulle ceneri della prima repubblica. Forse anche grazie alla sua professione di chimico, e alla sua passione per la cucina, Pallavicini è riescito a dosare tutti questi elementi nell’intreccio narrativo con precisione e creatività.

African inferno entra in profondità nella complessità delle società multietniche. Mettendo a nudo l’ingenuità di una certa visione, buonista e perbenista, che pensa che l’integrazione sia solo una questione di regole e di convenzioni da seguire. E la violenza di una certa politica populista che si abbatte sugli immigrati onesti e non, come si vorrebbe far credere, sui delinquenti. Il qualunquismo della società civile mostra l’impossibilità dell’Italia di accettare un immigrazione della quale però essa necessita. Il tutto si tramuta in una comunità esplosiva: in cui i pregiudizi regolano i rapporti interpersonali e pericolosi sentimenti di vendetta covano, nei cuori, sotto le teste chinate di fronte al potente di turno. Ma Pallavicini ci lascia con una speranza. Perché, sì, la vita può essere un inferno. Ma il sorriso di tua figlia, e l’abbraccio di un amico, possono darci quel refrigerio necessario per andare avanti e per continuare a sognare un futuro migliore.


[andrea torrente]
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POLITICA

Se a sinistra c'è un Mondo Nuovo

Se il centro sinistra italiano sta vivendo un momento cruciale, con il cambio di dirigenza del Partito Democratico, la sinistra sta attraversando addirittura una travagliata transizione verso un nuovo panorama partitico tuttora indefinito. Ma i momenti di crisi sono anche i più adatti per fermarsi e guardare al passato alla ricerca delle proprie radici, per ritrovare una parte di se stessi. Ecco allora Fausto Bertinotti, in veste di militante uscente dal partito che lui stesso ha fondato e guidato come segretario per tredici anni, Rifondazione Comunista, intervenire alla presentazione milanese del «Mondo Nuovo» e le origini del Psiup, libro di ricerca storica dell’ex sindacalista Anna Celadin.

Il volume ripercorre in quattro capitoli la storia del Partito socialista dal 1956 al primo governo di centro sinistra del 1963. Nel gennaio successivo nacque il Partito socialista di unità proletaria, di cui l’autrice ricostruisce il progetto politico attraverso gli editoriali del Mondo Nuovo, settimanale del partito. Il periodo di riferimento arriva al 1967, ultimo anno del deludente progetto riformista propugnato dal Psi, una volta salito al governo. Negli stessi anni la direzione vide l’avvicendarsi del fondatore Lucio Libertini, Tullio Vecchietti e Piero Ardenti. Diventando giornale di partito il Mondo Nuovo perse tuttavia la vivacità intellettuale e il rapporto con il mondo operaio, mentre lo Psiup, che ottenne nel 1968 il 4,5% dei voti, reagì in modo troppo ambiguo alla Primavera di Praga. Tentando di porsi alla sinistra del Pci provocò infatti una crescente disaffezione del suo elettorato, i giovani che avrebbero poi fatto il Sessantotto.

Bertinotti iniziò la sua carriera a 26 anni nello Psiup e ricorda che nel ’64 era ormai chiaro il fallimento dei tentativi socialdemocratico e comunista: «È necessario per noi mettersi all’altezza di chi, come Giorgio Amendola, già allora proponeva un partito unico a sinistra, rivolgendosi alle formazioni che potevano mettere insieme il 45% dei voti». Non è dato sapere se si tratta di un messaggio velato agli attuali interlocutori politici di sinistra, ma dalla storia socialista Bertinotti trae un altro suggerimento per l’attualità: «Quando muore il centro sinistra, Nenni annota nei suoi Diari: "Non c’è niente da fare al Governo se non arginare la prepotenza della destra". Scopre cioè che il Governo non è la vera “stanza dei bottoni”, come credeva. Lì finisce l’idea di riformare il Paese dall’alto. La verità – spiega l’ex Presidente della Camera - è che l’ala di centro sinistra non è mai idonea alle riforme sociali, perché ha organicamente al suo interno un centro che dal Governo diventa sistematicamente la potenza egemonica: il centro infatti non è in relazione politica, ma sistemica, con la Banca d’Italia, la Confindustria e il Vaticano».

L’ipotesi unitaria viene comunque presa in considerazione da Chiara Cremonesi, segretario provinciale di Sinistra democratica: «Milano dimostra quello che sta succedendo nel Paese: c’è il più alto tasso di immigrati, di donne lavoratrici e di domanda di laicità, con il maggior numero di coppie non sposate, con figli. Stiamo lasciando che tutto questo venga interpretato dalla destra. Dobbiamo rispondere, ma è necessario a sinistra un confronto vero per discutere con chiarezza su quello che vogliamo. L’unità non sia una formalità, un paravento». Raccomandazioni, dunque, ma anche l’allarme di Antonio Panzeri, membro del Pd, eurodeputato del gruppo socialista: «Dobbiamo renderci conto che nel cammino dal Pci al Pd stiamo subendo una grossa sconfitta culturale, ma soprattutto che si sta generando un vero blocco sociale e politico intorno alle bandiere di Berlusconi, così come avvenne per la Democrazia cristiana per tanti anni. Potrebbe non rivelarsi soltanto un problema di leadership». L’osservazione gela gli astanti e strappa una stretta di mano da parte di Bertinotti, che, a latere della conferenza, esprime anche una valutazione sull’attuale crisi economica: «Finora ha colpito i giovani e i precari, di cui è necessario che si occupi il Governo. L’intervento dello Stato nell’economia è inoltre necessario. Lo fa Obama, lo fa Sarkozy: se un Paese decidesse di non attuarlo, ne soffrirebbe il doppio».


[daniele monaco]
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PAMPHLET

L’Occidente sul banco di prova

Ma la cultura alta serve ancora a qualcosa? Detta così suonerebbe come la solita provocazione radical chic per abbattere il fronte dell’uomo comune, eppure è palese che le chiare, fresche e dolci acque sono un miraggio nel mare delle conoscenze. Tutto viene etichettato come cultura: la categoria del giudizio estetico di kantiana memoria è dimenticata in cantina e l’autonomia scolastica si prende il lusso di poter lesinare l’insegnamento di Dante o accennare, in fretta e furia, al Manzoni. La cultura occidentale sembra quindi aver contratto la sindrome di Tafazzi. Grazie al cielo, le voci controcorrente non mancano e, anche se con toni pamphlettistici, i David della haute couture occidentali non rinunciano a sfidare i Golia della cultura del relativismo di massa. Il filosofo Roger Scruton è uno di questi e il suo saggio edito da Vita e Pensiero, La cultura conta. Fede e sentimento in un mondo sotto assedio, è un buon modo per superare le barriere del relativismo culturale che ci affligge dalla seconda metà del Novecento.

«Il volumetto di Scruton rappresenta una posizione in chiara controtendenza rispetto ai tempi – commenta Ernesto Galli della Loggia, editorialista del Corriere della sera e ordinario di Storia contemporanea all’Università Vita Salute San Raffaele – . È chiaro che l’occidente sta vivendo un momento di crisi cruciale, un vero e proprio passaggio di era segnato dal blocco dell’autoriproduzione biologica e culturale. Una volta si nasceva e, naturalmente, i giovani crescevano nel solco della tradizione. Oggi tutto questo non avviene più, mentre l’attenzione è calamitata dal credo nelle competenze e non più nelle conoscenze. Di fatto occorre rivalutare la suddivisione in categorie dei conservatori e progressisti, sfatando il paradosso del “conservatore progressista”». Il contenuto contro la competenza, il risveglio delle categorie della critica estetica e l’abbandono delle origini cristiane sono i punti che il professore Galli della Loggia sposa nel libro di Scruton. Difficile capire se la crisi sia irreversibile o consista nel tragico declino dell’occidente.

«La partita si gioca sui principi morali. Doveroso sarà fondare criteri di giudizio basati sull’esperienza dei grandi saggi dell’antichità perché il fondamento della cultura è il classico», dice Galli della Loggia. Che prosegue: «Dico questo perché il ruolo della cultura è quello di portare i giovani fuori dalla giovinezza, un vero e proprio imperativo di oggi». Bamboccioni, mammoni e chi più ne ha ne metta, il problema è questo. Il punto è capire il valore di una vita vissuta all’ombra di imperativi morali che debbano prendere il giovane per mano e farlo uomo. È questo che deve accadere per uscire dall’ombra devastante del nichilismo postmoderno. Una buona ancora di salvezza suggerita da Scruton è l’abbattimento della visione “buonista” del panorama culturale, ovvero la cacciata della paura di giudizio. L’imperativo relativista che chiosa «tutto è cultura», deve essere demistificato a partire dalla ricchezza della Critica della ragion pratica di Kant.

