CONFLITTO DI GAZA

Intervista a Nahum Barnea

«Non ci sono dubbi che le operazioni militari organizzate da Israele sono state condotte ad ampio spettro. Il punto è che sono durate anche molto più a lungo di quanto ci si aspettasse», racconta da Gerusalemme Nahum Barnea, una delle penne più autorevoli del giornalismo israeliano, intervistato in esclusiva da m@g. Barnea, che scrive per il quotidiano Yedioth Ahronoth e ha vinto il premio Israel Prize per la comunicazione, ha perso un figlio nel 1996, in un attentato kamikaze di Hamas a un autobus di linea. Al funerale ha perdonato pubblicamente l’assassino, considerandolo vittima della stessa tragedia che affligge il popolo palestinese. Da anni si spende per favorire il dialogo nell’ambito del conflitto arabo-israeliano.

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[viviana d'introno e cesare zanotto]

L'INTERVISTA

La voce della libertà

Yang Lian, nato in Svizzera nel 1955 ma cresciuto a Pechino, è oggi uno dei maggiori poeti contemporanei e una tra le voci più importanti della dissidenza cinese. Esiliato dalla Repubblica Popolare Cinese dopo avere duramente criticato nel 1989 la repressione di Piazza Tiananmen, vive all’estero da vent’anni. È stato candidato al Premio Nobel nel 2002 e le sue poesie sono state tradotte in 25 lingue. Yang Lian interpreta lo spirito della millenaria cultura cinese attraverso la sua esperienza da esule. Una riflessione sulla condizione generale dell’uomo ma anche un invito alla speranza per milioni di cinesi che chiedono democrazia.

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[marzia de giuli e luca salvi]

L'INCHIESTA

È un’emergenza che dura da oltre vent’anni. I territori tra Napoli e Caserta sono uno stato nello stato dove l’unico potere reale è quello della Camorra. Nonostante i blitz, gli arresti e l’invio di soldati e poliziotti, i clan continuano a fare affari in un cono d’ombra in cui convivono l’economia legale e la politica. Ne abbiamo parlato con Andrea Cinquegrani, direttore de La Voce della Campania (oggi La Voce delle Voci).

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[alberto tundo]

MARIO CAPANNA

Onda e '68 a confronto

Quarant’anni dopo la protesta che ha segnato un’epoca, gli studenti italiani sono ancora in piazza. Secondo alcuni osservatori, l’Onda, che contesta la riforma Gelmini, è la fotocopia del’68. Altri la pensano diversamente. Mag ha chiesto un’opinione a Mario Capanna, ex studente dell’Università Cattolica e leader del movimento nel 1968.

Ascolta l'intervista

[cesare zanotto]

CIBO E MEMORIA

Viaggio nel gusto italiano


La relazione tra il cibo e la memoria è uno degli aspetti più profondi e antichi della cultura italiana e internazionale. Emblema di questo nesso è la madeleine che risveglia i ricordi dell’infanzia di Marcel Proust nel romanzo Alla ricerca del tempo perduto . Che cosa pensano i gourmet più affermati e i cuochi più celebri del nostro Paese del rapporto tra lo stile di vita dei nostri tempi e i cambiamenti nel gusto culinario, sempre più lontano dalla tradizione culinaria? La risposta nel servizio.

[francesco perugini]

GIORGIO BOCCA

Intervista sulla crisi del giornalismo italiano


Nessuno meglio di Giorgio Bocca può aiutarci a riflettere sulla crisi che sta vivendo oggi la professione di giornalista. "E' la stampa, la bellezza!", il suo nuovo libro vuole essere un'occasione per riflettere sul destino di un mestiere che sembra aver perso le sue virtù. In Italia la carta stampata appare schiacciata dalle pressioni della politica e dell’economia, incapace di reagire allo strapotere della comunicazione televisiva, non più in grado di scandagliare i mutamenti reali della società. Abbiamo approfondito queste e altre questioni nell'intervista.

[gaia passerini]
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FESTIVAL

Mama Africa chiama cinema

Arriva a Milano il Festival del cinema Africano, d’Asia e America Latina. La rassegna, giunta alla sua 19esima edizione, non si fermerà al solo capoluogo lombardo ma quest’anno alcuni film verranno riproposti in altre città italiane coinvolgendo il pubblico adulto e i giovani, attraverso la partecipazione delle scuole.

«Questa edizione è stata alquanto difficile da realizzare a causa dei radicali tagli di finanziamento, pari al 50 % del budget dello scorso anno – sottolinea Alessandra Speciale, una delle organizzatrici della manifestazione -, ma grazie all’impegno di tutti e al lavoro volontario siamo riusciti a proporre un festival di qualità, senza essere costretti a modificare la sua struttura originaria».

La rassegna prevede le ormai consuete sezioni “competitive”: Concorso lungometraggi e documentari finestre sul mondo, con un’accurata selezione delle ultime produzioni di fiction e di documentari lungometraggi realizzati da registi dell’Africa, Asia e America Latina; Concorso per il miglior film africano , con un’ampia e significativa scelta di lungometraggi in 35 mm e in video; Concorso cortometraggi africani , con i più recenti cortometraggi realizzati da autori provenienti da tutta l’Africa e dalla diaspora; Concorso documentari e non fiction africani, sezione che presenta brevi documentari e non fiction realizzati da registi africani. Mentre la sezione Fuori concorso presenta una selezione di film e documentari sui tre continenti realizzati da registi occidentali. Inoltre, in seguito al grande successo di pubblico e di stampa della scorsa edizione, la rassegna rinnova l’interesse per i media arabi con la sezione tematica: Al Jazeera, l’occhio arabo sul mondo.

Il Festival ha un ruolo fondamentale per la città, è un luogo di confronto e di dialogo su specifiche tematiche per cercare di superare la visione stereotipata che spesso abbiamo di realtà molto distanti dalla nostra. Negli ultimi decenni, il tessuto sociale milanese si è radicalmente modificato, divenendo un “melting pot” di razze, lingue e culture eterogenee. La manifestazione offre una settimana densa di appuntamenti: più di 80 fra film e video e 50 Paesi presenti. Non solo proiezioni cinematografiche, ma incontri, mostre fotografiche e dibattiti, in varie zone della città e con persone provenienti da diversi Paesi. Un’interessante opportunità, non solo per i cinefili. La sfida del futuro sarà proprio quella di riuscire a costruire una convivenza di dialogo e di interculturalità, dove la diversità sia una ricchezza, non un limite. Questo può rappresentare un primo passo.

19° Festival del cinema Africano, d’Asia e America Latina
Dal 23 al 29 marzo 2009
Biglietto singolo: 5 €
Tessera per tutte le proiezioni: 30 €
www.festivalcinemaafricano.it



[tatiana donno]
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FILM

Grandi Fratelli con suicidio in diretta

Spingi lo show alle estreme conseguenze, e scopri quanto dista la realtà dal reality: tanto quanto la vita dalla morte. Questa è la risposta di Bill Guttentag, regista di «Live! Ascolti record al primo colpo», il film che inaugura una impietosa distopia del reality showcon un risultato degno del migliore «1984» orwelliano.

Il Grande Fratello, in sostanza, ci guarda, ed è il pubblico americano, incollato alle poltrone e spettatore di «Live!», il primo reality showdove lo spettacolo è il suicidio in diretta: il gioco della roulette russa. Uno showin cui l’antico gusto dell’uomo per la morte del suo simile è riesumato dalle nebbie della storia, dai tempi degli spettacoli nelle arene romane o delle esecuzioni capitali eseguite in piazza. Cinque concorrenti, un solo proiettile. Per chi sopravvive, cinque milioni di dollari per realizzare il proprio sogno. Per chi perde, il sogno si spezza per sempre. Un’idea della produttrice televisiva Kate Courbet, interpretata da una perfetta Eva Mendes, grintosa e senza scrupoli, lanciata nel solo scopo di salvare una emittente televisiva in declino, e nel sogno personale di non restare “una qualunque”, ma di essere ricordata dal grande pubblico come l’autrice di qualcosa di mai visto prima, qualcosa “da 40% di share”. Ci riuscirà, anzi, andrà ben oltre l’immaginato.

La pellicola di Guttentag è un piccolo gioiello dalla perfetta coerenza narrativa. Il film stesso è girato come un documentario: dalla genesi del programma fino alla sua prima puntata, filmato in presa diretta dal video reporter interpretato da David Krumholtz. Accorgimento, questo, che riproduce ed esaspera tanto la logica voyeuristica – resa dalle riprese effettuate con telecamera a spalla – quanto l’ipocrisia della partecipazione alla vita, della “gente” che si racconta: i segreti del successo del reality show. Il pubblico in sala, così, con «Live!» assiste al reality che ha per protagonista una donna pronta a tutto pur di sfondare, e che incarna una logica mediatica che Guttentag, senza falsi moralismi, mostra al colmo di una perversione tanto cieca quanto coerente. Nulla ferma Kate Courbet. Sfrutta la logica dell’introito pubblicitario e della conquista dell’audience - compresa quella minorile – per abbattere ogni ostacolo. Usa la bandiera ideologica americana della libertà di espressione per contrastare ogni appello alla legalità. Manipola la realtà “reale” che, con la sua evidenza, dovrebbe ergersi a garante e a sostegno delle troppo flebili voci del buon senso, assoggettandola al copione dell’interesse mediatico.

Un interesse che si nutre della volontà più o meno ingenua dei partecipanti (ma anche della stessa Kate) di portare un intero Paese a testimone del proprio sogno personale, della propria volontà di redenzione, della propria storia, sia essa lodevole o, come si vedrà nella prima puntata del programma, completamente e inaspettatamente folle. Sogni, volontà e storie che però, con la pistola in mano e col proiettile in possibile viaggio verso il cranio, smettono improvvisamente di essere reality, e tornano ad essere dura realtà. È in quel momento che la distanza tra finzione e verità si annulla: quando il colpo esplode, chi deve comprendere comprende, ma allora sarà troppo tardi. Dopo lo sparo, the show must go on.


