CONFLITTO DI GAZA

Intervista a Nahum Barnea

«Non ci sono dubbi che le operazioni militari organizzate da Israele sono state condotte ad ampio spettro. Il punto è che sono durate anche molto più a lungo di quanto ci si aspettasse», racconta da Gerusalemme Nahum Barnea, una delle penne più autorevoli del giornalismo israeliano, intervistato in esclusiva da m@g. Barnea, che scrive per il quotidiano Yedioth Ahronoth e ha vinto il premio Israel Prize per la comunicazione, ha perso un figlio nel 1996, in un attentato kamikaze di Hamas a un autobus di linea. Al funerale ha perdonato pubblicamente l’assassino, considerandolo vittima della stessa tragedia che affligge il popolo palestinese. Da anni si spende per favorire il dialogo nell’ambito del conflitto arabo-israeliano.

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[viviana d'introno e cesare zanotto]

L'INTERVISTA

La voce della libertà

Yang Lian, nato in Svizzera nel 1955 ma cresciuto a Pechino, è oggi uno dei maggiori poeti contemporanei e una tra le voci più importanti della dissidenza cinese. Esiliato dalla Repubblica Popolare Cinese dopo avere duramente criticato nel 1989 la repressione di Piazza Tiananmen, vive all’estero da vent’anni. È stato candidato al Premio Nobel nel 2002 e le sue poesie sono state tradotte in 25 lingue. Yang Lian interpreta lo spirito della millenaria cultura cinese attraverso la sua esperienza da esule. Una riflessione sulla condizione generale dell’uomo ma anche un invito alla speranza per milioni di cinesi che chiedono democrazia.

guarda l'intervista

[marzia de giuli e luca salvi]

L'INCHIESTA

È un’emergenza che dura da oltre vent’anni. I territori tra Napoli e Caserta sono uno stato nello stato dove l’unico potere reale è quello della Camorra. Nonostante i blitz, gli arresti e l’invio di soldati e poliziotti, i clan continuano a fare affari in un cono d’ombra in cui convivono l’economia legale e la politica. Ne abbiamo parlato con Andrea Cinquegrani, direttore de La Voce della Campania (oggi La Voce delle Voci).

Ascolta l'intervista

[alberto tundo]

MARIO CAPANNA

Onda e '68 a confronto

Quarant’anni dopo la protesta che ha segnato un’epoca, gli studenti italiani sono ancora in piazza. Secondo alcuni osservatori, l’Onda, che contesta la riforma Gelmini, è la fotocopia del’68. Altri la pensano diversamente. Mag ha chiesto un’opinione a Mario Capanna, ex studente dell’Università Cattolica e leader del movimento nel 1968.

Ascolta l'intervista

[cesare zanotto]

CIBO E MEMORIA

Viaggio nel gusto italiano


La relazione tra il cibo e la memoria è uno degli aspetti più profondi e antichi della cultura italiana e internazionale. Emblema di questo nesso è la madeleine che risveglia i ricordi dell’infanzia di Marcel Proust nel romanzo Alla ricerca del tempo perduto . Che cosa pensano i gourmet più affermati e i cuochi più celebri del nostro Paese del rapporto tra lo stile di vita dei nostri tempi e i cambiamenti nel gusto culinario, sempre più lontano dalla tradizione culinaria? La risposta nel servizio.

[francesco perugini]

GIORGIO BOCCA

Intervista sulla crisi del giornalismo italiano


Nessuno meglio di Giorgio Bocca può aiutarci a riflettere sulla crisi che sta vivendo oggi la professione di giornalista. "E' la stampa, la bellezza!", il suo nuovo libro vuole essere un'occasione per riflettere sul destino di un mestiere che sembra aver perso le sue virtù. In Italia la carta stampata appare schiacciata dalle pressioni della politica e dell’economia, incapace di reagire allo strapotere della comunicazione televisiva, non più in grado di scandagliare i mutamenti reali della società. Abbiamo approfondito queste e altre questioni nell'intervista.

[gaia passerini]
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ARBITRI

Paparesta: «Collina, sei un doppiogiochista»

Estromesso dal suo mondo senza un perchè. Gianluca Paparesta non si dà pace. Coinvolto e poi uscito senza macchia dallo scandalo di Calciopoli, l’ex direttore di gara ha provato in tutti i modi a tornare in campo per fare quello che aveva sempre fatto: arbitrare. Una battaglia che ha proseguito anche quando, la scorsa estate, l’Aia l’aveva dismesso per motivi tecnici. Una spiegazione per lui inaccettabile, al punto da pensare, come ha scritto nel suo blog (inaugurato lo scorso 12 marzo), di essere stato “fatto fuori dal sistema”. Una sensazione che ha avuto «rileggendo determinate conversazioni negli atti contenuti nel fascicolo legato a Calciopoli», ha raccontato qualche domenica fa, ospite della trasmissione televisiva “Quelli che il calcio”.

«Ho chiesto al procuratore federale Palazzi un’audizione perchè mi sono imbattuto in una conversazione telefonica in cui un allora altissimo dirigente federale e Moggi, parlando della giustizia all’interno del mondo dello sport, dicevano che chi non era funzionale al sistema dava fastidio e ho rivisto in questa conversazione quello che è toccato a me». Nella trasmissione condotta da Simona Ventura, ma ancor prima e a tutt’oggi attraverso le pagine del suo blog, Paparesta ha ripercorso la sua vicenda, tutti i procedimenti di cui è stato oggetto e dove è sempre riuscito a dimostrare la sua estraneità. «Mi avevano promesso che sarei tornato in campo in questo campionato, ma a giugno hanno deciso di mandarmi via per motivi tecnici: le motivazioni sono arrivate dal Comitato nazionale dell’Aia e non dal designatore Collina».

Perchè creare un blog? Paparesta ha deciso di sfogare così la sua rabbia repressa. «Perché ci sono tanti amici che manifestano quotidianamente stima e solidarietà, invitandomi a non mollare». Nonostante siano passati quasi tre anni dallo scoppio del “bubbone-Calciopoli”, l’ex arbitro di Bari non si rassegna ad accettare la decisione di «tutti i gradi della giustizia amministrativa che mi hanno dato ragione. Mancava il parere del designatore, che poi è arrivato: non avendo arbitrato per un anno non potevo più arbitrare. Eppure Collina, davanti ad altre persone tra cui lo stesso Gussoni, mi disse quando ci eravamo incontrati che mai e poi mai avrebbe espresso un giudizio tecnicamente negativo sulla mia posizione».

Paparesta torna poi a parlare del famoso Reggina-Juventus del novembre 2004 in cui finì chiuso negli spogliatoi. «In effetti ci furono episodi molto contestati in quella partita. Non avevo visto un rigore evidente a favore della Juve e avevo annullato loro il gol del pareggio all’ultimo secondo per fuorigioco. Si è scatenato così il putiferio, come avviene in tutte le partite: alcuni dirigenti della Juve hanno avuto accesso negli spogliatoi e si sono lamentati in maniera forte e dura nei miei confronti. Ma da qui a dire che sono stato rinchiuso negli spogliatoi, ne corre. Lì ci sono i responsabili delle forze dell’ordine, gli ispettori dell’Ufficio indagini della Federazione, gli ispettori di Lega, possibile che nessuno abbia sentito che l’arbitro era stato rinchiuso negli spogliatoi e che abbiano dovuto buttare giù la porta come raccontava Moggi?».

Eppure il direttore di gara, qualche giorno dopo, telefonò all’allora direttore generale della Juventus. «Avevo visto partire una campagna mediatica abbastanza forte per escludermi dal mondo arbitrale – spiega – e sapevo il potere che aveva quella persona. Io non gli ho mai chiesto scusa, in campo ho sempre mantenuto l’assoluta indipendenza e sfido chiunque a dimostrare il contrario, ma ho cercato di abbassare i toni, sicuramente sbagliando, perchè non volevo vedere la mia carriera compromessa». L’ultimo intervento attraverso le sue pagine on-line, Paparesta lo ha rivolto a Marcello Nicchi, nuovo presidente dell’Aia. «Gli faccio i miei auguri. E’ una persona indipendente, cristallina. Spero che possa aprire a ciò che può portare giovamento alla direzione di gara. Io tornare ad arbitrare? Mi piacerebbe, ma se non mi vogliono non posso farlo».


[fabio di todaro]
continua

GINNASTICA RITMICA

Alla scoperta di uno sport poco mediatico

L'Italia, si sa, è da sempre una nazione consacrata al calcio, pronta ad entusiasmarsi per le prodezze di undici ragazzi in pantaloncini che rincorrono un pallone, ma quasi indifferente di fronte alle fantastiche evoluzioni di leggiadre fanciulle in pedana. Eppure la ginnastica ritmica è uno degli sport che negli ultimi anni ha portato più allori internazionali al nostro Paese. Il dossier di M@g accende i riflettori su un mondo che si è abituato a farne a meno.

