CONFLITTO DI GAZA

Intervista a Nahum Barnea

«Non ci sono dubbi che le operazioni militari organizzate da Israele sono state condotte ad ampio spettro. Il punto è che sono durate anche molto più a lungo di quanto ci si aspettasse», racconta da Gerusalemme Nahum Barnea, una delle penne più autorevoli del giornalismo israeliano, intervistato in esclusiva da m@g. Barnea, che scrive per il quotidiano Yedioth Ahronoth e ha vinto il premio Israel Prize per la comunicazione, ha perso un figlio nel 1996, in un attentato kamikaze di Hamas a un autobus di linea. Al funerale ha perdonato pubblicamente l’assassino, considerandolo vittima della stessa tragedia che affligge il popolo palestinese. Da anni si spende per favorire il dialogo nell’ambito del conflitto arabo-israeliano.

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[viviana d'introno e cesare zanotto]

L'INTERVISTA

La voce della libertà

Yang Lian, nato in Svizzera nel 1955 ma cresciuto a Pechino, è oggi uno dei maggiori poeti contemporanei e una tra le voci più importanti della dissidenza cinese. Esiliato dalla Repubblica Popolare Cinese dopo avere duramente criticato nel 1989 la repressione di Piazza Tiananmen, vive all’estero da vent’anni. È stato candidato al Premio Nobel nel 2002 e le sue poesie sono state tradotte in 25 lingue. Yang Lian interpreta lo spirito della millenaria cultura cinese attraverso la sua esperienza da esule. Una riflessione sulla condizione generale dell’uomo ma anche un invito alla speranza per milioni di cinesi che chiedono democrazia.

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[marzia de giuli e luca salvi]

L'INCHIESTA

È un’emergenza che dura da oltre vent’anni. I territori tra Napoli e Caserta sono uno stato nello stato dove l’unico potere reale è quello della Camorra. Nonostante i blitz, gli arresti e l’invio di soldati e poliziotti, i clan continuano a fare affari in un cono d’ombra in cui convivono l’economia legale e la politica. Ne abbiamo parlato con Andrea Cinquegrani, direttore de La Voce della Campania (oggi La Voce delle Voci).

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[alberto tundo]

MARIO CAPANNA

Onda e '68 a confronto

Quarant’anni dopo la protesta che ha segnato un’epoca, gli studenti italiani sono ancora in piazza. Secondo alcuni osservatori, l’Onda, che contesta la riforma Gelmini, è la fotocopia del’68. Altri la pensano diversamente. Mag ha chiesto un’opinione a Mario Capanna, ex studente dell’Università Cattolica e leader del movimento nel 1968.

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[cesare zanotto]

CIBO E MEMORIA

Viaggio nel gusto italiano


La relazione tra il cibo e la memoria è uno degli aspetti più profondi e antichi della cultura italiana e internazionale. Emblema di questo nesso è la madeleine che risveglia i ricordi dell’infanzia di Marcel Proust nel romanzo Alla ricerca del tempo perduto . Che cosa pensano i gourmet più affermati e i cuochi più celebri del nostro Paese del rapporto tra lo stile di vita dei nostri tempi e i cambiamenti nel gusto culinario, sempre più lontano dalla tradizione culinaria? La risposta nel servizio.

[francesco perugini]

GIORGIO BOCCA

Intervista sulla crisi del giornalismo italiano


Nessuno meglio di Giorgio Bocca può aiutarci a riflettere sulla crisi che sta vivendo oggi la professione di giornalista. "E' la stampa, la bellezza!", il suo nuovo libro vuole essere un'occasione per riflettere sul destino di un mestiere che sembra aver perso le sue virtù. In Italia la carta stampata appare schiacciata dalle pressioni della politica e dell’economia, incapace di reagire allo strapotere della comunicazione televisiva, non più in grado di scandagliare i mutamenti reali della società. Abbiamo approfondito queste e altre questioni nell'intervista.

[gaia passerini]
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GIALLO

Sacerdote bruciato vivo nella sua auto

Don Silvano Caccia, parroco di Giussano, è stato trovato carbonizzato, giovedì sera, nella sua auto, in una piazzola di sosta della stazione di servizio Brianza est, sull’autostrada A4, in direzione Milano. L’allarme è scattato alle 21 e 15, quando alcuni avventori dell’autogrill hanno notato le fiamme alte provenire da un’utilitaria in sosta. Immediato l’intervento dei vigili del fuoco che, accorsi sul posto, non hanno potuto fare altro che domare l’incendio, effettuando la macabra scoperta. All’interno dell’auto, con il sedile parzialmente reclinato, il cadavere del sacerdote, probabilmente fermatosi per riposare. Ancora poco chiare le dinamiche della vicenda.

Don Caccia stava rientrando da un viaggio in Trentino, dove si era recato per esercizi spirituali, con la sua Fiat Punto, alimentata a gas. Per questo gli inquirenti hanno pensato a un corto circuito all’interno della vettura stessa, o, più probabilmente a una sigaretta lasciata accesa. Quel che è certo, però, è che, per il momento, gli inquirenti non escludono alcuna pista investigativa. La vittima era originaria di Trezzo sull’Adda, in provincia di Milano, e, dopo essere stato ordinato sacerdote nel 1982, era diventato collaboratore del cardinal Carlo Maria Martini e poi responsabile dell’Ufficio famiglie della curia di Milano. La camera ardente è stata allestita a Gorgonzola, dove, nella notte, si è recato anche il cardinale Dionigi Tettamanzi.

Sconvolto Roberto Milanesi, sindaco di Trezzo sull’Adda: «Sono rimasto sconcertato appena appresa la notizia e ho subito sospeso una assemblea pubblica in corso in quel momento. Non me la sento di dare giudizi su quanto accaduto, perché ho troppa stima e rispetto per la persona e per la famiglia. Posso solo dire che era un uomo di grande sensibilità, con una profonda dedizione per lo studio, l’approfondimento e l’analisi. Aveva scritto molti libri sulla catechesi e si impegnava particolarmente nella preparazione dei giovani al matrimonio. La sua famiglia era una delle più in vista qui a Trezzo, sempre molto impegnata nel sociale e nella cristianità». Sconvolti anche i suoi colleghi di Giussano. Piero Gallo, membro del Consiglio pastorale della città, ha trascorso sei mesi gomito a gomito con don Silvano, standogli accanto nel suo percorso di ingresso nella nuova comunità ecclesiastica. «Era una persona squisita, con doti organizzative straordinarie – ha dichiarato – e una passione fortissima per il suo lavoro. Non ha faticato molto ad entrare nel cuore degli abitanti di Giussano, che hanno pianto commossi la sua scomparsa».

In lacrime anche i giussanesi, che, in attesa di una data precisa per i suoi funerali, hanno deciso di ricordarlo con alcune messe in suffragio. Oggi, 24 marzo, l’ultima, che sarà celebrata alle 19 nella chiesa di Sant’Antonio a Milano.


[viviana d'introno]
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FESTIVAL

Mama Africa chiama cinema

Arriva a Milano il Festival del cinema Africano, d’Asia e America Latina. La rassegna, giunta alla sua 19esima edizione, non si fermerà al solo capoluogo lombardo ma quest’anno alcuni film verranno riproposti in altre città italiane coinvolgendo il pubblico adulto e i giovani, attraverso la partecipazione delle scuole.

«Questa edizione è stata alquanto difficile da realizzare a causa dei radicali tagli di finanziamento, pari al 50 % del budget dello scorso anno – sottolinea Alessandra Speciale, una delle organizzatrici della manifestazione -, ma grazie all’impegno di tutti e al lavoro volontario siamo riusciti a proporre un festival di qualità, senza essere costretti a modificare la sua struttura originaria».

