Cinquant'anni di lotte contro il Dragone cinese Il 2009 è un anno molto importante per il Tibet, una terra dalla storia travagliata, all'eterna ricerca di un po' di pace. Ricorre infatti proprio in questi giorni il cinquantesimo anniversario della fallita rivolta anti-cinese del 1959. I monaci tibetani continuano a manifestare, a farsi arrestare, a morire nell'attesa che il mondo si ricordi davvero di loro. Intanto, al di là di tante belle parole di solidarietà, qualcuno rifiuta di accogliere sul proprio territorio il Dalai Lama per non compromettere i rapporti commerciali con la Cina. Quella tibetana è una vicenda molto delicata, che Mag affronta con un dossier.
1. Pretoria dice no al Dalai Lama
2. Tibet tra indipendenza e occupazione
3. Le rivoluzioni di marzo
[ivica graziani - daniela maggi]
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CONFLITTO DI GAZA
Intervista a Nahum Barnea
«Non ci sono dubbi che le operazioni militari organizzate da Israele sono state condotte ad ampio spettro. Il punto è che sono durate anche molto più a lungo di quanto ci si aspettasse», racconta da Gerusalemme Nahum Barnea, una delle penne più autorevoli del giornalismo israeliano, intervistato in esclusiva da m@g. Barnea, che scrive per il quotidiano Yedioth Ahronoth e ha vinto il premio Israel Prize per la comunicazione, ha perso un figlio nel 1996, in un attentato kamikaze di Hamas a un autobus di linea. Al funerale ha perdonato pubblicamente l’assassino, considerandolo vittima della stessa tragedia che affligge il popolo palestinese. Da anni si spende per favorire il dialogo nell’ambito del conflitto arabo-israeliano.
[viviana d'introno e cesare zanotto]
L'INTERVISTA
Yang Lian, nato in Svizzera nel 1955 ma cresciuto a Pechino, è oggi uno dei maggiori poeti contemporanei e una tra le voci più importanti della dissidenza cinese. Esiliato dalla Repubblica Popolare Cinese dopo avere duramente criticato nel 1989 la repressione di Piazza Tiananmen, vive all’estero da vent’anni. È stato candidato al Premio Nobel nel 2002 e le sue poesie sono state tradotte in 25 lingue. Yang Lian interpreta lo spirito della millenaria cultura cinese attraverso la sua esperienza da esule. Una riflessione sulla condizione generale dell’uomo ma anche un invito alla speranza per milioni di cinesi che chiedono democrazia.guarda l'intervista
[marzia de giuli e luca salvi]
L'INCHIESTA
È un’emergenza che dura da oltre vent’anni. I territori tra Napoli e Caserta sono uno stato nello stato dove l’unico potere reale è quello della Camorra. Nonostante i blitz, gli arresti e l’invio di soldati e poliziotti, i clan continuano a fare affari in un cono d’ombra in cui convivono l’economia legale e la politica. Ne abbiamo parlato con Andrea Cinquegrani, direttore de La Voce della Campania (oggi La Voce delle Voci).
Ascolta l'intervista
[alberto tundo]
MARIO CAPANNA
Onda e '68 a confronto
Quarant’anni dopo la protesta che ha segnato un’epoca, gli studenti italiani sono ancora in piazza. Secondo alcuni osservatori, l’Onda, che contesta la riforma Gelmini, è la fotocopia del’68. Altri la pensano diversamente. Mag ha chiesto un’opinione a Mario Capanna, ex studente dell’Università Cattolica e leader del movimento nel 1968.
[cesare zanotto]
CIBO E MEMORIA

La relazione tra il cibo e la memoria è uno degli aspetti più profondi e antichi della cultura italiana e internazionale. Emblema di questo nesso è la madeleine che risveglia i ricordi dell’infanzia di Marcel Proust nel romanzo Alla ricerca del tempo perduto . Che cosa pensano i gourmet più affermati e i cuochi più celebri del nostro Paese del rapporto tra lo stile di vita dei nostri tempi e i cambiamenti nel gusto culinario, sempre più lontano dalla tradizione culinaria? La risposta nel servizio.
[francesco perugini]
GIORGIO BOCCA

Nessuno meglio di Giorgio Bocca può aiutarci a riflettere sulla crisi che sta vivendo oggi la professione di giornalista. "E' la stampa, la bellezza!", il suo nuovo libro vuole essere un'occasione per riflettere sul destino di un mestiere che sembra aver perso le sue virtù. In Italia la carta stampata appare schiacciata dalle pressioni della politica e dell’economia, incapace di reagire allo strapotere della comunicazione televisiva, non più in grado di scandagliare i mutamenti reali della società. Abbiamo approfondito queste e altre questioni nell'intervista.
[gaia passerini]
ESTERI
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24.3.09
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ELEZIONI EUROPEE
Pubblicità targata Ue? L’Italia: no, grazie “Usa il tuo voto!” e l’Europa migliorerà anche grazie a te. È questo il messaggio della campagna pubblicitaria lanciata dall’Unione Europea per le prossime elezioni, che si terranno tra 4 e il 7 giugno. «Quest’anno saremo più professionali» ha affermato Francesca Ratti, direttrice delle comunicazioni dell’esecutivo di Bruxelles, durante la conferenza stampa di presentazione.
L’Unione Europea ha investito grandi energie in questo progetto. La campagna pubblicitaria è costata cinque centesimi a ogni cittadino europeo, per un totale di 18 milioni di euro. Trasmessa in 23 lingue, sulle 27 dell’Unione, la campagna sarà diffusa attraverso ogni canale: cartelloni pubblicitari, installazione negli spazi pubblici, spot su radio e televisione, siti internet e gruppi nei principali social network. Sono già in circolazione diversi volantini con fondo azzurro, che mettono gli europei di fronte a scelte su temi fondamentali quali Ogm, immigrazione, sviluppo tecnologico ed energetico.
L’Italia non ha gradito questo tipo di campagna pubblicitaria. Il Dipartimento delle politiche comunitarie ha trasmesso un comunicato in cui fa sapere l’opinione di Andrea Ronchi. Il ministro, si legge nella comunicazione ufficiale, «ritiene che i contenuti della campagna di comunicazione promossa dal Parlamento europeo, nella sua attuale formulazione, non siano idonei a migliorare la percezione e la conoscenza dei valori e delle opportunità derivanti dall’appartenenza all’Unione Europea». Sarcastico il commento del vicepresidente dell’Europarlamento, Alejo Vidal Quadras: «Queste critiche contribuiscono ad aumentare la consapevolezza del voto». «Senza volerlo - ha proseguito Vidal Quadras – ha già contribuito ad aumentare il dibattito sulle elezioni europee»
Per tutta risposta il governo italiano ha ribadito la sua volontà di non aderire alla campagna pubblicitaria europea. In pieno accordo con il governo, il Dipartimento per le Politiche comunitarie ha stabilito di preparare una diversa e più appropriata campagna di comunicazione. Ancora sconosciuti i dettagli di questa nuova iniziativa italiana. Il Dipartimento per le Politiche comunitarie si trincera dietro un no comment anche per quanto riguarda i tempi di preparazione e l’avvio della campagna. Ci dovremo attendere una serie di pubblicità basate sui tanto decantati principi cattolici dell’Unione, così cari al governo italiano ma quasi dimenticati dai cittadini europei?
[daniela maggi]
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24.3.09
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TERRORISMO
In Irlanda del Nord torna la paura Che cosa sta succedendo in Irlanda del Nord? Siamo davvero di fronte a una nuova alba del terrore? Abbiamo cercato di capirlo insieme a Silvia Calamati, scrittrice e giornalista esperta di questione irlandese, autrice di volumi quali Irlanda del Nord. Una colonia in Europa, Qui Belfast. 20 anni di cronache dall’Irlanda di Bobby Sands e Pat Finucane e vincitrice del premio internazionale Tom cox award.
Due attentati omicidi nel giro di tre giorni, che hanno provocato la morte di due militari britannici e di un agente di polizia. Gli agguati sono stati rivendicati rispettivamente dalla Real Ira e dalla Continuity Ira, due frange estremiste del movimento indipendentista Irish Republican Army, che non hanno mai accettato gli accordi di pace del 1998 e la deposizione delle armi siglata nel 2005. È bastato questo per far circolare la paura di una nuova stagione terroristica, ma per Silvia Calamati non è così: «Non si può sostenere che inizierà una nuova guerra, perché gli attentatori appartengono a gruppi molto piccoli, che non hanno né l’appoggio della maggioranza della popolazione né una capacità militare adeguata». In effetti i militanti sono poche centinaia, ma non sono mancate manifestazioni popolari in favore delle uccisioni.
Per il primo ministro britannico Gordon Brown «questi assassini stanno cercando di distruggere un processo di pace che ha portato benefici e progresso», ma non avranno vita facile perché «la Gran Bretagna si opporrà strenuamente». Nonostante l’invito alla calma, lanciato dalle istituzioni, il pensiero corre al recente passato di sangue. Da 30 anni a questa parte, sono state più di 3.600 le vittime provocate dagli scontri tra nazionalisti e unionisti. L’ultimo grande episodio di violenza si è verificato il 15 agosto 1998, quando gli indipendentisti della Real Ira eseguirono un attentato ad Omagh, uccidendo 29 persone. Da allora, la violenza pareva aver ceduto il posto a una trattativa di pace condotta dal Sinn Fein, il più grande partito repubblicano irlandese. «Chiariamo bene una cosa - precisa Silvia Calamati – . Quella che c’è stata in Irlanda del Nord negli ultimi decenni, non era una guerra civile o di religione. Il cambiamento portato dagli accordi di pace è il tentativo di cancellare una memoria storica».
Per il giornalista Sandro Viola, l’interruzione degli scontri è stata favorita «dalla crescita dell’economia, dalla fine della miseria nei ghetti cattolici e nei villaggi agricoli». Ora, però, «l’Irlanda del Nord è un paese vicino alla bancarotta». Non sorprende, quindi, il ritorno della violenza. Silvia Calamati, invece, mette in evidenza come questi nuovi omicidi siano giunti «poche ore dopo l’invio, sul territorio irlandese, di nuovi militari britannici appartenenti alle forze segrete» Insomma, continua Calamati, «il nemico da combattere è ancora l’esercito inglese, visto come un occupante. Questa nuova violenza s’inserisce come un ulteriore tassello in quel processo di pace presentato come un obiettivo parzialmente raggiunto, ma che in realtà non è mai decollato».