1. Le farfalle azzurre torneranno a volare


2. Ginnastica ritmica per soli uomini


[alessia lucchese] continua

GIORNALISMO IN LUTTO

Il Re è uscito di scena

Candido Cannavò è arrivato alla fine della sua corsa pochi giorni fa, lasciando un grande vuoto nel mondo del giornalismo. La redazione di M@g lo saluta con questo dossier.

1. Il nostro addio a Candido Cannavò


2. Un cielo rosa Candido

3. Il riposo del Direttore



[pierfrancesco loreto - daniela maggi - cinzia petito - cesare zanotto] continua

CALCIO GIOVANILE

Difendiamo il made in Italy nel mondo del pallone

Il calcio moderno, almeno quello della serie A, si allontana sempre di più dal mondo dello sport per abbracciare quello del business. Gli assegni multimiliardari che i presidenti delle grandi società staccano per assicurarsi le prestazioni dei migliori talenti stranieri sono la prova di questa tendenza. Intanto, nelle serie minori piccoli talenti crescono e spesso sono costretti ad emigrare per poter tirare dei calci a un pallone. Viaggio nelle realtà del calcio giovanile con il dossier di M@g.

1. Vivai del calcio, l'Italia non fa goal


2. AAA Calciatori Capaci Cercansi

3. Brescia-calcio: più che una società, una fucina di talenti

4. Viareggio calcio, è primavera




[fabio di todaro - alessia scurati - cesare zanotto] continua

CALCIO

Kakà-Milan, trattative pericolose

Il contatto telefonico c’è già stato. L’incontro, autorizzato dal Milan, è fissato per lunedì. Il Manchester City (attraverso il suo agente Kia Joorabchian) incontrerà il papà-agente di Kakà per capire se esistono margini di trattativa per strappare la stella brasiliana ai rossoneri.

Dal punto di vista tecnico è impossibile immaginare il Milan senza il suo giocatore più rappresentativo. Kakà ha già segnato 7 reti (con 2 rigori) in campionato ed è l’uomo a cui Ancelotti continua a chiedere gli straordinari. La sua cessione, però, non è pura utopia. Il Milan ha autorizzato l’incontro tra le parti e già questo è un segnale da non trascurare. C’è, poi, l’offerta del Manchester City: il presidente Mansour Bin Zahid Al Nahyan è disposto ad investire 100 milioni di euro (15 all’anno al calciatore) per mettere a disposizione del tecnico Hughes il rinforzo utile per abbandonare le secche della classifica (il Manchester City è quartultimo con 22 punti). È qui che il Milan, nonostante le smentite di facciata, traballa. Kakà è stato blindato quasi un anno fa con un rinnovo fino al 2013 (anno in cui compirà il 31simo compleanno) a 8 milioni di euro, ma l’offerta degli arabi è di quelle che fanno girare la testa. E il ragazzo, che del Milan vorrebbe diventarne una bandiera ed il capitano, non freme per andare via. Al futuro, però, è giusto pensare in tempo utile.

I citizens sono convinti di poter strappare Kakà al Milan. A incoraggiarli anche le dichiarazioni rilasciate ieri dal portavoce del brasiliano, Diogo Kotschko, che ha parlato «di operazione non impossibile. Se il Milan ci lascerà parlare, vedremo cosa il City ha da offrirci». «Speriamo ancora di prendere Kakà – ha dichiarato Marc Bowen, braccio destro di Hughes –. La situazione è stata una sorpresa per tutti ma ovviamente le trattative stanno andando avanti. Quanto vicini siamo non lo so, ma per quello che abbiamo capito c'è una forte possibilità che Kakà arrivi al Manchester City».

A luglio, poi, torneranno alla carica i blanchos. Florentino Perez cercherà di strapparlo al Milan per la terza estate consecutiva e, seppur restìo a cederlo ad una potenziale diretta concorrente in Europa, questa soluzione potrebbe essere più adatta per il Milan che segue con attenzione l’esplosione di Yaonn Gourcuff. Il talentino d’Oltralpe si sta affermando nel Bordeaux a cui i rossoneri lo hanno ceduto in prestito con diritto di riscatto (fissato a 15 milioni di euro) fino al termine della stagione. L’anno prossimo potrebbe essere quello giusto per riportare Gourcuff a Milanello a patto di garantirgli maggiore spazio. Una cosa è certa: l’erede di Zidane il prossimo anno giocherà «a Bordeaux o al Milan, ma non altrove». Adriano Galliani lo ha affermato all'Equipe pochi giorni fa ribadendo che «se il Bordeaux non pagherà il diritto di riscatto, Yoann tornerà da noi ed è escluso di darlo un'altra volta in prestito. È un giocatore eccellente e lo sta dimostrando con il Bordeaux e con la nazionale francese (6 presenze e un gol, ndr). Ci sarà spazio per lui al Milan».


[fabio di todaro]
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GIRO D'ITALIA

Speciale e italiana, la maglia rosa firmata D&G

Speciale, italiana e, ovviamente, rosa. Saranno queste le caratteristiche principali della nuova maglia disegnata da Dolce & Gabbana presentata oggi a Milano nella sala Indro Montanelli della “Gazzetta”. La maglia rosa, quest’anno con bordi tricolore, è prodotta dal marchio Santini e verrà indossata ogni tappa dal corridore primo in classifica del Giro d’Italia. L’istituzione della maglia arrivò nel 1931 e si dice che il suo colore non venne particolarmente apprezzato da Benito Mussolini perché per lui era troppo femminile. Mussolini fu poi convinto da Armando Cougnet, primo organizzatore della corsa.

In sala Montanelli oggi sono intervenuti diversi corridori italiani che in passato hanno indossato la “rosa” e che puntano a indossarla il 31 maggio in occasione dell’ultima tappa milanese del prossimo giro. Giro importante perché sarà quello del centenario e perché vedrà tantissimi partecipanti pronti a vincere la competizione ciclistica che attraversa tutto lo stivale. «Quest’anno non scommettete su di me – dice Gilberto Simoni, corridore trentasettenne che ha vinto il Giro nel 2001 e nel 2003 – perché basta la mia di puntata. Ho già vinto due volte e alla mia età provare a rivincere per la terza volta potrebbe essere solo una scommessa». Oltre Simoni, però, questo del centenario sarà il Giro dei grandi protagonisti. Il 9 maggio dalla partenza di Venezia saranno in molti ad insidiare il campione in carica, lo spagnolo Alberto Contador: Lance Armstrong, sette volte vincitore del Tour de France , Ivan Basso, vincitore del Giro nel 2006 ma poi sospeso per doping e Danilo Di Luca, corridore abruzzese vincitore nel 2007.

Il binomio moda e sport, che in questi ultimi anni va per la maggiore, sembra incontrare anche il gradimento dei lettori della Gazzetta, testata che da qualche mese ha arricchito la sua informazione sportiva con temi più leggeri e modaioli da spulciare tra le ultime pagine. «Dopo aver disegnato per il tennis, ideato le divise formali del Milan e aver messo in mutande i nazionali del rugby – scherza lo stilista siciliano Domenico Dolce – ci sembrava giusto puntare sul ciclismo». Gli fa eco Stefano Gabbana, che puntualizza di non essere un appassionato di ciclismo pur avendo fatto tante passeggiate tra Varese e i laghi con la bici da corsa.

Questa è una maglia speciale anche perché voluta dal patron della corsa Angelo Zomegnar. Difficile per lui in questi anni di doping, portare alla sua corte quelle star internazionali che servono per celebrare i cento anni di una corsa storica. Una classica del ciclismo a tappe che infiamma i cuori degli italiani da un secolo e che per il 2009 si annuncia di grande impatto, maglia d’alta moda compresa.


[roberto dupplicato]
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EDUCAZIONE E SPORT

Allenare campioni, allevare uomini

È ormai una questione di folklore: in ogni italiano medio sonnecchia da sempre un allenatore incompreso, un cittì pronto a vaticinare su marcature, diagonali e moduli ogni volta che c’è la nazionale in tivù o che si avvicina a un campetto di periferia. Ma se fare l’allenatore è un sogno, essere allenatore è invece il risultato di un lungo percorso, che non finisce con un patentino.