Per comprendere questo passaggio, cruciale e complesso, Scruton si serve dell’esempio del riso. Prima di sorridere, dopo aver udito un motto di spirito, inconsciamente giudichiamo se la battuta propinataci sia meritevole delle nostre risate. Ebbene, nella valutazione culturale il procedimento deve essere analogo. Vale a dire, fuori dall’analogia: non è in seno a un fantomatico multiculturalismo passivo che l’occidente produce cultura. Anzi, il motto “tutto è cultura” soppianta picchi di saggezza inarrivabili per qualcosa di informe e poco chiaro ai nostri occhi. Prima che sia troppo tardi, non sarebbe male riprendere a leggere quei vecchi libri coperti di polvere. Montag, il pompiere antitetico di Fahrenheit 451 (nel futuro distopico ipotizzato da Bradbury il compito dei pompieri è appiccare roghi e non spegnerli), fu costretto a imparare i classici a memoria per tramandarne il patrimonio: vediamo di non fare la stessa fine.

[francesco cremonesi]
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CASI EDITORIALI

Il volo del precario, dal supermercato alle lettere

«Buongiorno, ha la carta fedeltà?». Bip, bip, bip, bip. «Bancomat o carta di credito?». Quante volte ci sono state rivolte queste parole una volta giunti alla cassa di un supermercato? Una miriade. Tanto da non farci più caso. Il passaggio alla cassa è ormai un momento spersonalizzante al quale non badiamo nemmeno più. O la cassiera è tanto bella da rapire l’attenzione, altrimenti si potrebbe tranquillamente mettere una macchina automatica come al casello autostradale. Eppure c’è chi ci insegna il contrario. Dalla cassa di un supermercato passa ogni stereotipo della società occidentale in tutte le sue variegate manifestazioni. Anna Sam, 29enne francese con una laurea in lettere, ha provato a raccogliere in un libro la sua vita alla cassa di un supermercato, Le tribolazioni di una cassiera pubblicato in Italia da Corbaccio. Il risultato è stato un bestseller del passaparola che in Francia ha spopolato nelle librerie. Mag ha incontrato Anna Sam a Milano. Il libro non è però che un punto di arrivo per la neo scrittrice francese. L’avventura è iniziata con l’apertura di un blog, dai cui contenuti è stato ricavato il volume edito da Corbaccio.

Ma che senso ha raccogliere le peripezie impiegatizie di una lavoratrice precaria? Risponde Anna Sam: «Innanzi tutto perché nessuno prima lo aveva mai fatto. Tuttavia l’idea è maturata quando al termine del lavoro rientravo a casa e iniziavo a raccontare quanto mi era accaduto durante la giornata. Così ho pensato che sarebbe stato bello poter raccogliere tutte queste esperienze. All’inizio non sapevo se avessi il talento necessario per potermi cimentare nell’impresa, così ho iniziato a scrivere le mie “memorie” in un blog per vedere se a qualcuno potevano interessare queste storie. Dal blog è nato il libro: un tentativo di raccontare un lavoro che spesso viene visto come un sottomestiere». Ma se il blog è un medium immediato e pratico, il libro potrebbe essere un mezzo eccessivamente ingessato nella trattazione di argomenti all’apparenza così frivoli. «Blog e libro sono media completamente differenti che non giungono agli stessi lettori – spiega Anna Sam -. Quelli finiti sul blog sono testi molto meno elaborati, perché è specifica di questo mezzo l’immediatezza, mentre il libro permette di poter approfondire maggiormente gli stessi argomenti».

Difficile trovare una collocazione al libro della Sam: non si può dire che si tratti di un’opera letteraria, ma quel che è certo è la sottile ironia con cui Anna affronta questa fenomenologia dello spirito della cassa. Eppure il tema del precariato e dei lavori definiti "poco gratificanti" ha dato vita a opere di vera denuncia sociale. Tutta la vita davanti, il film di Paolo Virzì sull’occupazione nei call center, è solo un esempio recente della nostra produzione nazionale. Ma Anna Sam è rassicurante a riguardo: «No, il mio libro non è una denuncia sociale, piuttosto parlerei di descrizione. Senza dubbio in alcuni punti ho usato un linguaggio satirico e ironico per alleggerire la lettura. Ma deve essere chiaro che non è mia intenzione puntare il dito contro le persone e dire loro che stanno sbagliando tutto». Il fenomeno delle cassiere artiste non è una novità in Italia, anzi. Probabilmente uno dei punti di forza che porterà questo libro a vendere un discreto numero di copie è la somiglianza con il caso discografico di Giusy Ferreri, la cassiera di Abbiategrasso che, lanciata dal programma di Raidue X Factor ha scalato le classifiche. Insomma, dietro al cuore velato da carte fedeltà e scontrini, si cela un’anima da artista: «Ognuno di noi a prescindere dal proprio lavoro ha un talento. La cosa sorprendente è che, di punto in bianco, si può finire sotto le luci della ribalta e trovarsi con uno stuolo di fan e ammiratori – spiega Anna Sam -. Per questo io penso che è sempre meglio essere gentili e simpatici con tutti, non si sa mai che qualcuno diventi famoso: potresti ritrovarti come soggetto per un libro o una canzone! Il messaggio che voglio lanciare è questo: anche chi fa lavoro minori è lecito che nutra buone dosi di speranza».

In fondo la cassa di un supermercato è romantica come il porto di Marsiglia, con i suoi segreti e le sue storie di amanti e avventurieri. In tanti ci passano e altrettanti vi lasciano il segno con improbabili dichiarazioni d’amore alle cassiere o interminabili telefonate a voce alta in cui si discutono i gusti sessuali dei propri partner. E Anna Sam ci racconta tutto ciò dentro al suo libro, come fosse un trattato di fenomenologia del comportamento occidentale al supermercato visto dagli occhi indiscreti di una cassiera. Attenzione, dunque, perché, dietro quello che Anna definisce SBAM (Sorriso, Buongiorno, Arrivederci e Mille Grazie), «anche le cassiere anno occhi e orecchie».


[francesco cremonesi]
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SAGGIO

Un pezzo a me, uno a te: come ti spartisco l'Italia

Lottizzare, ovvero dividere in lotti. Lotto: ognuna delle parti in cui un tutto viene diviso; in particolare, appezzamento di terreno corrispondente a una determinata unità edilizia. Insomma, cosa c’entra un termine derivato dall’edilizia con le estensioni della politica italiana? Lottizzazione della Rai, della sanità e chi più ne ha ne metta. L’etimologia della parola non lascia scampo a equivoci, ma ci pone davanti a un quesito fondamentale. Il Belpaese è lottizzato? Ovvero, è suddiviso, spartito, ritagliato, quotato e assegnato alla gestione di qualcosa o qualcuno?

La risposta non può che essere, ahimè, positiva. In soccorso, però, viene una lettura illuminante, L’elogio della lottizzazione (Saggi tascabili Laterza) di Paolo Mancini, docente di Comunicazione all’Università di Perugia e alla Luiss di Roma. La spartizione dei poteri da parte delle forze politiche del Paese è un dato di fatto assodato da tempo. La Rai è, infatti, il più grande esempio di questo processo di falsa coscienza marxiana; resta dunque da chiedersi quale sia il movente che abbia spinto Mancini a comporre un saggio su una questione arcinota. Scrive Mancini nell’introduzione al volume: «Tutti condannano la lottizzazione; ma tutti, in misura maggiore o minore, ancora la praticano? Perché? Non vale forse la pena di indagare le ragioni di questa inesorabile presenza e possibile falsa coscienza?». L’intento di Macini dunque è proprio quello di entrare nei meandri, non solo negativi, del fenomeno: «Sì, un processo alla lottizzazione. Questo è quello che voglio fare, con tanto di avvocato difensore e pubblica accusa». Il titolo del libro è chiaramente una provocazione di sottile ironia, eppure sembra che nel dna del politico della seconda Repubblica sia ormai radicato profondamente il gene lottizzatore. Come notava, ironicamente, Giovanni Belardelli sul Corriere della Sera il 16 gennaio scorso, la signora Mastella ha addirittura rimproverato al marito l’assegnazione di un posto da primario di ginecologia a un medico di Forza Italia. Ma dove vogliamo andare se perfino gli uteri seguono le ragioni di partito?