La rassegna prevede le ormai consuete sezioni “competitive”: Concorso lungometraggi e documentari finestre sul mondo, con un’accurata selezione delle ultime produzioni di fiction e di documentari lungometraggi realizzati da registi dell’Africa, Asia e America Latina; Concorso per il miglior film africano , con un’ampia e significativa scelta di lungometraggi in 35 mm e in video; Concorso cortometraggi africani , con i più recenti cortometraggi realizzati da autori provenienti da tutta l’Africa e dalla diaspora; Concorso documentari e non fiction africani, sezione che presenta brevi documentari e non fiction realizzati da registi africani. Mentre la sezione Fuori concorso presenta una selezione di film e documentari sui tre continenti realizzati da registi occidentali. Inoltre, in seguito al grande successo di pubblico e di stampa della scorsa edizione, la rassegna rinnova l’interesse per i media arabi con la sezione tematica: Al Jazeera, l’occhio arabo sul mondo.

Il Festival ha un ruolo fondamentale per la città, è un luogo di confronto e di dialogo su specifiche tematiche per cercare di superare la visione stereotipata che spesso abbiamo di realtà molto distanti dalla nostra. Negli ultimi decenni, il tessuto sociale milanese si è radicalmente modificato, divenendo un “melting pot” di razze, lingue e culture eterogenee. La manifestazione offre una settimana densa di appuntamenti: più di 80 fra film e video e 50 Paesi presenti. Non solo proiezioni cinematografiche, ma incontri, mostre fotografiche e dibattiti, in varie zone della città e con persone provenienti da diversi Paesi. Un’interessante opportunità, non solo per i cinefili. La sfida del futuro sarà proprio quella di riuscire a costruire una convivenza di dialogo e di interculturalità, dove la diversità sia una ricchezza, non un limite. Questo può rappresentare un primo passo.

19° Festival del cinema Africano, d’Asia e America Latina
Dal 23 al 29 marzo 2009
Biglietto singolo: 5 €
Tessera per tutte le proiezioni: 30 €
www.festivalcinemaafricano.it



[tatiana donno]
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TEATRO LITTA

Giovani registi crescono

Occhi scuri dietro occhiali scuri. Ma l'espressione è decisa e sorridente. Questo è Claudio Autielli, il giovane regista che, a conclusione del suo percorso triennale nel progetto Work in progress, presenterà in debutto nazionale la propria versione della commedia L’amante di Harold Pinter, di scena al teatro Litta di Milano dal 19 marzo al 9 aprile nella traduzione di Alessandra Serra.

Autielli corona con quest’opera la fine del suo terzo anno di master. Negli anni precedenti si è confrontato con opere del calibro dell’Antigone di Jean Anouilh e dell’Otello di Shakespeare, proponendone ogni volta una personale regia. Quest’anno, l’opera di Pinter verrà presentata in modo diverso dalla messa in scena tradizionale, tipicamente “British”. La scenografia comprenderà infatti soltanto una pianta, una poltrona, una veneziana e una porta, tutti simboli di una quotidianità artefatta racchiusa tra quattro mura. Protagonista sarà l’essenzialità - retaggio degli studi di Autielli, laureato in economia - che avrà l’effetto di assolutizzare nello spazio e nel tempo l’esperienza narrata dalla trama: quella di due solitudini che si cercano disperatamente senza mai trovarsi, restando schiave delle proprie maschere.

Sarah e Richard, i due protagonisti interpretati da Valentina Picello e Michele Schiano di Cola, sono due sposi che cercano di mettere pepe nella loro vita matrimoniale inventandosi presunte scappatelle. Questo genererà una doppia vita, in uno schema che si ripeterà sempre uguale e che vedrà i due protagonisti costretti ad interpretare i loro rispettivi amanti in un gioco di ruolo che cadrà con un colpo di scena, rivelando la fragile solitudine di un uomo e una donna chiusi in una stanza, isolati dal mondo reale. Un’opera sull’incomunicabilità e sulla ricerca disperata di un codice comune che, alla lunga, diventa recita grottesca, ma che non mira ad altro che alla perduta semplicità del primo incontro.

Un testo, quello di Pinter, che Claudio Autielli definisce “matematico e autoportante”. «Non pensavo di cimentarmi proprio con quest'opera – racconta il regista –. È un testo difficile da interpretare in modo personale. Il gran lavoro è stato arrivare al cuore del disagio che sta sotto l’aspetto ludico del gioco di ruolo dei due personaggi. Ringrazio gli attori, con i quali abbiamo lavorato anche fino a tarde ore per la riuscita di questo progetto. Insieme siamo riusciti ad affrontare il testo di Pinter in modo incisivo, ma genuino».

«È stato interessante lavorare ad una dinamica che muove l’umanità – osserva Michele Schiano –: due esseri umani soli, che si cercano non attraverso una relazione diretta, ma attraverso le maschere che loro stessi si sono creati ». «Le persone si scelgono, come dice Claudio – interviene Valentina Picello, protagonista femminile de L’amante –, e questa opera ne è la dimostrazione. Noi attori ci siamo scelti, abbiamo scelto l’interpretazione da dare alla storia, e vi siamo rimasti fedeli. Ma anche i personaggi si sono scelti, e continuano a cercarsi, anche se da tempo hanno perso il loro linguaggio comune e non si comprendono più. Ma ci sarà il momento in cui a prevalere sarà la loro scelta, e allora incontrandosi rideranno dei loro stessi tentativi falliti di comunicare».

Work in progress, un progetto sostenuto dalla Regione Lombardia dalla Provincia e dal Comune di Milano, e promosso dal teatro Litta, è un master che forma giovani registi e dà loro la possibilità di confrontarsi con le sfide della macchina produttiva del teatro, prima di essere lanciati “senza rete” nel difficile mondo dell’arte drammatica italiana. Scherza, Claudio Autielli, prospettando per se stesso la disoccupazione dopo tre anni passati all’ombra del Litta a studiare i linguaggi teatrali. Ma poi si fa più fiducioso: «Questi anni mi hanno reso più consapevole degli strumenti espressivi che ho a disposizione, e dell’ampiezza dello scenario artistico a cui il mio lavoro si dovrà rivolgere da adesso in poi. Il lavoro sul palcoscenico riassume e dà senso a tutti i passi compiuti fino a questo momento. E poi ho stabilito dei contatti, delle relazioni. Hanno imparato a conoscermi, e anche io ho imparato ad essere più sicuro nel proporre i miei lavori». Una fiducia condivisa anche da chi ha supervisionato il percorso di Claudio, ricordando altri giovani registi del Litta approdati ad altri importanti lidi. Vedere per credere.

Sala Teatro Litta
Corso Magenta, 24 Milano
repliche dal martedì al sabato alle 20.30 – domenica 16.30
biglietti martedì/mercoledì/giovedì intero € 12 – ridotto € 9
venerdì/sabato/domenica intero € 18 – ridotti € 9/12



[floriana liuni]
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MUSICA POPOLARE

Cassoeula, mandolino e rock ‘n roll

Taranta, tamburelli, chitarre, dialetto laghese, filastrocche vicentine e blues meneghino: tutto sullo stesso palco. La manifestazione Volgar Eloquio fa tappa all’Università Cattolica per una conferenza e un miniconcerto di quattro realtà artistiche dialettali tra le più importanti sulla scena italiana: Eugenio Bennato con i Taranta Powers, Davide Van De Sfroos, Patrizia Laquidara e i Teka P.

Bennato ha ricordato gli anni in cui veniva considerato un musicista “da archeologia”. «Accompagnavo mio fratello Edoardo e Pino Daniele al quartiere Santo Stefano, a Napoli: loro compravano chiatarre elettriche, io, invece, mandolini e mandoviole». L’importantissimo patrimonio musicale partenopeo era un sapere da salvare e, in un momento in cui la scena musicale vedeva l’esplodere del rock con Beatles e Bob Dylan, la creatività, secondo Bennato, era da ritrovarsi in un genere che veniva lasciato in disparte, quello della musica popolare. «Quando ero giovane io nessuno voleva più sentire parlare di taranta o neomelodici. Adesso si fanno centinaia di manifestazioni all’anno popolate da giovani spettatori che danzano e cantano come pazzi».