Il lavoro del “mister”, infatti, non è solo insegnare disposizioni tattiche e fare le giuste sostituzioni, ma implica anche saper vivere in un ambiente fatto di intricati rapporti con molti interlocutori: la società, i colleghi, le famiglie e soprattutto i propri giocatori. Si tratta di un ruolo socialmente rilevante, in un Paese che conta 720.212 tesserati Figc dai sei ai 16 anni e ben 6.880 scuole calcio. Lo ha detto anche Adriano Galliani, al termine del corso “Allenatore oggi: tra formazione e prestazione”, organizzato dal Milan presso l’università Cattolica: «L’infanzia e l’adolescenza sono età particolari: un allenatore può rappresentare una figura significativa nella crescita dei ragazzi». Che educare sia implicito nell’allenare è un fatto percepito in tutto l’ambiente. Per Alessandro Bortolotti, professore di Pedagogia presso Scienze Motorie a Bologna, «un allenatore è educatore volente o nolente. Ma per una riflessione sul proprio ruolo educativo, corsi simili sono fondamentali». Soprattutto, un allenatore non deve fare alcuni errori purtroppo frequenti: «Considerare gli atleti come mezzi per un risultato; ignorare le loro potenzialità; insegnare scorrettezze; essere rude o pretenzioso per non ingenerare frustrazione». E anche se non si arriva in serie A, lo sport può diventare una palestra per la vita, «perché insegna a sopportare la fatica, a imparare le regole e a ottenere risultati attraverso il lavoro».

Spesso però i problemi non si verificano con i ragazzini. Nell’ambiente circola una battuta feroce: «I bambini più fortunati sono gli orfani». I trainer hanno problemi comunicativi con le famiglie, che vorrebbero più attenzione per i loro pargoli. Anche di questo Bortolotti parla nel suo libro Sport addio. Perché i giovani abbandonano la pratica sportiva (La Meridiana): «Un errore che non devono fare i genitori è imporre la scelta dello sport al bambino». La sindrome da accerchiamento è in agguato per l’allenatore, che deve guardarsi anche dai colleghi. Paolo Gatti è il coordinatore tecnico dei Milan junior camp e fondatore della società Lombardia Uno, una delle più grandi Scuole calcio rossonere. «Il nostro – dice – è un lavoro artigianale e quindi c’è poca propensione al confronto fra di noi, che siamo spesso presuntuosi e cocciuti. È vero, bisogna migliorare i rapporti fra colleghi. Il corso della Cattolica è servito per aprire un confronto e una maggiore introspezione nel gestire i rapporti». Parlare di psicologia agli allenatori non è impossibile. Caterina Gozzoli della Cattolica di Brescia ce l’ha fatta e per una volta ha messo i tecnici dietro i banchi: allenare le menti per allenare i campioni.


[daniele monaco]
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PRESIDENTE LULA

Italia-Brasile, il calcio è in comune

Un presidente progressista come Lula non poteva che parlare di redistribuzione della ricchezza. L’intento però non era politico. A margine del vertice Italia-Brasile il premier brasiliano l’ha buttata sul calcio e, durante la sua visita a Roma, ha sottolineato che c’è la necessità di redistribuire la ricchezza anche nel calcio perché «in tutto il mondo ci sono dieci club che da soli possiedono tutti i giocatori più bravi». Forse Lula ha sentito l’urgenza di esprimere questo concetto dopo aver incontrato il fior fiore del calcio brasiliano esibitogli da Berlusconi: fuoriclasse come Kakà, Ronaldinho e Pato che militano nella ricca squadra del presidente del consiglio. Ma la crisi economica mondiale travolgerà tutti, ha profetizzato Lula, e anche nel mondo del calcio una regolamentazione si renderà necessaria.

Le cronache sportive degli ultimi giorni sembrano dare ragione al premier brasiliano: uno dei campionati più seguiti al mondo, la Premier League, è in crisi economica e le squadre sono travolte dai debiti nonostante gli investimenti dei paperoni russi e arabi. Questo non è servito a fermare il Manchester United che, nonostante i conti in rosso, ha deciso di stipulare un nuovo contratto con Cristiano Ronaldo per impedire che l’asso portoghese lasci l’Inghilterra per la Spagna. Si vocifera di un compenso che sfiorerà gli 11 milioni di euro l’anno e che porterà Ronaldo quasi in vetta alla classifica dei calciatori più pagati al mondo. Meglio di lui se la passa solo Ibrahimovic che ha appena rinnovato con l’Inter.

«I calciatori più forti, i fenomeni affermati giocano in Inghilterra o in Spagna – ha spiegato Giancarlo Padovan, ex direttore di Tuttosport e adesso direttore editoriale del Corriere di Livorno – e lo fanno non tanto per la qualità del gioco superiore ma per questioni di carattere economico. In Italia la tassazione è troppo alta, come del resto anche in Francia, mentre Inghilterra e Spagna sono favorevoli sia al club che al giocatore che può percepire ingaggi ancora più alti». L’Italia è piena di squadre medio-piccole, guidate perlopiù da imprenditori locali, che hanno limitate risorse economiche rispetto ai magnati della finanza che possiedono squadre come il Manchester o il Chelsea. «I grandi magnati della finanza si trovano all’estero e non in Italia –dice Padovan –. Questi ricchi milionari russi e arabi investono cifre esorbitanti per comprare i calciatori migliori, anche se le società sono fortemente indebitate. In Italia nessuno può permettersi di agire così perché il fisco attua dei controlli».

In Italia molte piccole società hanno dimostrato di poter competere con i grandi club all’interno dello stesso campionato anche senza nomi eccellenti. «I grossi club italiani, come l’Inter o il Milan, acquistano grandi campioni – ha spiegato Padovan – ma non è detto che vincano. La tendenza si è invertita soprattutto negli ultimi anni, anche a seguito degli scandali che ci sono stati, quando anche le squadre minori hanno iniziato a essere competitive. La situazione è cambiata perché ci sono sempre meno soldi e le differenze tra squadre si sono ridotte. L’attuale classifica di serie A lo dimostra: ci sono otto squadre diverse ai primi posti e tra esse troviamo società considerate minori come l’Udinese, il Napoli o la Lazio». Abituati a pensare in termini di grandi campioni, compensi record e calcio spettacolo, forse i calciofili si sono dimenticati che la qualità del gioco non dipende solo dalla presenza del fuoriclasse di turno. Dopotutto il calcio è uno sport di squadra. «Si parla di calcio come se fosse uno sport individuale ma il valore della squadra è importante in ogni fase del gioco. Squadre come il Genoa, l’Udinese o la Lazio hanno dimostrato che chi si affida ad un collettivo omogeneo è competitivo quasi come le grandi».

Il presidente Lula si preoccupa per la partenza dei suoi campioni ma il Brasile non è l’unico vivaio dove procuratori e squadre europee possono pescare talenti. L’Africa negli ultimi anni è diventata il crocevia del calciomercato mondiale, dove migliaia di giovani giocano a calcio con la speranza di poter emigrare in Europa e cambiare la loro vita. Un mercato immenso che i procuratori europei hanno deciso di sfruttare al massimo, a volte a scapito delle regole. Il successo dell’ultima Coppa d’Africa 2008, svoltasi in Ghana, e gli imminenti mondiali del 2010 in Sudafrica hanno esasperato il fenomeno portando alla nascita di un vero mercato di talenti bambini. Corrado Zunino, giornalista di Repubblica tv, ha realizzato un reportage su questo argomento ed è andato in Ghana per vedere come stanno le cose. «L’Africa è un continente molto più povero dell’America latina – ha spiegato Zunino – e il calcio rappresenta una scoperta relativamente recente, che risale agli anni ‘70. Basti ricordare che la prima squadra africana a partecipare ad un campionato del mondo è stata lo Zaire nel 1974. Eppure, oggi, in Africa, si gioca a calcio ovunque, in campi creati sulla spiaggia, nelle discariche, per le strade. La spinta a giocare è forte e lo è anche quella ad emigrare, non solo per una questione economica ma anche culturale. L’Africa ha fatto propria la cultura del calcio». Nella capitale Accra centinaia di procuratori affamati e senza scrupoli vanno a caccia del talento da portare in Europa. Ma spesso è gente senza alcuna competenza. «Esiste uno sfruttamento da parte di procuratori africani ma anche europei – ha detto Zunino –, gente che non riesce a lavorare nel mercato europeo perché non è inserita nei canali giusti. Vanno a cercare il colpaccio in Africa e spesso a pagare sono i ragazzi e le loro famiglie. Capita che gli anticipino due o tre mila euro per il viaggio in aereo e poi, se non riescono a piazzarli in qualche grossa squadra, pretendono di riavere i soldi dalle famiglie povere che si vedono costrette a vendere la baracca dove vivono».