È importante sapere che, in Irlanda del Nord, le condizioni della popolazione sono pessime: «Questo – sottolinea Silvia Calamati – è uno dei paesi con la più alta violazione dei diritti umani. La polizia è dotata di poteri eccezionali, che le consentono di fermare e prelevare chiunque in qualsiasi momento. Dire che in Irlanda del Nord c’è la pace, significa mentire. Per questo non mi sono stupita di questi nuovi attacchi».
Anche se senza futuro, gli ultimi omicidi hanno raggiunto un obiettivo: quello di far confluire in Irlanda del Nord una grande quantità di denaro. La giornalista Calamati spiega: «Sono arrivati parecchi soldi dall’Ue, nel tentativo di riportare quella calma apparente che si respirava fino a pochi giorni fa. Questo permetterà di aumentare le misure di sicurezza e di controllo della popolazione, del tutto inutili».
Insomma, le azioni della Real Ira e della Continuity Ira si stanno rivelando un vero e proprio boomerang. Come osserva ancora Silvia Calamati: «Questi omicidi, invece di velocizzare il processo verso la pace e l’autonomia dell’Irlanda del Nord, sono un’ulteriore ostacolo al reale cambiamento che tutti i repubblicani si auspicano».
[daniela maggi]
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12.3.09
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GRECIA
Tra scioperi e attentati, gli dei stanno a guardare Atene, marzo 2009. Nei giorni della Quaresima ortodossa, nella capitale greca si respira aria di contraddizione. A partire dal clima che, nell’ultimo mese d’inverno, ci accoglie con un piacevole tepore. Anche la città vive di contrasti: la pace dei sentieri antichi che portano all’Acropoli stride con i rumori di una metropoli di oltre tre milioni di anime che hanno voglia di muoversi, costruire, commerciare. Sono giorni di vacanza, di festa nazionale. I turisti affollano come sempre lo spazio di fronte al Partenone, scattano fotografie all’oceano di case viste dall’alto, si immaginano avvolti in candide tuniche passeggiare nell’Agorà, rivivono il dramma di Socrate nell’anfratto dove bevve la cicuta, ammirano l’incantevole panorama dalla collina di Filopappo, dimora delle Muse. Dopo i folleggiamenti del Carnevale greco, l’Atene tradizionalista rispetta i dogmi ed evita la carne, che continua a girare sugli spiedi per gli ospiti in vacanza.
Ma c’è un’altra città che mette da parte religione e riposo e decide di scendere in piazza. Il 2 marzo, giorno di festa nazionale, mentre il lungo serpentone dotato di obiettivi sale verso i templi, una ragazza greca in visita alla capitale avverte: «I manifestanti vogliono occupare l’Acropoli, bloccheranno ogni accesso». Ma l’allarme sembra rivelarsi infondato e la giornata prosegue con tranquillità. Un paio di giorni dopo, però, le vie antistanti il Parlamento si riempiono di folla e di bandiere. Lo sciopero invade il centro della capitale e fa fermare i mezzi pubblici. Lavoratori e turisti affollano le biglietterie per chiedere spiegazioni. Al ticket office si sentono rispondere: «Signori, il centro di Atene è assediato. Dovete raggiungere la periferia per accedere ai mezzi e arrivare all’aeroporto». Il museo dell’Acropoli è nuovamente chiuso: i dipendenti del Ministero del Turismo hanno deciso di incrociare le braccia per i tagli agli stipendi. Così è anche per i medici della capitale: i servizi sanitari della metropoli sono stati sospesi e un’emergenza non risolta ha causato una morte sospetta e un’ondata di proteste. Negli ultimi mesi la tensione è andata crescendo: ci sono stati numerosi attentati –fortunatamente senza vittime–, l’ultimo dei quali ieri mattina. Una bomba è infatti esplosa vicino a una sede della Citibank, nella zona nord della città. Solo qualche giorno fa un altro ordigno era deflagrato nell’auto di un imprenditore, riducendolo in fin di vita.
Molti di questi episodi, che hanno colpito soprattutto commissariati, sedi diplomatiche e commerciali, sono stati attribuiti a movimenti di matrice anarchica. Uno degli attacchi è stato rivendicato da Epanastikos Agonas (Lotta rivoluzionaria) che, telefonicamente, invitò «tutte le forze rivoluzionarie ad unirsi per rovesciare il regime». La situazione è precipitata subito dopo il tragico episodio avvenuto lo scorso dicembre, quando un ragazzo di 16 anni è stato ucciso dalla polizia nel quartiere di Eksarchia, roccaforte della sinistra antagonista. L’entrata delle pattuglie nella zona era stata interpretata come una provocazione e, bersagliati dalla sassaiola, i poliziotti hanno cominciato a sparare. La vittima, colpita allo stomaco, è morta nel giro di un quarto d’ora. Uno degli agenti è stato accusato di omicidio volontario, nonostante inizialmente la vicenda fosse stata considerata un incidente.
La reazione di rabbia e disperazione dei compagni del giovane ha portato ad una serie di episodi a catena. Nell’arco di qualche settimana, oltre 3000 ragazzi hanno assaltato 31 negozi, 9 banche e bruciato decine di auto e cassonetti. Le proteste sono giunte immediatamente ai vertici, ma il premier Costas Karamanlis ha respinto le dimissioni di due ministri, tra cui il ministro degli Interni, Prokopis Pavlopoulos. Altri attentati sono stati rivendicati da un gruppo chiamato “Setta dei rivoluzionari”, che si ispira alla Baader-Meinhof, la banda che operò negli anni Settanta in Germania sotto la sigla Raf (Rote Armee Fraktion). Il loro obiettivo sono le forze di polizia che, in un documento inviato tramite cd al quotidiano Ta Nea, vengono definiti “porci”. La polizia rappresenta la difesa delle istituzioni, che in questo momento vivono nel Paese ellenico un forte momento di crisi. La Grecia ha infatti registrato uno sfondamento del 3% del deficit di bilancio.
Karamanlis ha previsto un pacchetto di riduzione del 10% del budget per tutti i dicasteri ad esclusione di salute e istruzione, che però dovranno presentare ogni tre mesi un rapporto alle Finanze. La decisione che ha scatenato le reazioni più accese è stata la prevista riduzione di spesa per i lavoratori a contratto e il congelamento di tutte le assunzioni nel pubblico impiego. La stampa di centrosinistra ha ricordato l’inefficacia dell’operato del premier, in quanto aveva promesso l’applicazione dello stesso pacchetto in passato, senza poi essere riuscito a mantenerlo. Timori sono stati espressi anche dal governatore della Banca Centrale, George Provopoulos, che ha preventivato una stretta fiscale e un’auto-limitazione della spesa pubblica. La previsione è che il tasso di crescita possa scendere al di sotto dello 0,5%; il Paese potrebbe rischiare il tracollo se non riuscisse ad applicare le misure di emergenza. Il leader dell’opposizione, George Papandreou, ha dichiarato:«Quello che ho capito è che il governo non ha ancora un progetto definito. Temo che ci sia solo un piano: le elezioni nazionali.
La crisi attuale è legata direttamente alla fine di un modello economico che ha promesso la crescita senza garantire la redditività e la prosperità della nostra società». E’ stato così proposto un “piano verde”, con una riforma che investa anche nelle nuove tecnologie, con la creazione di un fondo per migliorare la qualità dell’ambiente. Chi entra ad Atene vive infatti una doppia dimensione. I siti archeologici e culturali vengono costantemente curati e conservati, nel rispetto della vegetazione e della natura. Accanto al patrimonio dell’Acropoli, però, la speculazione e l’abuso edilizio, l’incremento commerciale e automobilistico hanno deturpato molte zone della metropoli. Il degrado di alcune aree territoriali è solo uno dei punti deboli di un Paese che in questo momento vive problemi più urgenti: il flusso delle migrazioni, in particolare provenienti da India, Pakistan e Turchia, necessita la garanzia di un assorbimento lavorativo e la tutela dei diritti fondamentali.
Atene è infatti il fulcro di questa contraddizione: accanto ad una minima percentuale di cittadini molto ricchi, la maggioranza della popolazione vive in condizioni di difficoltà. Il fenomeno crescente della disoccupazione e del deficit pubblico sono stati al centro del dibattito tenutosi lo scorso 1° marzo a Bruxelles, durante il vertice straordinario dei Paesi Ue, alla presenza di 27 capi di Stato e di governo. La proposta del premier ungherese Ferenc Gyucsany per un piano complessivo per l’Est da almeno 180 miliardi di euro non è stata accolta. La principale motivazione è stata la paura di creare un «ghetto» economico dei Paesi dell’ex blocco sovietico e di quelli delle aree limitrofe, preferendo ipotizzare un piano di aiuti caso per caso. Nel documento finale si è sottolineata l’importanza del rafforzamento della stabilità finanziaria sulla base delle analisi della Commissione europea, per affrontare la crisi grazie alla collaborazione tra gli Stati. Ci si sta già preparandosi all’arrivo di Obama a Praga il prossimo 5 aprile per il vertice Ue, in cui si parlerà delle possibili prospettive di interazione tra i due continenti. Intanto ad Atene le proteste e gli scioperi continuano, mentre i cani randagi che giacciono ad ogni angolo delle strade raccontano di una città bisognosa di cure e attenzione.
[vesna zujovic]
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11.3.09
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TERRORISMO
Attentato al Cairo, morta una turista francese Una turista francese di 17 anni è morta ieri sera al Cairo, la capitale dell’Egitto, per gli effetti di una bomba scoppiata a Khan el Khalili, il mercato più famoso della città. Ancora non sono chiare le modalità dell’attacco, che ha causato 24 feriti, ma la scelta del luogo dell’attentato fa pensare che i terroristi volessero colpire i turisti in visita, visto che il mercato è tra le principali attrazioni egiziane e che sorge in pieno centro città, tra le moschee più belle.