Su un ramo del Lago di Como si sviluppa, invece, la vita e la carriera di Davide Van de Sfroos, cantautore totem della zona lombardo-ticinese. Le sue canzoni in lagheé nascono osservando la realtà che lo circonda sin da adolescente. «Per esprimere le mie emozioni usavo la lingua che tutti parlavano intorno a me, il nostro dialetto. La cosa curiosa è che tutti i discografici dicevano che non avrebbe funzionato, che la musica in dialetto era di serie B». Van de Sfroos ha anche realizzato turneé all’estero dove, visto il nome e il modo di parlare, nessuno credeva fosse italiano, semmai belga o olandese. «Il dialetto non morirà mai e continuerà ad evolversi. In fondo chi avrebbe pensato vent’anni fa a frasi come damm el mouse che g’ho de chataà in internet?».

Per Patrizia Laquidara, giovane raffinata cantante veneta, la scelta della canzone dialettale è nata come una ricerca d’indentità. «Sono cresciuta con le mie due nonne, una siciliana, che suonava benissimo il tamburello, l’altra veneta, che mi raccontava delle bellissime favole popolari. Nessuna delle due parlava in italiano». Il colpo di fulmine per la musica popolare arriva con l’adolescenza, quando Patrizia ascolta per caso Amalia Rodrigues, la regina del fado portoghese. La sua musica, fortemente connotativa di un territorio, la fa iniziare a sperimentare la composizione in alto vicentino. «La musica della Rodrigues sapeva di terra. Io volevo che anche la mia fosse così».

I Teka P hanno iniziato a fare musica per i quartieri di Milano Est, ispirandosi alla tradizione milanese in voga negli anni, da Jannacci a Nanni Svampa e Cochi e Renato. Anche il loro genere è, sotto alcuni punti, tragicomico. «È la cadenza stessa del dialetto a ispirare i temi delle nostre canzoni. Il milanese, infatti, può essere solo ironico o tragico, serioso, ma mai serio». Le loro canzoni sono giochi di parole montati su musiche di ascendenza europea, perché la tradizione cantautoriale ambrosiana si modella sulla grande tradizione francese. I Teka P, tuttavia, utilizzano anche sonorità jazz e blues, musiche mediterranee, melodie rock.
Alla fine della chiacchierata ogni autore si è esibito in due canzoni esemplari del loro repertorio per un pubblico di canute signore in paltò e giovani in scarpe da tennis, pronti a raccogliere il testimone dei loro nonni e a far sopravvivere la cultura dialettale.


[alessia scurati]
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TEATRO SAN BABILA

Brithish humour in salsa italica

Oggi sono altri gli scandali che investono i banchieri, ma meglio riderci su con questo adattamento italiano di Niente sesso, siamo inglesi, in scena dal 10 marzo al 5 aprile da Teatro San Babila di Milano, dopo un tour in giro per l’Italia, passando da Roma, Empoli e Firenze. L’opera, scritta da Anthony Marriott e Alistair Foot e sulle scene ormai dal 1971, nell’allestimento diretto da Renato Giordano e con le scenografie di Aldo Buti, è adattata da Gianfelice Imparato, attore napoletano che abbiamo visto nel ruolo di Don Ciro in Gomorra di Matteo Garrone.

La trama suona più o meno così: nella Roma vaticana, un rispettabile direttore di banca e la sua novella sposina ricevono per posta un pacco di materiale pornografico. Nulla di grave, non fosse che l’appartamento in cui i due vivono è di proprietà del clero. Il flemmatico e perbenista banchiere (Valerio Santoro) deve perciò vedersela con preti e suore che si presentano per “casuali” ispezioni, con una madre invadente e inopportuna (interpretata da Erica Blanc), col “moralista” direttore della banca vaticana (il volto televisivo Luigi Montini) e con due ragazze squillo che piombano nell’appartamento a guastare la quiete familiare, ma forse a togliere dalla noia la giovane sposa (Eleonora Mazzoni). Tra gag e colpi di scena, il fastidioso pacco finirà nel bel mezzo di una parata di guardie svizzere, e molte maschere moralistiche cadranno rovinosamente, per il divertimento del pubblico.

Adattare il British humour in salsa italica (pur mantenendo il titolo originale per ragioni di convenienza), e attualizzare la pièce al giorno d’oggi è stato l’impegno di Gianfelice Imparato, che ha rimaneggiato la precedente, pure fortunata, versione di Garinei e Giovannini, dandole un ritmo più brioso e sostenuto. Di Imparato è anche il ruolo di Felice, mattatore sul palco, già interpretato da Johnny Dorelli e Gianfranco D’Angelo nelle edizioni del 1972 e del 1990. Come nella versione inglese, la commedia assesta diversi colpi al perbenismo di certi ambienti: quello bancario nell’opera originale, quello della Roma vaticana nella versione nostrana. Un invito all’autoironia attraverso una serie di esilaranti battute, colpi di scena, e il ritmo narrativo estremamente incalzante della regia di Giordano.

«Abbiamo avuto un pubblico numeroso, e anche giovane», osserva il regista. «La nostra è prosa comica, non cabaret. Uno stile che garantisce divertimento per tutti, senza risultare polveroso e antico». Una commedia brillante ma senza volgarità, adatta a pubblici di tutte le età, che prende in giro la società senza offendere nessuno e garantisce una evasione ammiccante e arguta. «Il passaparola è stato fondamentale per la riuscita del nostro tour», continua il direttore del Teatro San Babila, Gennaro D’Avanzo. «Quando il prodotto è di qualità, la voce corre. Spesso invece gli spettacoli con un forte marchio ricorrono ad una pubblicità eccessivamente mediatizzata, che ha grandi impatti soprattutto nelle prevendite. Ma se poi il prodotto non è all’altezza, il pubblico cala già dopo poche rappresentazioni. Noi abbiamo riempito i teatri fino alla fine». Un successo che ci auguriamo verrà replicato al San Babila.


[floriana liuni]
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ABUSI

Violenze sessuali, vittima minorenne a Milano

Gli abusi andavano avanti da quattro mesi. Ma la ragazzina, Anita, ha trovato il coraggio di parlare soltanto quando la madre si è accorta delle violenze che subiva dal convivente di lei. Lui, Gerardo Gilberto Alvarez, ecuadoregno di 50 anni, di notte la palpeggiava, mentre tutti dormivano nella stessa stanza di un bilocale di via Procaccini. Sette, forse otto gli episodi, culminati persino in un rapporto sessuale completo. L’uomo, intimorendo la bambina, la richiamava nel letto matrimoniale oppure si introduceva nel suo. La convivente, una 30enne del Guatemala, non si è mai accorta di nulla e nemmeno il secondo figlio, di dodici anni. Fino a una notte di febbraio, quando, svegliandosi nel cuore della notte, la donna ha trovato la figlia sottomessa alle cattive intenzioni dell’Alvarez. Inutile il tentativo del 50enne di dissimulare l’evidenza, perché la compagna è subito andata via di casa, portando con sé i due figli. Dopo aver trovato rifugio in viale Sarca ospite di amici, la donna il giorno dopo ha denunciato l’Alvarez ai carabinieri.

Avendo saputo da amici e conoscenti di essere ricercato, il violentatore si è reso irreperibile. Ha abbandonato l’appartamento dove da settembre era a sua volta ospite del figlio 29enne, che lì abitava con la compagna. Ma dopo un mese di fuga, il 18 febbraio l’Alvarez si è presentato spontaneamente alla stazione Sempione: «So che mi state cercando», ha detto ai carabinieri. Carta d’identità italiana ancora valida, ma permesso di soggiorno scaduto, Alvarez era un elemento pericoloso: dagli accertamenti sono emersi precedenti penali per furto, rapina e rissa. Ora è rinchiuso a San Vittore, ma Anita a febbraio ha dovuto abortire.


[daniele monaco]
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CITTÁ STUDI

Copisterie pirata: tre denunce a Milano

Un’intera libreria di testi fotocopiati e catalogati, pronti per essere venduti a metà prezzo rispetto all’originale agli studenti universitari di Città Studi. Ma anche magazzini pieni di pc portatili, macchine fotografiche, borse, capi d’abbigliamento: tutti rubati o contraffatti. Il valore commerciale della merce sequestrata da parte della Guardia di Finanza di Milano, nell’ambito dell’operazione Sumeri 2, ammonta a ben 500mila euro.