Il Ghana dopo la Coppa d’Africa è diventato il centro africano del calcio internazionale: ragazzi dai 12 ai 19 anni arrivano da tutta l’Africa centrale per trovare un ingaggio che li possa portare in Europa. Sognano soprattutto la Premier League inglese e squadre come il Chelsea e il Manchester United. Se l’età non è quella giusta non ci sono problemi, con 250 dollari si va all’anagrafe o alla questura di Accra ed è servito un passaporto falso. «Bisognerebbe trovare un modo per controllare questo tipo di immigrazione – secondo Zunino – ma le federazioni internazionali, come Fifa e Uefa, non hanno un potere reale su questo. Platini si è impegnato molto a regolamentare i minorenni: sotto i 18 anni non può spostarsi più nessuno, nemmeno all’interno della stessa nazione. Ci vorrebbero delle decisioni uniche applicabili in tutta Europa, invece finora sono state fatte solo leggi farraginose e inutili da chi non conosce la natura del fenomeno. I club europei e i vertici calcistici hanno tutto l’interesse a regolamentare l’immigrazione calcistica». I talenti stranieri devono avere dunque la possibilità di giocare in Europa, a patto che non vengano sradicati ancora minorenni dalle loro famiglie, perché molti di loro abbandonano la scuola e il lavoro per seguire il loro sogno europeo. Ma non tutti sono Drogba e Eto’o e, al loro arrivo in Europa, anziché un campo da calcio potrebbe attenderli la strada.


[michela nana]
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FIERA DI MILANO

Salone del motociclo, al via la 66esima edizione

Piove su Milano ma non basta il temporale per bagnare le polveri della 66esima edizione di Eicma – Salone internazionale del ciclo e motociclo – che, da martedì 4 novembre, e fino a domenica, richiamerà come ogni anno migliaia di appassionati delle due ruote al nuovo quartiere fieristico di Milano-Rho. Queste le cifre più importanti dell’evento: 280.000 mq di superficie espositiva, oltre 1000 espositori provenienti da 33 paesi, 80.000 mq di spazi esterni per esibizioni e spettacoli, oltre a un gran numero di nuovi prodotti di ogni tipo ed anteprime mondiali.


Ad animare gli stand saranno alcuni attesissimi campioni sia della moto che della bici. Ed è indubbiamente la moto,come già da due anni a questa parte, il settore che fa la parte del leone, anche se rimane molto rilevante la presenza dei principali marchi dell’industria ciclistica nazionale e internazionale. In più, gli organizzatori hanno voluto puntare con forza sulla 6Giorni di Milano, gara ciclistica la cui ultima edizione risale al 1999, nel velodromo allestito all’interno dei padiglioni fieristici. Una tradizione milanese che si rinnova dopo un decennio di oblio. A dispetto delle difficoltà in cui versa la pista, lo spettacolo della 6Giorni sarà una grande attrattiva non solo per gli appassionati, ma anche per il pubblico dei giovani che non conoscono abbastanza questa disciplina e ne potranno apprezzare l’alta spettacolarità. L’ex campione olimpico e mondiale Paolo Bettini è stata l’indiscussa star della manifestazione che ha preso il via martedì 11, starter d’eccezione il governatore della Lombardia Roberto Formigoni, il presidente di fondazione fiera Milano Luigi Roth, il grande Mario Cipollinie la bellissima Elisa Isoardi.

Le prime avvisaglie, nonostante il maltempo, sono state eccellenti: benché le due giornate iniziali siano riservate agli operatori, una gran folla ha già popolato i padiglioni fieristici. Molta curiosità per le tante novità del settore moto nella giornata di apertura: dalla Honda alla Bmw, da Ktm ad Aprilia, da Guzzi a Gilera, da Vespa a Piaggio. Come ogni anno il pubblico è attratto dalle innovazioni tecnologiche e modellistiche ma anche dai campioni: ieri è stata la volta di Marco Simoncelli, neo-campione iridato del campionato mondiale di motociclismo classe 250, inconfondibile con il suo casco di capelli ricci, mentre c’è già fermento in Fiera per la possibile presenza di Valentino Rossi venerdì, giornata in cui è prevista anche la presenza di Valeria Marini, madrina della nuova serie di Lambretta, per la gioia degli amanti del gossip. Anche la bicicletta annovera gran parte dei marchi storici presenti ad Eicma, ma le prime emozioni arrivano dall’anello della sei giorni. Purtroppo non si è trattato solo di momenti agonisticamente esaltanti, ma brividi di paura: proprio Paolo Bettini – il principale protagonista della manifestazione – è incappato in una brutta caduta, picchiando il capo contro il muretto di protezione e rompendo il casco protettivo. Ripresosi prontamente, il campione toscano è stato tenuto in osservazione qualche ora, ma tutto fa pensare che possa rientrare regolarmente in gara.

Tra le attività outdoor, da giovedì entra in scena Motolive, un piatto forte per chi ama il motociclismo più estremo: piste e dossi di fango faranno da palco alle spericolate esibizioni dei più famosi motocrossisti.


[raffaele buscemi]
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FORMULA UNO

Felipe Massa, un secondo vincente

A casa di Massa trionfa Hamilton. Lo fa con merito e fortuna, unendo due componenti inscindibili per affermarsi nello sport (e non solo). A San Paolo Massa percorre l’intera gamma dei sentimenti in pochi secondi, quelli necessari ad Hamilton per percorrere gli ultimi 520 metri: dal paradiso all’inferno, dalla gioia allo scoramento, dai sorrisi alle lacrime, dal bianco al nero in una caduta senza ritorno. Un tedesco, Vettel, gli stava regalando il mondiale con un sorpasso a due giri dalla fine. Un altro tedesco, Glock, lo ha riportato nel box della McLaren facendosi sorpassare a causa di una scelta nefasta.

Nessuna dietrologia. Hamilton risulta il miglior pilota e la Ferrari la migliore casa costruttrice. Questo dato dà un senso alla stagione della “rossa” (terzo titolo in due anni) e amplifica i meriti del più giovane campione del mondo della storia (23 anni), capace di sovvertire le gerarchie dei pronostici e riscattare l’infausta conclusione dell’ultimo campionato. Hamilton è cresciuto, magari non in simpatia, ma nella capacità di gestire le situazioni delicate che si presentano in prossimità dell’obiettivo.

Il pilota britannico ha vinto snaturando il suo istinto da combattente. Ha provato a gestire la gara, difendendosi, ma vivendo quasi un incubo. Alla fine, con una buona dose di fortuna, la sua strategia ha pagato. Ma la vittoria inutile non sminuisce i meriti di Massa. Ne ingigantisce le qualità umane prima che professionali. Lo rende un vincente tenero nel giorno della sconfitta. Massa, intanto, raccoglie consensi: sul piano umano (composto nel gestire il suo dramma interiore) e sotto il profilo professionale (tra non molto sarà sul gradino più alto). È un uomo eccezionale prima che un pilota di valore. Nulla da dire sulla condotta di gara ad Interlagos. Semplicemente strepitosa. Nello sport, però, la subordinazione è una contingenza pericolosa. Obbliga a fare meglio degli altri e non solo. Occorre chiedere anche l’aiuto della fortuna per ribaltare una situazione svantaggiosa.

Massa può recriminare contro la dea bendata che ha consigliato a Glock di tenere le gomme da asciutto sotto un violento temporale, permettendo ad Hamilton di compiere all’ultima curva il sorpasso decisivo. Le insinuazioni maligne non sono mancate, ma le difficoltà in cui si è imbattuto il pilota della Toyota ci inducono a pensare ad una strategia sbagliata. In quel momento si è spenta la gioia di Massa ed è salito al cielo Hamilton. Ma la stella del ferrarista non si è spenta, anzi. Brilla di una luce propria, ricaricata dall’elevata spettacolarità della gara di ieri. La mano sul cuore durante la premiazione avrà fatto commuovere milioni di sportivi. Il suo ringraziamento avrà raggiunto tutti, amanti della rossa e non solo. Adesso scorrono fiumi di parole. L’anno prossimo si ripartirà da loro. Massa contro Hamilton, sperando che Raikkonen torni in pista con la testa prima che con la macchina. Il futuro è loro.


[fabio di todaro]
continua

EURO 2008, UNA NUOVA SVIZZERA

La croce elvetica fa tappa a Milano

I primi ospiti europei non sono ancora arrivati in Svizzera per i Campionati europei di calcio Uefa Euro 2008, ma la Confederazione Elvetica si fa già conoscere all’estero. L’Icon, la croce svizzera tridimensionale composta da cinque container navali bianco-rossi liberamente accessibili,è in viaggio attraverso l’Europa ormai da inizio marzo, e in questi giorni (dal 20 al 22 maggio 2008) è protagonista in piazza del Duomo a Milano.