[floriana liuni]
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NUOVE USCITE

Ficarra e Picone sbrogliano La matassa

Le liti familiari spesso si tramandano di padre in figlio e, specialmente nell’orgogliosa Sicilia, diventano poi come delle matasse di filo ingarbugliato che si possono sbrogliare solo tagliando tutto e ricominciando d’accapo. È questo il tema centrale de La Matassa, il nuovo film di Salvo Ficarra e Valentino Picone, dal prossimo venerdì su 500 schermi per parlare a tutta l’Italia di un problema declinato in siciliano.

Il soggetto di questo film diretto dagli stessi Ficarra e Picone insieme a Giambattista Avellino è stato scritto a più mani e in più città. Avellino chiama le riunioni tra gli autori come «tempeste di cervelli» e spiega che esse avvengono tra lui, i due comici "nati stanchi" e gli sceneggiatori Bruni e Testini, in varie città come Palermo, Roma, Milano, Cagliari e Catania. Così nascono le battute, gli schetch divertenti e l’irriverenza che prende in giro tutto e tutti, dalla mafia allo sgangherato commissariato di Polizia dove nessuno si ricorda che negli uffici pubblici è proibito fumare.

Tra gli attori anche il comico catanese Gino Astorina, che dopo la vittoria per 4-0 del Catania a Palermo ha scritto un messaggio ai due attori spiegando loro che lui “è e sarà sempre un amico pronto a farsi in quattro”, e l’attrice Anna Safroncik, ancora entusiasta della sua esperienza siciliana di ormai un anno fa. «Non avevo mai lavorato in Sicilia ma devo dire che la primavera trascorsa tra Catania e Palermo è stata indimenticabile. A Catania vivevo nella centralissima via Etnea e ogni giorno ricevevo una decina di inviti a pranzo da amici e colleghi. La calorosità della gente, il bel clima e l’ottimo cibo saranno i miei ricordi preferiti di questa esperienza».

I due comici ammiccano all’avvenente ragazza, ridono ricordando i 10 milioni incassati dal loro vecchio film Il 7 e l’8 e scherzano con i giornalisti. «La capitale d’Italia è Arcore» dice Ficarra, mentre Picone prende le distanze dal suo amico spiegando che «solo lui ha la responsabilità di quello che dice». Qualcuno avanza l’idea di un film sugli sbarchi a Lampedusa ma i due non si sbilanciano. «Bisogna fare ciò che si sente – dicono in coro i due attori – ed evitare di banalizzare tutto. Non volevamo parlare di mafia nei nostri film solo perché sono ambientati in Sicilia, questa volta l’abbiamo fatto perché nell’intreccio della storia ci sembrava calzare a pennello». Il duo comico sembra affiatato, anche troppo; ma, chiedono i giornalisti, non litigate mai? «Litighiamo durante il percorso – dice Ficarra – ma arriviamo sempre insieme al traguardo». Poi ci pensa e conclude: «Scusate, ho detto una cosa troppo intelligente: cancellatela!»


[roberto dupplicato]
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AL CINEMA

I love shopping arriva in Italia

Qualunque donna, guardando I love shopping, il nuovo film del regista P.J. Hogan, si riconosce. Alzi la mano chi, almeno una volta nella vita, non ha desiderato talmente tanto un abito da volerlo a tutti i costi, nonostante il prezzo esorbitante, per poi dimenticarlo nell’armadio. Uscire con l’intenzione di fare una semplice passeggiata e finire nel camerino di un negozio a provare decine di scarpe e vestiti, alla ricerca del capo “perfetto”. Situazioni tipiche e ben conosciute dal genere femminile e non solo.


La protagonista, Rebecca Bloomwood, è una moderna Cenerentola, alla ricerca della propria identità. È una giornalista finanziaria che, però, aspira a scrivere per una rivista patinata di alta moda. Ma saprà conquistarsi il pubblico con i suoi consigli pratici rivolti alla gente comune, grazie alle pagine della sua rubrica: “La ragazza dalla sciarpa verde”. A differenza del bestseller, il film non è ambientato a Londra, ma nella caotica e glamour New York. La “Grande mela” e le sue mille tentazioni: negozi, saldi, abiti super fashion, accessori di ogni tipo. Impossibile resistere, specie per una shopalcolic come Becky. E così, le numerose carte di credito, strisciate di continuo per comprare gli oggetti dei suoi desideri, porteranno l’affascinante giornalista a collezionare debiti su debiti e ad inventare le più improbabili scuse e bugie per sfuggire al responsabile del recupero crediti, il famigerato Mr. Derek.

La pellicola è tratta dall’omonimo romanzo della scrittrice inglese, Sophie Kinsella, divenuto un cult per le donne di tutte le età e che ha dato vita a una vera e propria saga letteraria. La trasposizione cinematografica appare abbastanza convincente, nonostante il compito sia alquanto arduo. Chi ha i letto i libri di Kinsella noterà ovviamente delle differenze ma, tutto sommato, nulla appere eccessivo o forzato. La super trendy, simpatica e un po’ pasticciona Rebecca è un mix fra una “Bridget Jones” in carriera e Carrie di “Sex and the City”, con tanto di affascinante caporedattore al seguito.

Il ritmo incalzante della prima parte si perde un po’ verso il finale, dove si cade in una storia d’amore un po’sdolcinata e prevedibile, ma rimane una commedia piacevole e ricca di humour.
Non bisogna aspettarsi un capolavoro, ma il film con il suo essere volutamente “leggero” e un po’ frivolo, riesce a strappare sorrisi e risate agli spettatori. Riuscendo, attraverso le disavventure della protagonista, anche a far riflettere sulla nostra società eccessivamente consumista, incentrata sull’apparire e che porta molti, forse troppi, a vivere al di sopra delle proprie possibilità, credendo nell’equazione “avere uguale essere”.


[tatiana donno]
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MUSICA

Patti Smith, come ti guardo il mondo da una Polaroid

Tra gli scaffali della libreria non sembra altro che un’attempata turista americana dal gusto vagamente naif. Cappello a tesa larga calato sulla fronte, occhialini tondi e una Polaroid d’altri tempi che continua a scattare. Niente bodyguard, flash o red carpet, solo la consapevolezza di voler sembrare più normale e semplice di quanto si possa pensare. Chiamatela poetessa, rock star, attivista peri i diritti umani, o inventatevi una definizione apposta per lei, l’importante è non attaccarle etichette, non lo perdonerebbe mai. Patti Smith è arrivata a Milano per presentare Dream of Life, film biografico girato dall’amico Steven Sebring e distribuito in Italia da Feltrinelli Real Cinema.

Non una parola, ma una lavagna per poter scrivere il messaggio che racchiude il senso di una vita sulla cresta del rock’n’roll «People have the power», questo è il saluto che Patti Smith lancia a Milano. Un modo per rompere ancora una volta gli schemi, per ribadire che la comunicazione è uno dei pochi modi per sentirsi vivi, e allora perché non spingersi oltre, sfottendo i fotografi delle agenzie che la immortalano. La sua risposta ai flash è l’ennesimo scatto di Polaroid. Foto che fotografa altre foto, l’abbattimento di ogni frontiera e inibizione. Ma il segreto di questa carica arriva dalla perfetta alchimia che solo il rock’n’roll può regalare. «Ci sono due momenti nella mia vita di artista – racconta la Smith – uno dedicato alla solitudine, alla riflessione per scrivere e disegnare. Un secondo è quello dell’energia comunicativa con le persone, il momento da spendere sul palco con la propria band. Essere membri di una rock’n’roll band è l’essenza della comunicazione. Scrivere è molto gratificante e faticoso, ma la band è energia pura».

Eppure, questa è la storia di un'artista che non è stata segnata solo dai successi, anzi. Nel 1979 Patti Smith, a soli 30 anni, se ne andò dalla scena. Proprio perché non è la fama a creare una persona, non è la gloria a plasmare l’animo di un artista. Racconta la Smith: «Decisi di andarmene dalla scena perché non stavo crescendo come persona, così ho preferito tornarmene tra la gente. Sono stata madre e moglie, e in quel tempo mi sono preparata al ritorno. Perché non ho paura delle persone, ma solo di non riuscire a comunicare con esse». Così, inaspettatamente, si scopre l’animo di una donna che fugge dall’immaginario collettivo della rockstar. «Chi sono gli eroi oggi? Un esempio? Essere eroi oggi significa riuscire a tenere unita la famiglia. Gli eroi veri nascono dalle situazioni quotidiane, ma è difficile trovare una definizione – spiega Patti –. Mia madre è stata un’eroina. Ha cresciuto 4 figli con poco, mentre mio padre lavorava in fabbrica. Ma, soprattutto, nonostante le umili origini, entrambi non hanno mai sottovalutato l’importanza della ricchezza intellettuale delle persone. Io spero di aver imparato da loro, cercando di essere un buon genitore capace di comunicare con i figli. Forse adesso ho travato la definizione di eroe. “Eroe” è chi riesce a essere semplice con le persone, colui che fa lavori umili che rendono migliore la vita della comunità. Quel che conta è il recupero della semplicità, lo smarcamento dal materialismo».

Eppure è sempre più vero che le rockstar non vivono con i piedi per terra. Tournè, alberghi di lusso e party mondani. Per la Smith, però, la dimensione della comunità rock’n’roll sembra essersi fermata agli anni Sessanta. «Non penso di vivere sotto una campana di cristallo, sono una persona semplice, ma dalla mente complessa. Non giro con pullman lussuosi, circondata da bodyguard come una popstar, io vivo normalmente. Mi accontento delle piccole cose, di comunicare e condividere quello che provo con il mio pubblico, senza dimenticare che tutti abbiamo una sfera personale dove nessuno può entrare». Questo è il messaggio di fondo del film di Sebring, il regista che ha seguito Patti per 12 anni riprendendola fin dentro casa, alle prese con il suo pantheon personale fatto di famiglia, Rimbaud, Ginsberg, Dylan, Morrison, Hendrix e Coltrane. Ma il mondo che appare agli occhi di Patti Smith è un mondo che negli ultimi anni è andato alla deriva: «L'America negli ultimi dieci anni ha dato un pessimo esempio, con la propria ingordigia o con l'invasione dell'Iraq che è stata immorale quanto illegale – conclude la cantante, oggi 62 enne -; ora abbiamo eletto Barack Obama e ne sono contenta. Obama è molto intelligente, una persona di buon senso, ma non si può dimenticare che gli uomini hanno perso la loro semplicità rendendo il mondo stupido. Il nuovo presidente ha quindi bisogno dell’appoggio del popolo americano e della globalità intera. L’arte dovrebbe aiutarci in questo processo, ma c’è uno iato tra la semplicità e il materialismo che ci circonda». Detto da una donna semplice, che ha rinunciato ai lussi da rockstar, non può che essere d'esempio.