Le fonti ufficiali egiziane parlano di un congegno esplosivo costruito artigianalmente e piazzato sotto una panchina di pietra mentre alcune testimonianze raccontano che la bomba è stata lanciata dal passeggero di un motorino che sfrecciava a tutta velocità e altri spiegano che l’ordigno sia piovuto da una finestra dell’albergo Hussein, che si affaccia sulla piazza teatro dell’attentato.
La Farnesina esclude che tra i coinvolti ci siano italiani, mentre il presidente transalpino Nicolas Sarkozy ha espresso il suo «profondo dolore» per l’attentato e ha fatto le sue condoglianze alla famiglia della vittima, inviando un messaggio di solidarietà ai feriti e ai loro parenti. Tra le vittime dell’esplosione si contano infatti altri 18 francesi, 3 sauditi ed un tedesco. Gli altri coinvolti sono egiziani che lavorano nelle vicinanze del luogo dell’attentato e tra questi c’è anche un bambino. Condizioni gravi per sei di loro e strage sfiorata, visto che la polizia egiziana ha trovato nei paraggi del luogo della prima esplosione un secondo ordigno, disinnescandolo.
Nella serata di ieri tre persone, due donne dal volto coperto ed un uomo, sono state arrestate dalle autorità perché sospettate di essere coinvolte nell’attentato. L’analogia con altri episodi che hanno colpito l’Egitto in passato fa pensare che il terrorismo sia sempre sensibile ad obiettivi occidentali per colpire collateralmente il governo del Raìs Hosni Mubarak. La sua polizia e la sua lotta ai Fratelli Musulmani, il gruppo politico che da anni lotta per l’emancipazione fondamentalista della terra delle piramidi, evidentemente sono ancora in discussione. Per dedicarsi alle conseguenze dell’esplosione di ieri il Raìs ha annullato tutti gli impegni presi per la giornata di oggi, compreso l’incontro col presidente della Camera Gianfranco Fini.
La motivazione di questo gesto terroristico, opera probabilmente di Al-Tawid wal Jihad, una cellula autonoma di Al Qaeda, potrebbe quindi essere quella di punire l’immobilismo del governo egiziano durante i bombardamenti israeliani avvenuti tra dicembre e gennaio scorsi a Gaza. Durante quei giorni le frontiere d’Egitto non si aprirono mai ai palestinesi che volevano scappare da Gaza e la posizione di Mubarak fu neutrale. Posizione che però ha attirato sul reggente egiziano l’ira del fondamentalismo islamico che lo considera un complice israeliano ed un traditore della causa araba.
[roberto dupplicato]
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25.2.09
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INTERVISTA
Gli italiani sequestrati all’estero In Somalia le due religiose rapite 102 giorni fa sono state liberate. Suor Caterina Giraudo e Suor Maria Teresa Oliveroa, del movimento contemplativo “Charles de Foucault”, sono già ritornate nel villaggio dove da anni esercitano la loro missione. Ma c’è ancora attesa, in altre zone del mondo, per la sorte di altri italiani. Come Eugenio Vagni, cooperante toscano della Croce Rossa, rapito nelle Filippine il 14 gennaio scorso, insieme al locale Jean Lacaba e allo svizzero Andreas Notter. I tre sono stati prelevati a Tawau da un gruppo armato islamico attivo nell'area, presumibilmente l'Abu Sayyaf, vicino ad al Qaeda. Abbiamo raggiunto nelle Filippine padre Giovanni Sandalo, comboniano, superiore del Pime nelle Filippine, e collega di padre Giancarlo Bossi, rapito il 10 giugno 2007 e rilasciato nel luglio successivo. Padre Giovanni Sandalo prova a tracciare con noi un’analisi della situazione.
Ascolta l'intervista.
[alessia lucchese]
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24.2.09
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RUSSIA
La cortina di ferro dell'informazione La cortina di ferro si è alzata anni fa e oggi la Russia sta cercando di riconquistare un posto tra le grandi potenze mondiali. Eppure per quanto riguarda la libertà di stampa è ancora una delle nazioni più arretrate del globo, dove si continua a morire in nome di un’informazione senza condizionamenti. Perché? Il dossier di M@g prova a dare alcune risposte.
L'omicidio Markelov-Baburova
Il gelo sulla stampa russa
[michela nana]
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23.2.09
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ISRAELE
Vince Kadima: e il Paese si fa laico e nazionalista «Più ansiosa e con meno speranze». Questo è il ritratto emotivo che Piergiorgio Grassi, docente di sociologia della cultura ebraica all’Università di Urbino, fa della società israeliana emersa dalle elezioni dello scorso dieci febbraio. «Comunque – spiega il professore – la situazione è fluida. Le politiche che Obama attuerà nel prossimo futuro potranno, di nuovo, stravolgere gli equilibri dell’opinione pubblica israeliana».
La maggioranza relativa dei seggi della Knesset va al partito di centro Kadima. Secondo Yossi Bar, corrispondente in Italia per il quotidiano israeliano Maariv,«questo risultato è una vittoria personale del ministro degli esteri uscente Tzipi Livni. Una donna pulita, con un passato impeccabile, che ha salvato il suo partito dallo scandalo sulla corruzione politica che ha coinvolto il primo ministro Ehud Olmert». Secondo Grassi «la leader di Kadima ha dato prova di grande abilità politica. Ricoprirà di certo un ruolo importante nella futura vita pubblica del suo paese. Ma, di certo, non ha il carisma di Golda Meir e Ariel Sharon». In passato, la figura di un leader forte è risultata fondamentale per far accettare al popolo d’Israele delle decisioni dolorose, ma indispensabili, per la prosecuzione del processo di pace.
In generale si registra un ampio slittamento a destra dell’opinione pubblica. Il Likud di Benjamin Netanyahu ha perso solo per un seggio il confronto con Kadima. Mentre il partito Laburista, che con Ben Gurion e Isaac Rabin guidò il popolo israeliano verso l’indipendenza, oggi è solo la quarta forza del Paese. «In realtà – spiega Grassi – questo fenomeno è iniziato dal 2001. La società israeliana è rimasta delusa dalla politica di pace sbandierata, ma mai attuata, della coalizione di centro sinistra». Per Yossi Bar la destra ha vinto grazie al suo programma elettorale per la sicurezza. «Comunque – continua il giornalista – le passate esperienze di Netanyahu al potere sono state piuttosto deludenti». Ma la vera novità di queste elezioni è stata l’affermazione di Israel Beitenu (“Israele Casa Nostra”): il partito, guidato da Avigdor Liberman, che ha presentato all’opinione pubblica un programma elettorale laico e ostile agli arabi israeliani. La destra unita avrebbe i numeri per governare «ma – spiega Yossi Bar – Netanyahu, oltre che con Israel Beitenu, dovrebbe allearsi anche con i religiosi che andrebbero a scontrarsi contro le idee laiche di Liberman. Ricordiamoci che alcune proposte di legge indispensabili per uno stato laico, come quella per il riconoscimento della validità del matrimonio civile, alla Knesset non sono mai passate».
Inoltre il risultato di Israel Beitenu dimostra che in Israele il problema degli arabi con il passaporto israeliano è ancora aperto. In passato, alcuni dei loro rappresentanti hanno più volte denunciato l’esistenza di un atteggiamento discriminatorio che il resto del Paese avrebbe nei loro confronti. Secondo Grassi «il leader di Israel Beitenu esprime con forza una posizione che nel paese ebraico è stata sempre presente». Gli arabi israeliani rappresentano il 22% della popolazione. Di questi la metà, non partecipando alle elezioni, ha scelto di esercitare una forma di dissidenza passiva verso quello che, a tutti gli effetti, è il loro Paese. Ma quello che spaventa veramente gli israeliani è l’alto tasso di natalità dei loro concittadini di etnia araba. Nel 2020 il 30% dei cittadini israeliani con meno di 14 anni sarà arabo. Il popolo di Sion teme una futura islamizzazione del suo stato.
Il successo di Liberman ci mostra la nuova faccia che Israele sta assumendo, soprattutto grazie ai suoi cittadini più giovani: una generazione laica, occidentale e poco sensibile verso i classici ideali sionisti.«Telaviv – spiega il professore –è una metropoli in tutto e per tutto anglosassone: esprime appieno le motivazioni e le aspirazioni della gioventù israeliana». Nazionalista, laica e liberista: sembra questo il futuro della terra di Sion. Ma il disincanto e lo spirito pragmatico di questa nuova generazione, se ben gestita e indirizzata da leader politici capaci, potrebbe anche portare a un’accelerazione del processo di pace.
La possibilità di un accordo tra Israel Beitenu e Kadima non è da escludersi. D’altronde la Livni, durante la campagna elettorale, ha esortato gli arabi israeliani a cercare la loro realizzazione personale nel futuro stato palestinese. Inoltre, in un’alleanza con le forze di centro, Liberman non troverebbe particolari difficoltà nell’attuare il suo programma laico. Quindi gli scenari possibili per il futuro governo israeliano sono ancora tutti aperti. Ma Yossi Bar chiede al suo paese di guardare oltre i suoi confini e di capire che, dopo l’elezione di Obama, il mondo sta cambiando e che, se vuole sopravvivere, anche Israele deve cambiare.
[andrea torrente]
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23.2.09
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REPORTER SENZA FRONTIERE
Corea del Nord, prove tecniche di persecuzione È drammatico il bilancio di Reporters sans frontières sulla situazione nord coreana. Una nazione che si presenta nella peggiore posizione, secondo la classifica mondiale che monitora la libertà di stampa internazionale. È infatti all’ultimo posto per i parametri che valutano le condizioni d’indipendenza espressiva. Una condizione di completo isolamento, che le forze di sicurezza locali riescono a mantenere. Qualsiasi atto contrario al regime viene punito in maniera brutale. Si arriva a casi estremi, come quello di un responsabile di un’impresa di Stato, fucilato nel 2007 per aver effettuato delle telefonate all’estero senza autorizzazione.
Lo stesso anno è ricordato per la nascita del primo periodico realizzato da una decina di giornalisti clandestini formatisi in Cina che, in collaborazione con un’agenzia di stampa giapponese ha promesso di pubblicare informazioni inedite sulla situazione politica, sociale ed economica. I giornalisti, rientrati in seguito nel Paese, hanno poi cercato di provvedere alla distribuzione del magazine, in maniera faticosa e sempre nella clandestinità. Per quanto riguarda la situazione radiofonica, diverse postazioni con base oltre confine hanno provato a potenziare il raggio di frequenza, ma alcune hanno incontrato immediatamente la repressione delle forze governative. Free North Korea Radio, Voice of America, Open Radio for North Korea, Radio Free Asia e Radio Free Chosun: tutte queste radio, indipendenti e dissidenti, hanno subìto l’interruzione delle trasmissioni.