Sicuramente ci può essere un velo di compassione nell’analisi del fenomeno lottizzatorio. Con la discesa in politica del Cavaliere, a braccetto col suo conflitto di interessi, è probabile che il fenomeno lottizzatorio venga letto con un tacito assenso pluralistico dei canali informativi. Ma Mancini scava ancora più a fondo nella questione e pone come punto di partenza il 1987, con un racconto tratto a sua volta da Senza rete di Angelo Guglielmi. Secondo gli autori, l’era della lottizzazione ebbe inizio una sera in un ristorante romano vicino al centro quando Walter Veltroni, allora responsabile dei problemi televisivi del Pci, Biagio Agnes, direttore generale della Rai ed Enrico Manca, presidente del consiglio d’amministrazione di viale Mazzini, trattarono la facoltà di designazione di un direttore di rete al Pci. Fu il punto di non ritorno. Già. Perché, se da principio motore ci potrebbe essere la pulsione pluralistica, l’incancrenirsi del fenomeno lo ha ricoperto di accezioni patologiche irreversibili. Però, se la lottizzazione ha colpito di tutto un po’, il fiore all’occhiello rimane la questione della Rai. Scrive Mancini nel primo capitolo: «Lottizzare la Rai significa non solo controllare risorse e distribuire ai propri clientes, come avveniva nel caso di qualsiasi altra azienda o amministrazione pubblica, ravvivando così il clientelismo e la partitocrazia, ma significa anche agire su una delle leve principali della democrazia: il consenso». Insomma, la Rai è il sancta sanctorum del «prendere due piccioni con una fava». Vale a dire, da un lato si ottempera alla necessità di partito, dall’altra si va dritti al cuore dell’opinione pubblica: l’influenza mediatica.


[francesco cremonesi]
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SEGRETI MENEGHINI

Perché Milan l'è un gran Milan

Si dice che i milanesi odino Milano: troppo grigia, troppo spenta, invivibile. Come tante dicerie, anche questa potrebbe non essere vera. Anzi, non lo è. Vere sono invece le storie, le cronache e le curiosità di Milano segreta, il libro scritto a quattro mani da Francesca Belotti e Gian Luca Margheriti, due giovani giornalisti che dal 2002 e per 6 anni hanno curato la rubrica omonima nella sezione Vivimilano del sito del Corriere della Sera.

Il lavoro, presentato nella libreria Feltrinelli di corso Buenos Aires, è nato dallo sforzo di raccontare una Milano diversa, fatta di mille volti e di molti lati nascosti. In quanti sanno, per esempio, che sul tetto del Pirellone di Giò Ponti c’è una copia in miniatura della Madonnina del Duomo? Oppure che su una colonna del Palazzo della Regione c’è un bassorilievo che rappresenta la scrofa, simbolo di Milano? E ancora: chi sa che Albert Einstein ha passato l’infanzia nel cuore della città meneghina, e che qui ha gettato le basi di molte sue teorie, passeggiando per le vie del centro? Questi sono solo alcuni aneddoti contenuti e spiegati nel libro. Una guida, quindi, che si occupa non di letteratura e architettura in senso tradizionale, ma che racconta una storia nascosta, fatta di piccoli simboli che ancora oggi possiamo trovare nelle chiese e nelle strade.

«Milano ha una storia unica che non vuole sfruttare, perché vive proiettata nel futuro - dice Margheriti -. Per questo ci è sembrato doveroso suggerire una specie di percorso che possa far scoprire anche a chi vive in questa città, curiosità nascoste e interessanti che la rendano ancor più affascinante». Dal pubblico sale una domanda fra tutte: quali sono le fonti a cui gli autori hanno attinto per rivelare storie segrete di luoghi e persone? Belotti e Margheriti raccontano che il lavoro di ricerca si è sviluppato su libri e testi storici, ma determinante è stata la consultazione dei materiali d’archivio del Corriere della Sera. Un esempio: per ricostruire il “caso zanzara”, il giornalino del liceo Parini che fu oggetto di critiche e scandalo negli anni ’60, è stato consultato tutto il dibattimento del processo direttamente dagli atti che erano conservati nell’archivio.

Il pregio del libro è quello di aver fatto emergere in uno stesso luogo quello che sarebbe andato disperso o che sarebbe rimasto notizia solo per pochi; non a caso sembra quasi certo che ci sarà un seguito al volume. Certamente, da oggi, passeggiare per la Galleria Vittorio Emanuele sapendo che Buffalo Bill più di un secolo fa ci camminò dopo essersi esibito all’Arena nel Wild West Story, avrà tutto un altro sapore.


[cinzia petito]
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CULTURA

Lella nel teatro delle meraviglie

Si apre il sipario, ed ecco una semplice e nemmeno improbabile sceneggiatura teatrale. Bastano un palchetto, un tavolino e due bicchieri d’acqua. Il resto lo fa lei, come in tutte le sue rappresentazioni a teatro, le sue apparizioni in tv e le sue collaborazioni nei giornali. Lei che è capace di far ridere e piangere in scena esattamente come fa nella vita, dice. Lei che non vuole essere chiamata ex femminista, perché a suo modo continua ad esserlo: con orgoglio svela che dietro le quinte delle scene si circonda con dovizia di uomini validissimi. Ma rimane convinta che l’appartenenza a quel genere sessuale sia un deficit irreversibile. Lei è Lella Costa che, nella libreria Feltrinelli di piazza Piemonte, a Milano, ha presentato a una folla divertita e commossa, appunto, il suo ultimo libro Amleto, Alice e la Traviata. A farle da spalla, seduto comodamente al tavolino come fossero in un bar qualunque, c’era Michele Serra che, da collega e amico di vecchia data, ha coccolato Lella nelle pagine di prefazione e l’ha punzecchiata (ma tanto ha vinto lei) durante tutta l’intervista.

Lella Costa è una donna che ha dell’incredibile. Ripercorrendo la sua lunga carriera teatrale e riprendendo i soggetti del suo ultimo lavoro da scaffale, scarta personaggi mitici e universali come fossero caramelle: spiega e riesce, come sul palco, a raccontare di archetipi e storie eterne della nostra cultura senza annoiare. Con l’unica pretesa che non diventino una semplice parodia. « Il segreto è uno solo - dice -: conoscere davvero il testo, entrare in confidenza con la storia e immergersi in essa». La sua è una capacità tutta femminile: quella di chiacchierare e di aprire alle digressioni e ai rimandi d’attualità anche solidi nuclei teatrali, come sono le opere di Shakespeare. Così è per la carneficina finale dell’Amleto, per il dramma della lussuriosa e malata Margherita, che nella Traviata è costretta a lasciare il suo unico vero amore Alfredo, e per la continua inadeguatezza di Alice che si accompagna con il tempo che passa. La comicità di Lella è dilagante, ma è lei stessa ad ammettere che, in qualsiasi classico, è l’autore stesso che, pur inscenando il dramma, conserva un senso di rispetto e la voglia di sedurre costantemente il pubblico. «Insomma – racconta –, anche Shakespeare sapeva che dopo un po’ la sequenza verghiana delle sfighe e delle catastrofi diventa insopportabile e rischi l’effetto comico involontario!».

Prima di fare tutto questo, Lella Costa ogni volta sceglie l’opera che farà sua. Ma da cosa si fa guidare? Ci racconta che la scelta del testo nasce da una folgorazione. «Tutto nasce da un testo che ami, da un autore che ti incuriosisce e dalla sensazione che sia importante dire quella cosa e in quel momento, affinché rimanga valida per anni». Mica paglia, come direbbe lei, scusate. Per questo anche Stanca di guerra, messo in scena per la prima volta nel 1996 e riproposto negli anni fino a poco tempo fa, non è cambiato di una virgola. La guerra, adesso più di allora, rappresenta la nostra quotidianità. E il principio per cui questi classici sono ancora così vivi è il medesimo: parlano ancora di noi.


[cinzia petito]
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LIBRI

Dialogo con i saggi dell’umanità: la scommessa di Tomatis

Si inizia con una visione. La meraviglia di vette innevate e l’ombra di tre figure che, nel mezzo di un bagliore, risalgono un’esile cresta invisibile. Chi sono questi individui, di cui la brama di ascoltarne le parole supera qualsiasi altro desiderio? Si tratta di un terzetto dialogante, composto da Gesù, Socrate e Lao Tzu. Un accostamento quantomeno insolito, se non sperimentale, che, procedendo per analogia, prende il lettore per mano per condurlo verso un comune spirito superiore. Un dialogo che supera le barriere linguistiche tra gli interlocutori, ponendo su un piano analitico i punti di contatto e le differenze tra i dialoganti. È così che Francesco Tomatis, ordinario di filosofia teoretica dell’Università di Salerno, ha confrontato mediante lo strumento dialettico dell’analogia l’idealismo greco, la via maggiore di Tao e la parola di Gesù nel volume edito da Bompiani, Dialogo dei principi con Gesù, Socrate e Lao Tzu.