[francesco cremonesi]
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ANIMAZIONE

Due giri di valzer sotto una pioggia di piombo

Il regista diventa protagonista della propria creazione, mentre il dramma di guerra viene declinato con l’innocenza del linguaggio dei classici del fumetto Made in Usa. Non solo un cartoon, ma qualcosa che va oltre, un mix vincente, ovvero un «documentario di animazione» vincitore di un Golden Globe e candidato agli Oscar. Questo è il ricordo: un flashback isterico di un soldato che danza tra i cecchini di Beirut sotto lo sguardo del defunto leader libanese Bashir Gemayel. Ari Folman però non ricorda. Dentro di sé rimane un vuoto. Lui ha combattuto in Libano nel 1982, lui sa di Sabra e Chatila, ma non ricorda. Quel che rimane nella memoria del regista è un buco nero latente, che ne ha eroso la coscienza per vent’anni e tutto a un tratto si è svegliato. È bastato l’incubo di un commilitone, l’ossessione di ventisei cani che, come demoni, ne invocano il nome per sbranarlo. Sono i fantasmi dei cani uccisi durante la campagna libanese, quando l’esercito israeliano cercava di villaggio in villaggio i bersagli palestinesi da catturare. I cani latravano all’arrivo dei soldati di Tsahal e gli obiettivi fuggivano. Prima dei palestinesi, dovevano essere eliminati i cani. È solo l’incipit della brutalità della guerra israelo-libanese del 1982.

Il regista Ari Folman, seguito dello scenografo David Polonsky, dona uno sguardo nuovo su uno dei periodi più bui della storia d’Israele, lasciando un prodotto originale e comparabile con le tavole a fumetti concepite da Joe Sacco con Palestine alla fine degli anni Ottanta. Ma ha una forza in più. Oltre alla sola funzione documentaristica, preponderante nella produzione di Sacco, che oltre alla Palestina occupata ci ha portato anche l’esperienza dei Balcani, o al reportage del cartoonist canadese Guy Delisle Pyongyang, Folman indaga la psicologia dei reduci del fronte. La violenza emotiva con cui Folman travolge lo spettatore, nel caso del film, o il lettore, qualora si cimenti nella lettura delle tavole a fumetti ricavate dalla sceneggiatura del lungometraggio, è frutto della spinta mimetica del testimone oculare. La curiositas del Folman reduce, che ha rimosso le immagini dei cadaveri ammassati per i campi profughi dopo l’eccidio operato dai falangisti maroniti, è paragonabile a quella dello spettatore ignaro che vuole scoprire la verità. Così, a braccetto dello stesso regista, si entrerà in una dimensione psichedelica, dove il cartoon è un ingrediente amplificatore della violenza dei fatti narrati. Non serve quindi il D Day di Spielberg, o il Vietnam di Stone, a Folman bastano i tratti a china e i colori delle produzioni per bambini di Polonsky. Quella fame di verità verrà svelata di incontro in incontro, di reduce in reduce, tra i ricordi di ventenni armati e allo sbaraglio. L’unica certezza è che la danza scriteriata del soldato Shmuel Frenkel, agli occhi del poster di Bashir, è sinonimo che in guerra non esistono eroi, ma solo ragazzini incoscienti. L’ossimoro dell’innocenza del cartoon, unito al dramma della guerra, lascia senza parole.

Ma dietro all’incoscienza e alla disinformazione militare si cela il disastro. La forza di questa graphic novel è proprio la rilettura attraverso gli occhi degli stessi protagonisti, ma filtrata con adulta consapevolezza. Il rischio della visione di Valzer con Bashir, con la ferita ancora aperta di Gaza, potrebbe indurci a un’interpretazione spiccatamente pacifista, ma l’intento di Folman non è certo questo. Come spiega Paolo Mereghetti sul Corriere, questa lettura è da fugare perché il film «si interroga, e ci interroga, sulle “amnesie” che cancellano ogni volta l' orrore della violenza e spingono a riutilizzarla anche se ne dovremmo conoscere la sua inutilità. E perché, utilizzando i disegni invece delle riprese dal vero, si interroga anche sull' usura delle immagini e sul modo migliore di entrare in comunicazione con lo spettatore. Il tema centrale del film, infatti, è l' amnesia di cui si rende conto il regista dopo le confessioni di un amico sugli incubi che lo perseguitano e che risalgono con evidenza al suo servizio militare e alle azioni di guerra in cui fu coinvolto».


[francesco cremonesi]
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CINEMA

Will Smith, sette anime e sette vite

Difficile identificare “Will, il principe di Bel Air” nell’uomo dal viso scavato che per 125 minuti ininterrotti è una maschera di dolore, rotta solo da qualche raro e tirato sorriso.
Eppure, con Sette anime – nelle sale italiane a partire dal 9 gennaio – l’ormai 40enne Will Smith, nella sua ultima prova drammatica ha dimostrato tutta la maturità della sua esperienza. Conosciuto come attore di film e telefilm comici e d’azione, negli ultimi anni lo abbiamo visto cimentarsi con tematiche più impegnate, con personaggi immersi negli abissi dell’animo umano. Dopo La ricerca della felicità, che ha ribaltato la maschera comica di Mr. Smith, eccolo ora ripetere la collaborazione con Gabriele Muccino in Sette anime, secondo film americano del regista de L’ultimo bacio.

Il soggetto, curato da Grant Nieporte, ha come protagonista Ben Thomas, esattore del fisco. Questi si presenta a casa di alcune persone, documenti alla mano, per discutere delle loro tasse. Ma improvvisamente, tra una domanda d’argomento fiscale e l’altra, emerge che Thomas ha una profonda conoscenza dei problemi di chi gli sta di fronte. Non solo, ma sostiene di essere in grado di fare loro un dono speciale, che cambi il corso della loro vita. Ben Thomas - come guidato da una forza superiore, in realtà attanagliato da un rimorso angoscioso – si imbatte così in sette persone umili e nascoste ma di grande bontà e coraggio, che hanno bisogno d’aiuto ma non saprebbero a chi chiederlo. E, come per magia, consegna loro un messaggio di speranza e il dono risolutore. Ma chi è Ben Thomas, e cosa nascondono i suoi doni? Cosa accadrà, quando una ragazza cardiopatica – l’attrice Rosario Dawson - gli ruberà il cuore? L’amore e la responsabilità metteranno l’eroe protagonista di fronte a una tragica scelta.
È, questa, una pellicola che si cimenta con temi tipici della morale americana: un uomo, il suo senso di colpa, la responsabilità personale, l’espiazione, la scelta, il dono fatto a sette “brave persone” sconosciute. L’atmosfera di Sette anime è quella del thriller a stelle e strisce. La narrazione abbandona via via i toni inquietanti dell’esordio per assumere poi quelli delicati e malinconici. La trama, inizialmente di non facile comprensione, si ricompone come un puzzle dando man mano tutte le risposte fino alla conclusione, inevitabile e annunciata già nella prima scena. Vagamente inquietante, malinconico e solo apparentemente freddo è il personaggio interpretato da Will Smith, icona dell’eroe in cerca di redenzione. Nulla a che vedere con i divi italiani, impelagati in isteriche trame sentimentali, solitamente diretti da Muccino.
Non è un film da guardare a cuor leggero, questo; non a caso la critica si è divisa a riguardo. Il New York Magazine, per esempio, l’ha spedito in testa alla classifica dei dieci film più brutti del 2008. Per i critici del quotidiano newyorkese Sette anime è “grottesco”, “indigeribile”, “ovvio e falso”. Ma l’ultima parola come al solito, spetterà al pubblico e alla cifra totale degli incassi.


[floriana liuni]
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BOLLYWOOD

L’attacco terroristico di Mumbai diventa fiction

Se tutto diventa informazione in tempo reale, dal crollo del World Trade Center alla nascita di un bambino, grazie alle più moderne tecnologie, lo sciacallaggio della dignità umana non si ferma nemmeno davanti alla strage di centinaia di civili. Quanto avvenuto a Mumbai ne è prova e Bollywood ne è lo sciacallo. A circa venti giorni dall’attacco terroristico contro la capitale economica indiana, l’industria cinematografica hindi ha già in cantiere ben 18 lungometraggi ispirati alla strage. Ma c’è di più. Non appena le forze speciali indiane hanno liberato il Taj Mahal, il regista Ram Gopal Varma è stato visto dentro il prestigioso albergo in compagnia del figlio attore: motivo che ha fatto infuriare l’opinione pubblica indiana.

Anche l’attentato dell’11 settembre si è prestato a ispirazione per due film e per una serie di cortometraggi e documentari; ma, se si considera che il lasso di tempo trascorso tra l’attentato e la produzione cinematografica è stato di circa 4 anni, si può capire che una sorta di «dignità del lutto» sia stata rispettata. Sono infatti del 2006 United 93 di Paul Greengrass e World Trade Center di Oliver Stone. Insomma, prima di addentare la carogna, si è quantomeno aspettato che il cadavere fosse freddo.

Ma l’attenzione del cinema indiano agli attentati di Mumbai non è casuale. «Bollywood sta vivendo un momento di grande crisi, perché in India l’attenzione è monopolizzata dalla televisione e dalle soap opera in particolare. – spiega Marilena Malinverni di Repubblica, esperta di India che ha vissuto in prima persona l’attacco a Mumbai –. Lo star system indiano si è quindi trasferito dal cinema alla tv e questo lo si capisce sfogliando i giornali locali di gossip. I volti che vi si trovano non sono più riconducibili ai colossal di Bollywood ma alle nuove serie tv. Questo fenomeno divistico obbliga così il cinema a spostare la propria attenzione sulla realtà. Ne è esempio il film Dostana, un blockbuster bollywoodiano che tratta tematiche sociali delicate come l’omosessualità, consegnandone una visione prettamente occidentale. Per vincere la concorrenza della tv, tutto deve quindi trasformarsi in reality, e anche il cinema segue questa tendenza. La produzione di 18 film sull’attacco terroristico è un esempio lampante di questo processo».