L’accentramento del controllo politico nelle mani di Kim Jong Il ha determinato la condanna di qualsiasi informazione straniera che miri a destabilizzare il regime. Attraverso la direzione del Partito dei lavoratori e il controllo delle forze di sicurezza continua la sua mobilitazione per impedire l’entrata sul territorio di videocassette, pubblicazioni, comunicazioni telefoniche e cd provenienti da altri Paesi che possano contaminare l’informazione nazionale. Un imprevisto di carattere tecnico ha fortunatamente permesso l’allentamento del controllo sulle radio: a causa della grave crisi energetica, negli ultimi mesi le autorità non avevano i mezzi per monitorare e offuscare le frequenze delle emittenti a diffusione su onde corte.
I media nazionali, quelli con il maggiore bacino di diffusione, sono totalmente sottoposti a controllo e censura: il quotidiano Rodong Shinmun, l’agenzia di stampa Korean Central News Agency e la televisione nazionale JoongAng Bang Song. Ogni giornalista è indottrinato per restituire in maniera fedele l’ideologia del regime e denunciare il sistema occidentale, definito “borghese e imperialista” dai portavoce ufficiali di regime. I dissidenti sono puniti severamente: basti ricordare la drammatica vicenda dei “campi di reclusione forzata”, dove il giornalista colpevole anche di un solo errore di ortografia viene internato e costretto a “purificare” il proprio stile. In Nord Corea esistono ancora due tipi di gulag, che sopravvivono nel silenzio e nell’indifferenza del sistema politico internazionale: i kwan-li-so, colonie penali per i dissidenti politici dove avvengono i fatti più atroci; e i kyo-hwa-so, i campi di rieducazione temporanea. Song Keum-chul, della televisione di Stato, venne confinato in uno di questi veri e propri campi di concentramento nel 1995, per aver costituito e coordinato un piccolo gruppo di giornalisti che facevano dell’indipendenza e della libera critica le prerogative nella loro professione di informatori.
I media occidentali non stanno dando sufficiente spazio al dramma nordcoreano: tra le poche pubblicazioni di testimonianze esistenti bisogna ricordare quella dello storico e giornalista francese Pierre Rigoulet che, nel suo libro L’ultimo Gulag. La tragedia di un sopravvissuto all’inferno della Corea del Nord, riporta il racconto di uno dei superstiti. La propaganda mediatica di regime ha diffuso sul web un film biografico sul dittatore coreano, che lo presenta come “il rivoluzionario dei media popolari” e l’ispiratore dei giornalisti in uno dei rari siti Internet favorevoli al regime nord-coreano. Scorrono le sue immagini in visita alle redazioni mentre dà ordini ai redattori, corregge gli editoriali ed esprime la propria opinione sulla scelta di articoli e fotografie. La voce della radio sotto il controllo del regime diffonde con entusiasmo le iniziative del Partito, definendo la nazione “trionfante” sotto la guida di Kim Jong Il.
La presenza di media esteri in territorio nord-coreano è ridotta al minimo: sono meno di una dozzina gli organi d’informazione stranieri presenti, soprattutto cinesi. I giornalisti che hanno ottenuto un visto nel 2007 sono sempre stati sorvegliati da guide ufficiali, in un clima di costante tensione e controllo psicologico e professionale.
L’ideologia politica della Juche nordcoreana si basa sul pilastro dell’autosufficienza politica ed economica, legandosi in questo modo ad una soffocante chiusura che impedisce il confronto e l’arricchimento sociale e culturale con le realtà degli altri Paesi, attraverso una rigida pianificazione centrale e una politica di estremo isolazionismo. Nell’ultimo rapporto annuale, anche Amnesty ritiene la Corea del Nord una delle peggiori nazioni al mondo riguardo alla tutela dei diritti umani e al rispetto delle libertà fondamentali.
[vesna zujovic]
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23.2.09
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MEDIA E POLITICA
Il Dragone cinese conquista il globo a suon di propaganda Strillare la retorica, di qualcosa o qualcuno, è un concetto che la storia ha largamente illustrato con la stagione dei grandi totalitarismi del Novecento, ma che sembra essere stata dimenticata da opinionisti illustri alla vigilia dell’annuncio della nuova rivoluzione mediatica cinese: 5 miliardi di euro di investimento per inaugurare una nuova emittente tv 24 ore su 24, stile Cnn o Bcc. Insomma reti all-news di propaganda di regime che abbracciano il globo intero. Questi toni possono rimandare alla memoria di apocalittiche visioni orwelliane, ma l’alba del Big Brother cinese sembra essere alle porte.
I tre grandi gruppi editoriali del dragone, la Central China Television, l’agenzia Xinhua e il gruppo editoriale del Quotidiano del popolo sono letteralmente scatenati sul fronte degli investimenti. Tra le novità della scalata mediatica c’è l’inserimento di canali e trasmissioni multi-linguistiche, dal russo all’arabo, andando così a collocarsi come diretto competitor con network come Al-Jazeera. L’ambizione del colosso asiatico è chiaramente quella di incrementare il bacino di utenza, fissato oggi a circa 84 milioni, in oltre 130 paesi. Ma è bene che la malizia dell’osservatore fondi le proprie preoccupazione a partire proprio da questi dati.
È chiaro che agli occhi delle società occidentali, la Cina necessiti di un buon intervento di maquillage mediatico. La questione tibetana, sebbene già dimenticata dalle bandiere del pacifismo europeo, così come l’avventura olimpica o l’ignoranza perpetua dei diritti umani, hanno lasciato un segno indelebile nel recente passato cinese e, certamente, il prezzo opinionistico pagato non è stato irrisorio. Serve dunque un colpo di ramazza e una bella spolverata per riqualificare a livello globale l’immagine del partito E cosa può essere migliore di una bella e globalizzante invasione del mercato mediatico? Non informazione dunque, bensì un’iniezione di propaganda diretta a illudere il pianeta. Già, perché non si tratta di una diffusione cinese destinata solo ai cinesi: la campagna di assunzioni dei network chiede solo giornalisti anglofoni. Non è detto, a priori, che l’operazione riuscirà, ma è sicuro che i cinesi ci stanno provando. E non è tutto: c’è un altro elemento che deve indurre il cittadino occidentale, se non a dubitare, quantomeno a interrogarsi. Nel corso della storia cinese questo è il primo vero adeguamento al sistema mediatico globale dopo la rivoluzione culturale di Mao. Ciò che è successo dopo è cosa arcinota. Non che ci ritroveremo ad apprendere surrogati del libretto rosso via satellite, ma bisogna prestare grande attenzione, senza cadenzare marce funebri anticipate, ma nemmeno suonando inni trionfalistici.
«L’intervento cinese consiste nel tentativo di modernizzare l’apparato mediatico nazionale che è gigantesco. Il paragone più calzante per comprenderne le dimensioni è quello della Bbc, un’organizzazione articolata con corrispondenti e collaboratori dappertutto e grosse risorse finanziarie». Lo spiega Beniamino Natale, direttore di Ansa Cina da Pechino. «L’operazione è enorme ma dubito che questi media riescano a sfondare nel mercato internazionale, perché si tratta di un sistema più di propaganda che di informazione. Difficilmente potranno competere sul mercato internazionale con realtà, come appunto la Bbc, che si muovono con molta più agilità. È un’iniziativa che suppongo sarà rivolta ai cinesi. È inutile parlare di informazione, perché tutto ciò che esce dalla Cina è super controllato». Che si rivolga ai cinesi o meno, la realtà ci pone comunque davanti all’ennesimo caso di uso moralmente discutibile dell’informazione. Che Joseph Goebbels sia ormai un orrido ricordo è cosa certa, ma attenzione a sottovalutare l’eredità lasciata dal ministero della propaganda.
[francesco cremonesi]
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23.2.09
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USA
Cambiare il mondo? Yes, we can Dopo tanta attesa, il momento storico a cui l’intero pianeta si stava preparando è finalmente arrivato. Barack Hussein Obama è il 44° presidente degli Stati Uniti d’America, il primo inquilino afro-americano della Casa Bianca. Il dossier di M@g vi aiuterà a conoscere meglio un uomo che, secondo molti, è destinato a cambiare il mondo.
1. Barack's Countdown
2. Alla corte di Hussein Obama
3. W., dal Jack Daniel’s alla Casa Bianca
[viviana d'introno - alessia lucchese - vesna zujovic]
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16.2.09
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CUBA
Giovane Castro, vecchio regime L’avvento di Raúl Castro al potere sembrava aver lasciato qualche spiraglio al raggiungimento di una maggiore libertà per i cubani. Poco dopo il suo insediamento ufficiale, avvenuto il 24 febbraio 2008, aveva dato inizio a una serie di riforme, come la possibilità di acquistare cellulari, schede telefoniche, computer, microonde, dvd dall’estero e addirittura di entrare negli alberghi e nei resort internazionali. A partire dal 2009, per i cubani sarà possibile comprare condizionatori, mentre dal 2010 potranno finalmente mangiarsi un toast. In realtà, tutte le promesse di Castro, mantenute o meno, sembrano essere più che altro uno specchietto per le allodole, in quanto nei due anni e mezzo del governo del fratello minore del líder máximo non c’è stato alcun miglioramento verso un pieno riconoscimento dei diritti umani, anzi. Secondo il rapporto annuale sulla libertà di stampa di Reporters sans Frontières , il 2007 attesta Cuba al 169esimo posto, soltanto cinque gradini sopra l’ultima classificata, l’Eritrea. Sono 24 i giornalisti rinchiusi nelle carceri, un numero che fa di Cuba la seconda prigione dei giornalisti dopo la Cina, mentre sono stati registrati 80 tra attacchi fisici, minacce e arresti. L’informazione sembra vivere ancora nel terrore della “primavera nera”, la terribile ondata di repressione che dal 18 al 24 marzo 2003 vide 90 tra giornalisti, sindacalisti e dissidenti arrestati e processati sommariamente: 75 i condannati, con pene dai 6 ai 30 anni di reclusione.