Durante la lettura emerge però un interrogativo legato all’essenza stessa del processo analogico. Propria dell’analogia è la capacità di esaltare le vicinanze tra due elementi dimostrandone però accuratamente le differenze: «Riconosco che nella lettura di questo volume si possa correre il rischio della prevalenza della congiunzione nel processo analogico – spiega l’autore – . La passione verso gli autori mi ha portato all’esaltazione di queste affinità. Resta comunque l’analisi delle differenze tra i tre. Il Gesù che parla nel volume è quello di Giovanni, passato attraverso la lettura di Pareyson e Cacciari, mentre Socrate è assolutamente platonico. Lao Tzu invece è stato letto personalmente, grazie alla pratica delle arti marziali (Tomatis infatti è istruttore di Kung Fu ndr), filtrato quindi attraverso l’esperienza». Le distanze di cui parla Tomatis sono incarnate, per esempio, dalla lingua con cui Lao Tzu si esprime. Continua Tomatis: «Il suo linguaggio è fatto di ideogrammi, un elemento che, nella sua apparente scleroticità, riesce a rendere maggiore il senso del divenire proprio perché apre una visione più allargata della realtà». Nella struttura dialogica compare anche un quarto personaggio, Aurora, voce dell’uomo posto di fronte all’esperienza mistica: «La comunione delle posizioni avvicinate dagli interlocutori avviene attraverso Aurora, una sorta di Sofia biblica – continua l’autore – ; così, queste affinità si mostrano vicine non per comparazione o mediazione, quanto nell’occupare uno spazio dialogico superiore e indicibile».

L’operazione svolta da Tomatis, oltre che essere sicuramente coraggiosa, ha il pregio di percorrere il binario fondamentale dell’attività filosofica: la capacità di osare. «Il filosofo deve osare e per scrivere così come Tomatis serve audacia –lo dice il sindaco di Venezia, Massimo Cacciari, filosofo anche lui –. Le domande dell’uomo restano sempre quelle, e sono quelle che tutte le confessioni ci hanno posto: ecco, questo libro le mette di nuovo sul piatto e le espone con un linguaggio del tutto particolare. Filosofia non è osare per sciocca presunzione, perché non si ottiene mai una risposta definitiva». Il perché la speculazione filosofica sia tutta una scommessa, uno spingersi oltre, lo chiarisce Cacciari stesso. «Perché congiunge, cioè avvicina realtà diverse». E lo fa in vari modi, come nel caso di René Guinon che va alla ricerca delle fonti comuni da cui deriva tutta la storia del pensiero. Tomatis, invece, secondo Cacciari, «non dà voce a una tradizione bensì cerca queste affinità attraverso un esercizio di comparazione e analogia». Analizzando le scelte linguistiche di Tomatis, Cacciari risale il concetto di analogia con cui l’autore ha avvicinato i tre protagonisti dei dialoghi: «Tomatis procede per analogia e questa ci mostra come due realtà possano avvicinarsi anche senza incontrarsi mai, come, ad esempio, per l’amore rinascimentale o per l’amicizia stellare di Nietzsche». Continua Cacciari: «Gesù, infatti, parla da teologo: e questo Gesù teologo è il Gesù di Giovanni, a cui, d’altra parte, si sono sempre riferiti Hegel o Ratzinger. Ma il senso del logos evangelico, della “parola” di Giovanni, è diverso, da non confondersi assolutamente con il “pensiero”, il logos classico. Questo perché la concezione divina classica non ha nulla a che vedere con quella cristiana». In sostanza, un dio-logos e verbo, che si fa carne e che viene ad abitare in mezzo a noi, mette in luce la paradossalità e la forza stessa del cristianesimo.


[francesco cremonesi]
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REGIONE TOSCANA

Un libro per la Costituzione e i suoi principi

La Regione Toscana ha presentato il libro Io parlo da cittadino, viaggio tra le parole della Costituzione italiana, un’iniziativa per celebrare degnamente il 60° anniversario della nostra Carta fondamentale. Un dizionario speciale di 45 voci scelte tra i primi 12 articoli della Costituzione, che esprimono i principi fondamentali del nostro ordinamento. Un viaggio tra i termini più significativi, che parte da “asilo” e arriva fino a “uomo”, passando attraverso “bandiera”, “democrazia” “eguaglianza” e “minoranze linguistiche”.

L’idea è stata lanciata dal presidente del Consiglio regionale Toscana Riccardo Nencini che, per la realizzazione del progetto, ha chiesto e ottenuto la partecipazione di due importanti istituti linguistico - culturali di antica storia, che hanno sempre avuto a che fare con le parole: l’Accademia della Crusca e il Centro romantico del Gabinetto Vieusseux.

I lemmi indicizzati sono stati commentati da 48 personalità tra scrittori, linguisti, scienziati e costituzionalisti. «A chi ha dato la propria disponibilità – ricorda Luciano Aloigi, responsabile dell’ufficio di Gabinetto della Presidenza del consiglio regionale – abbiamo lasciato completa libertà di scrittura e di commento». Tra le numerose firme che hanno partecipato: Tullio De Mauro, insigne linguista, Lisa Ginzburg, scrittrice e traduttrice, Enzo Cheli, importante costituzionalista e scrittori dal calibro di Carmine Abate e Vincenzo Consolo.

L’iniziativa nasce dalla consapevolezza dell’Assemblea Toscana della necessità di rilanciare l’importanza della nostra Carta, in un momento in cui i valori in essa contenuti sembrano dimenticati da tutti. Il testo, presentato da Riccardo Nencini, è stato curato da Nicoletta Maraschio, presidente dell’Accademia della Crusca e Maurizio Bossi, direttore del Centro romantico del Gabinetto Vieusseux. «Questa iniziativa – spiega Maurizio Bossi – mira ad avvicinare alla nostra Costituzione i giovani e i nuovi cittadini italiani, perché la Costituzione riguarda tutti quanti».

Nei prossimi giorni, il volume sarà distribuito e donato a tutte le biblioteche e le scuole superiori della Toscana, mentre a gennaio lo riceveranno tutti i presidenti dei Consigli regionali d’Italia. La diffusione sarà accompagnata da gruppi di discussione in tutte le scuole, per far scoprire ai ragazzi l’attualità e l’importanza dei valori espressi nel testo costituzionale. A questo proposito, Maurizio Bossi non nasconde la sua soddisfazione: «Fino a questo momento la reazione degli studenti è stata positiva; si sono mostrati molti interessati e incuriositi dall’argomento».

Visto il successo dell’iniziativa, la regione Toscana ha intenzione di continuare su questa strada, proseguendo la collaborazione tra le istituzioni e gli istituti scolastici. Luciano Aloigi ci svela le prossime mosse in cantiere: «Stiamo già lavorando ad una nuova pubblicazione sulla Costituzione. Sarà un volume interamente creato dai ragazzi delle scuole superiori, con contributi di ogni genere sia artistici, che letterari. Se la tabella di marcia verrà rispettata, la stampa e la diffusione sono previste per il febbraio-marzo dell’anno prossimo».


[daniela maggi]
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ANTOLOGIA

Cattivi ragazzi per un mondo migliore

Per dirla con le parole di don Milani, L’obbedienza non è più una virtù. O meglio, tanto per non mancare di rispetto ai precetti delle nostre mamme, potremmo tranquillamente sostenere che il saper disobbedire a tempo debito costituisca l’ossatura fondamentale del buon cittadino. L’atto di ribellione alle regole, in qualsiasi forma si manifesti, è una componente innata dell’uomo. Insomma, Fatta la legge, trovato l’inganno. Se poi si considera l’azione opprimente dell’autorità di uno Stato non legittimato all’esercizio della stessa, è semplice innescare il meccanismo “causa effetto” che “autorizza” alla forma più alta di delegittimazione del potere: la disobbedienza civile.

«Adesso dobbiamo avere paura di chi dice: obbedisco». Con questa citazione del giornalista americano Dwight Macdonald, si apre Ribellarsi è giusto, un’antologia inusuale quanto fondamentale per il valore civico-filosofico, proposta dalle Edizioni dell’asino. Passare dalla teoria alla pratica della disobbedienza, scoprendone analiticamente i fondamenti e i concetti attraverso la storia del fenomeno stesso dell’eversione. Adrenalina per la coscienza politica dell’individuo, dunque, una scossa al pensiero moderno incatenato ai concetti negativi di anarchia, sovversione, disordine, insidia e violenza che l’esperienza ha svuotato di credibilità. Chi è dunque l’uomo in rivolta, l’individuo che dice no? E che valore ha questo no? Interrogativi che hanno gettato le fondamenta del Sessantotto europeo e americano, punto di partenza della Peste e del L’homme révolté di Camus. Tempi e scenari di riferimento diversi tra loro, dagli orrori del totalitarismo agli inganni della società dello spettacolo, Ribellarsi è giusto offre la possibilità di confrontarsi col pensiero dei quaccheri del Seicento alle prese con l’evasione delle tasse come protesta contro le operazioni militari, per passare a grandi nomi come Camus, Thoreau, Gandhi, Goodman, don Milani, Böll e Anders.