I messaggi contenuti nelle produzioni di Bollywood racchiudono a tutto tondo la corrente dominante, politica, culturale e sociale indiana. «Per le produzioni legate all’area geografica di Mumbai, il patriottismo è un componente fondamentale. Non a caso, proprio nella capitale economica indiana, il tema patriottistico è dominante all’interno delle produzioni bollywoodiane, simbolo dell’influenza dell’area politica della destra nazionalista Bjp». Prosegue la Malinverni: «L’India convive quotidianamente con gli attentati, ma la scelta di spettacolarizzare l’attacco di Mumbai si fonda sul fatto che l’attentato si sia protratto per più giorni, rappresentando un colpo durissimo. Gli stessi attentatori hanno adottato un piano militare in sé fallimentare, ma improntato sulla medialità dell’evento. Questo perché la cultura indiana è fondata sull’immagine, il Darshan. In sostanza, il contatto visivo con la divinità è il punto di partenza per una società che, seppur modernissima, assorbe e rielabora costantemente la tradizione».


[francesco cremonesi]
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DOCU-FILM

G8, prove generali di golpe

Quando sullo schermo appare Gianfranco Fini che, da vice-presidente del Consiglio nel luglio 2001, nega la responsabilità delle forze dell’ordine nei disordini del G8 di Genova, un grido pieno di rabbia, chiaro e distinto, si leva dal fondo del salone: «Bastardo!». Tanto è il senso di ingiustizia legato al ricordo dei soprusi subiti in quei giorni, alla Camera del Lavoro di Milano per la presentazione del film documentario Fare un golpe e farla franca, di Beppe Cremagnani ed Enrico Deaglio con Mario Portanova.

In realtà, Fini, Luciano Violante e Roberto Castelli (allora ministro della Giustizia), non hanno voluto dare la loro testimonianza su quei tre giorni, dal 19 al 21 luglio, in cui la Costituzione venne messa da parte, secondo gli autori. Il documentario osserva dal punto di vista di chi visse dall’alto, da ruoli istituzionali, quelle ore drammatiche, in cui, secondo Deaglio «venne messo in atto per la prima volta in Italia un modello di repressione che può sempre tornare buono». L’intento è dimostrare che tutto rispondeva a una logica militare golpista: 18mila poliziotti schierati, carceri svuotate per fare posto a cinquemila possibili arresti, duecento body bag pronte, l’ospedale di San Martino attrezzato a camera mortuaria, l’impedimento di ogni contatto con legali e familiari per i fermati, una campagna di tensione in cui si parlò persino di sacche di sangue infetto che i no global avrebbero lanciato negli scontri con la polizia.

Dal palco l’eurodeputato Vittorio Agnoletto (Prc-Sinistra europea) punta il dito contro l’allora capo della polizia, Gianni De Gennaro che, in una telefonata con Bertinotti, definì l’operazione alla scuola Diaz «un normale controllo del territorio». La sua analisi è politica: «Era un uomo scelto dal precedente governo di centro sinistra e tutta la catena di comando delle operazioni non era la parte di destra della polizia. A Genova la polizia ha giurato fedeltà al capo del nuovo governo; l’episodio della scuola Diaz è il suo biglietto da visita. Quei funzionari sono stati tutti promossi e il centro-sinistra non ha neppure fatto una commissione d’inchiesta parlamentare». Lorenzo Guadagnucci è un reporter che la notte di sabato 21 venne malmenato dalla polizia nella scuola Diaz: «L’assoluzione dei funzionari e la condanna dei sottoposti fa passare l’idea che i capi si siano fatti “turlupinare” dai poliziotti semplici, che avrebbero organizzato tutto. Se poi sono stati addirittura promossi vuol dire che viviamo in una democrazia menomata o di tipo autoritario». L’autore di Noi della Diaz (Berti-Altrecononomia), si riferisce soprattutto a Francesco Gratteri, allora guida del Servizio Centrale Operativo della Polizia e ora capo dell’Anticrimine, che al processo Diaz si è avvalso della facoltà di non rispondere.

Enrico Deaglio spiega che, nonostante l’approfondito lavoro di indagine, rimangono zone d’ombra. L’ex direttore di Diario dissente da Agnoletto: «Non si può dire con certezza che Placanica abbia coperto qualcuno più alto in grado». E da Haidi Giuliani: «I black block erano almeno 500, non di meno», «furono lasciati liberi di agire, ma non sappiamo se fra di loro vi fossero infiltrati». La Costituzione divenne carta straccia, ma per Deaglio il G8 fu «la prima esplosione di una democrazia visiva, nonostante per i giornalisti le condizioni fossero pessime. È così passata una doppia immagine degli scontri del G8 e il servizio trasmesso dal Tg1 il 26 luglio fu un buon atto di autonomia rispetto al governo, atto che sicuramente il governo non gradì». Quel servizio mostrava infatti le forze dell’ordine infierire su persone inermi, una realtà che Haidi Giuliani commenta così: «Quello di Carlo è stato l’unico gesto di resistenza, forse». Per arrivare a un’amara considerazione: «Sette anni fa ci impegnavamo per un mondo migliore, alternativo alla legge dei mercati globali. Oggi ci stanno facendo credere che questa sia l’unica realtà possibile e forse noi non stiamo combattendo abbastanza».


[daniele monaco]
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FILM

Thierno, nessuno e centomila

Il sogno di Thierno è quello di diventare uno stilista. Per questo, dopo aver preso il diploma in sartoria, decide di lasciare il Senegal per cercare fortuna in Italia. Con un lavoro e uno stipendio potrà diventare ricco e tornare a casa per sposare la cugina Fatou. Al suo arrivo in Italia però scopre che la vita dell’immigrato non è semplice: senza casa, senza lavoro e circondato dalla diffidenza di tutti, Thierno è costretto a dormire in un autorimessa abbandonata e a vendere cd piratati per campare. Dopo una retata della polizia, che lo scambia per un terrorista, viene arrestato e rilasciato dopo qualche giorno con il foglio di via. All’apice dello sconforto, quando ormai si crede senza speranze, incontra la solidarietà di un connazionale e di una coppia gay che decidono di ospitarlo e aiutarlo a trovare un lavoro onesto. In poco tempo Billo, così lo hanno soprannominato gli amici, trova lavoro, integrazione e l’amore di Laura. Proprio quando lei gli confida di essere incinta però la madre lo richiama in Senegal per sposare Fatou. Ormai integrato, Billo si trova in bilico tra passato e presente, tra due Paesi, due culture e due donne che lo vorrebbero ognuna accanto a sé. Come risolvere la questione?

Billo. Il Grand Dakhaar, diretto da Laura Muscardin, racconta la storia (vera) di un’integrazione riuscita ma anche quella dell’identità del migrante, che sceglie di imparare a vivere in una nuova società, rinnegando in qualche modo la propria cultura d’appartenenza. Grand Dakhaar è infatti il soprannome che i senegalesi danno ai loro concittadini appena sbarcati in Italia. Il senegalese Thierno Thiam interpreta se stesso sullo schermo e la sua storia rappresenta un modello riuscito di integrazione che è insolito vedere al cinema o in televisione. I mezzi di comunicazione, infatti, tendono a dare rilevanza ai problemi e agli insuccessi legati all’immigrazione e alla presenza dei clandestini in Italia. Billo, invece, si integra nella società italiana e si sente attratto dalla nuova cultura. Nello stesso tempo la madre lo richiama alle sue radici, agli impegni che ha lasciato nella terra natale. Ma perché scegliere quando si può avere un’identità fluida? Billo vuole essere senegalese e italiano, prendere il meglio di queste due culture ed essere una persona migliore: insomma, sceglie di non scegliere. Segno che gli immigrati possono integrarsi davvero in una nuova società, trovare lavoro e rifarsi una vita se trovano disponibilità, apertura e accoglienza e se davvero desiderano uscire dalla clandestinità.

Il film è una coproduzione Italia-Senegal, la collaborazione tra i due paesi è nata grazie al cantante Youssou N’Dour che, dopo aver visto il film, se ne è innamorato e ha deciso di curare la produzione senegalese e di realizzare la colonna sonora. La realizzazione di un film diventa difficile lontano dai canali di produzione ufficiali, i costi sono alti e non sempre i progetti di questo tipo riescono ad avere l’appoggio e la distribuzione che meriterebbero. Il problema è stato risolto grazie alla partecipazione di tutti alla produzione. Tutto il cast, tecnici e attori, ha co-prodotto il film diventando, in cambio, proprietario di una quota della pellicola. Il progetto, nato nel 2005, si chiama The Coproducer e rappresenta un modello di produzione alternativo che permette a progetti lontani dai canali ufficiali di essere realizzati. La pellicola ha ricevuto riconoscimenti in Italia, Francia e Stati Uniti, in particolare quello di miglior film al Festival del cinema italiano a Parigi e all’International film festival di Temecula Valley in California. Una commedia ottimista, intelligente e spiritosa che esplora un mondo sconosciuto e considerato raro: quello dell’integrazione e della convivenza riuscita e pacifica tra due diverse culture.


[michela nana]


Ascolta l'intervista alla regista laura Muscardin continua

SPAZIO OBERDAN

Filmaker, torna l’appuntamento con il cinema nuovo

Arriva allo Spazio Oberdan il consueto appuntamento con il Festival internazionale Filmaker Doc13. Giunto alla sua ventottesima edizione, è ormai un momento importante per Milano e di assoluto interesse per tutta la città. È un luogo di scambio e di discussione su tematiche attuali, sociali e civili, un ambito privilegiato di confronto per la creatività giovanile. Un evento che punta l’attenzione sul cinema emergente, dando visibilità a giovani registri.


«La Provincia – sottolinea Daniela Benelli, assessore alla cultura, culture e integrazione – conferma il suo sostegno a quello che è diventato a tutti gli effetti uno spazio di opportunità per i nuovi registi, una vetrina per pellicole intriganti, oltre che un’occasione per vedere sul grande schermo film solitamente esclusi dai circuiti della distribuzione ufficiale». Milano ha all’attivo una stagione molto fertile di cinematografia che ha contribuito a farla divenire un punto di riferimento creativo, nonostante le troppe difficoltà che ancora sussistono nel distribuire un film e reperire risorse e mezzi adeguati.