Tre sono stati i giornalisti espulsi nel 2007, con la scusa di aver dato nei loro articoli un’immagine negativa del Paese. A Cuba ci pensa Granma, il quotidiano ufficiale del regime castrista, a raccontare la verità, o meglio, a raccontare la verità più comoda ai fratelli Castro. Lo sanno bene i giornalisti cubani dissidenti, che per fare una minima controinformazione sono costretti a registrare le proprie testate online in Florida. Una delle poche voci del dissenso rimaste sul territorio cubano è quella della blogger Yoani Sanchez che, attraverso il suo blog Generacion Y, racconta ogni giorno la difficile realtà del suo paese. Tradotto in 15 lingue, il blog di Yoani è uno dei più famosi al mondo, tanto da avere conquistato il prestigioso premio del quotidiano El Pais Ortega y Gasset. Peccato che la blogger, però, non sia riuscito a ritirarlo: il regime, infatti, non le ha dato i permessi necessari per lasciare l’isola. Un milione i contatti che Generacion Y genera, tra i quali però difficilmente troveremo dei cubani residenti sull’isola: nonostante le aperture di Raúl Castro, sono pochissimi quelli che riescono ad accedere a internet. È forse per questo che il regime non ha ancora provveduto a oscurarlo, in quanto il suo impatto sulla popolazione è molto limitato e chiuderlo del tutto scatenerebbe grandi polemiche nel resto del mondo.
Un giornalista che ha vissuto sulla propria pelle la capacità del regime di imbavagliare i giornalisti stranieri è Gary Marx, corrispondente del Chicago Tribune che, insieme ad altri due colleghi, vide il suo permesso cancellato il 22 febbraio 2007 e fu costretto a lasciare il paese entro pochi giorni. «Ho vissuto a Cuba con mia moglie e i miei due figli dal 2002 al 2007. Dal primo momento che ho messo piede sull’isola, sapevo che avrei potuto essere espulso anche subito: un corrispondente della Reuters era stato allontanato soltanto pochi anni prima. Ma ho sempre pensato che avrei dovuto scrivere ciò che credevo fosse la verità, anche se questo avrebbe causato la mia espulsione. Gli ufficiali cubani mi chiamarono subito dopo il mio secondo o terzo articolo ed espressero rabbia e disprezzo verso il mio lavoro, ma ho continuato a scrivere, nonostante le pressioni fossero sempre presenti. Quello che il governo fa, con molto successo devo dire, è di obbligare i corrispondenti a censurarsi da soli piuttosto che affrontare la bomba mediatica di un’espulsione. Ho ragione di credere che il mio telefono e il mio ufficio fossero controllati dalla polizia. Sono stato trattenuto circa sei volte durante il mio ultimo anno a Cuba mentre lavoravo per i miei reportage. Eppure sono riuscito a sconfiggere la paura grazie anche a molte persone che mi sono state vicine».
Per Marx è stato sempre difficile raccontare la verità. «Cuba è uno stato di polizia dove non esiste libertà d’informazione e trasparenza da parte del governo e il popolo ha paura di esprimersi onestamente, soprattutto con uno straniero. Il regime spesso tira fuori delle statistiche sulla fantastica crescita economica o sulla bassissima mortalità infantile: peccato che non esista nessun modo di verificarle».
A fronte del pensiero di molti, sul fatto che Raúl Castro abbia instaurato un regime ancora più repressivo, Gary è convinto che sarà sempre più difficile per i giornalisti raccontare Cuba. Per Marx
«non è cambiato niente da quando Raúl è al potere, né per il popolo, né per i corrispondenti. Inoltre, i giornalisti stranieri sul territorio sono talmente pochi che si possono contare sulle dita di due mani. Ma sicuramente non potranno mai fare a meno della stampa straniera sul territorio perché senza di essa tutto quello che viene detto da Fidel o Raúl non sarebbe diffuso in tutto il mondo. Questo è molto importante per la leadership castrista».
Gary Marx non si sbilancia, però, sul successo di Yoani Sanchez. Quando gli chiediamo perché il regime non ha ancora chiuso il blog della giornalista, ci dice: «Per quello che ne so io, a Cuba niente è come sembra. Io sono stato tradito da una spia che per anni si era comportato come un giornalista dissidente. Detto questo, non conosco Yoani personalmente, ma ho letto il suo blog. Sono sicuro che il governo cubano conosce ogni sua mossa, ma forse pensa che permetterle di scrivere il suo blog porti più benefici che chiuderlo. Sono pochissimi i cubani che hanno accesso a internet, quindi ciò che scrive ha davvero un impatto molto limitato». Dunque, ci sarà mai libertà di opinione a Cuba, internet o no permettendo? «E chi lo sa? Dieci anni fa nessuno avrebbe mai pensato che un afroamericano avrebbe potuto essere eletto presidente degli Stati Uniti. Una risposta a questa domanda non è possibile nel futuro a noi vicino. Salvo imprevisti, il regime cubano rimarrà saldo, così come il partito unico».
[alessia lucchese]
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28.1.09
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ESTERI
Bombe al fosforo: l’accusa a Israele Ritorna lo spettro delle bombe al fosforo per Israele. Inizialmente l’accusa era stata scagliata da alcuni blogger palestinesi, come Laila El-Haddad, che nel suo blog Raising Yusuf and Noor: diary of a Palestinian mother descrive minuziosamente le ferite riportate da alcuni pazienti ricoverati nell’ospedale di Shifa. Molti altri blog e siti web si sono occupati dell’argomento, corredando le accuse con foto di corpi straziati dagli effetti devastanti che le bombe al fosforo producono, fino a che anche Human Rights Watch e Amnesty International hanno alzato i toni della denuncia.
Proprio Amnesty International, in un comunicato, ha dichiarato che i delegati in visita nella Striscia di Gaza «hanno riscontrato prove evidenti e incontestabili dell’uso massiccio di fosforo bianco in aree densamente popolate di Gaza City e in altre zone del nord della Striscia». Il tam-tam sul web si è amplificato in maniera tale da raggiungere anche gli organi di stampa. Il 5 gennaio il quotidiano inglese Times ha lanciato una pesante accusa nei confronti dell’esercito israeliano, contestandogli di aver fatto ricorso al fosforo bianco per coprire i movimenti delle truppe durante l’attacco del 4 gennaio. All’indomani dell’attacco alla sede dell’Unrwa, il 16 gennaio anche il The Guardian pubblica sul suo sito web un video che mostra alcuni feriti palestinesi curati nell’ospedale egiziano di Khan Yunis.
L’incubo del fosforo ritorna. A due anni e mezzo di distanza dallo scandalo della guerra in Libano, dove Israele fu costretta ad ammettere di aver fatto ricorso alle bombe al fosforo bianco, lo stato ebraico rischia ancora una volta di essere accusato di crimini di guerra. Lo dice infatti la Convenzione di Ginevra sulle armi chimiche, firmata il 10 ottobre del 1980: il terzo protocollo del trattato, all’articolo 2, vieta infatti «in qualsiasi circostanza attaccare con armi incendiarie la popolazione civile in quanto tale, i civili isolati o beni di carattere civile», a maggior ragione in una delle zone più densamente popolate del pianeta come la Striscia di Gaza. Eppure, fatta la regola, trovato l’inganno. Le norme internazionali non vietano l’utilizzo del fosforo bianco per illuminare il bersaglio o per schermare i movimenti delle proprie truppe. E così, nonostante i divieti, nelle guerre dell’ultimo decennio le bombe al fosforo sono state le armi più utilizzate: per primi gli Stati Uniti durante la seconda guerra del Golfo, a seguire Israele in Libano e adesso nella Striscia di Gaza.
Gli effetti delle bombe al fosforo bianco sono devastanti. Il Willy Pete, nome con cui viene soprannominato in gergo militare, se esposto all’ossigeno, crea un denso fumo bianco che brucia immediatamente a contatto con la pelle. Per i medici, le ferite da fosforo bianco sono molto difficili da curare poiché non smettono di bruciare finché le molecole non si sono esaurite del tutto, tanto che spesso riescono a corrodere la pelle fino alle ossa. Le bombe al fosforo sono utilizzate dagli eserciti fin dalla prima guerra mondiale, ma è soprattutto durante la guerra del Vietnam che ne viene fatto il suo uso maggiore. Una carneficina che tutti vollero scongiurare si potesse ripetere di nuovo sottoscrivendo la Convenzione di Ginevra. Ma è proprio il protocollo 3 sulle armi chimiche quello a creare più disaccordo, tanto da non essere stato firmato proprio dai due eserciti più potenti al mondo: Stati Uniti e Israele.
Il 21 gennaio il quotidiano israeliano Haaretz dà notizia di un’indagine aperta dal ministero della Difesa israeliano per verificare se Tsahal abbia fatto un uso improprio di bombe al fosforo bianco durante gli scontri di Gaza. La brigata su cui si sta svolgendo l’inchiesta avrebbe lanciato circa venti granate al fosforo nell’area nord della Striscia. L’esercito ha affermato che tali bombardamenti sono stati effettuati nel rispetto delle leggi internazionali. Eppure, le foto dei palestinesi feriti e uccisi da questi bombardamenti e le testimonianze dei superstiti continuano a fare il giro del mondo.
[alessia lucchese]
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27.1.09
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ZIMBABWE
Jestina Mukoko, cronaca di un sequestro annunciato È ancora una delle poche voci che, all’interno dello Zimbabwe, si leva contro il dittatore Robert Mugabe, quella di Jestina Mukoko. Jestina è una giornalista coraggiosa, tanto da decidere di lasciare il suo lavoro di anchorwoman del canale di governo (legato alla dittatura militare) per fondare l’associazione Zimbabwe Peace Project. Jestina non si trova più. È scomparsa dai primi di dicembre. Con centinaia di collaboratori, era riuscita a raccogliere una serie di prove che testimoniano le violenze subite dagli oppositori del regime. Nei suoi fascicoli si trovano nomi e cognomi di alcuni tra i più potenti capi dello Zimbabwe, che per anni si sono macchiati di atroci torture per mantenere la loro posizione. Forse per farli sparire per sempre e per dare una lezione esemplare a chi cerca e trova per denunciare crimini e misfatti, quindici persone armate sono penetrate nella sua casa alle cinque di mattina il 3 dicembre, hanno picchiato il domestico e hanno prelevato la donna davanti al figlio, che, una volta ripresosi dallo shock, ha denunciato il fatto. Ma la madre non compare nella lista dei detenuti ufficiali, non risulta scomparsa e il suo nome è stato cancellato, perlomeno ufficialmente, dalla vita sociale dello Stato.