Si tratta di un modo originale per rendere accessibile a tutti la Svizzera e i suoi aspetti economici, scientifici, innovativi, culturali e turistici in vista del grande evento calcistico previsto per giugno. «Abbiamo un sogno comune – spiega l’ambasciatore della Svizzera in Italia, Bruno Spinner –, condividere la grande festa sportiva del 2008 con i campioni del mondo, che in fondo vivranno una competizione casalinga quanto lo è per noi». Lieta di ospitare i circa cinque milioni di visitatori previsti è anche Doris Leuthard, ministro dell’economia del Governo federale svizzero: «A Milano vogliamo presentare la Svizzera, non solo come paese ospitante, ma anche come piazza economica in evoluzione, in cui la comunità italiana e le relazioni economico-sociali tra i due Paesi si fanno sempre più importanti. Dopo la Germania, l’Italia è il nostro secondo partner economico: dall’Italia importiamo più che da Stati Uniti, Giappone e Cina messi insieme; la Svizzera è il sesto investitore in Italia e l’Italia è l’ottavo investitore in Svizzera. C’è un notevole dinamismo, un volume di scambi che indica un forte apprezzamento del “made in Italy” da noi». Ci si prepara dunque a una festa del calcio in grande, che oltre a garantire uno spettacolo sportivo indimenticabile vuole promuovere una Svizzera nuova. «La Svizzera saprà sorprendere, non è più lo stereotipo della monotonia e “dell’orologio” – dichiara Marco Solari, consigliere del Comitato direttivo di Svizzera Turismo –. Abbiamo affidato a trainer professionisti l’addestramento del personale, oltre 50mila addetti alla sicurezza e alle varie infrastrutture del territorio: prevediamo, come effetto positivo degli Europei di calcio, introiti pari a 600-800 milioni di franchi svizzeri». All’inaugurazione dell’Icon a Milano era presente anche il sindaco della città, Letizia Moratti, onorata di rappresentare «l’unica città italiana in cui la croce svizzera ha fatto tappa nel suo tour, a testimonianza degli ottimi rapporti tra i due Paesi».

[francesca salsano]
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ATLETICA

Intervista a Oscar Pistorius


Soprannominato the fastest thing on no legs, Oscar Pistorius è un amputato bilaterale detentore del record del mondo sui 100, 200 e 400 metri piani. Nasce in Sudafrica con una grave malformazione (non aveva i talloni), che all’età di 11 mesi lo costringe all’amputazione delle gambe. Gioca a pallanuoto e rugby, fino a quando un grave infortunio gli impone di dedicarsi all’atletica per motivi di riabilitazione. Oggi l’atletica è la sua vita.


«La gente mi chiede spesso come sia avere due protesi al posto delle gambe, com’è avere qualcosa che mi rende un disabile – dice Oscar –, la risposta più sincera è che non lo so. Primo perché non ho mai avuto gambe normali, secondo perché non mi sento in alcun modo un disabile. Ogni disabilità può trasformarsi in vantaggio: questo è quanto ho imparato e ciò in cui continuo a credere». Classe ’86, Pistorius corre grazie a particolari protesi in fibra di carbonio: dopo i tanti successi ottenuti dal suo primo appuntamento ufficiale di rilievo, le Paraolimpiadi di Atene del 2004, lo scorso 16 maggio arriva quello più importante, l’ammissione da parte del Tas (Tribunale arbitrale sportivo) a gareggiare con i normodotati. Una battaglia che il giovane 21enne porta avanti dal 2005, lottando contro quanti ritengono che le sue protesi costituiscono un vantaggio meccanico dimostrabile, in termini di resa, rispetto a chi non ne usi. Ora i giudici sportivi hanno emesso il verdetto: Oscar può correre tra i normodotati. Il prossimo sogno da inseguire diventa un altro: fare il tempo minimo per accedere alle Olimpiadi di Pechino 2008.

È arrivata la sentenza del Tas tanto attesa, la più sperata.
«Sì, è uno dei giorni più felici della mia vita, non vorrei essere scambiato per un idiota se sorrido per tutto il pomeriggio ma non riesco a farne a meno. Sono contento che la mia battaglia sia finita in questo modo».

Richiede più determinazione correre sul campo o contro la federazione?
«Decisamente contro la federazione! Correre per me non è un lavoro, è qualcosa che amo. Quando mi sveglio la mattina e vado al campo, spengo il telefonino e dimentico tutto il resto: l’atletica è una passione, è la mia vita. Certe volte costa sacrifici, ma se sai perché li stai facendo e se sei motivato dentro, una battaglia contro i giudici sportivi assorbe di sicuro molta più energia!».

Quando hai capito che l’atletica ti avrebbe dato tante soddisfazioni?
«Devo dire che già al mio esordio ero molto emozionato. Ero lì ai blocchi, di fianco a me un francese che mi innervosiva, sputava, imprecava. Mi chiedevo se avessi lavorato abbastanza, se mi fossi allenato come dovevo. Ero un po’ confuso, non riuscivo a concentrarmi, era la mia prima gara internazionale e per due volte è stata falsa partenza. Dentro di me pensavo a mille cose, avevo lavorato all’obiettivo, ma al terzo sparo sono rimasto fermo sui blocchi. A quel punto mi sono chiesto: dopo tutti i sacrifici che hai fatto per arrivare qui cosa vuoi fare? Conviene non partire proprio oppure vale la pena alzarsi e correre comunque? Ho scelto la seconda. E nelle finali ho vinto l’oro sui 200. Da quel giorno ho corso con passione sempre maggiore, sicuro che non avrei fatto sacrifici per niente».

Hai mai pensato che saresti stato più o meno contento se la tua vita fosse stata diversa?
«Sicuramente sarei stato più veloce con le gambe ma probabilmente non ci avrei dato l’anima come sto facendo ora. Non sarei l’atleta determinato che sono. Forse non sarei addirittura un atleta. In fondo, tutta la mia personalità è maturata grazie a questa disabilità».

A cosa pensi prima di entrare in gara? Credi in Dio?
«Credo in Dio e credo in tutte le persone che sento vicine, in primo luogo i miei genitori e mio fratello. Ma se devo essere onesto, la tensione prima di una gara è grande e cerco di concentrarmi solo sulla corsa. Poi, se arrivano le vittorie le dedico senza dubbio a loro».

I tuoi punti fermi, dunque.
«Sì, sono cresciuto in una famiglia splendida e normale sotto tutti i punti di vista. Non mi hanno mai impedito di fare ciò che volevo, anzi mi spronavano in qualsiasi cosa volessi fare. Avevo come modello mio fratello, volevo sempre imitarlo. Mi ricordo di quando mi ha fatto salire sulla sua macchinina per farmi provare una discesa di 350 metri che lui faceva sempre con gli amici. Solo che, dopo 50, 100, 150 metri ancora non si fermava, la macchina aveva preso velocità e io già mi vedevo spiaccicato al muro in fondo alla strada! Invece, quando ormai mancavano 50 metri, mio fratello ha preso una delle mie gambe e l’ha infilata tra le ruote della macchine usandola come freno: da lì ho capito che le protesi potevano anche essere un vantaggio».

Un ricordo della tua infanzia?
«Le mie protesi di quando ero bambino. Non erano moderne come quelle che ci sono oggi; però avevano la faccia di Topolino».

Ripeti sempre che non ti senti un disabile. In che senso? Cosa significa per te disabilità?
«Nella vita ci sono abilità e disabilità, che possono essere fisiche, mentali, barriere psicologiche che ci si crea. Ma dietro ogni condizione di disabilità ci sono le mille abilità che si sfruttano per compensare ciò che manca; ci sono vantaggi e svantaggi, come esistono pro e contro nella vita di tutte le persone normodotate, che in tante cose – in realtà – sono più disabili dei disabili. Per quanto mi riguarda, uno dei lati positivi delle protesi è puramente materiale. Per fare un esempio: sono andato in motocicletta e ho preso dentro un sasso che mi si è scagliato sulla gamba. Ora ho un buco sul polpaccio, eppure non ho sentito nulla, e l’ho tolto come se niente fosse. Il più grande svantaggio? Quando sei fuori a cena con una ragazza carina che ti fa il piedino: caspita, non sento nulla!».

Il fatto di raggiungere un obiettivo particolare, si stabilisce a priori o è qualcosa che matura strada facendo?
«Sicuramente lo decidi prima, poi si lavora per gradi. Per me il “big goal” è correre alle Olimpiadi di Pechino; poi ci sono tanti piccoli obiettivi da raggiungere per realizzare quello finale: prendere i giusti momenti di riposo, seguire un’alimentazione regolare, allenarmi con costanza».