Filmaker ha fatto scuola nel corso degli anni, tracciando una via percorribile per sostenere e far crescere concretamente il cinema italiano. La stessa Provincia è stata indotta a credere nelle potenzialità creative ed imprenditoriali dell’area milanese nel settore audiovisivo, tanto da decidere di supportare nuove imprese e nuovi autori con un bando di finanziamento presentato qualche mese fa. Tra gli autori emersi grazie al Filmaker vi sono nomi del calibro di Silvio Soldini, Martina Parenti, Alina Marazzi, Daniele Segre.

Quest’anno il festival è suddiviso in quattro sezioni: In prima persona, dedicata a film e video ambientati a Milano e in Lombardia; Lavoro e temi sociali, spazio internazionale per film che hanno come tema il lavoro e il sociale; Fuori formato, con opere improntate a un controcorrente impegno civile; e, infine, Retrospettiva, riservata ad un unico autore: Claire Simon. Quest’anno la consueta Retrospettiva precede il festival anziché seguirlo. La causa: gli impegni della regista che il 23 novembre la porteranno a Milano per un seminario, aperto al pubblico, sul suo lavoro. In cinque giorni di proiezione verranno concentrati 17 titoli della Simon, nata in Marocco ma di formazione francese, da sempre impegnata su tematiche legate ai bambini e alla condizione femminile.

Infine, per questa 28esima edizione, Filmaker ha deciso di costruire un’intera sezione sulle proposte più rilevanti dei film girati nella nostra città, dal titolo Milano metropoli. Una finestra utile a comprendere come tessuto urbano e linguaggi estetici si stiano rapidamente evolvendo, l’uno in stretta dipendenza dall’altro. È questo lo scopo del festival: proporre un cinema nuovo, libero ed indipendente in grado di tentare nuove strade e di raccontare storie diverse.

Festival internazionale Filmmaker Doc13
Spazio Oberdan – Viale Vittorio Veneto, 2
Dal 19 al 30 novembre 2008
Ingresso libero



[tatiana donno]
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DOCU-FILM

Raid alla scuola Diaz: assolti i vertici della polizia

Il processo per le violenze avvenute all’interno della scuola Diaz il 21 luglio 2001, durante il G8 di Genova, ha assolto i vertici della polizia imputati come responsabili. Sono Giovanni Luperi, all’epoca braccio destro del prefetto Arnaldo La Barbera e oggi capo del servizio segreto Aisi; Francesco Gratteri, ora alla guida dell’Anticrimine e Gilberto Calderozzi, l’ex e l’attuale capo del Servizio Centrale Operativo della Polizia.

Mark Covell, reporter Bbc malmenato quella notte, ha riesumato un video Rai in cui si notano, fra gli altri, i tre uomini intorno a un sacchetto contenente le molotov, prova principe per gli arresti di massa nella scuola. Nel 2002 il nastro fu sequestrato dai magistrati all’emittente Primocanale e poi sparì. «La sentenza deve stabilire chi era consapevole di quello che stava succedendo», dice Mario Portanova, autore del libro Inferno Bolzaneto. Il suo parere è che le molotov «siano state un’escamotage raffazzonato: le bombe trovate in Corso Italia quel pomeriggio sono passate da un agente all’altro, finché non sono servite per giustificare una situazione sfuggita di mano: bisognava coprire quanto successo durante il raid». Proprio Gratteri, Luperi e Calderozzi firmarono allora il verbale di perquisizione in cui comparivano le armi incriminate.

Per questa vicenda sono stati inflitti due anni e sei mesi a Michele Burgio, che portò le bottiglie incendiarie nel cortile della scuola e al vice questore Pietro Troiani che diede l’ordine di portarle all’interno. Ordine eseguito dall’agente pentito A.B., ripreso nel video accanto a Luperi, che prende istruzioni al telefono da un misterioso interlocutore. Assolti i poliziotti accusati di calunnia, falso ideologico e arresto illegale, tranne Vincenzo Canterini, per violazione della legge sulle armi. I componenti del suo Settimo nucleo mobile di Roma sono stati condannati per violenze.

Un film-inchiesta di Mario Portanova con Beppe Cremagnani ed Enrico Deaglio, raccoglie le testimonianze «di politici e figure istituzionali: sul G8 – dice Portanova – abbiamo sempre ascoltato i racconti dei manifestanti. Abbiamo voluto interpellare chi vide quegli eventi dall’alto». Fra i protagonisti del documentario che verrà pubblicato prossimamente, ci sono Fausto Bertinotti, Concita De Gregorio, Filippo Ascerto di An e Claudio Scajola, ministro dell’Interno all’epoca dei fatti.


[daniele monaco]
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PREMIO OSTIGLIA

Un libro al cinema

Prima edizione per questo premio voluto da Mondadori, con l’obiettivo di unire due forme d’arte molto amate. La promozione dell’evento è stata affidata al Comune di Ostiglia, che ha lavorato insieme all’Associazione Festival Internazionale del Cinema e della Regione Lombardia. Il legame tra cinema e letteratura è solido: sono entrambe forme di espressione dove la vista è il senso protagonista. I grafemi scorrono sotto gli occhi ed evocano inevitabilmente immagini, rimandano a mondi vissuti o sconosciuti. L’operazione compiuta involontariamente da ogni lettore si trasforma in occasione di lavoro e sperimentazione per il regista che, a sua volta affascinato dalle pagine di romanzieri, novellisti, biografi, giallisti e narratori, decide di trasporre su pellicola le fisionomie evocate. La premiazione dei vincitori è avvenuta il 15 e 16 novembre a Ostiglia perché è proprio da questo comune del Mantovano che partì la carriera editoriale di Arnoldo Mondadori. Nel 1907 infatti, grazie alla collaborazione con Tomaso Monicelli, venne fondata la prima sede tipografica nella Palazzina che è stata appena restaurata, divenendo così patrimonio museale della zona. Fu proprio la tipografia La Sociale a pubblicare il foglio Luce! e La Lampada, la prima collana per l’infanzia.

Presidente onorario della manifestazione è stato il maestro Mario Monicelli, figlio di Tomaso, creatore di capolavori del patrimonio cinematografico italiano, come I soliti ignoti, L’armata Brancaleone, Amici miei, I nuovi mostri. Il legame tra le due famiglie si intensificò dopo il matrimonio di Arnoldo con Andreina, sorella di Tomaso. I premi letterari e cinematografici nazionali sono numerosi, ma questa manifestazione si differenzia dalle altre perché non premia l’opera in sé, l’autore o il regista separatamente. Ad essere messo in risalto è il binomio, il connubio tra questi due mondi. Il maestro Luigi Giuliano Ceccarelli, compositore e autore per cinema, teatro musicale, radio e televisione è stato nominato direttore artistico dell’evento e ha espresso gli obiettivi della manifestazione. «Vogliamo premiare il percorso della parola scritta che si trasforma in immagine che si fa suono, le migliori opere nel campo della complementarietà e della sussidiarietà tra queste forme d’arte». Le triadi destinate al podio sono state tutte realizzate nell’anno solare precedente all’evento.

La prima è La masseria delle allodole, scritto da Antonia Arslan, dal quale è stato tratto l’omonimo film dei fratelli Paolo e Vittorio Taviani. La vicenda affronta la tragedia storica del genocidio armeno, avvenuto in Anatolia nel 1915 per mano dell’esercito turco. La seconda coppia di opere è Notturno bus, noir metropolitano con una vena sentimentale: un libro di Giampiero Rigosi che Davide Marengo ha trasposto su pellicola. Il terzo binomio è Il giocatore (ogni scommessa è un debito) di Marco Baldini, base per Il mattino ha l’oro in bocca di Francesco Patierno. Si tratta dell’autobiografia del conduttore radiofonico e della difficoltà di convivere con la dipendenza da gioco. Durante le premiazioni verrà offerto un omaggio al maestro Monicelli, attraverso la proiezione del documentario Vicino al Colosseo c’è Monti, presentato all’ultima Mostra Internazionale del Cinema di Venezia nella sezione “Fuori Concorso”. All’evento ha partecipato anche l’attrice Veronica Pivetti, per un reading musicale di brani tratti dai libri premiati, con l’accompagnamento del maestro Bottura al pianoforte e del maestro Paccagnella al violoncello. La manifestazione è stata corredata da attività culturali e didattiche, come laboratori per formare i ragazzi alla lettura e per scoprire come un libro viene trasformato in un lungometraggio, attraverso la collaborazione di autori, registi, sceneggiatori, scenografi, attori, costumisti, tecnici, compositori.


[vesna zujovic]
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CINEMAMBIENTE

Garbage!, la spazzatura rivoluzionaria

«Non dobbiamo accettare di vivere in un pianeta inquinato, abbiamo il diritto di respirare un’aria che sia pulita. Abbiamo però il dovere di rispettare l’ambiente: la rivoluzione deve partire dalle nostre case». Andrew Nisker, regista canadese indipendente, ha trasformato il suo lavoro in una scelta di vita. Il documentario Garbage! The revolution starts at home è il suo primo lungometraggio, presentato e apprezzato all’undicesima edizione di Cinemambiente, il festival di pellicole dedicate al pianeta tenutosi a Torino dal 16 al 21 ottobre scorsi. È la storia di una famiglia canadese che decide di tenere per tre mesi la propria spazzatura nel garage di casa.

I mesi scelti non sono casuali: il periodo copre ottobre, novembre e dicembre che, con l’arrivo della stagione invernale, causano un accumulo incredibile di rifiuti, soprattutto in concomitanza delle feste di Halloween e di Natale, che Oltreoceano provocano un’ascesa consumistica vertiginosa. Il successo del film sta nel suo stile: attraverso un ritmo incalzante e un tono leggero, il regista riesce a presentare un tema profondo in maniera divertente. Ma l’obiettivo è fare riflettere lo spettatore sui temi del vivere in modo ecologicamente compatibile.

Com’è nata l’idea di questo documentario?
«Ho iniziato a pensare alla mia spazzatura e a come il nostro comportamento influenzi l’ambiente in cui viviamo. L’idea è nata dal momento di massimo accumulo durante lo “sciopero della spazzatura” di Toronto nel 2002, durato due settimane. Le persone hanno iniziato a depositare i propri rifiuti proprio nel parco vicino a casa mia e dopo solo pochi giorni il cumulo di spazzatura aveva assunto una dimensione tale da scioccarmi. Quell’evento ha fatto sì che mi accorgessi di ciò che io stavo producendo».