Altri quindici attivisti hanno subìto negli stessi giorni la medesima sorte e nemmeno di loro si hanno più notizie. I collaboratori della donna sostengono che sia stato proprio il lavoro di catalogazione della giornalista, la causa della sua sparizione. Questo materiale, una volta reso pubblico, avrebbe reso ancora più fraglie la posizione di Mugabe agli occhi del mondo.
«Robert Mugabe è stato un grande uomo, ma oggi, a ottantaquattro anni, farebbe qualunque cosa per mantenere il potere. Anzi, ha già modificato più volte la Costituzione per essere rieletto come presidente». A parlare è Raffaele Masto, giornalista di Radio Popolare di Milano, ed esperto di questioni africane. Mugabe, che da vent’anni governa lo Zimbabwe, è stata infatti una delle personalità più importanti del secolo nella lotta al colonialismo e ha avuto un’importanza capitale nella liberazione del suo paese dal governo britannico. Ma come un degno drago della mitologia norrena, sta ora rintanato nel suo territorio per difendere il tesoro da lui custodito: il sottosuolo del paese. Senza occuparsi di quello che ci sta sopra, di uomini e cose: «L’agricoltura potrebbe costituire una risorsa importante per il Paese, ma non viene sfruttata. La corruzione, inoltre, ha colpito soprattutto il settore sanitario. Basta un’epidemia semplice, come quella di colera degli scorsi giorni, e il Paese cade in una situazione incontrollabile», sottolinea Masto.
Con la sua politica, infatti, Mugabe ha sprofondato lo Zimbabwe nella povertà, isolandolo all’estero e trasformando il suo comando da virtuoso embrione di democrazia filocomunista a famigerata dittatura totalitaria. I problemi più grandi dello stato sono l’inflazione drammatica, la grande corruzione e l’economia bloccata. In questi anni, l’opposizione al governo si è andata via via rafforzando. Morgan Tsvangirai, storico antagonista di Mugabe, ha guadagnato molto consenso. Raffaele Masto: «Il controllo sulla popolazione è diventato più duro dopo le ultime elezioni che, ufficiosamente, tutti sanno essere state vinte da Tsvangirai. I mezzi di comunicazione sono totalmente controllati dai generali e i giornalisti non possono avere il visto per entrare in Zimbabwe». La comunità internazionale non sembra, per ora, voler intervenire per affidare il governo dello Stato a Tsvangirai, cui spetterebbe di diritto. Un peggioramento delle cose, però, potrebbe portare a un intervento dell’Onu e i generali luogotenenti di Mugabe finirebbero, insieme all’anziano dittatore, davanti alla Corte Internazionale a rispondere di tutti i crimini commessi.
Sullo sfondo di questa vicenda c’è il dramma di Jestina Mukoko. I suoi legali sospettano che sia detenuta in una delle carceri illegali di Harare e temono per la sua vita. «Qualsiasi regime – conclude il giornalista Raffaele Masto – deve pensarci più di una volta, prima di eliminare fisicamente un oppositore; questo regime, però, sembra giunto alla fine dei suoi giorni: per questo si ha l’impressione che i generali si comportino come non ci fosse più nulla da perdere. Il pessimismo per la situazione della signora Mukoko, quindi, è più che giustificato». Su Jestina Mukoko è calato il silenzio dal 10 dicembre. Da quel momento, non una parola e non più denunce.
[alessia scurati]
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18.12.08
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BOLLYWOOD
L’attacco terroristico di Mumbai diventa fiction Se tutto diventa informazione in tempo reale, dal crollo del World Trade Center alla nascita di un bambino, grazie alle più moderne tecnologie, lo sciacallaggio della dignità umana non si ferma nemmeno davanti alla strage di centinaia di civili. Quanto avvenuto a Mumbai ne è prova e Bollywood ne è lo sciacallo. A circa venti giorni dall’attacco terroristico contro la capitale economica indiana, l’industria cinematografica hindi ha già in cantiere ben 18 lungometraggi ispirati alla strage. Ma c’è di più. Non appena le forze speciali indiane hanno liberato il Taj Mahal, il regista Ram Gopal Varma è stato visto dentro il prestigioso albergo in compagnia del figlio attore: motivo che ha fatto infuriare l’opinione pubblica indiana.
Anche l’attentato dell’11 settembre si è prestato a ispirazione per due film e per una serie di cortometraggi e documentari; ma, se si considera che il lasso di tempo trascorso tra l’attentato e la produzione cinematografica è stato di circa 4 anni, si può capire che una sorta di «dignità del lutto» sia stata rispettata. Sono infatti del 2006 United 93 di Paul Greengrass e World Trade Center di Oliver Stone. Insomma, prima di addentare la carogna, si è quantomeno aspettato che il cadavere fosse freddo.
Ma l’attenzione del cinema indiano agli attentati di Mumbai non è casuale. «Bollywood sta vivendo un momento di grande crisi, perché in India l’attenzione è monopolizzata dalla televisione e dalle soap opera in particolare. – spiega Marilena Malinverni di Repubblica, esperta di India che ha vissuto in prima persona l’attacco a Mumbai –. Lo star system indiano si è quindi trasferito dal cinema alla tv e questo lo si capisce sfogliando i giornali locali di gossip. I volti che vi si trovano non sono più riconducibili ai colossal di Bollywood ma alle nuove serie tv. Questo fenomeno divistico obbliga così il cinema a spostare la propria attenzione sulla realtà. Ne è esempio il film Dostana, un blockbuster bollywoodiano che tratta tematiche sociali delicate come l’omosessualità, consegnandone una visione prettamente occidentale. Per vincere la concorrenza della tv, tutto deve quindi trasformarsi in reality, e anche il cinema segue questa tendenza. La produzione di 18 film sull’attacco terroristico è un esempio lampante di questo processo».
I messaggi contenuti nelle produzioni di Bollywood racchiudono a tutto tondo la corrente dominante, politica, culturale e sociale indiana. «Per le produzioni legate all’area geografica di Mumbai, il patriottismo è un componente fondamentale. Non a caso, proprio nella capitale economica indiana, il tema patriottistico è dominante all’interno delle produzioni bollywoodiane, simbolo dell’influenza dell’area politica della destra nazionalista Bjp». Prosegue la Malinverni: «L’India convive quotidianamente con gli attentati, ma la scelta di spettacolarizzare l’attacco di Mumbai si fonda sul fatto che l’attentato si sia protratto per più giorni, rappresentando un colpo durissimo. Gli stessi attentatori hanno adottato un piano militare in sé fallimentare, ma improntato sulla medialità dell’evento. Questo perché la cultura indiana è fondata sull’immagine, il Darshan. In sostanza, il contatto visivo con la divinità è il punto di partenza per una società che, seppur modernissima, assorbe e rielabora costantemente la tradizione».
[francesco cremonesi]
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18.12.08
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PENTAGONO
Fallita la ricostruzione in IraqCifre truccate per gli addestramenti di soldati iracheni inesistenti e sprechi per 117 miliardi di dollari sui documenti del Pentagono. Il fallimento statunitense è certificato da Hard Lesson, il rapporto dell’ufficio dell’ispettore generale per la ricostruzione in Iraq a 5 anni dall’invasione, finito nelle mani del New York Times che ne ha fatto il titolone della domenica e che lo ha pubblicato integralmente sul suo sito. Nelle 513 pagine che mettono a nudo tutti gli errori e gli orrori della ricostruzione statunitense in mesopotamia, il passaggio dedicato all’alterazione dei livelli delle forze di sicurezza è quello più clamoroso. Secondo Colin Powell, ex segretario della difesa «il Pentagono inventava 20 mila unità la settimana».
Tutti i soldi spesi per ricostruire la democrazia nel ex regno del rais Saddam Hussein, tra cui 50 miliardi, presi direttamente dalle tasche dei contribuenti, sono stati usati per riparare i danni dell’invasione e le devastazioni che seguirono. Il resto è stato impiegato per lubrificare la fitta rete di clientela e corruzione per poter governare il Paese nei mesi successivi all’invasione, quando non si capiva quale autorità dovesse essere rispettata. Il rapporto a proposito di questo sistema di corruttela parla di “gestione alla Soprano ”(riferendosi al popolare telefilm basato sulla mafia italoamericana). Dal rapporto emerge che dopo 5 anni di “democrazia” in Iraq si produce meno petrolio di quanto se ne producesse prima, è aumentata del 10% la produzione di energia elettrica e si è dato accesso all’acqua potabile ad una fetta più larga della popolazione, ma senza garantire sicurezza sulla sua possibile contaminazione. Le reti di telecomunicazione fissa, danneggiate dalla guerra, hanno spinto gli iracheni ad acquistare più telefoni cellulari, ma resta incerto il numero di soldati addestrati e messi a disposizione degli Usa.
Il rapporto ha fatto infuriare l’opinione pubblica americana. Il tutto mentre George W. Bush, durante la sua quarta visita ufficiale a Baghdad, era costretto a schivare le scarpe di un giornalista iracheno esasperato per la sua dichiarazione «la guerra in Iraq non è ancora finita».
Il rapporto Hard Lesson, basato su oltre 500 interviste e 600 revisioni, ispezioni e controlli mirati, mostra come il costosissimo progetto di ricostruzione, secondo per volume di investimenti solo al Piano Marshall , fosse incerto sin dall’inizio. Le pagine trasmettono il senso del caos assoluto che precedeva le decisioni riguardo agli obiettivi della ricostruzione, oltre che la facilità con cui i lobbisti potevano esercitare pressione per ottenere fondi per generici “nuovi progetti di ricostruzione”. «Dopo aver letto la bozza del rapporto mostrata dal Times – dice Mario Biasetti, corrispondente della Fox statunitense a Roma – la democrazia, la pace interna, la prosperità e il circolo virtuoso da mettere in moto credo che per adesso restino solo dei bei sogni. La presenza statunitense in medio oriente si spiega sotto vari punti di vista e il processo di democrazia non è qualcosa che si impara in poco più di 24 ore. Certo è che un obiettivo così alto come quello di esporttare la democrazia in un Paese che esce da una dittatura deve essere come minimo pianificato».