Quanto conta la tenacia nella vita di Oscar Pistorius?
«Tantissimo. Il mio più grande sacrificio? Non poter mangiare certe cose, purtroppo…Ma quando credi davvero in qualcosa, è questa stessa tenacia e i sacrifici che sai di aver fatto che rendono quello che hai ottenuto ancora più apprezzabile e soddisfacente ».

E l’ironia?
«Averla è indispensabile, per uno come me. Sarebbe meglio non intristirsi per una disabilità; piuttosto bisognerebbe essere contenti per tutte le altre abilità che si hanno».

Pensi di riuscire a fare i tempi minimi di partecipazione per Pechino?
«Sto migliorando lentamente. Per arrivare ai 45.5 secondi devi essere costante; purtroppo quest’anno ho speso tanto tempo lontano dal campo per le mie questioni legali. Ma ora mi hanno aperto le porte alle Olimpiadi e farò di tutto per entrarci. Comunque, il vero senso di questa storia, al di là di Pechino, è l’essere stato incluso tra i normodotati: non era solo la mia battaglia, adesso è la battaglia di tutti quelli come me».

[francesca salsano]
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WEB

Blog e sport: connubio possibile

Il fenomeno dei blog invade ormai anche il mondo dello sport. Sono circa duemila i blog indicizzati da Blogitalia, il più importante motore di ricerca per i blog italiani che parlano di sport. Il calcio naturalmente la fa da padrone, ma su Internet si può trovare veramente di tutto. Un esempio è Operazione Gasparotto, blog per gli appassionati di atletica e di maratona.

Oleole.it, network internazionale, si propone come la più grande community di appassionati di calcio in Italia. Incredibile a dirsi, ma buona parte dei blogger sono donne: tra le più scatenate Kiarina109 di Mantova, informatissima sulla Liga spagnola. Non si contano i blog sulle grandi squadre della Serie A: i tifosi bianconeri possono trovare informazioni interessanti allo Juventus blogger’s corner , mentre il tifo interista trova gli altri «bauscia» su bauscia.splinder.com, nato a metà del 2007 come erede di bauscia.org che ha registrato oltre 200mila contatti nei primi sei mesi di vita.
Sull’altra sponda del calcio milanese impazzano i blog sugli idoli del popolo rossonero. Naturalmente c’è Kakà, ma non mancano le pagine sul nuovo idolo dei milanisti: Pato. Nonostante abbia giocato solo quattro partite, Alexandre Pato è già il protagonista di alexandrepato.blogspot.com e alexandrerodriguesdasilva.blogspot.com.
Non mancano le pagine sui campioni nostrani come Alessandro Del Piero e Antonio Cassano, già giocatore del Real Madrid e che per questo è galacticoantonio.spaces.live.com, ma anche quelle dedicate a giovani calciatori emergenti come Marek Hamsik.
Per i tanti tifosi delle squadre minori un sicuro punto di riferimento può essere seriec1.ilcannocchiale.it, «portale» completissimo sulla C1. Anche il calcio amatoriale è protagonista in rete: i calciatori della domenica si ritrovano su internet, organizzano i match e pubblicano i risultati. Per avere un’idea guardate calcioinbocca.blogspot.com, una finestra sui tornei di calcetto aziendali.
Ma il calcio non è solo quello giocato. I tanti appassionati del fantacalcio mettono online i risultati delle loro leghe. Un esempio è lo Joga bonito fantasy league di Maggiora, provincia di Novara, giunto all’ottava stagione, o tuttodipiu.blogspot.com della Web radio Ittiri.
Anche le tifoserie usano il web per mettersi in mostra: i calciofili partenopei non possono non visitare l’informatissimo www.napolifans.com. I simpatici tifosi del Savona Calcio parlano della loro squadra del cuore su biancoblutimes.blogspot.com. Da vedere anche bustoarsiziovolley.myblog.it, il blog dei supporter della Yamamay Busto Arsizio Volley.
Il blog è infatti spesso luogo di ritrovo per i tanti appassionati degli sport più diversi, ma anche una fucina di consigli per i principianti. Formula 1, motociclismo e motori in generale la fanno da padrone, ma si può trovare molto sulle arti marziali e il fitness.
Segnaliamo anche qualche curiosa iniziativa del popolo del rugby: per sapere tutto del mondo della palla ovale andate su rugby1823.blogosfere.it, ma se volete conoscere il lato goliardico di questo sport visitate la pagina della Rugby Fest, il torneo dei bar della città di Feltre.

Scopri l'Operazione Gasparotto. Chi pensa che i blogger stiano sempre seduti davanti a uno schermo non conosce Manlio Gasparotto. Giornalista della Gazzetta dello sport, ha dato il via all'Operazione Gasparotto, che lo ha portato in pochi mesi da calciatore della domenica alla maratona di New York.

[francesco perugini]
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CALCIO E VIOLENZA

Gli ultras veronesi: non siamo assassini

L’omicidio di Nicola Tommasoli, pestato a morte da cinque ragazzi cui aveva negato una sigaretta, ha scioccato la città di Verona. Gli assassini frequentavano lo stadio: tanto basta perché la tifoseria veronese, nota per episodi di violenza e razzismo, venga messa di nuovo sotto processo. Ma i veri tifosi, le storiche Brigate Gialloblu, non ci stanno: «Quei ragazzi in curva non li abbiamo mai visti – racconta A. L., 25 anni –. Ci conosciamo tutti bene e ci chiamiamo per soprannome». A. L. è in curva sud da ventidue anni: «Mio nonno mi ha portato allo stadio per la prima volta nel 1985, l’anno dello scudetto».

Vive a Milano da sei anni, ma torna a casa ogni fine settimana per seguire la squadra del cuore: «Negli ultimi tempi – racconta – i controlli allo stadio sono più severi: ai tornelli serve almeno mezz’ora tra documenti, metal detector e perquisizione. Siedo sempre al centro della curva sud con gli ultras più tosti, le grandiose Brigate Gialloblu». I tifosi dell’Hellas sono accomunati da un senso di appartenenza forte: «In curva siamo tutti veronesi: parliamo e cantiamo in dialetto. Non tifiamo solo per gli undici in campo, ma per i colori della nostra città». A. L. sa della fama della curva sud e in particolare delle Brigate Gialloblu: «Ci conoscono come una delle tifoserie più violente e intolleranti d’Italia. L’appartenenza politica della curva non è solo una leggenda – ammette –: le Brigate sono di destra estrema, ma in quest’ultimo anno non ci sono stati episodi di violenza o razzismo. Il nostro comportamento corretto è frutto dei controlli delle forze dell’ordine e della Lega Calcio. Non vogliamo creare problemi alla società: la sola cosa che conta è continuare a vedere la squadra in campo e sostenerla. In passato – prosegue – le Brigate Gialloblu hanno compiuto gesti clamorosi: mi viene in mente, ad esempio, il manichino raffigurante un giocatore di colore che venne impiccato sotto la curva. Ma oggi è tutto diverso: i buu razzisti che gridavano una volta contro i giocatori di colore non ci sono più». A. L. respinge le accuse della gente: «Sono fiero di essere un tifoso dell’Hellas. Per noi butei – ragazzi in dialetto veronese – in curva è sempre una festa. Anche adesso che lottiamo per restare in C1 sappiamo prenderci in giro. Inventiamo sfottò sempre nuovi per gli avversari, ma non gli manchiamo di rispetto». A. L. torna serio sull’omicidio Tommasoli: «Cinque deficienti non rappresentano una città. Verona è civile e tollerante. Non è giusto distruggerne l’immagine per riempire le pagine dei giornali: l’omicidio di un giovane basta a suscitare indignazione». «Cinque cretini – prosegue – hanno compiuto un gesto ignobile, e uno di loro frequentava la curva: forse questa è una ragione sufficiente per far passare l’omicidio in secondo piano e condannare tutti i tifosi?».

[giovanni luca montanino]
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EDITORIALE DALLA CINA

Una lettera agli occidentali

Cari amiche e amici,
scrivo questa lettera per esporvi il pensiero di comuni cittadini e giornalisti cinesi che hanno studiato con grande rispetto politica, economia, diritto, filosofia e storia occidentale, e che si sono interrogati per anni con onestà intellettuale e ammirazione per la civiltà straniera, pur mantenendo un punto fermo, e cioè l’amore per la propria patria. Sono la grande maggioranza dei cinesi. Ma alcune parole e comportamenti dei media occidentali nei confronti delle vicende legate alla fiaccola olimpica ci hanno fatto capire che davvero siamo troppo idealisti.