Perché questo titolo?
Il titolo è un omaggio al mio amico Robert Hunter, co-fondatore di Greenpeace. Lui sosteneva che “la rivoluzione deve iniziare nelle nostre case”. Ciò significa che ogni azione, ogni cambiamento, per quanto piccolo, può fare una grande differenza per l’ambiente».

Può suggerirci le prime cinque azioni che una famiglia può fare immediatamente per aiutare l’ambiente?
«Ci sono 1001 modi per migliorare la nostra relazione con la natura. Ad esempio, si può fare la spesa in maniera più critica, considerando anche la presenza degli imballaggi. Nel documentario la famiglia Mc Donald’s utilizza detergenti a basso impatto chimico e acqua corrente invece di quella in bottiglia. Si può trasformare anche la propria vacanza in un momento eco-compatibile. Si possono spedire e-cards virtuali per risparmiare carta o donare oggetti in confezioni riciclabili. Oppure utilizzare la porcellana invece di posate e bicchieri in plastica perché, anche se sono indubbiamente convenienti, sono anche molto pericolosi».

Lei è riuscito a parlare di un problema serio in modo divertente. Quali sono i segreti e i consigli per chi lavora nel mondo della comunicazione e deve trattare questi temi in maniera brillante, facendo ridere e pensare allo stesso tempo?
«Credo che sia importante presentare qualsiasi argomento in maniera accattivante, cercando di catturare l’attenzione del lettore, dello spettatore o dell’ascoltatore. Non dobbiamo dimenticare che un grande film ambientale deve essere anche un buon prodotto. Gli occhi della famiglia Mc Donald’s tengono la storia su un filo piacevole e leggero. Sopravvivere tenendo tutta la propria spazzatura può essere per certi versi divertente. Presto inoltre molta attenzione al mondo dei bambini perché ho lavorato per molti anni nel mondo dell’intrattenimento ricreativo, realizzando giochi interattivi in dvd e programmi per l’infanzia».

Nel documentario la spazzatura cresce sempre di più, insieme ai problemi della famiglia. Come cambia la relazione tra marito e moglie e in che modo reagiscono i bambini?
«Per questo film ho scelto una tipica famiglia canadese: Glen, Michele e i loro tre bambini. Ariel di sette anni, Thomas di quattro e la piccola Esther di soli dieci mesi. Solo Ariel ha un’idea di cosa stia succedendo, anche se tutto ciò che comprende è che i suoi compagni la prendono in giro perché a casa sua “collezionano” spazzatura. Michele e Glen sono molto diversi: la prima ha un carattere forte ed entusiasta, mentre il secondo vive alcuni momenti di crisi e difficoltà. È una situazione molto particolare, ma davvero utile per tutta la famiglia».

La famiglia si reca nella discarica dove confluisce tutta la spazzatura da loro prodotta. Crede che si dovrebbe promuovere questo tipo di “viaggi” per responsabilizzare i cittadini?
«Penso che ogni famiglia debba visitare la discarica più vicina, pensare alle acque di scolo compromesse dall’uso dei fertilizzanti chimici per le piante, capire dove vanno i rifiuti prodotti. L’esperienza renderebbe più consapevoli dell’inquinamento creato dall’uomo e forse, la produzione verrebbe ridotta».

Può spiegare il nuovo progetto Garbage!2?
«Sarà un nuovo film realizzato grazie al contributo degli utenti che offriranno spunti e idee sulla riduzione dei rifiuti nelle loro comunità. Il sito web è una realtà importante, ci sono già oltre 3000 iscritti “devoti” alla causa della tutela del pianeta. È una sorta di eco-YouTube, dove le persone possono contattarci per essere aiutate a sviluppare una coscienza ambientale. Sul sito saremo presto in grado di offrire prodotti eco-friendly».

Ha speso gran parte della sua vita lavorando per il pianeta. Quali sono i suoi prossimi progetti?
«Sto lavorando al mio secondo lungometraggio, Chemical Nation. Parlerà dell’impatto devastante dei detergenti chimici sull’ambiente e sulla salute delle persone. Sarà distribuito entro la fine del 2009».
Com’è cambiata negli anni la sua attività?
«Ho deciso di lasciare il mio lavoro in tv per raccogliere la sfida di divenire un produttore indipendente con una causa attivista. La scelta non è stata facile. Dopo essermi laureato in film e programmi video all’Accademia di belle arti di York, ho scritto, prodotto e diretto per il cinema e la televisione. Il mio amico Bob Hunter morì di cancro nella primavera del 2005 dopo una vita spesa per la natura; la sua morte fu la spinta finale per capire che dovevo cambiare la mia vita e fare qualcosa di davvero importante per il nostro pianeta».

Quali sono i suoi obiettivi?
«Il mio scopo è diventare un regista e un produttore indipendente per realizzare film socialmente rilevanti. Amo i documentari perché non ho bisogno di permessi o appoggi economici. I miei due obiettivi principali sono aiutare le persone a capire come possono rispettare il nostro pianeta e aiutare gli artisti a migliorare la loro situazione. Non c’è motivo perché l’uomo aspetti».

E ci dica, quanto è stata importante la nascita di suo figlio nella realizzazione di questo progetto?
«Ho capito che erediterà tutto questo e ho deciso di fare qualcosa per lui. Ognuno di noi ha la responsabilità di preservare il nostro pianeta e dobbiamo fare tutto il possibile per vivere in armonia».


[vesna zujovic]
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SPAZIO OBERDAN

Milano, il cinema è «senza barriere»

«Abbattere i muri per gettare dei ponti, in un luogo di cultura ma anche di inclusione, in una città che esclude». È così che l’assessore al lavoro della provincia di Milano, Bruno Casati, ha spiegato allo Spazio Oberdan il fine dell’iniziativa Cinema senza barriere, organizzata per il quarto anno consecutivo dall’Associazione italiana amici del cinema d’essai. Il progetto, ideato da Eva Schwarzwald e Romano Fattorossi, rispettivamente direttore artistico e presidente di Aiace, ha portato alle proiezioni le persone non udenti o ipovedenti, con un grande successo di pubblico sin dall’autunno 2005.

La provincia, impegnata a inserire nel mondo del lavoro i disabili, sostiene gli sforzi di chi vuole fornire attraverso il cinema un’esperienza artistica e umana da condividere con chiunque, disabili e normodotati all’insegna del motto: «Al cinema insieme. Stessa sala, stesso film».

L’idea di base è semplice: film sottotitolati per i non udenti, una voce di commento attraverso le cuffie a infrarossi per i non vedenti. La tecnologia Dts (Digital theater system) rende possibile tutto ciò, implementando i file supplementari per i sottotitoli e per l’audio con la normale proiezione della pellicola, che resta fruibile alle persone senza problemi di vista o udito. Il Dts è un sistema di codifica audio su canali diversi, poco usato in Italia ed Europa ma molto di più in America. Per primo sarà proiettato il 4 novembre Fame chimica, pellicola in Dts, cult della Milano cinematografica e omaggio alla città che prima di Roma e Bari si è fatta promotrice in Italia dell’iniziativa. A seguire, un appuntamento al mese fino al 9 giugno. La scelta però non è mai semplice, dice Schwarzwald: «Molti filmoni americani in Dts non sono utilizzabili per il nostro scopo. Ricerchiamo film in cui sussista un racconto, si possano inserire dei commenti audio e se ne sia almeno sentito parlare». Dalle sue parole e da quelle di Milena Di Silvio, addetta alla sottotitolatura, emerge la cura con cui si sceglie persino la voce narrante o il dettaglio di una didascalia, per restituire il meglio possibile colori e suoni delle emozioni cinematografiche.

Proprio a questo aspetto sarà rivolta la principale novità dell’edizione 2008/2009. Al fianco dei tre organizzatori, il professore Nicola Ludwig, dell’Istituto di fisica generale applicata dell’Università Statale di Milano, illustra l’esperimento di cinetermografia che verrà condotto su un campione di circa 100 spettatori durante la stagione invernale. Applicando al cinema la termografia, si cercherà di capire quale sia il rapporto oggettivo tra un film e l’emozione di chi lo guarda. Sapendo che le alterazioni emotive causano una variazione della temperatura corporea, attraverso le telecamere a infrarossi sarà possibile capire quali sono le scene di maggiore impatto sugli spettatori. «In questo modo assolutamente non invasivo speriamo di verificare l’efficacia dei mezzi messi a disposizione dei disabili per la fruizione del film», dice lo studioso. Gli organizzatori assicurano che la riservatezza personale sarà garantita dall’anonimato e, inoltre, chi accetta di sottoporsi al test dovrà firmare una liberatoria. I risultati e le immagini termiche verranno pubblicati sul sito http://cinetermografia.blogspot.com e infine comunicati il prossimo 21 marzo durante il seminario dedicato all’integrazione dei disabili dal titolo Corpo offeso o corpo trasgressivo? La disabilità vitale e sorprendente nel cinema, nell’arte e nello sport.

Cinema senza barriere
Spazio Oberdan, viale Vittorio Veneto 2
5,00 € senza obbligo di tessera
2,00 € ridotto disabili – accompagnatori gratis
Prenotazioni cuffie:
feriali tel. 02 2900 5659 (Cineteca di Milano)
festivi e week-end tel. 02 77406300/6302 (Spazio Oberdan)
Titoli dei film su:
www.provincia.milano.it/cultura
www.mostrailvideo.com



[daniele monaco]
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CINEMA

Era la pellicola, ora è digitale

Edward D. Wood Jr., il peggior regista di tutti i tempi, non avrebbe più di che esaltarsi. Nella cinematografia mondiale il digitale sta avanzando, e il file comincia a bramare gloria a discapito della polverosa e mitica pellicola. A che punto è l’avanzata della tecnologia digitale? L’abbiamo chiesto a Elisabetta Brunella, segretario generale di MEDIA Salles, un progetto eureopeo sostenuto dal governo italiano, che fornisce servizi di informazione e di formazione sul cinema in Europa. A quanto pare Ed Wood può stare tranquillo ancora per un po’.