Le Fiamme gialle hanno scoperto nei pressi del Politecnico l’attività illecita di tre copisterie che si appoggiavano a un laboratorio “clandestino” di trecento metri quadri. L’intervento è stato condotto inizialmente dagli ispettori Siae che hanno segnalato alcuni locali non dichiarati dove avveniva la riproduzione illecita su larga scala di testi scientifici e universitari. Il laboratorio, attiguo a uno dei tre esercizi, ospitava ben sette macchine fotocopiatrici professionali, dotate di due caricatori ciascuna, in grado di riprodurre libri in quantità industriali. Il Primo nucleo operativo della Guardia di finanza, guidato dal tenente Nocerino, ha quindi requisito scaffali pieni di 2.700 libri protetti da diritto d’autore, più un database di 1.000 copie in formato digitale. Le opere infatti venivano scannerizzate e catalogate su un listino prezzi, pronte per essere stampate e servite a chi ne facesse richiesta. Meglio non avere troppa fretta però, perché sui buoni per le ordinazioni un’avvertenza particolare rivelava che il lavoro non mancava: «Chi ha fretta può rivolgersi altrove», c’era scritto. Il tutto, insieme a due computer e ai supporti informatici per memorizzare i file digitali raggiunge un valore di 200mila euro, un terzo del totale sequestrato in tutto il 2008 in Italia per reati legati alla violazione del diritto d’autore. Il restante, nascosto in altri locali, intestati a prestanome e adibiti a magazzini, ammonta a più di 300mila euro e consiste in 2.500 oggetti di varia natura: computer portatili, tastiere elettroniche, borse, scarpe e vestiti. Sconosciuta la provenienza e il luogo di produzione della merce, di buona qualità e provvista di loghi Nike o Dolce & Gabbana abilmente contraffatti.

Così, per il responsabile dei magazzini si è aggiunta la denuncia di ricettazione oltre a quella per illecita riproduzione di opere coperte da diritto d’autore, comune ai responsabili delle altre due copisterie. Nessun cliente è stato coinvolto dall’operazione, volta a colpire i produttori: spesso gli studenti non sanno che si può riprodurre al massimo il 15% di un libro. Infine, un dato fornito dal Comando provinciale della Guardia di finanza: «In Italia i proventi dai diritti d’autore sono 4,4 milioni all’anno, in Spagna 46, in Gran Bretagna 54. Delle due l’una, o in Italia si legge di meno o si compra più contraffatto».


[daniele monaco]
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SETTORE AGROALIMENTARE

TuttoFood 2009, come ti globalizzo il prodotto locale

«Valorizzare il prodotto locale globalizzandolo e vendendolo nel mondo, compattamente, come italiano prima che siciliano, piemontese, lombardo o laziale». È questa la linea che il ministro delle politiche agricole alimentari e forestali Luca Zaia ha lanciato perché il settore dell’agroalimentare italiano aspiri ad un buon momento di visibilità internazionale soprattutto in vista della seconda edizione di TuttoFood 2009, la manifestazione che si terrà dal 10 al 13 giugno in Fieramilano.

«Il nostro atlante nazionale – ha dichiarato il ministro Zaia – può contare su oltre 4000 prodotti tipici e su circa 200 prodotti di origine protetta. Il nostro indotto cresce anno dopo anno a due cifre ma all’estero 9 prodotti su 10 del made in Italy sono clonati. Anche nel nostro Paese le cose non vanno meglio: il 90% dei consumatori italiani adora e mangia il formaggio a pasta dura grattugiato, ma il 60% di essi non distingue il grana dal parmigiano: per questo dobbiamo compattarci e favorire una comunicazione diretta e completa sui nostri prodotti».

Tra prodotti Dop, Indicazione Geografica Protetta, Specialità Tradizionale Garantita l’Italia è senza dubbio uno dei principali attori internazionali; ma, come dimostra il Frigorifero degli Orrori , la lotta ai prodotti contraffatti non è un fenomeno che avviene solo al di là dei confini nazionali. «La tutela del prodotto nazionale – spiega il ministro Zaia – è fondamentale. In Puglia devono ancora vendere l’olio prodotto l’anno scorso mentre c’è chi fa la vendita porta a porta con delle schifezze».

La formula vincente del ministro prevede il ricorso all’economia di scala in sinergia ad un movimento nazionale unitario, che tuteli i localismi ma che promuova innanzitutto il made in Italy. «L’etichetta obbligatoria di provenienza a tutela del consumatore – ha concluso Zaia – è stata inserita nel decreto di legge che adesso è all’analisi delle Camere. Per il resto faremo come dice Obama: prima pensiamo a noi, poi guarderemo il resto».

La seconda edizione del TuttoFood Milano World Food Exibation punta proprio su questo: la riconducibilità dei prodotti italiano da mettere assolutamente in competizione con quelli francesi e tedeschi, che oggi possono disporre di vetrine fieristiche più importanti e conosciute. Tre concorsi animeranno questa rassegna e verranno assegnati i premi per il miglior prodotto innovativo, per il miglior prodotto di nicchia e il TuttoFood Cheese Award. Il tutto per fare sapere che l'agricoltura tricolore c'è, ed è compatta e di qualità.


[roberto dupplicato]
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SERVIZI AL CITTADINO

Brunetta-Moratti: ed è subito intesa

L’innovazione dei processi per i servizi al cittadino del Comune di Milano passa attraverso il protocollo d’intesa firmato dal sindaco Letizia Moratti e dal ministro per la Pubblica amministrazione Renato Brunetta. Il piano siglato prevede 80 interventi raccolti intorno a quattro ambiti di intervento per avvicinare la pubblica amministrazione ai cittadini dei grandi comuni d’Italia. In altre parole, la sinergia tra Moratti e Brunetta si traduce in due progetti centrati su temi informativi e sul tema emoticon, tanto caro al ministro.

Fondamentale è il progetto Linea amica che si articola con uno sportello reclami, attivo dal febbraio 2007 e l’infoline 020202, implementata nel luglio 2007 e ampliata con funzionalità multicanale. Ma la vera rivoluzione nei servizi comunali sarà l’attivazione del sistema di customer satisfaction basato sul linguaggio grafico delle emoticon, una chicca molto cara al ministro Brunetta. «Lanceremo il sistema emoticon entro la fine del mese mediante un sistema di apposite postazioni collocate fuori dagli sportelli comunali – ha spiegato Brunetta –. I cittadini così segnaleranno il gradimento del servizio comunale, selezionando la “faccina” che meglio ricalca lo stato del servizio ricevuto. Il sindaco Moratti avrà un monitor su cui compariranno i giudizi dei milanesi e così potrà intervenire laddove ci sarà bisogno di migliorare il servizio». Faccette allegre, neutrali o con il broncio: così i milanesi giudicheranno la qualità degli sportelli comunali. Ma il vulcanico Brunetta si spinge oltre: «Il progetto è estendibile anche ad altri comuni italiani, ma chi non vorrà installare gli apparecchi probabilmente avrà da nascondere qualcosa».

A margine della presentazione delle politiche dell’e-government l’attenzione si è però spostata sul tema delle pensioni. Un argomento che Brunetta ha affrontato con qualche riserva. Punzecchiato dai giornalisti, il ministro ha spiegato: «L’alta corte europea condanna l’Italia per l’età pensionabile delle donne nel pubblico impiego: questa è la notizia. Cosa dovremmo fare? Scegliere se alzare l’età delle donne a 65 anni o abbassare quella degli uomini? L’unica certezza è che Bruxelles addita l’Italia e il Governo sta affrontando una fase di riflessione per decidere sul da farsi. Deve essere chiaro (riferito al leader della Cisl, Raffaele Bonanni ndr) che in Italia l’elettorato che ha dato il mandato a questo governo è per la maggior parte composto da donne. Con l’innalzamento dell’età pensionabile a 65 anni, deriverebbe una compensazione del ciclo di vita attivo, permettendo che il denaro risparmiato possa essere riutilizzato per welfare famigliare. Non credo che ci si siano donne che dicano di no». Che il mercato del lavoro sia allo stallo in seguito alla crisi economica è chiaro, ma è oscuro come mai in Italia sia così problematico potersi allineare con tutti gli standard europei. Cosa ci resta da fare? «Forse, per assumere i ventenni immediatamente, dovremmo mandare tutti in pensione a 50 anni? Ce lo dica lei, signor Ministro».