Abbiamo accolto a braccia aperte le Olimpiadi, ed eravamo felici di poter finalmente mostrare al mondo, sorridendo, il risultato del nostro costante impegno, e come il nostro giardino non fosse più così desolato - grazie a sforzi immensi. Ma abbiamo ricevuto solo insulti. Quando abbiamo invitato i migliori atleti e i leader politici di tutto il mondo a partecipare alla cerimonia di apertura, abbiamo messo il massimo impegno e mobilitato tutto il popolo, ma abbiamo ricevuto solo ostilità. In questi ultimi cento anni, noi cinesi abbiamo sempre combattuto tra mille difficoltà. Molte sono giunte dall’Occidente, ma il vero motivo è certamente la nostra arretratezza. Dal 1978 abbiamo potuto finalmente correre verso il progresso, abbiamo sperato di poter convivere pacificamente con voi, vincere insieme. Abbiamo imparato molto da voi, abbiamo aperto le nostre porte, abbiamo cambiato noi stessi, abbiamo sperato di poter entrare in quel mondo fantastico dei paesi occidentali più sviluppati del nostro. Dopo 30 anni siamo molto stanchi e non desideriamo che vivere un po’ meglio. Ora che il nostro impegno ha portato dei risultati, vorremmo invitarvi a venire qui come nostri ospiti, ma ci sentiamo offesi dalle parole di quei signori francesi che, al passaggio della fiaccola, urlavano agli studenti cinesi: «Se vi infastidisce che insultiamo il vostro paese, tornate da dove siete venuti». Siamo senza parole, perché ammiriamo l’indipendenza dei media occidentali, il valore delle notizie oggettive e vere. Molti cinesi hanno installato le antenne per guardare la Cnn e la Bbc, e sono diventati assidui frequentatori dei vostri siti Internet, ma i media stranieri riportano senza sosta tutta la resistenza che ha incontrato la fiaccola a Londra, Parigi e San Francisco, tutte le televisioni riprendevano visi stranieri di persone che non hanno mai messo piede in Tibet, e che sventolano la bandiera dell’indipendenza urlando «Tutto il mondo combatta le Olimpiadi di Pechino» e opponendosi alla Cina «che non rispetta i diritti umani», «che schiavizza i cittadini» e «che ogni giorno uccide centinaia di tibetani». Vogliono dare una lezione alla Cina «amica del governo del Sudan che perpetua il genocidio del Darfur». Il presidente francese ci insegna come dobbiamo comportarci se vogliamo che partecipi alle Olimpiadi, il premier tedesco non verrà e anche il presidente Bush potrebbe non essere presente alla cerimonia di apertura. Quando la nostra atleta tedofora disabile si difendeva dagli attacchi dei manifestanti, la vostra conduttrice televisiva rideva. Quando le guardie cinesi hanno tenuto a bada i rivoluzionari, molti media li hanno giudicati aggressivi, e il leader del partito conservatore inglese ha chiesto come mai la nostra polizia fosse entrata in Inghilterra. Sulla Cnn la star di Hollywood Richard Gere ha urlato: «Ogni paese affronti la Cina e prenda delle misure. È noto che tutto quello che i cinesi fanno e dicono è una presa in giro, partecipare alle Olimpiadi significa calpestare i diritti umani e perpetuare il genocidio». Ti sbagli Richard Gere, e vi sbagliate tutti, Cnn, Bbc e giornalisti occidentali. Noi non siamo gente che prende in giro, ma vi accogliamo alle Olimpiadi con cuore sincero, non vogliamo sottrarvi nulla, desideriamo solo vivere un po’ meglio, e vorremmo gioire insieme agli amici di tutto il mondo una volta superate queste difficoltà. In questa nostra grande casa vivono cinquantasei diverse etnie, ci sono certamente dei contrasti come in una famiglia, ma siamo tutti fratelli. Se considerate queste vicende con occhio più critico, vi accorgerete che non c’è una sola verità, e che alla fine ad essere insultati non sono i cinesi ma lo spirito olimpico, la libertà e la pace. Noi vogliamo solo vivere bene, come voi, e questa non è una richiesta esagerata. Se molti occidentali sono stati penalizzati dalle nostre esportazioni, è perché ci siamo aperti all’economia di mercato da un giorno all’altro, e voi dovreste riflettere e aiutarci a progredire e a migliorare il sistema, invece di metterci in difficoltà. Per la maggior parte di voi occidentali, la Cina è un paese lontano, la guardate in televisione come se fosse una soap opera, questo è per voi la Cina. Dovete sapere che quando ci lamentiamo perché i nostri giornali non sono liberi, è perché li abbiamo paragonati ai media occidentali, ed è proprio grazie al vostro esempio che speriamo di far crescere il quarto potere. Non solo ci avete trasmesso il valore di un’informazione seria e oggettiva, ma ci avete anche insegnato la libertà e l’uguaglianza. Grazie a voi abbiamo scoperto che il nostro paese ha ancora tanti problemi, e che il governo ha commesso molti errori. Continuiamo a camminare nella vostra direzione, ma abbiamo anche visto come usate la libertà e l’uguaglianza che ci insegnate. E questa è per noi una sconfitta. Sappiamo che la prospettiva di 1,3 miliardi di persone che vivono bene vi preoccupa. Ma non temiamo le critiche, perché sono il prezzo che un paese deve pagare per crescere, e continuiamo a sperare nella vostra amicizia. Ma se non ci trattate con rispetto, ci stringeremo e non perderemo la faccia. Rinunceremo alle Olimpiadi piuttosto che essere dei perdenti, e non avremo paura di dire addio a un Occidente che non ci rispetta.

Grazie per l’attenzione

La redazione di Business Watch, 12 aprile 2008


[traduzione di marzia de giuli]
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LIBERTÀ DI INFORMAZIONE

Olimpiadi, i blog che ammiccano al regime

Blog imbavagliati per le Olimpiadi. Il Comitato olimpico internazionale apre all’attivazione di diari web per gli atleti ai Giochi di Pechino, ma le regole da rispettare stritoleranno ogni forma di libertà d’espressione. A rischio anche il lavoro dei giornalisti accreditati. E arriva la denuncia delle associazioni che si battono per i diritti umani: una deriva pericolosa che strizza l’occhio al regime comunista, impegnato nella repressione violenta del dissenso.

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MOTOCICLISMO

Trial indoor: al Datch Forum prodezze su due ruote

Anche quest’anno Milano offre agli appassionati di motociclismo un grande spettacolo: il capoluogo lombardo ospita sabato otto marzo al Datch Forum di Assago la penultima tappa del campionato del mondo di trial indoor. Sul palco dell’ex Fila Forum i migliori piloti del mondo eseguiranno evoluzioni al limite dell’immaginazione e si misureranno con ostacoli mozzafiato. La manifestazione quest’anno ha ottenuto il patrocinio del ministero delle Politiche giovanili e dello Sport. Alla presentazione dell’evento a Palazzo Marino non poteva mancare Adam Raga, campione del mondo di trial indoor consecutivamente dal 2002 al 2006: «Il campionato di quest’anno sta andando particolarmente bene. Per ora – ha spiegato Raga – sono in terza posizione e spero che la penultima prova di sabato sera sia un successo».

Il mondiale si concluderà a Madrid sabato 15 marzo. Luca Colombo del gruppo Attiila ha dichiarato con orgoglio: «La nostra organizzazione si propone di portare gli eventi sportivi internazionali a Milano. È molto importante, dunque, che anche quest’anno Milano ospiti una tappa del trial indoor. La manifestazione, oltre ad avere un interessante aspetto tecnico, è soprattutto un grande spettacolo che vorremmo far conoscere anche alle famiglie. Per questo – ha continuato Colombo –, sabato pomeriggio i bambini da sette a quindici anni potranno provare le moto con l’assistenza dei formatori della Federazione motociclisti». Quest’anno la manifestazione avrà degli ospiti speciali: «I campioni di superbike che gareggeranno a Monza il prossimo Maggio. Così – ha spiegato Colombo – il superbike promuove il trial e viceversa. Inoltre, stiamo lavorando per portare in Italia il bike trial». Alessandro Lovati, rappresentante della Federazione motociclistica italiana, ha sottolineato: «La Lombardia è ai vertici del motociclismo italiano ed europeo: la grande passione della nostra regione per il trial è testimoniata dal fatto che l’anno scorso abbiamo ospitato ben nove tappe del campionato mondiale. I nostri sono impianti d’eccellenza». Anche il Moto Club di Lazzate, in Brianza, la più grande struttura dedicata al trial in Italia, ha preso parte all’organizzazione dell’evento: «Il nostro obiettivo – ha spiegato il presidente Donato Monti – è da oltre cinquant’anni insegnare ai giovani il motociclismo. È importante che i ragazzi si avvicinino alle moto responsabilmente. Sono sicuro che i nostri giovani piloti sono più prudenti degli altri sulla strada. Il fatto che teniamo molto all’attività promozionale è dimostrato dal nostro campo scuola permanente. I genitori seguono costantemente i ragazzi che si allenano presso la nostra struttura e mettono la propria esperienza a disposizione di chi sale in moto per la prima volta». Monti ha portato con sé alla presentazione del trial indoor il piccolo Manuel Copetti che a nove anni ha già vinto l’ultima edizione della gara internazionale “Due giorni della Brianza”: «Ho iniziato a correre in moto due anni fa – racconta divertito Manuel – perché mi piaceva saltare in montagna». E a chi gli chiede se abbia mai avuto paura, il giovanissimo pilota risponde saltando in sella al suo leggero due ruote e incantando i passanti in piazza della Scala con le sue prodezze.