Nota del 5/6: l'articolo è stato modificato per inserire nuovi dati forniti da MEDIA Salles.


Come nasce il progetto MEDIA Salles?
«MEDIA Salles nasce nel 1991, come parte del Programma MEDIA dell’Unione Europea, di fatto il primo intervento di Bruxelles a favore dell’industria audiovisiva, colta nelle sue valenze sia economiche sia culturali. MEDIA Salles, che ha sede in Italia, rivolge la sua attività al settore delle sale di tutta Europa, nei campi della promozione, della formazione e dell’informazione. Tra i suoi obiettivi c’è la rilevazione del consumo di cinema nelle sale europee, cosa che risponde all’esigenza di avere un riscontro statistico utile sia ai professionisti del settore sia alle istituzioni. Ad esempio, fino al 1992 non si riusciva nemmeno a sapere quanti milioni di biglietti si vendessero in Europa. Tanto meno esistevano concrete iniziative di informazione sull’economia del settore e di formazione degli esercenti a livello internazionale. In questi anni, grazie all’attività di MEDIA Salles, che ha membri e corrispondenti in tutta Europa, la conoscenza del ruolo che le sale giocano nell’insieme dell’industria cinematografica è costantemente aumentata».

Quali sono le iniziative di MEDIA Salles?
«Cardine dell’attività di informazione è l’annuario European Cinema Yearbook, giunto ora alla sedicesima edizione, con una copertura geografica che si è via via ampliata, fino a toccare i 34 paesi attuali. Inoltre MEDIA Salles ha l’obiettivo di contribuire a preparare gli esercenti cinematografici europei alle nuove sfide, in particolare quelle della transizione al digitale.
Sul nostro sito divulghiamo informazione sul cinema digitale in tutto il mondo, in particolare con il il DGT Online Informer e attraverso l’annuario stesso, che rileva l’affermazione delle sale digitali praticamente dalla loro nascita. Nel 2004 abbiamo ideato il primo corso internazionale di formazione sulle nuove tecnologie per gli esercenti europei. Proprio lo scorso mese di aprile si è completata la quinta edizione in Gran Bretagna».

In che cosa consiste la transizione digitale delle sale?
«La risposta è semplice: si sostituisce un file alla pellicola 35mm. Si proietta quindi l’immagine proveniente da un supporto digitale. In pratica si effettua una smaterializzazione del prodotto cinematografico. È un fenomeno che sta prendendo piede in questi anni, seppur lentamente: le sale commerciali del mondo sono oltre centomila, di queste seimila sono ad oggi dotate di proiettori digitali. Ci vorrà del tempo, ma il digitale sia avrà un impatto su tutta la filiera cinematografica sia modificherà la fruizione. Tra i fautori della nuova tecnologia c’è stato un “vecchio maestro” come Ingmar Bergman che non solo ha girato “Saraband” in digitale ma ha anche voluto che fosse proiettato esclusivamente su schermi digitali».

Quali sono i vantaggi concreti, economici e non, derivanti dal digitale?
«Un aspetto fondamentale è la qualità costante dell’immagine che non è più sottoposta al degrado di un mezzo fisico come il 35mm che soffre dell’usura del tempo. Ciò che si vede sullo schermo digitale inoltre non “balla”. Allo sfarfallio del 35mm si sostituisce un’immagine che sembra quasi dipinta. Qualcuno dice che l’emozione che dà la purezza del 35mm è inarrivabile, ma bisogna anche dire che quella purezza è ottenibile solo dalla pellicola originale, mentre al grande pubblico arrivano le copie.
Altro aspetto importante sono i vantaggi logistici. Col digitale c’è maggiore flessibilità nella programmazione: i file consentono all’esercente di proporre, nell’arco della stessa giornata, più titoli sul medesimo schermo. Con la trasmissione via satellite o via cavo scompariranno i camioncini della distribuzione, cosa da cui ci si può aspettare una riduzione dei costi. Tra i vantaggi attesi anche una distribuzione più mirata: si potrà più rapidamente adattare l’offerta alla domanda. Ci sarà anche un altro fattore importante, quella della diversificazione dell’offerta: col digitale potranno essere proiettati, oltre ai film, anche i cosiddetti contenuti alternativi come eventi sportivi, concerti e anche cerimonie religiose. Il collegamento satellitare ne consente, per di più, la proiezione “in diretta”.
La varietà dei contenuti valorizzerà l’aspetto socializzante della sala cinematografica. Allo stesso tempo la visione collettiva regala delle emozioni non sostituibili da una fruizione tipo home theatre. L’aspetto ancora da chiarire riguarda l’entità degli investimenti necessari e la quantificazione dei vantaggi economici reali».

Qual è la posizione degli esercenti del settore nei confronti del digitale?
«Gli esercenti sono sicuramente interessati, anche se nutrono preoccupazioni in merito al costo delle nuove attrezzature necessarie per la proiezione digitale e alle possibili modifiche dei rapporti all’interno della filiera tradizionale. Negli Stati Uniti, che negli ultimi anni sono diventati leader nella transizione al digitale, è stato adottato un business model chiamato “Vpf” (Virtual print fee). Questo consente che le società di distribuzione, alle quali andranno i maggiori risparmi derivanti dalla nuova tecnologia, contribuiscano finanziariamente all’acquisto dei proiettori e dei server digitali, che è a carico dell’esercente.
Questo modello dovrebbe ridurre le resistenze che derivano dal disequilibrio tra chi si aspetta dei benefici (i distributori) e chi deve sostenere i costi dell’adeguamento tecnologico (gli esercenti). Un limite del modello statunitense è la sua difficile adattabilità a mercati contrassegnati da un elevato numero di players e, in molti casi, da un limitato bacino d’utenza, come quelli europei».

In Europa quali sono i Paesi all’avanguardia? E negli altri continenti?
«Degli Stati Uniti abbiamo detto: sono ora il capofila del movimento che promuove il digitale con quasi 5.000 schermi su un totale di circa 6.000 in tutto il mondo. L’Europa segue con oltre 800 schermi, l’Asia con poco meno di 400. In Italia attualmente gli schermi dotati della tecnologia DLP cinema sono 38. Tra gli early adopters europei figurano soprattutto piccole e medie imprese, mentre, pur con qualche eccezione, le grandi catene hanno una posizione di attesa. In Italia il primo proiettore digitale è stato installato presso il Cinema Arcadia a Melzo. Un Paese europeo che sta facendo grossi passi in avanti è la Gran Bretagna, dove un’istituzione pubblica come lo UK Film Council ha finanziato l’installazione di circa 250 schermi digitali, con lo scopo di favorire una maggiore diversificazione dell’offerta. Anche in mercati emergenti come la Russia e la Cina l’interesse per il cinema digitale e il 3D sta crescendo. Per queste proiezioni all’avanguardia della tecnologia, gli spettatori sono disposti a pagare prezzi più elevati».

Quali sono invece gli ultimi dati sulla vendita dei biglietti?
«Gli ultimi 15 anni hanno visto aumentare il numero degli spettatori in Europa occidentale. Si è passati da poco più di 600 milioni di biglietti a circa 900. Per quanto riguarda il 2007 si rileva una battuta d’arresto dell’insieme dell’Europa. I biglietti venduti in Europa occidentale sono stati 847 milioni, con un calo del 2,6% rispetto all’anno prima. Analizzando i dati paese per paese, a cominciare dai cinque principali mercati, emergono risultati decisamente difformi. Francia, Spagna e Germania chiudono il 2007 con decrementi importanti, mentre il Regno Unito cresce e l’Italia vola. La Francia continua ad essere il primo mercato europeo. Pur perdendo oltre 11 milioni di spettatori (da 188,7 milioni a 177,5) ottiene un risultato migliore che nel 2005. La Germania si lascia alle spalle 11 milioni di biglietti venduti, scendendo a 125,4 milioni e ritornando alla situazione del 2005. Sei milioni di spettatori in meno anche in Spagna, che si ferma a 117 milioni. Chiude invece felicemente il Regno Unito che recupera buona parte del pubblico perso nel 2006 e, con 162,4 milioni di spettatori, si conferma secondo mercato europeo. L’Italia cresce addirittura quasi del 12%, stando alle stime basate sulle rivelazioni di Cinetel che coprono circa il 90% del mercato, portandosi a oltre 114 milioni di spettatori. Questo lusinghiero risultato è il migliore dal 1986 ed è in parte dovuto al successo dei film “made in Italy”, che rappresentano circa un terzo del mercato. Sostanziale stabilità o lievi decrementi caratterizzano Portogallo (-0,3%), Danimarca (-0,8%), Svezia (-0.9%) e Finlandia (-1,3%). Sensibili invece i cali nel Nord Europa, dal -6,2% del Belgio al -10,4% della Norvegia. Anche l’Europa centro orientale e il bacino del Mediterraneo vedono una riduzione del 3,5% nel 2007. In calo in particolare il peso della Turchia, che scende da quasi 35 milioni di biglietti a 31».

È vero che sta prendendo piede il cinema 3D?
«Certo, in particolare perché la proiezione digitale consente una resa del 3D migliore. Si ottiene un’immagine più luminosa. La Dreamworks ad esempio sta investendo molto nella produzione di film in 3D. Ci si attende che l’incontro fra 3D e digitale produca risultati significativi».

Quali sono le sue speranze per il futuro?
«Credo che le nuove tecnologie possano dare più chances distributive ai film che non sono sostenuti da grandi budget né di produzione né di promozione ma che molto spesso sono di grande qualità. Con una distribuzione più flessibile e capillare se ne potrebbe facilitare l’incontro con il pubblico. Un’altra speranza è legata alla flessibilità dell’offerta, per la proiezione di contenuti alternativi che potrebbero attirare nelle sale un pubblico più diversificato: lo si è già visto, per esempio, con le proiezioni dell’opera da prestigiosi teatri italiani avvenute negli Stati Uniti. In sintesi credo che in un’epoca in cui da una parte aumentano le modalità di consumo di prodotti audiovisivi di tipo individuale, sia tra le pareti domestiche sia portatili, e dall’altra cresce il bisogno di socializzazione, la sala abbia un ruolo specifico da giocare, se saprà rispondere a tale tipo di bisogno con spirito innovativo».