Ma non è tutto. La vetrina milanese ha permesso al ministro Renato Brunetta di lanciare anche il piano di monitoraggio sul precariato e i lavoratori atipici nella pubblica amministrazione: «Occorre rendersi conto della situazione e cercare percorsi di regolarizzazione – spiega il ministro –. Non trovo comunque giusto che nel privato il lavoro a termine sia una realtà, mentre nel pubblico assolutamente no. Colpevole è quell’amministrazione che mantiene il precariato dei propri dipendenti; ma, attenzione, perché la pubblica amministrazione è vissuta come quel luogo dove vi si entra per cercare di stabilizzarsi per sempre. Questo è inaccettabile». Detto in altro modo, occorre aprire gli occhi davanti a chi, chiodi e martello alla mano, si è attaccato alla sedia. Altro che flessibilità e agilità del mercato del lavoro: qui ci vorrebbe un falegname.


[francesco cremonesi]
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UNIVERSITÁ CATTOLICA

Morgan, Orwell and Cigarettes

Cercare di condensare le due ore di valanga estetica di Morgan è un’impresa. Gli appunti si perdono, il filo conduttore salta di palo in frasca: è difficile uscire intellettualmente indenni. Marco Morgan Castoldi, voce dei Bluvertigo e volto di X Factor, è salito in cattedra all’Università Cattolica per gli studenti dell’Almed, l’alta scuola in media comunicazione e spettacolo. Difficile immaginare l’istrionesco personaggio calato nei panni di un docente, sarebbe un azzardo solo pensarci, eppure, tra battute e un registro al limite della decenza accademica, Morgan ha dipinto un quadro illuminante dello stato della televisione italiana. Per capirci: basta mettere La critica del giudizio di Kant, Orwell, mezzo litro di Red Bull, Alka Seltzer e un pacchetto di sigarette in un frullatore. Accendere alla massima velocità e voilà, ecco il contenuto della Morganeide. Cappotto, gilet, altro gilet leopardato, camicia improponibile e nodo mazziniano al collo (non chiamatelo cravatta o nastro, sarebbe una bestemmia). Appesa la mercanzia all’attaccapanni, si può iniziare.

«L’inquietudine è l’elemento fondamentale di un’arte che non sa più dove sta andando, senza direzione. Non siamo più capaci di capire cos’è bello e cos’è brutto – ha esordito Morgan – .Bisogna imparare fin da piccoli a saper scegliere, a saper dire di no e selezionare la musica e l’arte». Ma che cos’è per Morgan la televisione? «La televisione è violenza e io sono un violentatore. Chiaro, perché io entro nelle vostre case e dal tubo catodico faccio quello che voglio. Io sono cattivo? Che ne so?!. Di sicuro per fare televisione bisogna essere mediamente determinati. Amleto, con i suoi dubbi non farebbe televisione, non agirebbe, anzi, alla fine ammazzerebbe tutti. Io non credo che farei così (meno male ndr). Mi comporterei piuttosto come Don Chisciotte, il protagonista del romanzo dei romanzi, perché è stato concepito da Cervantes come via di fuga dalla galera. Per vivere, Cervantes deve scrivere e don Chisciotte è molto più vero di tutto quello che ci passa la pubblicità».

Insomma la tv fa schifo, la tv ha la forza di un leone (parafrasando Jannacci), eppure Morgan è attore di punta di questa televisione. «La cultura è vecchia e l’arte pure, mentre la televisione è un prodotto di consumo. Talvolta, però, sia l’arte che la cultura riescono a infilarsi – ha continuato Morgan –. In questa rincorsa a chi fa più schifo, però qualcosa di bello a volte spunta. X Factor è uno di questi casi: è bello perché parla di musica e io faccio musica. A me importa la musica e ci sto a parlare di musica, a differenza di quello che dice la Ventura».

Ma non è tutto oro quel che luccica. Secondo Morgan l’edizione di quest’anno ha perso di verità, perché il day time si svolge sempre a telecamere accese, togliendo spontaneità al rapporto con i concorrenti. Spiega Morgan: «Questa situazione mi impedisce di capire chi sono i ragazzi, inoltre mi rattrista pensare che oltre a quello che viene ripreso dalle telecamere non c’è nulla. In questo rapporto con l’occhio del Grande Fratello orwelliano, si crea un sistema di maschere e mi rendo conto di essere cattivo, poiché sento che ho bisogno della tv e me ne sto servendo. Invece deve essere chiaro che dobbiamo assumere la consapevolezza che siamo artisti e non strumenti della televisione».

Parafrasando le parole di Morgan, scavando oltre la facciata del personaggio sopra le righe, emerge un pantheon citazionale di tutto rispetto. Non si sa se sia frutto di coincidenze o di effettivo approfondimento, ma Cervantes, Pirandello, cenni di Kant e Orwell, passando attraverso Bad taste di Peter Jackson, sono punti fondamentali nell’analisi dell’universo mediatico. Insomma in attesa del prossimo concerto dei Bluvertigo, il Morgan che ci rimane è quello in onda il lunedì sera su Raidue.


[francesco cremonesi]
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CIRCOLO DELLA STAMPA

Mutui per coppie omosessuali: da oggi si può

Firmata oggi, al Circolo della Stampa di Milano, la convenzione tra Arcigay e BHW, succursale italiana della Bausparkasse. L’accordo, stipulato tra il presidente dell’Arcigay, Aurelio Mancuso, e Giovanna Nalin, responsabile nazionale dell’area marketing del gruppo bancario, renderà possibile, per le coppie omosessuali, attivare mutui a tasso agevolato. Un vero e proprio unicum, se non per la storia moderna europea (già da tempo in Germania esiste una cosa del genere) almeno per quella italiana. Presenti anche Paolo Ferigo, presidente dell’Arcigay Milano, e il suo compagno, in qualità di coppia rappresentativa: «Per la prima volta – ha commentato Mancuso – in un paese sviluppato come il nostro, le coppie omosessuali si sono viste riconoscere un aspetto solidaristico del loro legame, esattamente come avviene per gli etero».

I soci dell’Arcigay, dunque, (un bacino molto vasto di circa 180 mila utenti), potranno usufruire di uno sconto dello 0,15% sul tasso ufficiale, attualmente di circa il 5%, presentando la normale documentazione più una dichiarazione, per entrambi gli attori della coppia, di essere cointestatari dell’immobile. Ma la particolarità di questa singolare accoppiata è rappresentata dal fatto che, per ogni mutuo stipulato, la BHW riconoscerà una provvigione che Arcigay destinerà ad un fondo dedicato al sostegno dei giovani omosessuali cacciati di casa dai genitori a causa del loro orientamento sessuale. In questo modo, si potranno aiutare altri gay e lesbiche in difficoltà, a causa del pregiudizio e della discriminazione omofobica inflitta dalle loro famiglie di origine, che non accettano la loro presunta condizione di “diversità”.

Per sorvegliare l’erogazione di questi fondi, sarà istituita un'apposita commissione di giuristi e psicologi, al fine di valutare attentamente i criteri con cui assegnare le risorse dedicate ai giovani che contatteranno l’associazione, pubblicando periodicamente gli importi ricevuti e gli investimenti fatti.

«Si tratta – prosegue Mancuso – di una vera e propria sfida contro chi sostiene che le coppie omosessuali non durino a lungo. Noi vogliamo dimostrare che questo non è affatto vero, ma per farlo non abbiamo bisogno di alcun privilegio, come molti hanno, invece, inteso questa operazione. Semplicemente abbiamo bisogno che ci si consideri parte integrante della società, cittadini a tutti gli effetti che producono molto, spendono anche tanto e pretendono di assolvere ai propri doveri».