L’onda lunga della disobbedienza si è quindi manifestata ai nostri giorni nelle più molteplici forme: dalle rivoluzioni colorate delle ex repubbliche sovietiche ai passamontagna neri dei Black block; oppure, dall’affermazione di politici nostrani di dubbio sostrato culturale agli scioperi della fame del partito radicale. Picchi di eccellenza politica, ma anche bassezze nate dal ventre molle di certe realtà underground: la realtà dei discoli disobbedienti è varia e avariata tanto quanto l’universale umano. In altre parole, non si può e non si deve fare confusione, sebbene il panorama della disobbedienza sia più che mai vasto, e l’antologia dell’Asino può essere un buon punto di riferimento per capire e per, magari, far partire la nostra forma di dissenso, diventando veri e propri “monelli” di professione.

Ma nel mezzo della ribellione, apice dell’atto disobbedienza civile, deve essere chiaro contro chi indirizzare la propria contestazione. L’azione è mossa contro la degenerazione dei principi di Stato avanzati da Hobbes e Weber, ovvero contro l’abuso del diritto legittimo dello Stato al “monopolio della coercizione della forza”. È la dottrina marxista, ma ancor più leninista, che fa proprio, invece, il concetto di Stato come “prodotto e manifestazione dell'antagonismo inconciliabile delle classi” ad aver guidato l’atto disobbediente dal Sessantotto a oggi. È chiaro che le tesi del socialismo reale si sposano a pennello al paradigma d’azione di ogni ribellione, ma l’antologia Ribellarsi è giusto va oltre questo stereotipo che ancora, talvolta, monopolizza la mobilitazione collettiva.

«Protestare, disobbedire, dire no è difficile, il vero problema è l’offerta di un’alternativa valida – spiega Amico Dolci, figlio di Danilo Dolci, bandiera della lotta sociale siciliana e italiana del dopoguerra –. Mio padre questo lo aveva chiaro, e per questo si era adoperato per la costituzione di un centro studi per trovare delle soluzioni ai problemi che contestava alle amministrazioni pubbliche siciliane. Questi centri di autoanalisi popolare nascevano su una matrice religiosa soprattutto cattolica. Papà aveva Gesù e Gandhi come figure di riferimento: un patrimonio umano immenso che si traduceva nel modo di elaborare logiche di cambiamento nel rispetto del prossimo. Anche contro il fenomeno dei voti mafiosi, lui non provava astio contro queste persone ma, allo stesso tempo, faceva di tutto per bloccare e destabilizzare quel sistema corrotto e alla deriva». Eppure il limes di separazione tra disobbedienza e azione violenta di imposizione dei diritti è molto sottile. Se da un lato abbiamo gli esempi di Cristo o Gandhi, dall’altro lato della barricata non mancano gli episodi di sangue del movimento studentesco ispirati da modelli che, a tempo debito, il fucile lo hanno imbracciato come Ernesto Che Guevara o Emiliano Zapata. «Durante il Sessantotto il lavoro svolto da mio padre fu messo a rischio dalle spinte che venivano all’interno del suo gruppo – conclude Amico Dolci –. I tempi erano infiammati dalla contestazione e alcuni auspicavano la reazione violenta. Papà, insieme a personaggi come Aldo Capitini, scelsero invece di passare all’azione non violenta, una scelta delicata che si separava dalla sola nonviolenza passiva. Rifiuto totale della violenza, ma non a scapito dell’azione»


[francesco cremonesi]
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FENOMENO MUSICALE

Allevi «Strega» tutti

Giovanni Allevi, o lo si ama o lo si odia. Ma, vuoi o non vuoi, è un fenomeno. Musicale, senza dubbio. Commerciale? Forse. Umano, sicuramente. Da brava fan, la sera del 26 novembre arrivo con un’ora di anticipo sull’inizio della presentazione dell’ultima “fatica letteraria” del pianista, In viaggio con la strega, sapendo che in breve la libreria Rizzoli in Galleria Vittorio Emanuele sarà gremita. Ovviamente compro il libro, che dopo mi farò autografare, e comincio a leggere per ingannare l’attesa: somiglia più a uno di quei volumetti patinati che illustrano un museo o un’opera d’arte. Segno tangibile delle propizie fortune dell’autore. Ricco di foto, grafica ariosa, sms dei fan riportati a mo’ di didascalie.

Quello che mi colpisce subito è che il primo tema affrontato sia quello della paura di esibirsi a causa del giudizio del pubblico. È evidente che, nel pieno del suo boom, Allevi (o Giovanni, come i suoi fan lo chiamano), sia consapevole di essere bersaglio dei critici musicali. Conosce le invidie suscitate dal suo successo, sa che la sua musica getta lo scandalo nell’Accademia. Perfino suo padre lo spiazza, dopo aver ascoltato Evolution: «Torna a Milano e vai a studiare direzione d’orchestra».

Eppure non si nasconde, Giovanni. Al contrario, mette le sue ansie nelle prime pagine del libro, subito sotto gli occhi dei fan, prima di lanciarsi nell’appassionato (e un po’ megalomane) racconto del suo successo, partito tanti anni fa dal piccolo quintetto d’archi Gas Group, composto da Lucio il contrabbassista e da altri, e diretto da un Allevi appena licenziato dalla band di Jovanotti. Giovanni non nasconde le paure, perché sa che il panico, che non gli ha impedito il successo, è proprio ciò che lo rende un mito agli occhi della gente. La sua musica, e la sua umanità, sono i suoi mezzi per comunicare col mondo.

Giunge il momento del suo arrivo, chiudo il libro e mi avvicino al luogo dove avverrà l’incontro. Fa la sua comparsa da un’entrata secondaria, Allevi, ed è un po’ in ritardo. Ma è subito un torrente di emozioni. Fa fatica a trattenere la commozione al vedere la gente che gli si accalca intorno, e sorride a tutti. Chiede che gli si facciano delle domande. «Com’è stato lavorare con un’orchestra?» È stata un’emozione sentire concretizzarsi la musica che fino a quel momento suonava solo nella sua testa. Commovente che tanti musicisti talentuosi abbiano accettato di mettersi a disposizione per suonare la sua musica. «Hai avuto problemi a dirigere?». Il problema è imporsi come autorità, per chi non ha un carattere autoritario. La soluzione è lasciarsi guidare dalla Musica. «Come reagisce alle critiche dei suoi detrattori?». Gli fanno paura. Ma non sono le critiche il problema centrale. La novità spaventa sempre. Preferisce pensare ai messaggi sulla bacheca del suo fan club, che mostrano quanta gente abbia voglia di bellezza, quanti giovani trovino il coraggio per realizzare i propri sogni. Lui è solo un pretesto.

Giovanni risponde a tutti, per tutti ha una parola gentile, firma gli autografi e dispensa baci e abbracci. Falsa ingenuità o pura operazione di marketing? In effetti è difficile capire dove finisca l’Allevi umano e dove inizi quello commerciale. Però è anche difficile credere che le mani che tremano, le parole spasmodiche, il chiodo fisso per la sua “Strega”, la musica, e l’amore professato per il suo pubblico siano solo una trovata pubblicitaria. Comunque, quel che accade durante la fila per gli autografi è reale. Sono accanto a me due giovani fan, Federica e Daniele, 17 anni lei e 18 lui. Federica studia al Conservatorio. I due si sono conosciuti tramite il sito del fan club di Giovanni Allevi. Chiacchierano emozionantissimi dei concerti che hanno visto e delle esperienze che hanno condiviso grazie al loro mito. La loro emozione è reale. Chiedo a Federica cosa si dica di Allevi al Conservatorio. Mi risponde che piace ai ragazzi per la sua «novità», ma, ovviamente, molto meno agli studenti «più competitivi» e agli accademici, che «non ne capiscono la logica».
Mi giro indietro – incredibile ma vero – e vedo il contrabbassista Lucio, che fa la fila con gli altri. Nientemeno. Capello selvaggio, vestito casual, parlantina facile. Ha già attaccato bottone con due ragazze, conosciute proprio lì, nella fila, parlando di Giovanni. Le loro risate sono reali.