Link utili:
www.mediasalles.it
European Cinema Yearbook:
http://www.mediasalles.it/ybk07fin/
Newsletters:
http://www.mediasalles.it/dgt_online/index.htm
http://www.mediasalles.it/journal/ecj1_08ing.pdf

Omaggio di un grande cineasta al cinema classico: Ed Wood incontra Bela Lugosi nel film "Ed Wood" di Tim Burton.



[paolo rosato]
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MOSTRA

Come ti metto Audrey Hepburn sui manifesti

Chi non conosce Audrey Kathleen Ruston, nata a Bruxelles, ma di nazionalità inglese? O meglio, chi non ha mai visto un film interpretato dalla diva più elegante che Hollywood abbia mai conosciuto, vale a dire Audrey Hepburn (nota appunto col cognome della nonna materna)? Cresciuta in Olanda sotto il regime nazista, durante la seconda guerra mondiale studiò danza per poi approdare al teatro e infine al cinema americano, in cui interpretò ruoli indimenticabili soprattutto negli anni Cinquanta e Sessanta.

Dalla principessa Anna in Vacanze romane (1953) (Oscar come migliore attrice), a Holly Golightly in Colazione da Tiffany (1961) a Sabrina nell’eponimo film (1954). Ora una mostra alla Galleria degli Artisti di Milano – inaugurazione il 28 aprile – intitolata Audrey Hepburn in manifesto, metterà a disposizione di fan e curiosi le locandine italiane originali dei suoi film.
Sono tratti dalla collezione privata di Andrea Croci, giovane cantante e attore milanese che ha cominciato a raccoglierli da quando aveva sedici anni e che per la prima volta ha deciso di mostrarla al pubblico: «Avevo già prestato alcuni di questi manifesti – spiega il giovane collezionista – per la mostra Audrey Hepburn, una donna, lo stile, organizzata a Firenze nel 1999 dal museo Salvatore Ferragamo, in cui accompagnavano un’esposizione di vestiti originali dei film dell’attrice. Questa volta invece saranno i manifesti stessi ad essere messi in risalto». Da Colazione da Tiffany del ’62 a Sciarada, da Cenerentola a Parigi a Quelle due, fino a Vacanze romane (un poster gigantesco di 4 metri x 2, del quale esiste soltanto un’altra copia), ci si potrà fare un’idea di come Audrey Hepburn venisse raffigurata per il grande pubblico italiano. Ma questa mostra non sarà soltanto un omaggio all’attrice: «In realtà è come una vera e propria mostra di quadri – prosegue il giovane attore –. Questi manifesti furono realizzati da Ercole Brini (autore, tra l’altro, anche della locandina di Via col vento): è una pittura ad acquerello un po’ stilizzata e di grande effetto drammatico. Nelle locandine americane ci si limitava a mostrare soltanto le sagome degli attori. Il manifesto italiano trova un valore aggiunto nel rappresentare delle scene e nell’usare uno stile pittorico che è sempre stato apprezzato in tutto il mondo». La venerazione di Andrea Croci per la sua diva prediletta non si limita alla sua carriera cinematografica: «Amo Audrey non soltanto per i suoi film. Ammiro molto il modo in cui aveva affrontato le difficoltà della sua infanzia e la sua generosità quando, dopo avere smesso quasi del tutto di recitare, cominciò a occuparsi dei bambini nei paesi più disagiati, diventando ambasciatrice speciale dell’Unicef». Per Croci la Hepburn incarna l’assoluta bellezza del cinema di una volta e purtroppo non ha lasciato eredi: «Come Marilyn Monroe, Shirley MacLaine o Grace Kelly è un’attrice unica e irripetibile, un’icona senza tempo». Una donna che, se in Colazione da Tiffany diceva di «non potere appartenere a nessuno», grazie a questa mostra – che ne immortala la magia e la classe – diventa di nuovo il sogno di tutti.

[luca salvi]
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OSCAR

Ma siamo sicuri che Michael Moore abbia perso?

Di perdere, ha perso. Il ciccione col cartello in mano ha perso. Sì, quel Michael Moore, proprio quello che ce l’ha con Bush e che i media, in questi giorni, si sono affannati a dare per vincente, ha perso. E, vista l’assoluta supremazia di Moore nel campo dei documentari, la notizia della sua sconfitta agli Oscar è quasi uno scoop.

L’ultimo premio per il miglior documentario, infatti, è andato a Taxi to the dark side, realizzato da Alex Gibney, e non a Sicko. Bocca asciutta quindi per il capopopolo più amato dalla sinistra planetaria? In realtà no, perché Moore, che è stato l’iniziatore di un genere, in questa edizione degli Oscar ha avuto la sua bella soddisfazione morale.
La pellicola vincitrice della statuetta racconta l'omicidio di Dilawar, un tassista afgano, avvenuto nella base militare americana di Bagram. Quest’episodio non è nient’altro che il nobile spunto per indagare, con sorprendenti scoperte ed una tensione da thriller, sulle tecniche di repressione e tortura messe in atto dall'amministrazione Bush dopo l'undici settembre. Abu Ghraib e Guantanamo, tanto per intenderci. Ed il bello è che anche gli altri docu-film in concorso hanno alla base temi di guerra: dai poveri scenari ugandesi di War/Dance alla Baghdad insanguinata di No end in sight, fino alle testimonianze struggenti dei soldati americani in Iraq e Afghanistan di Operation Homecoming: writing the wartime experience. Conclusione? L’indefessa campagna di Moore contro le guerre preventive di George W. ha avuto i suoi effetti. L’Academy ora tiene in altissima considerazione un certo tipo di documentario, ed anche i documentaristi convergono verso un punto comune, e realizzano opere di inchiesta e di qualità. Il faccione dell’autore di Sicko quindi, non solo ha dato una chiave di lettura in più per l’analisi di uno temi più scottanti delle campagne elettorali in America, la sanità, ma ha anche ispirato la vittoria di altre inchieste, per continuare il filone aperto dal suo acclamato Bowling for Columbine. Ha vinto, ha vinto. Il ciccione col cartello in mano ha vinto.


Nel video un estratto da "Taxi to the dark side"

[paolo rosato]
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CINEMA

Il ritorno di Oronzo Canà

Tra gag ormai sdrucite dall’usura, scene divertenti e battute a volte troppo scontate, il nuovo film di Lino Banfi, L’allenatore nel pallone 2, sequel dell’omonimo film cult del 1984, uscito nelle sale cinematografiche a gennaio, riesce a incassare 7,6 milioni di euro al botteghino.

A dire il vero, quando il nipote gli spiega il funzionamento delle nuove diavolerie tecnologiche Oronzo Canà sembra vestire più i panni di nonno Libero che quelli del fautore della «b-zona» e del «5-5-5» ma, è evidente, lo fa per pure esigenze commerciali. Tanti, forse troppi, sono gli sponsor che si fanno pubblicizzare apparendo prepotenti all’interno della pellicola: Diadora, Sky, acqua Sant’Anna, Chronotec, Kappa, caffè Borghetti, ecc. Nulla di male in questo, a patto che non ne risenta la qualità del film.
Divertenti alcune scene, come quella del processo in cui appaiono Gianluigi Buffon, Francesco Totti, Marco Amelia e Fabio Galante, ma in generale la nuova regia di Sergio Martino sembra un po’ stanca e prevedibile.

[giuseppe agliastro]
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ANTEPRIMA

Anteprima: è Caos calmo con Moretti e Ferrari

Preceduto e “trainato” dalle recenti polemiche sulla scena di sesso tra Nanni Moretti e Isabella Ferrari, sta per sbarcare nelle sale cinematografiche Caos calmo, l’ultimo film di Antonello Grimaldi, tratto dall’omonimo bestseller di Sandro Veronesi. La trama è estremamente semplice: il protagonista, Pietro Paladini (Moretti), perde all’improvviso la moglie Lara, che muore in un giorno d’estate, mentre lui è assente perché impegnato a salvare la vita di un’altra donna, Eleonora Simoncini (Isabella Ferrari). Apparentemente incapace di soffrire per la tragedia che ha sconvolto la sua vita e quella della figlia Claudia, di soli dieci anni, l’uomo si trincera dietro una calma incomprensibile per chiunque lo circondi.

Mentre tutti si sforzano di trovare le parole adatte per consolarlo e convincerlo a reagire, dal fratello Carlo (interpretato da Alessandro Gassman) alla cognata Marta (una brava Valeria Golino), Pietro passa le giornate su una panchina di fronte alla scuola di Claudia. Teme che, non vedendolo soffrire, la bambina non riesca a provare dolore per la scomparsa della madre.
«La sfida che ho raccolto con questo film è quella di restare insieme al protagonista per la maggior parte del tempo nello stesso luogo e provare a non trasmettere mai la sensazione di staticità – spiega Grimaldi –. Dal romanzo di Veronesi ho tratto questa suggestione: Pietro rimane davanti alla scuola non soltanto per sorvegliare la reazione della figlia, ma soprattutto per vigilare sul racconto della propria vita, per tenerlo saldo tra le mani». Sulla sua panchina, il protagonista osserva il mondo che gira intorno a lui e vive di riflesso la vita degli altri personaggi. Tutti, infatti, con la scusa di stargli vicino in un momento così doloroso, finiscono per confidargli i problemi quotidiani e per cercare in lui un consiglio. «Pietro rappresenta lo spaesamento dell’uomo “moderno” davanti all’impossibilità di elaborare un lutto, senza poter confidare né in una tradizione religiosa, né in una laica – continua Grimaldi –. Ogni scena ruota intorno a lui, sia in senso figurato sia in senso fisico». Proprio questo è, nello stesso tempo, il senso centrale della pellicola e il suo punto di debolezza: tutta la storia è raccontata esclusivamente dal punto di vista di Pietro e quindi il film, nonostante l’ottima interpretazione di Nanni Moretti, risulta lento. La vicenda si sviluppa con fatica e l’ormai famosa scena hard (4 minuti sui 112 totali) arriva d’improvviso, senza contestualizzazione, cogliendo di sorpresa lo spettatore. Solo nelle ultime sequenze Pietro inizia a riaprirsi alla vita, risvegliandosi da un lungo torpore. Come dire: dopo la difficile esperienza del caos calmo, nel cuore di tutti può tornare il sereno.

[lucia landoni]
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