È un forte senso di appartenenza, dunque, quello dimostrato dall’Arcigay, che lamenta inoltre la scarsa cooperazione da parte delle aziende italiane. A partire da oggi, infatti, è stato istituito anche un servizio di monitoraggio, al fine di pubblicare i nomi di tutti gli enti e le aziende gay friendly che seguono l’esempio di BHW. Dal 1997, infatti, la banca tedesca ha stipulato una serie di convenzioni con le maggiori istituzioni, da ministeri a grandi aziende, da sindacati a enti pubblici e ora annovera, tra le sue cooperazioni, anche quella con la maggiore associazione gay e lesbica italiana.


[viviana d'introno]
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CRONACA

Arrestato per stalking, minacciava un'immigrata

Fine dell'incubo per una boliviana di ventisei anni. La donna veniva perseguitata da quattro anni da un trentottenne ecuadoregno, Manuel Mora Suquinagua, arrestato ieri a Milano con l’accusa di stalking. Manuel Suquinagua, già dai primi incontri con la donna in un hotel della città, la costringeva ad avere rapporti sessuali con lui, sotto maltrattamenti e minaccia di ricatto, facendo leva sulla clandestinità della vittima.

L’ecuadoregno perseguitava la giovane boliviana al punto tale da minacciare un italiano di trent’anni che si era poi legato a lei: le minacce si erano estese anche alla famiglia dell’uomo. Dopo avere trovato il coraggio della denuncia, la svolta: per Suquinagua, arrestato in flagranza di reato e indagato per violenza sessuale ed estorsione, scattano le manette. Per inchiodarlo la polizia ha utilizzato sia le ricevute del motel Miami, dove più volte ha abusato della donna dopo averla selvaggiamente picchiata, ma anche alcuni oggetti personali della vittima, rinvenuti nella sua abitazione. Tra questi, una sim card che l’ecuadoregno le aveva sottratto nel corso di uno dei ripetuti episodi di violenza.


[tiziana de giorgio - viviana d'introno]
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IMPEGNO SOCIALE

Un pizzico di psicologia per essere più felici

Le pagine di cronaca dei quotidiani registrano sempre più spesso drammatici episodi di violenza che avvengono nelle città, sotto gli occhi di tutti, anche se nessuno sembra vederli. La gente non vuole problemi e si chiude in se stessa, preferendo voltare la testa da un'altra parte di fronte alle piccole e grandi manifestazioni di disagio degli altri. Ma, per molti che si comportano così, alcuni scelgono di mettersi al servizio di progetti come quello che vi descrive il dossier di M@g.

1. Quando la psicologa scende in campo


2. Per una famiglia più "Solidare"

3. "Gruppi di parola" per superare il trauma del divorzio



[daniela maggi - daniele monaco] continua

MOSTRE

Gli ultimi samurai

Seduti sotto i loro pesantissimi elmi, in assetto di guerra o pronti per una cerimonia alla corte imperiale, a piedi o cavallo, qualcuno addirittura in maschera o con fittizie ali da farfalla attaccate alle maglie che coprono il loro dorso. I samurai della collezione Koelliker si mostrano a Palazzo Reale grazie alla collaborazione della Fondazione Antonio Mazzotta. La maggior parte delle armature, montate su manichini dai lunghi baffi, appartiene al cosidetto Periodo Edo, momento di svolta nella storia dell’impero del Sol Levante. Edo è l’antico nome di Tokio, capitale costruita all’epoca dell’istituzione dello shogunato, durante il quale il signore della guerra o shogun pretendeva che i suoi feudatari, i samurai per l’appunto, stessero alla sua corte per essere meglio controllati. Siamo nel 1603 e i samurai saranno l’ago della bilancia della politica interna giapponese fino alla caduta dello shogunato e alla ripresa del potere assoluto da parte dell’imperatore nel 1868.

Le panoplie esposte a Milano si distinguono per la loro squisitezza artistica, poiché appartenevano ai cosiddetti daimyo, dei samurai di alto rango all’interno della corte. Si va da armature con le rarissime protezioni in pelle di razza, considerata un materiale di pregio per realizzare pannelli di protezione, alle lacche colorate cesellate e dorate, alle bordature sgargianti. In una sala si trova persino una preziosa armatura di protezione per la montatura del samurai di turno, nappe rosse e sella dorata, ma soprattutto una sorta di copertura per il muso del cavallo che ne trasforma le sembianze in un cornuto dragone adirato.

L’elemento sul quale ci si sofferma di più è il kobuto, l’elmo del samurai, al quale è dedicata un’intera sala della mostra. Questi elmi sono opere d’arte finemente elaborate, soprattutto negli elementi decorativi che venivano posti sulla parte che copre la fronte. Troviamo, dunque, libellule e farfalle, moltissimi dragoni apotropaici, ma anche delle rare conchiglie ricoperte in oro massiccio. Altri elmi, invece, venivano decorati con delle corna che ricordano i guerrieri vichingi, sebbene le corna scelte dai giapponesi si diramino, preferibilmente in sottili palchi. Oltre agli elmi, in alcune vetrine troviamo scettri di comando piumati, accessori per moschetto sbalzati, gli archi e le frecce, le famose katane, spade dalla lama tagliente, ventagli laccati di rosso.

Nell’ambito della mostra, però, oltre a una visuale complessiva sul mondo dei samurai in epoca passata, si getta una prospettiva verso un passato molto più prossimo, quello dei cartoni animati manga. Anche per i disegnatori moderni dell’ambito, infatti, il modello delle armature dei samurai è stato un punto di partenza per i disegnatori dei robot più famosi degli anni Ottanta. Da Mazinga a Jeeg Robot, tutti questi disegni hanno preso vita dalle ceneri dei samurai, sia per quello che riguarda l’espetto esteriore che per quanto riguarda il codice etico. Delle riproduzioni ad altezza d’uomo di questi personaggi si trovano nella sala finale della mostra per la gioia dei tanti bambini che accorrono alla mostra richiamati dall’aspetto mitico di questi personaggi che, in un modo o nell’altro, sono personaggi comuni della loro infanzia.


[alessia scurati]
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MULTICULTURALITÁ

Milano, un melting pot di religioni

L’Università parla del nuovo ruolo della religione. E diviene essa stessa spazio aperto al dialogo e al confronto multiculturale. Religioni nello spazio pubblico. Milano verso l’Expo è uno dei tanti momenti di riflessione e discussione in vista del grande appuntamento del 2015. Il crescente pluralismo religioso fa sì che i modelli giuridici diventino uno strumento fondamentale per gestire queste nuove trasformazioni. È necessario discutere su quale possa essere il modello di laicità delle istituzioni pubbliche.

Clemente Lanzetti, sociologo, ha parlato del confronto tra cultura religiosa e cultura laica. Quest’ultima si è diffusa soprattutto a partire dagli anni Sessanta, attraverso un processo di secolarizzazione. La religiosità non è scomparsa, ma è entrata sempre di più in un ambito personale, attraverso una progressiva privatizzazione del sacro. Gli ultimi casi di attualità ci pongono nuovi interrogativi. La religione è infatti ritornata ad essere protagonista dei dibattiti politici: basti pensare alle scoperte delle nuove tecnologie in ambito sanitario che conducono inevitabilmente ad una riflessione sui temi della vita e della morte; o ancora, al fenomeno delle migrazioni che ci pone davanti ai temi dell’accoglienza e dell’integrazione.

Il rispetto delle diversità, la difesa delle minoranze, la garanzia degli stessi diritti a tutte le etnie presenti su un territorio: questi sono i punti cardine di una nazione moderna. E’ necessario inoltre ridefinire il controverso rapporto tra Stato e Chiesa. Le religioni fanno parte del tessuto sociale ed entrano quindi nella sfera pubblica. La necessità di uno Stato laico convive con una religione presente nello spazio della società civile, che vive nelle azioni di un cittadino attivo e responsabile. Secondo Lanzetti, «c’è chi auspica una presenza religiosa nella sfera pubblica e chi vede un traguardo nella fine delle fedi. La questione tra credenti e atei non si risolve togliendo Dio dalla società, perché i processi di sacralizzazione permangono nell’ethos pubblico. La sacralità resta sempre un’obbligazione, un’introiezione, in quanto è parte delle nostre radici culturali».