Mentre osservo la sfilata di fan che mi precedono nella fila, ecco l’idea: chiamo un mio giovane amico pianista, anche lui fan, e passo il telefono a Giovanni. «Ma lui lo sa chi sono?», mi domanda Allevi. «No», gli rispondo. Allora prende il telefono e saluta: «Ciao, sono Giovanni, come stai?…Giovanni Allevi…». Il mio amico dall’altra parte sta guidando. Quando riprendo il telefono devo dirgli di accostare e di riprendersi un attimo: è reale. Poi è la volta dell'autografo. Mi toccano il bacio e l’abbraccio rituale, ed è come rivedere un amico, prima di lasciarmi inghiottire di nuovo dai meandri del metrò. Adesso sorrido, e il mio sorriso è reale.


[floriana liuni]
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FOTOGRAFIA

Sguardo d’autore sulla pianura Padana

“Se mai torni a veder lo dolce piano che da Vercelli a Marcabò dichina”. Il grande fotoreporter Ferdinando Scianna ha scelto questo verso di Dante per aprire la sua ultima opera: la “dolce pianura” è quella del nord del Paese, che lui, siciliano di nascita, conosce bene. Da quando, a soli 23 anni, decise di lasciare la sua Bagheria per venire a Milano. «La prima cosa che mi colpì quando arrivai qui in Lombardia fu la nebbia: questa immensa distesa che ricopriva valli e pianure. Eppure notai presto che il paesaggio non era piatto, grigio, sempre uguale come veniva descritto. Era piuttosto una partitura articolatissima, fatta di grandi variazioni e fughe. Le figure affioravano incerte, ritagliate e trasparenti, come sinopie di una scena ancora da dipingere, da precisare». Scianna, classe 1943, a 21 anni incontra Leonardo Sciascia, con cui intreccia una relazione amicale e professionale che prende forma attraverso la prima pubblicazione a quattro mani: Feste religiose in Sicilia, che vince il premio Nadar.

Nel 1966 il giovane fotografo decide di lasciare la sua terra. «Il mio nord era diverso da chi aveva lasciato l’isola spinto dalla fame, verso l’Europa o altri continenti. Il mio nord era italiano, lombardo. Volevo fare il fotografo». Dal 1967 Scianna lavora per il settimanale L’Europeo da inviato speciale, come fotoreporter. L’Europa la raggiungerà in seguito, quando si stabilirà a Parigi, da cui sarà corrispondente per un decennio. È il maestro Henri Cartier-Bresson che, affascinato dal suo talento, lo introduce nell’agenzia Magnum, la più prestigiosa a livello internazionale. La sua capacità di trasformare le immagini in narrazione fa del reportage la sua più prolifica produzione espressiva. La sua creatività e originalità lo rende un artista eclettico e versatile, permettendogli di realizzare ritratti di estrema intensità e campagne innovative nei campi della moda e della pubblicità.

L’ultima creazione di Scianna è stata presentata al Museo Poldi Pezzoli, nel cuore di Milano. Una realtà museale in crisi che, come altri simili luoghi d’arte, merita attenzione da parte di pubblico e istituzioni, in quanto in grado di conservare opere che costituiscono il patrimonio produttivo delle generazioni passate. Il fotografo siciliano aveva già collaborato in passato con il museo e quest’anno la realizzazione del volume gli è stata commissionata da Snam Rete Gas. L’azienda voleva che il maestro desse la propria lettura visiva dei territori della Val Padana e Scianna ha deciso di dedicare un capitolo del suo libro alla realtà dei metanodotti. Il suo incontro con il nord negli anni Sessanta passò attraverso la meraviglia di fronte a questa rete invisibile che «come il reticolo del nostro apparato venoso e arterioso, permette di riscaldare le nostre case e di cucinare. Ho voluto dedicare parte dei miei scatti al paesaggio trasformato dalla metanizzazione, e a coloro che lavorano perché essa sia possibile».

Il volume è un vero e proprio racconto, un flusso narrativo suddiviso in capitoli: storie di cieli, storie di nuvole, storie di fiumi, storie di lavoro, storie di persone, storie di Storia, storie di energia. Per Scianna, la relazione tra uomo e natura è indissolubile: «Il paesaggio è sempre “fatto”, disegnato e costruito dall’uomo». La dimensione del viaggio è indispensabile per chi vuole fare una professione come la sua. «Il mondo perché dia fotografia bisogna percorrerlo. Il paesaggio parla, dice la sua verità, si rivela. La materia prima del fotografo si può considerare il “caso”, ma è un caso “cercato”. Il mio lavoro è simile a quello del cercatore d’oro che non si stanca di setacciare per trovare una pepita. Il fotoreporter non smette di camminare e guardare. E nel guardare, ogni tanto crede di “vedere”. È in quel momento che nasce lo scatto».

Da grande osservatore, Scianna ha esposto quelli che possono essere i punti in comune tra due regioni così apparentemente lontane e diverse: la sua terra d’origine e quella che ha immortalato per quest’opera. «Lombardia e Sicilia hanno in comune la testardaggine, uomini e donne di tenace concetto. Le unisce inoltre un sentimento di bellezza e il senso di una produzione che nasce dal perché delle cose. La funzionalità si esprime in maniera estetica ed esprime l’autenticità della vita».


[vesna zujovic]
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CATALOGO DEI VIVENTI

Metti un posto al sole un po’ effimero

Italia: ecco il Paese dove gli uomini che contano sono politici – Berlusconi e Veltroni – o delinquenti – Totò Riina. Il Paese dove le donne che contano sono belle e chiacchierate – Sofia Loren e Carla Bruni – e i pm sono sempre “discussi” (leggi: Boccassini e Forleo). Giorgio Dell’Arti e Massimo Parrini hanno presentato da pochi giorni il Catalogo dei Viventi, duemila pagine di biografie di italiani notevoli. Il criterio di notevolezza (neologismo di dell’Arti) con il quale sono stati valutati i personaggi è il numero di apparizioni di cui costoro hanno “degnato” i giornali nell’anno 2008. Secondo gli autori questo metodo avrebbe dato come risultato un valido strumento, il Catalogo, per l’appunto, per decodificare il nostro Paese. Che dai risultati ottenuti risulta come sopra indicato. Dietro i posti al sole delle celebrità menzionate tengono le star televisive, ma arrancano scienziati e intellettuali.

La cultura conta così poco in Italia? Agostino Giovagnoli, docente di Storia Contemporanea all’Università Cattolica di Milano, ritiene vero il contrario. «Molti di questi personaggi non fanno la storia del Paese». Nei criteri d’indagine del libro, infatti, a farla da padrona è la visibilità, che non ha nulla a che fare con l’indagine storica, che verte su criteri diversi. «Un domani la cultura sarà riconosciuta come un ambito fondamentale della realtà contemporanea italiana». Il problema è che la cultura e la scienza non hanno appeal sul mondo dell’informazione. La diffusione della cultura scientifica procede su canali estranei alla corrente dell’informazione.

«La società italiana è fatta di tante persone che con le loro iniziative tengono in piedi il Paese, ma queste persone spesso non appaiono, né hanno, peraltro, alcuna voglia di apparire», aggiunge Silvano Petrosino, docente di Semiotica all’Università Cattolica. Il criterio della rilevanza ottenuta con un calcolo delle occorrenze ottenute da ciascun personaggio “notevole” non è, di per sé, errato. Spesso, infatti, proprio le ricerche scientifiche utilizzano lo stesso metodo per rilevare l’affidabilità di un fenomeno. «Allo stesso tempo, però, è un criterio che non coglie la differenza tra l’apparenza e la realtà profonda». È, insomma, un criterio utile per agenzie pubblicitarie al momento di trovare un testimonial o di creare un’icona. Le persone degne di menzione, quindi, pur sapendo di meritare un po’ di fama, preferiscono stare ben lontane dalle luci della ribalta. «Per apparire, al giorno d’oggi, non c’è tempo di mettersi a studiare», continua Petrosino. Gli uomini di cultura, in altre parole, sanno che, confezionando un prodotto di qualità, fanno qualcosa per un pubblico ristretto che sappia apprezzare i loro sforzi. Ma questo pubblico sarà, nella maggioranza dei casi, un pubblico ristretto. La rilevanza mediatica ottenuta senza sforzi porta spesso sotto i riflettori personaggi che non solo non hanno alcun merito, ma – anzi – si sono spesso macchiati di crimini, come nel caso di Riina. «I fatti di sangue, da che ci sia memoria, hanno sempre attirato il pubblico. Non c’è da stupirsi, quindi, che il delinquente finisca spesso in prima pagina».