[giovanni luca montanino]
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CINEMA

Il ritorno di Oronzo Canà

Tra gag ormai sdrucite dall’usura, scene divertenti e battute a volte troppo scontate, il nuovo film di Lino Banfi, L’allenatore nel pallone 2, sequel dell’omonimo film cult del 1984, uscito nelle sale cinematografiche a gennaio, riesce a incassare 7,6 milioni di euro al botteghino.

A dire il vero, quando il nipote gli spiega il funzionamento delle nuove diavolerie tecnologiche Oronzo Canà sembra vestire più i panni di nonno Libero che quelli del fautore della «b-zona» e del «5-5-5» ma, è evidente, lo fa per pure esigenze commerciali. Tanti, forse troppi, sono gli sponsor che si fanno pubblicizzare apparendo prepotenti all’interno della pellicola: Diadora, Sky, acqua Sant’Anna, Chronotec, Kappa, caffè Borghetti, ecc. Nulla di male in questo, a patto che non ne risenta la qualità del film.
Divertenti alcune scene, come quella del processo in cui appaiono Gianluigi Buffon, Francesco Totti, Marco Amelia e Fabio Galante, ma in generale la nuova regia di Sergio Martino sembra un po’ stanca e prevedibile.

[giuseppe agliastro]
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CORSA

La grinta di un’infermiera arriva in cima al Pirellone

Daniela Vassalli ha percorso i 127 metri, 31 piani e 710 gradini del Grattacielo Pirelli in 4 minuti e 31 secondi vincendo la seconda edizione del Vertical Sprint nella categoria femminile. La manifestazione si è tenuta a Milano lo scorso 24 febbraio per celebrare il palazzo che ospita la regione Lombardia. «Non avevo mai corso su gradini – racconta Daniela – ; continuavo ad avvertire mio marito di non aspettarsi granché».

Daniela Vassalli è un’infermiera: lavora in un ospedale di Bergamo con i malati terminali. «È un’esperienza forte assistere i pazienti e le loro famiglie contemporaneamente. Sono in servizio a tempo pieno – spiega Daniela – ma non trascuro gli impegni familiari». Suo marito e i due figli fanno il tifo per lei: «Il più piccolo che ha dieci anni già corre a livello agonistico e ottiene buoni risultati». Daniela Vassalli racconta di aver iniziato a gareggiare a nove anni: «Ma ho smesso appena tre anni dopo, presa dallo studio e da altri interessi. A 19 anni mi sono sposata e con l’arrivo dei bambini non ho pensato che al lavoro. Nel 2003, già ventinovenne, ho ricominciato a correre per mettermi in forma. All’inizio è stata dura: dovevo perdere 10 chili e non avevo più resistenza. Poi, con l’allenamento costante e il sostegno di mio marito, ho iniziato a ottenere dei risultati e ci ho preso gusto. Probabilmente, il bisogno di scaricare le tensioni del lavoro in corsia mi ha dato la spinta necessaria». La specialità di Daniela Vassalli è lo sky race, ovvero le gare ad alta quota: «Tempo fa ho partecipato a un circuito mondiale che si è svolto tra le vette del Giappone, della Malesia e del Messico e sono arrivata quarta. Comunque non faccio solo sky race: per esempio, lo scorso anno ho vinto la maratona di Piacenza. Il mio obiettivo ogni volta che gareggio è battere il mio record personale: è una sfida contro me stessa». Daniela Vassalli non aveva progettato di partecipare al Vertical Sprint di Milano: «Lo sponsor che ho da due anni e che ha contribuito alla costruzione del grattacielo Pirelli ha voluto fortemente che io partecipassi alla gara per una questione simbolica e affettiva. Me lo hanno chiesto una settimana fa». Daniela racconta di essersi divertita molto: «Ho corso senza particolari aspettative. Sono partita a razzo e già nei sotterranei mi sono ritrovata in prima posizione. Come al solito, mentre correvo ero assorta: pensavo che in quel momento tutti noi corridori faticassimo insieme e andavo avanti. Quando ho realizzato dove mi trovassi ero già al venticinquesimo piano. Non è stato faticoso».
Quest’anno per la prima volta il Vertical Sprint, cui possono partecipare solo atleti con tanto di certificazione medica, è stato abbinato ad una gara aperta anche alla gente comune: «Il Vertical Tour - ha spiegato Gianluca Martinelli, organizzatore dell’evento - ha coinvolto circa 1500 persone, anche anziani e bambini, che non hanno corso, ma solo camminato senza cronometro lungo le scale del Pirellone. Siamo contenti di aver fatto conoscere ai milanesi un simbolo della loro storia recente».


[giovanni luca montanino]
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GIORNALISMO SPORTIVO

Gianni Brera, quando il calcio era letteratura

Quante volte davanti a polemiche, violenze e scandali ce lo siamo chiesti: chissà cosa avrebbe scritto Gianni Brera! Il presidente dell’Inter, Massimo Moratti, a margine del premio dedicato al compianto giornalista, davanti al quesito non ha dubbi: «Conoscendolo, penso che davanti a casi come quello di Calciopoli non avrebbe perso troppo tempo. Da grande sportivo qual’era avrebbe liquidato la vicenda con poche righe cariche di disprezzo». Purtroppo non lo sapremo mai con certezza.

Gianni Brera ci ha lasciato e, ad oltre dieci anni dalla sua scomparsa il vuoto umano e professionale che ha lasciato è intatto. El Gioânn è stato infatti senza ombra di dubbio il cronista che più di ogni altro ha innovato il linguaggio del giornalismo sportivo, innalzandolo a vera e propria letteratura.
Ovvio che Milano, sua città adottiva, continui a tributargli onori e riconoscimenti. Uno degli appuntamenti più sentiti in tal senso è sicuramente il premio Gianni Brera - sportivo dell’anno organizzato dal circolo culturale I Navigli in collaborazione con la provincia di Milano. Il riconoscimento, giunto alla settima edizione quest’anno per la prima volta è stato assegnato non a un singolo individuo ma a due società, l’Inter e il Milan, trionfatrici, in Italia, in Europa e nel mondo.
Per l’occasione il presidente Massimo Moratti non è voluto mancare e ha ricordato di essere «onorato di veder assegnato all’Inter questo premio, mi ha commosso perché arriva proprio dalla famiglia Brera». Anche il Milan ha riconosciuto l’alto valore dell’iniziativa e il presidente Silvio Berlusconi nonostante gli impegni politici ha volto comunque essere presente con un messaggio: «Al cantore del calcio italiano devo un appellativo, quello di Capitano, che mi inorgoglisce».
La serata, condotta da Mino Taveri, è stata occasione anche per assegnare premi speciali ad altri grandi protagonisti dello sport come Andrea Anastasi e Stefano Barbolini per la pallavolo, Andrea Fabris per il pattinaggio velocità mentre due menzioni giornalistiche sono state assegnate a Lea Pericoli e a Maria Rosa Bricchi per i libri C’era una volta il tennis e Il gioco più bello del mondo. Un premio è stato inoltre assegnato anche a due protagonisti davvero speciali: Stefano Codega, plurimedagliato agli Special Olympics Games di Pechino e Filippo Preziosi, tetraplegico ma capace di progettare la Ducati di Casey Stoner, campione del mondo dell’ultima edizione della classe MotoGp. La dimostrazione degli altissimi valori dello sport e la rivincita dei cosiddetti “disabili”. Non ha mancato di ricordarlo l’ex direttore della Gazzetta dello Sport, Candido Cannavò, che ha rilanciato con forza il suo appello in favore di Oscar Pistorius, l’atleta sudafricano che sta combattendo per poter correre coi normodotati, la mattina in visita alla rosea: «La sua dovrebbe essere una storia di vita, un modello da seguire come quello di Preziosi e Codega. Chi vieta a Pistorius di gareggiare non è uno sportivo, non è un uomo: è una nullità!»

[luca aprea]
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