Il costituzionalista Valerio Onida ha sottolineato l’importanza di parlare di religioni piuttosto che di religione, dato il contesto multiculturale nel quale siamo immersi. Occorre anche ridefinire il concetto di spazio pubblico, inteso come società civile o come diritto pubblico. Nel primo caso si parla di pluralismo sociale, in quanto la collettività è costituita da più formazioni che contribuiscono allo sviluppo e alla libertà di espressione. Se si considera lo spazio pubblico come entità giuridica, è necessaria una distinzione degli ordini. «La laicità è irrinunciabile, imprescindibile. La diversità religiosa fa parte del pluralismo e uno dei primi compiti della Costituzione è quello di garantire l’uguale libertà delle diverse confessioni. Lo Stato non può discriminare e deve offrire ai cittadini le stesse condizioni. «Si pensi alla vicenda delle moschee: la politica deve mostrare maggiore sensibilità. E’ necessario impedire che le diversità diventino causa di guerra. Il dialogo è uno strumento fondamentale per la garanzia dei diritti umani».

Parlando di spazio pubblico, Giovanni Santambrogio, giornalista del Sole24Ore ribadisce che anche la stampa è luogo di dibattito culturale. «Nell’informazione le religioni si confrontano, si medializzano. Giornali, web, radio e tv diventano i moltiplicatori o i congelatori di un evento, favorendo il dialogo o fomentando lo scontro, in una logica che spesso deforma, invece di informare». In un incontro focalizzato sulla multiculturalità, ampio spazio è stato dedicato a studiosi internazionali. Martine Cohen, esperta di ebraismo, ha ricordato la necessità del supporto da parte delle comunità europee in un momento storico così delicato. «La memoria della Shoah non può finire e vorrei ricordare che l’identità ebraica è una scelta che ha bisogno di essere accettata». Khaled Fouad Allam ha parlato di una mondializzazione dell’Islam. «Si dovrebbe costruire in Europa una memoria condivisa con la cultura islamica. Spesso si fa coincidere la questione religiosa con quella della sicurezza, ponendo il problema del rapporto tra diversità culturale, coesione sociale e democrazia».

L’Expo porterà a Milano, nel cuore d’Europa, milioni di persone. La città non può arrivare impreparata ad un evento di tali dimensioni: si deve mostrare, invece, come un nucleo propulsore di idee che attingono ad un solo, ricco bacino: la multicultura.


[vesna zujovic]
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PALAZZO REALE

Un secolo di futurismo

Ad un secolo di distanza dalla nascita, Milano riscopre il futurismo. E lo fa nei giorni in cui, cento anni fa, Filippo Marinetti - il demiurgo che ha rivoluzionato l’estetica del ‘900 - lanciava questo nuovo movimento artistico nel panorama europeo. Era il 5 febbraio 2009 quando il futurismo, definito come la corrente della velocità e del dinamismo che creò uno steccato rispetto a tutto ciò che l’aveva preceduta, fu ufficializzato con la pubblicazione su . Nello stesso giorno, cento anni più tardi, Milano ha deciso di inaugurare una mostra grandiosa che occupa, eccezionalmente, l’intero piano terreno di Palazzo Reale ed è l’evento centrale di un ricchissimo programma di iniziative promosso dal Comune di Milano, con manifestazioni di teatro, cinema, danza, moda, che faranno della città, per l’intero 2009, la capitale del Futurismo.

Ciò che lascia un po’ perplessi è l’elevato numero di opere (quasi 500) che rende la rassegna dispersiva, oltre al mancato risalto che viene dato ai rapporti che il Futurismo ha avuto con il fascismo ed il cubismo. Passeggiando tra le sale del Palazzo Reale, però, emergono i tratti salienti di quella che è stata la principale avanguardia culturale italiana del Novecento. Se ne rilegge l’intera estensione: dalle origini, che affondano nella cultura artistica di fine Ottocento, fino alla fine degli anni Trenta e oltre, con il lascito che il movimento seppe affidare alle generazioni future attraverso alcuni dei protagonisti che dopo la metà del secolo guardarono al Futurismo.

Le origini Il Futurismo si colloca sull’onda della rivoluzione tecnologica dei primi anni del XX secolo. Sono gli anni della Belle Epoque e dei caffè milanesi, è agli albori il secolo delle catene di montaggio, della globalizzazione e della comunicazione di massa. Il Futurismo, lanciato in campo europeo nel 1920 con la pubblicazione del Manifesto su Le Figaro, coinvolge letteratura, pittura, scultura e architettura. In campo artistico il Futurismo si rifà al divisionismo che non prevede l’impasto dei colori sulla tavolozza. Dal Manifesto si apprende la volontà di e di coinvolgere nelle opere . Questo aspetto è visibile soprattutto ne Le Tre Donne di Boccioni.

Principali esponenti Nei saloni di Palazzo Reale si trovano le opere di Umberto Boccioni, Luigi Russolo e Giacomo Balla, il cosiddetto triumvirato milanese. Mentre il primo ama dipingere con una linea flessuosa che sembra tradurre un’immagine sempre in movimento, Balla è un cultore della fotografia e lo si capisce rintracciando la fissità delle figura nelle sue opere. Molto, però, cambia in seguito al loro viaggio a Parigi che li mette a confronto con il cubismo. Da quel momento in poi, varierà anche l’identità del futurismo, le cui forme diventeranno maggiormente strutturate e le opere scultoree acquisiranno maggiore plasticità. Nel campo dell’architettura, meritano la citazione Antonio Sant’Elia - fu lui, nel 1914, a stilare il Manifesto dell’architettura futurista -, cultore della creazione di edifici isolati slanciati verso l’alto e Virgilio Marchi, presente con La città fantastica e L’edificio visto da un aeroplano virante.

«Futurismo 1909-2009. Velocità+Arte+Azione»
Palazzo Reale, p.zza Duomo, Milano
dal 6 febbraio al 7 giugno 2009
ore 9:30/19:30
lunedì ore 14:30/19:30
giovedì fino alle 22:30
Info: 02/54919



[fabio di todaro]
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POLITICA

Se a sinistra c'è un Mondo Nuovo

Se il centro sinistra italiano sta vivendo un momento cruciale, con il cambio di dirigenza del Partito Democratico, la sinistra sta attraversando addirittura una travagliata transizione verso un nuovo panorama partitico tuttora indefinito. Ma i momenti di crisi sono anche i più adatti per fermarsi e guardare al passato alla ricerca delle proprie radici, per ritrovare una parte di se stessi. Ecco allora Fausto Bertinotti, in veste di militante uscente dal partito che lui stesso ha fondato e guidato come segretario per tredici anni, Rifondazione Comunista, intervenire alla presentazione milanese del «Mondo Nuovo» e le origini del Psiup, libro di ricerca storica dell’ex sindacalista Anna Celadin.

Il volume ripercorre in quattro capitoli la storia del Partito socialista dal 1956 al primo governo di centro sinistra del 1963. Nel gennaio successivo nacque il Partito socialista di unità proletaria, di cui l’autrice ricostruisce il progetto politico attraverso gli editoriali del Mondo Nuovo, settimanale del partito. Il periodo di riferimento arriva al 1967, ultimo anno del deludente progetto riformista propugnato dal Psi, una volta salito al governo. Negli stessi anni la direzione vide l’avvicendarsi del fondatore Lucio Libertini, Tullio Vecchietti e Piero Ardenti. Diventando giornale di partito il Mondo Nuovo perse tuttavia la vivacità intellettuale e il rapporto con il mondo operaio, mentre lo Psiup, che ottenne nel 1968 il 4,5% dei voti, reagì in modo troppo ambiguo alla Primavera di Praga. Tentando di porsi alla sinistra del Pci provocò infatti una crescente disaffezione del suo elettorato, i giovani che avrebbero poi fatto il Sessantotto.