Sono morti più di 4 mila soldati stars and stripes e decine di migliaia di iracheni per quella che qualcuno interpreta come la guerra per il petrolio e che ad altri sembra un’azione di geopolitica.
[roberto dupplicato]
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16.12.08
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GRECIA
Atene, l’ira funesta degli studenti e il mito di Alexis Quanti anni aveva Achille quando morì a Ilio, quando si convertì nell’incarnazione dell’ideale teognideo “meglio non essere nati, o se nati varcare al più presto le porte dell’Ade”? Alexis di anni ne aveva quindici. Ormai lo conoscono in tutto il mondo. Ormai tutti lo associano agli studenti greci che scendono in piazza, alle devastazioni in piazza Syntaga, alle ceneri di Exarchia e ai disordini di Salonicco. Alexis è lo studente morto non si sa ancora bene come né perché. È stato convertito nel simbolo di una rivolta cui probabilmente nemmeno partecipava, lui studente benestante di un liceo chic della città, inneggiato da anarchici, socialisti, liberali, uomini di governo. Resisterà la memoria di Alexis alla strumentalizzazione che si sta facendo del suo nome?
Simos è uno studente di ventuno anni che studia alla facoltà di Agraria dell’Università Cattolica di Piacenza, e accetta di commentare la vicenda. «La mia reazione alle immagini della protesta? Sono rimasto sorpreso, anzi basito. Non si era mai vista una cosa simile, o almeno, io non ho mai assistito a una situazione del genere in vita mia». Come molti studenti del suo Paese, anche lui ha partecipato a qualche manifestazione di protesta, ma, assicura, di solito le proteste in Grecia non assumono queste dimensioni. «La causa di questa violenza è da attribuirsi agli anarchici. Loro non sono nuovi ad azioni di questo genere. Ogni anno, quando il 17 novembre si fa il corteo davanti al Politecnico per ricordare l’inizio della caduta del regime dei Colonnelli, gli anarchici si intrufolano e causano incidenti». Una tesi confermata da molti intellettuali intervenuti a commentare la vicenda, dallo scrittore Vassilis Vassilikos al giornalista Theodoros Andreadis. In questo caso, poi, gli anrchici hanno trovato, con la morte di Alexis, un ottimo pretesto per fomentare gli animi. «Hanno colto al volo l’occasione. Hanno trasformato una normale protesta contro la riforma universitaria in qualcosa che sta sfuggendo al controllo di tutti».
E dopo sei giorni di protesta la situazione sta appena accennando a calmarsi. Ieri ci sono stati gli assalti al carcere e ai comissariati, dopo giorni di banche assaltate, vetrine di negozi sfondate, auto date alle fiamme in tutta la Grecia. Simos sta vivendo tutto il caos attraverso le telefonate quotidiane ai suoi genitori. «Mia madre è molto preoccupata, ha paura ad uscire di casa. In università, i miei amici hanno visto studenti che si picchiavano perché c’era chi voleva far lezione. In qualche caso hanno preso a botte anche i professori. E ad un incrocio, nel mio quartiere, dei manifestanti hanno circondato un’auto, hanno fatto scendere i due ragazzi che la occupavano e poi l’hanno incediata. Psichicò era uno dei quartieri più belli della città, ora i negozi sono distrutti. Soprattuttto, ci va di mezzo sempre chi non c’entra niente».
Un altro aspetto negativo della situazione è la totale incertezza che avvolge l’uccisione del quindicenne Alexis. Ta Nea, il principale quotidiano greco, nei primi giorni paralva di omicidio volontario da parte del poliziotto che ha sparato, poi ha abbracciato la tesi dei difensori dell’agente: omicidio colposo dovuto a un rimbalzo del proiettile. «La televisione nazionale, invece, dice che è stata legittima difesa. Ma non si sa molto di più di quello che viene detto in Italia; soprattutto, ci sono molte versioni discordanti che circolano», afferma Simos. L’incertezza, alla fine, avvolge anche l’origine di questa sommossa popolare. Secondo Simos, «la causa sono i problemi economici. Siamo in un periodo di crisi, dove dobbiamo stringere tantissimo la cintura. La gente è esasperata perché è aumentata la disoccupazione e nel contempo il governo, per aiutare le banche nella crisi finanziaria, ha aumentato molto le tasse. Quando tutti sono nervosi è più facile lasciarsi trasportare dalla rabbia».
I Greci sono stanchi della loro classe politica. Vent’anni di governo socialista e quattordici di governo conservatore sono stati un susseguirsi di scandali, corruzioni e polemiche. Se Pericle si vantava di dire sempre la verità ai suoi concittadini, i suoi eredi non l’hanno mai fatto. E Alexis è diventato il simulacro dell’incertezza e della rabbia, della voglia di rinnovamento di quell’invenzione greca chiamata democrazia. Un eroe suo malgrado, che forse sarà dimenticato presto, come Michalis Kaltezas. Anche lui aveva quindici anni, anche lui è morto ucciso da un poliziotto durante un corteo di studenti e, anche dopo la sua morte, nel 1995, ci furono molti scontri. Oggi, però, dopo la sua morte, in pochi si ricordano di Michalis.
[alessia scurati]
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12.12.08
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DIRITTI UMANI
Dichiarazione universale tra realpolitik, Onu e Vaticano C’è chi invoca un realismo che in pochi sono pronti a smascherare, nascosti dietro trincee fragili e retoriche ma fin troppo condivise per essere abbattute. Così, l’affermazione che il ministro degli esteri francese, Bernard Kouchner, ha rilasciato al quotidiano Le Parisien in occasione del 60° anniversario della Dichiarazione dei diritti dell’uomo, rischia di diventare un boomerang pericoloso per la stabilità diplomatica internazionale.
«C’è una contraddizione permanente tra i diritti umani e la politica estera di uno stato, perfino in Francia» ha sbottato così, forse neanche troppo ingenuamente, Kouchner, co-fondatore di Medici senza frontiere e storico battagliero per la difesa dei diritti dell’uomo, evocando quel pragmatismo per cui gli impegni solenni non sempre possono viaggiare paralleli a situazioni particolari e condizionamenti della diplomazia. Il quadro è chiaro: la realpolitik non lascia spazio ai diritti. Questa è la verità che tutti sapevano ma che nessuno diceva, almeno fino a ieri.
Ora resta da chiedersi, come fa nel suo fondo il Corriere della Sera, se è proprio da un ministro degli esteri in carica che possa arrivare così decisa questa ammissione. Perché quella di Kouchner pare non tanto una denuncia proiettata verso un riformismo che ci vorrebbe in materia umanitaria, ma piuttosto come una “rinuncia suicida”, una resa a mani alzate di una «contraddizione permanente» tra politica estera degli stati e diritti umani, che tale è e tale rimane. Aleggia un forte rischio dopo le parole del ministro, ed è quello che ci sia una sottintesa giustificazione dell’impotenza degli stati, che invece hanno l’obbligo imprescindibile di tutelare i diritti umani.
Ma, seppur con tutt’altro spirito, anche in casa nostra c’è chi non si è trattenuto dal sollecitare una maggiore corrispondenza tra le numerose convenzioni internazionali e la loro effettiva attuazione. È stato il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano che, in occasione del concerto in Vaticano per ricordare i 60 anni dalla Carta delle Nazioni Unite, ha sollecitato i presidenti di Camera e Senato, Gianfranco Fini e Renato Schifani, a rinnovare l’impegno per la tutela dei diritti umani. Non si è risparmiato però nel sottolineare che «dobbiamo purtroppo constatare il profondo divario che ancora oggi separa le enunciazioni dei diritti dal loro effettivo esercizio», ribadendo il desiderio di un attivismo vero e non retorico dell’impegno giuridico in materia umanitaria.
Nella stessa circostanza hanno trovato eco anche le parole di Benedetto XVI che ha rivendicato la funzione debole e contingente dell’Onu, in un ambito in cui ,anche secondo il cardinale Renato Martino, ministro vaticano di pace e giustizia. «i diritti sono radicati in Dio, non nell’uomo o nello Stato». Dunque, deve essere chiara la natura che la Dichiarazione Onu propone rispetto alla dignità che è uguale e comune ad ogni uomo. «I diritti dell’uomo sono ultimamente fondati in Dio creatore – ha detto Ratzinger –. Se si prescinde da questa solida base etica, rimangono fragili perché privi di questo solido fondamento. La legge naturale, scritta da Dio nella coscienza umana, è un denominatore comune a tutti gli uomini e a tutti i popoli». Ma la polemica con l’Onu non si esaurisce qui: pur riconoscendo l’organizzazione come riferimento del dialogo interculturale, il papa ha ribadito che la pari dignità umana «è garantita veramente soltanto quando tutti i suoi diritti fondamentali vengono riconosciuti, tutelati e promossi». Ci sono principi non negoziabili come la tutela della famiglia, la sacralità della vita e la libertà religiosa ed educativa che devono trovare spazio sempre e ovunque.
A quanto pare, lo scontro tra Onu e Santa Sede resta aperto e stenta a trovare soluzioni comuni. Ma la bagarre, specie quando si parla di diritti umani, trova diversi sfidanti nella contesa. In attesa delle reazioni “post – Kouchner”, ammesso che ce ne siano, è buona cosa augurarsi che da questa provocazione nasca un vero dibattito, capace di detronizzare la casta dei buoni affaristi.
[cinzia petito]
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11.12.08
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APPELLO UNICEF
Bambini afghani come «zone di pace» Salviamo i bambini dalla guerra e aiutiamoli a diventare adulti responsabili. È questo il senso dell’appello lanciato dall’Unicef, affinché tutte le parti impegnate nella guerra in Afghanistan considerino i bambini come “zone di pace”. Il direttore delle relazioni esterne di Unicef-Italia, Donata Lodi, ha spiegato così il vero obiettivo dell’appello: «Il nostro intento è quello di creare le condizioni per il superamento dell’utilizzo dei bambini-soldato, che in Afghanistan sta vivendo una fase di pericolosa recrudescenza».