Per fare della ricerca scientifica, o un libro di qualità, o un’impresa umanitaria ci vuole tempo. Ma nella nostra società c’è ancora spazio per il tempo? Silvano Petrosino: «La società moderna preferisce concentrarsi sull’istante, il tempo del godimento. Il tempo della storia, invece, è il desiderio. Le cose notevoli necessitano una temporaneità come storia, il godimento istantaneo non permane. Non per niente, quando il primo Catalogo dei Viventi uscì nel 2007 molti dei notevoli di oggi non vi comparivano. I nuovi mezzi di comunicazione di massa, che interagiscono l’un l’altro, hanno reso la percezione delle cose molto più immediata. «La tentazione dell’uomo è, dunque, quella di tradurre e ridurre la logica del desiderio in una logica di godimento. E qui l’uomo si perde nell’idolatria». Nella Bibbia questo processo portava alla costruzione del vitello d’oro, simulacro presto finito fuso perché non portava alla vera salvezza. I nuovi profeti degli italiani, invece, sono gli uomini che dai salotti televisivi promettono di risolvere i loro problemi o le donne che, con il loro aspetto, fanno sognare realtà effimere. Solo le prossime edizioni del Catalogo dei Viventi potranno dirci chi sarà sopravvissuto al vaglio storico.


[alessia scurati]
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PREMIO OSTIGLIA

Un libro al cinema

Prima edizione per questo premio voluto da Mondadori, con l’obiettivo di unire due forme d’arte molto amate. La promozione dell’evento è stata affidata al Comune di Ostiglia, che ha lavorato insieme all’Associazione Festival Internazionale del Cinema e della Regione Lombardia. Il legame tra cinema e letteratura è solido: sono entrambe forme di espressione dove la vista è il senso protagonista. I grafemi scorrono sotto gli occhi ed evocano inevitabilmente immagini, rimandano a mondi vissuti o sconosciuti. L’operazione compiuta involontariamente da ogni lettore si trasforma in occasione di lavoro e sperimentazione per il regista che, a sua volta affascinato dalle pagine di romanzieri, novellisti, biografi, giallisti e narratori, decide di trasporre su pellicola le fisionomie evocate. La premiazione dei vincitori è avvenuta il 15 e 16 novembre a Ostiglia perché è proprio da questo comune del Mantovano che partì la carriera editoriale di Arnoldo Mondadori. Nel 1907 infatti, grazie alla collaborazione con Tomaso Monicelli, venne fondata la prima sede tipografica nella Palazzina che è stata appena restaurata, divenendo così patrimonio museale della zona. Fu proprio la tipografia La Sociale a pubblicare il foglio Luce! e La Lampada, la prima collana per l’infanzia.

Presidente onorario della manifestazione è stato il maestro Mario Monicelli, figlio di Tomaso, creatore di capolavori del patrimonio cinematografico italiano, come I soliti ignoti, L’armata Brancaleone, Amici miei, I nuovi mostri. Il legame tra le due famiglie si intensificò dopo il matrimonio di Arnoldo con Andreina, sorella di Tomaso. I premi letterari e cinematografici nazionali sono numerosi, ma questa manifestazione si differenzia dalle altre perché non premia l’opera in sé, l’autore o il regista separatamente. Ad essere messo in risalto è il binomio, il connubio tra questi due mondi. Il maestro Luigi Giuliano Ceccarelli, compositore e autore per cinema, teatro musicale, radio e televisione è stato nominato direttore artistico dell’evento e ha espresso gli obiettivi della manifestazione. «Vogliamo premiare il percorso della parola scritta che si trasforma in immagine che si fa suono, le migliori opere nel campo della complementarietà e della sussidiarietà tra queste forme d’arte». Le triadi destinate al podio sono state tutte realizzate nell’anno solare precedente all’evento.

La prima è La masseria delle allodole, scritto da Antonia Arslan, dal quale è stato tratto l’omonimo film dei fratelli Paolo e Vittorio Taviani. La vicenda affronta la tragedia storica del genocidio armeno, avvenuto in Anatolia nel 1915 per mano dell’esercito turco. La seconda coppia di opere è Notturno bus, noir metropolitano con una vena sentimentale: un libro di Giampiero Rigosi che Davide Marengo ha trasposto su pellicola. Il terzo binomio è Il giocatore (ogni scommessa è un debito) di Marco Baldini, base per Il mattino ha l’oro in bocca di Francesco Patierno. Si tratta dell’autobiografia del conduttore radiofonico e della difficoltà di convivere con la dipendenza da gioco. Durante le premiazioni verrà offerto un omaggio al maestro Monicelli, attraverso la proiezione del documentario Vicino al Colosseo c’è Monti, presentato all’ultima Mostra Internazionale del Cinema di Venezia nella sezione “Fuori Concorso”. All’evento ha partecipato anche l’attrice Veronica Pivetti, per un reading musicale di brani tratti dai libri premiati, con l’accompagnamento del maestro Bottura al pianoforte e del maestro Paccagnella al violoncello. La manifestazione è stata corredata da attività culturali e didattiche, come laboratori per formare i ragazzi alla lettura e per scoprire come un libro viene trasformato in un lungometraggio, attraverso la collaborazione di autori, registi, sceneggiatori, scenografi, attori, costumisti, tecnici, compositori.


[vesna zujovic]
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BIOGRAFIE

«Catalogo dei viventi»: la carica dei 7mila notabili

Personaggi dello spettacolo, della comunicazione, della politica e dell’economia, ma anche persone comuni che per motivi diversi sono arrivate alla ribalta delle cronache e hanno ottenuto visibilità. Nonostante la crisi economica e le difficoltà quotidiane, gli italiani si riscoprono interessati a vizi, virtù e segreti delle vite altrui. Il pettegolezzo oggetto di discussione e curiosità. Il catalogo dei viventi 2009 di Giorgio Dell’Arti e Massimo Parrini, edito da Marsilio, raccoglie duemila pagine di notizie biografiche, curiosità e dichiarazioni su 7.247 personaggi. Un vademecum del gossip, ma non solo. «L’opera fotografa la nostra società - spiega Giorgio Dell’Arti, uno degli autori -. Sarebbe sbagliato considerarlo un libro puramente frivolo e leggero, è anche un prodotto culturale. Una sorta di rapporto Censis sulla classe dirigente italiana e sulla nostra società. Insomma, uno strumento utile per decodificare il nostro Paese».

Ma quali sono i criteri utilizzati per individuare i personaggi “notevoli” della società italiana? « Dal 1992 – spiega Dell’Arti – io e miei collaboratori archiviamo quotidianamente tutto ciò che troviamo su internet e sulla carta stampata. Ad oggi, abbiamo un database costituito da più di 160.00 pezzi». Il criterio utilizzato è quello giornalistico. Hanno rilevanza solo i personaggi dotati di quella che viene definita “luce mediatica” nel bene e nel male. La novità di questa seconda edizione? Il volume presenta più di 500 biografie criminali, da Totò Riina a Pasquale Galasso. La notevolezza, neologismo utilizzato dagli autori già nel 2007 è difficile da spiegare. Indica l’esser presenti, visibili, conosciuti. «Non è indice – prosegue Dell’Arti – di bravura o di rilevanza etica o sociale, ma bensì di notabilità». Poiché nella nostra società è notevole sia chi ha salvato vite umane, ma anche chi ha commesso omicidi efferati rendendosi conoscibile, si è ritenuto interessante inserire nella raccolta: mafiosi, camorristi, ‘ndranghestisti o killer. Queste “voci nere” sono state curate da Paola Bellone, giovane magistrato della Procura di Torino che ha compiuto un lavoro accurato, esaminando migliaia di sentenze e atti.

Scorrendo il lungo elenco, ecco il risultato: Silvio Berlusconi è l’italiano più notevole di quelli in vita. Rispetto a due anni fa molti personaggi sono scomparsi. Meteore e non che hanno perso il loro palcoscenico mediatico. Fra le donne troviamo Sofia Loren, con 90 cm di biografia, a cui segue Carla Bruni, con una quantità di vita pari a 85 cm. L’universo femminile è prevalente nel mondo dello spettacolo e della comunicazione, mentre quasi assente nell’ambito politico e economico. « Il rapporto uomini – donne è di 5 a 1 – ribadisce Dell’Arti. Gli uomini sono il 79,25% del totale, rispetto alla precedente edizione la percentuale femminile è leggermente diminuita. Ciò rappresenta la nostra società. Le donne aumentano la loro popolarità ed importanza solo quando rientrano nelle decadi più giovani. Verso i 40-50 anni vi è una crisi nella notabilità, a differenza di ciò che accade per il mondo maschile».

Gli autori non vogliono entrare nel merito sulla valutazione del criterio utilizzato. Giusto o sbagliato, una cosa è certa: vi è una netta differenza fra vita reale, cronaca e notiziabilità. Ma come ribadisce Dell’Arti «sarebbe stato molto interessante se un’opera simile fosse stata compiuta negli anni ’70 e ’80. Oggi, potremmo avere un preciso spaccato storico, culturale dell’Italia di quell’epoca». Nel frattempo, gli autori si preparano per la prossima edizione 2011.