La situazione sul territorio afghano è critica. Secondo gli ultimi dati Unicef, la mortalità infantile è di 165 per 1.000 nati vivi, e un bambino su quattro non arriva a compiere cinque anni. Come se non bastasse, 2 milioni di bambini in età di scuola primaria (60%) non vanno a scuola. Le cause sono diverse: si va dai disastri naturali alla scarsità di risorse e servizi. Un ruolo fondamentale, però, è sicuramente svolto dai conflitti intestini che devastano la regione da decenni, ai quali si è aggiunta, nell’ottobre 2001, l’invasione statunitense.
Come ricorda Kristine Peduto, specialista inchild protection dell’Unicef: «Nel conflitto i bambini sono fra i gruppi più vulnerabili», perché non hanno a disposizione alcuno strumento per proteggersi. Dal luglio 2007 al luglio 2008, la missione di assistenza dell’Onu in Afghanistan ha registrato 1722 civili morti negli scontri. Tra questi, anche se il dato non è precisato, il numero dei bambini ammonta a svariate decine. Essi sono particolarmente vulnerabili a due tecniche usate dai ribelli in Iraq e poi in Afghanistan: gli attacchi suicidi e i congegni esplosivi improvvisati, noti anche come roadside bombs (bombe collocate sul ciglio della strada).
Un aspetto davvero preoccupante è l’utilizzo dei bambini come combattenti, sia come veri e propri soldati, sia come kamikaze. Molto spesso, però, vengono impiegati come guardie, cuochi e servi personali dei comandanti. Anche le bambine non sfuggono alla malvagità dei ribelli, che abusano di loro soprattutto a livello sessuale.
Di fronte a questa situazione, l’appello dell’Unicef appare quanto mai appropriato. La responsabile “advocacy e campagne” di Save the children-Italia, Fosca Nomis, ribadisce così il concetto: «Lo scopo è proteggere i bambini da forme di abuso e sfruttamento, attraverso l’accesso ad un’istruzione di base e al successivo inserimento nei corsi scolastici pubblici». Questo è un impegno che l’Unicef ha assunto a partire dal febbraio 2004, attraverso la campagna di smobilitazione e reinserimento sociale di bambini soldato. Finora questo progetto ha fornito assistenza ad oltre 4mila ex bambini soldato. Il programma prevede un reinserimento incentrato sull’opportunità di istruzione e formazione al lavoro.
L’Unicef spera così in una maggiore collaborazione del governo locale. Donata Lodi non nasconde le difficoltà incontrate: «Il sostegno delle autorità locali è fondamentale e in Afghanistan sta mancando. Il governo di Kabul continua a mettere in secondo piano una questione centrale: scolarizzando gli adolescenti e fornendo loro un’altra prospettiva, attraverso la formazione al lavoro o grazie al fatto che offriamo loro degli standard di vita migliori rispetto a quelli che hanno, li sottraiamo alla sfera d’influenza dei gruppi combattenti».
[daniela maggi]
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10.12.08
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DIBATTITO
Stretta sulle droghe leggere in Europa Brutte notizie per il popolo hippy di mezza Europa. Il governo olandese ha vietato dall’1 dicembre la vendita dei funghi allucinogeni nei coffee shop: finisce l’epoca del “trip” legale. Il provvedimento si inscrive in una politica restrittiva intrapresa dal 2006 e che prevede la chiusura di numerosi coffe shop. I primi saranno quelli di Amsterdam, 43 su 228, distanti dalle scuole non più di 200 metri. Brutte notizie in arrivo anche per i turisti dello spinello. La Svizzera ha negato con il 63,2% dei voti la depenalizzazione dell’acquisto e della coltivazione della cannabis: nel 2000 l’apertura dei “canapai” autorizzati a vendere marijuana aveva attirato migliaia di turisti e il ricordo di quel far west è ancora forte.
I provvedimenti, di natura diversa, sembrano convergere verso un inasprimento della lotta alle droghe “leggere” nei due paesi più liberali in materia di stupefacenti. Davanti alla possibilità che una simile inversione di rotta possa essere l’inizio di un’ondata neo-proibizionista in Europa, l’eurodeputato radicale Marco Cappato (Alde) è scettico: «Non sono modifiche positive, ma non credo a un’onda lunga repressiva. È inoltre comprensibile che i Paesi più piccoli prendano le difese da un turismo di massa: lo spinello libero è un’attrattiva». Cappato, rappresentante di un partito da sempre a favore di una politica più emancipata, vede comunque il bicchiere mezzo pieno. La Svizzera infatti ha approvato con il 68% dei voti la somministrazione controllata di eroina statale: «È la conferma di un esperimento, un risultato da valorizzare: l’eroina legale non ha fatto paura. Nessuno dice che le droghe fanno bene, ma si è capito che i costi sociali aumentano con le proibizioni. Così lo Stato può fare prevenzione e non abbandona i tossicodipendenti al rischio Aids». Il traffico di droga è il business principale della criminalità. Per Cappato «la devastante presa della mafia sull’ordine sociale impone delle motivazioni pragmatiche che non dovrebbero essere estranee alle motivazioni ideali dei più conservatori».
Queste ultime sono bene espresse da Matteo Dellanoce, membro del gruppo di Documentazione Interdisciplinare Scienza e Fede dell’Università Pontificia Santa Croce: « È una battaglia di civiltà: non si capisce perché legalizzare qualcosa che finora abbiamo combattuto perché fa male». E sul referendum svizzero il punto di vista è completamente opposto: «Il no alla cannabis esprime una presa di coscienza delle persone, che hanno capito quali sono i danni che provoca. Impedire sostanze dannose per la salute non è una violenza o una proibizione, ma una tutela e un progresso». Dellanoce privilegia un’analisi di principi: «La liberalizzazione dovrebbe escludere il controllo dello stato, regola che i favorevoli dimenticano sempre. Inoltre, la nazione che autorizza il consumo di droga non ha più speranza e quindi è senza futuro, perché crede ormai in un mondo artificiale. Basti pensare che esistono addirittura persone dipendenti dallo shopping o dalla playstation. Non si tratta quindi di proibire, né di limitare, ma esaltare la libertà individuale dicendo sì alla vita e uscendo da un mondo artificiale: non lasciamo che si imponga una nuova schiavitù».
Ad ogni modo, la sbandierata legalizzazione non è attuabile in senso stretto, poiché implica l’autorizzazione non solo a consumare, ma anche a produrre, attività proibite dal Trattato internazionale delle Nazioni Unite di New York nel ’61 e dalle Convenzioni di Vienna del ’71 e dell’88. L’avvocato romano Angelo Averni, autore del libro Proibizionismo e antiproibizionismo (Castelvecchi), spiega: «Il modello olandese è un ibrido, perché autorizza il consumo, ma resta un equivoco: da dove arriva la marijuana che si materializza nei coffe shop?». Il traffico illecito proviene per lo più dal Marocco, mentre nel biennio 2005-2006 sono stati smantellati 6000 centri di coltivazione “orange”. Secondo Averni tale strategia è «una cura del mercato al dettaglio: per ridurre la dipendenza da droghe pesanti si mette un divario tra lo smercio di cannabis e di oppiacei, evitandone la contiguità tramite gli spacciatori». Secondo l’Osservatorio europeo delle droghe e tossicodipendenze, nel 2006 solo l’8% degli olandesi fra i 15 e i 34 anni ha fumato cannabis, contro il 20,3% degli spagnoli e il 16,5% degli italiani. Averni osserva: «Il divieto non funziona. Il proibizionismo non è mai tramontato, ma è continuo, si rafforza. I microprovvedimenti non spostano però il problema nelle sue mille sfaccettature sociali, economiche, educative e mediche. Il caso svizzero è poi legato a una realtà piccola, dove si possono personalizzare le cure. La tossicodipendenza è infatti una patologia di secondo livello e non bisogna abbandonare il malato a se stesso, agli spacciatori e alla delinquenza».
Secondo la sociologa di Bologna Alessia Bertolazzi «la cannabis rischia di diventare un capro espiatorio politico; dal momento che è la più diffusa fra le sostanze più in uso, è ovvio che si cerchi di colpirla, anche se crea danni minori rispetto ad altre». In Italia la legge Fini-Giovanardi equipara le cosiddette droghe leggere a quelle pesanti, ma secondo Bertolazzi «la distinzione c’è e il passaggio dalle une alle altre non è stato provato. Bisogna cambiare metodo. Il consumatore di droga non è irrazionale, si può quindi attuare una politica di riduzione del danno, fornendo materiale informativo per responsabilizzarlo, dando soccorso nei luoghi dove il consumo è già conclamato, come nei rave». La sociologa sottolinea: «È in atto una “normalizzazione dell’uso”, legittimato dagli utilizzatori; un accomodamento culturale di una prassi sociale. L’obiettivo di proibire l’uso ha quindi poco riscontro nella società».
La Relazione annuale al Parlamento sullo stato delle tossicodipendenze nel 2007 dice che l’uso di cannabis è disapprovato dal 71% della popolazione. La media di chi ne fa un uso annuale è maggiore che in Europa (13%) e 14 persone ogni mille ne fanno un uso frequente. L’eurodeputato Iles Braghetto (Ppe-Udc) prova a tirare le somme: «La lotta alla droga non sarà mai risolutiva, perché la debolezza umana ci sarà sempre. È più semplice arrendersi e assistere queste persone, ma deresponsabilizzare è anche la scelta meno umana e meno civile. Chiediamoci tuttavia se dobbiamo aggiornare i nostri metodi di prevenzione».
Insomma, l’annosa quaestio fra proibizionismo e antiproibizionismo, che intreccia etica e scienza, non è ancora risolta. Le parti divergono su principi come la responsabilità, individuale o sociale, l’etica sanitaria, la tutela e la libertà del cittadino. Vista l’enormità degli interessi e dei problemi sul campo, con una spesa sociale che nel solo comparto sanitario arriva a 1.865 milioni di euro l’anno, sarà bene che il dibattito prosegua e, come ricorda lo stesso Braghetto, «non ci si deve arrendere all’idea che una persona possa dipendere da una sostanza, mentre va ricordato il grande lavoro che ogni giorno già fanno le comunità terapeutiche di recupero italiane».
[daniele monaco]
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9.12.08
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