[tatiana donno]
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RICHARD DAWKINS

Ateismo, difficile convertirsi

Ateismo e fede. Religione e scienza. Binomi sui quale ci si interroga e si discute da secoli. Ma un nuovo interessante spunto di riflessione è stato messo sul piatto qualche giorno fa, quando l’anziano biologo Richard Dawkins - meglio noto come il sacerdote inglese dell’ateismo - lasciando la propria cattedra di Oxford, ha dichiarato: «Ho fallito, la mia campagna contro l’esistenza di Dio non ha intaccato la fede dei credenti». E ancora: «In Gran Bretagna è in corso una campagna fra le forze della ragione e il fondamentalismo religioso, ma la ragione è ben lontana dall’uscirne vincente». Due noti pensatori contemporanei, quali il teologo Vito Mancuso e il filosofo Piergiorgio Odifreddi, partendo da due prospettive diametralmente opposte (uomo di fede il primo, visceralmente ateo il secondo) mettono sotto la lente d’ingrandimento il bilancio indicato dallo studioso britannico, scoprendo più di un punto di contatto.


Dawkins, per riassumere in soldoni, ha dedicato la propria vita alla causa laica. Non solo in qualità di autore di saggi come l’Illusione di Dio, vero e proprio bestseller d’oltremanica. Ma anche come portavoce dell’attivismo antireligioso inglese. Un movimento che ha fatto recentemente parlare di sé, proponendo una vera campagna pubblicitaria a favore dell’ateismo: bus corredati di striscioni dove si leggeva «probabilmente Dio non esiste, smettete quindi di preoccuparvi e godetevi la vita». Il biologo evoluzionista, però, scuote la testa proprio sul finire della carriera. La sua strategia non ha funzionato, dice. Il definitivo scollamento della società dalla religione, quasi una certezza nelle sue previsioni, non si è concretamente verificato. E infine: il pensiero scientifico, secondo il biologo britannico, sarebbe anche oggi inesorabilmente subordinato alla religione, che definisce «una sorta di anomalia mentale».

Mancuso e Odifreddi riflettono in prima battuta sul ruolo di Dawkins. «La mia critica tocca la veste in cui Dawkins stesso si è calato – spiega Odifreddi –: non credo che uno scienziato razionalista ateo debba avere come missione la conversione dei credenti. Così facendo diventa una forma di predicazione pari a quella religiosa e perde di senso». Mancuso si muove parallelamente e aggiunge: «Come non inserire questa forma di ateismo in un fenomeno di più ampio respiro, che si manifesta proprio all’interno della religione?» Prosegue quindi il teologo: «Ciò che vedo è un moltiplicarsi di voci autoritarie, come nella Chiesa: la dottrina diventa più importante della verità, e non dovrebbe essere così. Ma tornando all’ateismo di Dawkins, che definisce la religione un’anomalia: non è forse equiparabile ad un integralismo religioso?».

Il matematico Odifreddi si concentra quindi su un’altra questione sollevata da Dawkins: il rapporto fra fede e progresso della ragione, e sottolinea un’ingenuità di fondo nel biologo britannico. Spiega infatti come, in realtà, sia molto comprensibile che la religione abbia ancora un ruolo centrale nella vita degli uomini. Per chiarire meglio il suo pensiero cita prima ironicamente Gadda: «Non tutti sono condannati ad essere intelligenti». Poi aggiusta un po’ il tiro: «È impensabile sperare che tutti possano abbracciare una visione razionale. La scienza, lo sappiamo tutti, va sempre contro una spiegazione naturale. Come si può pensare che i più non preferiscano risposte semplicistiche e consolatorie?». Ma quando gli si chiede se davvero la religione, circoscrivendo questa volta la domanda al nostro Paese, può essere un ostacolo al progresso della scienza, Odifreddi non ha dubbi: «Trovo che c’entri davvero poco, ma che sia sempre una questione politica. Pensiamo alla procreazione assistita: non c’entravano affatto la fede e la religione. Era una questione politica, punto. È su quel piano che dobbiamo andare a indagare».

Mancuso, tornando al fallimento sulla conversione dei credenti, spiega che «è sempre difficile suscitare entusiasmi nella gente proponendo solo negazioni. La fede è qualcosa di ben più complesso, un terreno irto da sondare». Soffermandosi sul nodo religione e scienza, invece, parla di una lotta interna, non riconducibile alla prospettiva atea o religiosa: «C’è una modalità di fede aperta, che si pone domande, e una modalità di fede chiusa. La stessa cosa vale per l’ateismo, e trovo che Dawkins, con la sua intransigenza, rientri nel secondo gruppo». Mancuso conclude citando il cardinal Martini, che parla di un solo futuro possibile, quello del dialogo fra religioni. «E fra queste ultime – sottolinea Mancuso – rientra anche l’ateismo».


[tiziana de giorgio]
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POLITICA

Perché sono uscito dalla casta: la voce di un insider

«Oggi l’unico modo per fare una buona politica è uscire dalla politica stessa». Le parole di Willer Bordon condensano la motivazione della scelta maturata nei mesi precedenti al 16 gennaio 2008, quando decise di presentare le dimissioni davanti a Franco Marini, allora presidente del Senato. Un atto che va controcorrente, in un panorama politico immobilista, dove le cariche raggiungono una durata trentennale. «Se osserviamo lo scenario internazionale ci rendiamo conto di quanto l’Italia sia un caso anomalo. Negli altri Paesi non è così: basti pensare a Blair o Aznar. Hanno terminato il loro percorso politico, senza accanirsi a mantenere per forza la loro posizione».

Il caso Italia è un unicum in questo senso: c’è un radicamento dei ruoli che causa un invecchiamento politico. Non è soltanto questione di età, ma è necessario «ammettere a se stessi che è giunto il momento di andare: a un certo punto la vena propositiva e la creatività si esauriscono. È necessario garantire un ricambio regolare e regolato. L’attuale momento storico vede Barack Obama protagonista di un cambiamento epocale. Il problema è che le cariche italiane che lo apprezzano erano già ministri quando il neo-presidente muoveva i primi passi nella politica».

Perché sono uscito dalla casta, pubblicato lo scorso 30 ottobre, viene naturalmente associato ai libri di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, i giornalisti del Corriere della Sera, autori del best seller La casta e La deriva. Il tema centrale è sempre l’accusa nei confronti della classe politica italiana. Bordon: «Rizzo e Stella hanno realizzato un lavoro inappuntabile d’inchiesta, ricco di fonti e documenti. La differenza fondamentale è che io parlo di un’esperienza vissuta dall’interno, perché provengo da quel mondo». Da insider, Bordon utilizza aneddotica e informazioni raccolte “sul campo” per spiegare i motivi dell’odiosità che rende la “casta” insopportabile. «Non si tratta solo dei privilegi, ma nel fatto che questi si incrociano con l’inefficienza». I cittadini sviluppano un malcontento che deriva da una mancata erogazione di servizi, di sicurezze, di garanzie; si sta diffondendo un clima di sfiducia, soprattutto nelle fasce più giovani. «L’atteggiamento dei politici mette in crisi il sistema democratico e parlamentare. L’antipolitica non sta nei “grillini” o nelle proteste studentesche, ma è insediata nel Palazzo».

La delusione di Bordon non si deve però confondere con disillusione. La speranza di una possibile uscita da questa condizione di immobilismo c’è, e le sue dimissioni sono anche una metafora reale in questa direzione. Lui, che per anni ha fatto parte della casta, pensa che per tornare ad essere credibili occorra staccarsi da questo tipo di politica autoreferenziale. La decisione è maturata col tempo, ma una delle “molle” è stata la reazione di una mamma che gli fece notare il costo eccessivo dei pasti dei parlamentari. Un fatto apparentemente piccolo, ma tanto grande da determinare la scelta successiva di Bordon. «Il mio gesto può sembrare idealista o velleitario. Di sicuro non cambierà il mondo, ma è comunque una spinta al rinnovamento». La politica può e deve essere esercitata al di fuori delle sedi protette. Deve integrarsi e interagire con il tessuto sociale, deve aver voglia di incontrare le persone, ascoltarle. E Bordon promette che questo sarà solo l’inizio: «Il libro è un primo passo, perché ho scoperto un nuovo valido strumento: il blog. Uno dei miei prossimi progetti sarà una raccolta di firme, da presentare in primavera in Cassazione, contro il finanziamento pubblico dei partiti».

[vesna zujovic]
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