Bertinotti iniziò la sua carriera a 26 anni nello Psiup e ricorda che nel ’64 era ormai chiaro il fallimento dei tentativi socialdemocratico e comunista: «È necessario per noi mettersi all’altezza di chi, come Giorgio Amendola, già allora proponeva un partito unico a sinistra, rivolgendosi alle formazioni che potevano mettere insieme il 45% dei voti». Non è dato sapere se si tratta di un messaggio velato agli attuali interlocutori politici di sinistra, ma dalla storia socialista Bertinotti trae un altro suggerimento per l’attualità: «Quando muore il centro sinistra, Nenni annota nei suoi Diari: "Non c’è niente da fare al Governo se non arginare la prepotenza della destra". Scopre cioè che il Governo non è la vera “stanza dei bottoni”, come credeva. Lì finisce l’idea di riformare il Paese dall’alto. La verità – spiega l’ex Presidente della Camera - è che l’ala di centro sinistra non è mai idonea alle riforme sociali, perché ha organicamente al suo interno un centro che dal Governo diventa sistematicamente la potenza egemonica: il centro infatti non è in relazione politica, ma sistemica, con la Banca d’Italia, la Confindustria e il Vaticano».

L’ipotesi unitaria viene comunque presa in considerazione da Chiara Cremonesi, segretario provinciale di Sinistra democratica: «Milano dimostra quello che sta succedendo nel Paese: c’è il più alto tasso di immigrati, di donne lavoratrici e di domanda di laicità, con il maggior numero di coppie non sposate, con figli. Stiamo lasciando che tutto questo venga interpretato dalla destra. Dobbiamo rispondere, ma è necessario a sinistra un confronto vero per discutere con chiarezza su quello che vogliamo. L’unità non sia una formalità, un paravento». Raccomandazioni, dunque, ma anche l’allarme di Antonio Panzeri, membro del Pd, eurodeputato del gruppo socialista: «Dobbiamo renderci conto che nel cammino dal Pci al Pd stiamo subendo una grossa sconfitta culturale, ma soprattutto che si sta generando un vero blocco sociale e politico intorno alle bandiere di Berlusconi, così come avvenne per la Democrazia cristiana per tanti anni. Potrebbe non rivelarsi soltanto un problema di leadership». L’osservazione gela gli astanti e strappa una stretta di mano da parte di Bertinotti, che, a latere della conferenza, esprime anche una valutazione sull’attuale crisi economica: «Finora ha colpito i giovani e i precari, di cui è necessario che si occupi il Governo. L’intervento dello Stato nell’economia è inoltre necessario. Lo fa Obama, lo fa Sarkozy: se un Paese decidesse di non attuarlo, ne soffrirebbe il doppio».


[daniele monaco]
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MUSICA

Patti Smith, come ti guardo il mondo da una Polaroid

Tra gli scaffali della libreria non sembra altro che un’attempata turista americana dal gusto vagamente naif. Cappello a tesa larga calato sulla fronte, occhialini tondi e una Polaroid d’altri tempi che continua a scattare. Niente bodyguard, flash o red carpet, solo la consapevolezza di voler sembrare più normale e semplice di quanto si possa pensare. Chiamatela poetessa, rock star, attivista peri i diritti umani, o inventatevi una definizione apposta per lei, l’importante è non attaccarle etichette, non lo perdonerebbe mai. Patti Smith è arrivata a Milano per presentare Dream of Life, film biografico girato dall’amico Steven Sebring e distribuito in Italia da Feltrinelli Real Cinema.

Non una parola, ma una lavagna per poter scrivere il messaggio che racchiude il senso di una vita sulla cresta del rock’n’roll «People have the power», questo è il saluto che Patti Smith lancia a Milano. Un modo per rompere ancora una volta gli schemi, per ribadire che la comunicazione è uno dei pochi modi per sentirsi vivi, e allora perché non spingersi oltre, sfottendo i fotografi delle agenzie che la immortalano. La sua risposta ai flash è l’ennesimo scatto di Polaroid. Foto che fotografa altre foto, l’abbattimento di ogni frontiera e inibizione. Ma il segreto di questa carica arriva dalla perfetta alchimia che solo il rock’n’roll può regalare. «Ci sono due momenti nella mia vita di artista – racconta la Smith – uno dedicato alla solitudine, alla riflessione per scrivere e disegnare. Un secondo è quello dell’energia comunicativa con le persone, il momento da spendere sul palco con la propria band. Essere membri di una rock’n’roll band è l’essenza della comunicazione. Scrivere è molto gratificante e faticoso, ma la band è energia pura».

Eppure, questa è la storia di un'artista che non è stata segnata solo dai successi, anzi. Nel 1979 Patti Smith, a soli 30 anni, se ne andò dalla scena. Proprio perché non è la fama a creare una persona, non è la gloria a plasmare l’animo di un artista. Racconta la Smith: «Decisi di andarmene dalla scena perché non stavo crescendo come persona, così ho preferito tornarmene tra la gente. Sono stata madre e moglie, e in quel tempo mi sono preparata al ritorno. Perché non ho paura delle persone, ma solo di non riuscire a comunicare con esse». Così, inaspettatamente, si scopre l’animo di una donna che fugge dall’immaginario collettivo della rockstar. «Chi sono gli eroi oggi? Un esempio? Essere eroi oggi significa riuscire a tenere unita la famiglia. Gli eroi veri nascono dalle situazioni quotidiane, ma è difficile trovare una definizione – spiega Patti –. Mia madre è stata un’eroina. Ha cresciuto 4 figli con poco, mentre mio padre lavorava in fabbrica. Ma, soprattutto, nonostante le umili origini, entrambi non hanno mai sottovalutato l’importanza della ricchezza intellettuale delle persone. Io spero di aver imparato da loro, cercando di essere un buon genitore capace di comunicare con i figli. Forse adesso ho travato la definizione di eroe. “Eroe” è chi riesce a essere semplice con le persone, colui che fa lavori umili che rendono migliore la vita della comunità. Quel che conta è il recupero della semplicità, lo smarcamento dal materialismo».

Eppure è sempre più vero che le rockstar non vivono con i piedi per terra. Tournè, alberghi di lusso e party mondani. Per la Smith, però, la dimensione della comunità rock’n’roll sembra essersi fermata agli anni Sessanta. «Non penso di vivere sotto una campana di cristallo, sono una persona semplice, ma dalla mente complessa. Non giro con pullman lussuosi, circondata da bodyguard come una popstar, io vivo normalmente. Mi accontento delle piccole cose, di comunicare e condividere quello che provo con il mio pubblico, senza dimenticare che tutti abbiamo una sfera personale dove nessuno può entrare». Questo è il messaggio di fondo del film di Sebring, il regista che ha seguito Patti per 12 anni riprendendola fin dentro casa, alle prese con il suo pantheon personale fatto di famiglia, Rimbaud, Ginsberg, Dylan, Morrison, Hendrix e Coltrane. Ma il mondo che appare agli occhi di Patti Smith è un mondo che negli ultimi anni è andato alla deriva: «L'America negli ultimi dieci anni ha dato un pessimo esempio, con la propria ingordigia o con l'invasione dell'Iraq che è stata immorale quanto illegale – conclude la cantante, oggi 62 enne -; ora abbiamo eletto Barack Obama e ne sono contenta. Obama è molto intelligente, una persona di buon senso, ma non si può dimenticare che gli uomini hanno perso la loro semplicità rendendo il mondo stupido. Il nuovo presidente ha quindi bisogno dell’appoggio del popolo americano e della globalità intera. L’arte dovrebbe aiutarci in questo processo, ma c’è uno iato tra la semplicità e il materialismo che ci circonda». Detto da una donna semplice, che ha rinunciato ai lussi da rockstar, non può che essere d'esempio.


[francesco cremonesi]
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INTEGRAZIONE

Asili, è polemica per il no ai figli degli irregolari

Risale a poco più di un anno fa la polemica che aveva infuocato gli animi degli italiani, in particolare al Comune di Milano, quando una mamma senza permesso di soggiorno si era vista respingere l’iscrizione della figlia alla scuola materna. Immediate le reazioni: accuse, dibattiti e una lunga battaglia giudiziaria che si risolse con l’accoglimento della domanda della donna, marocchina in attesa di regolarizzazione, e madre di una bambina nata in Italia. I suoi avvocati, Alberto Guariso e Livio Neri, avevano fatto leva sull’articolo 2 della Costituzione, che assegna agli stranieri gli stessi diritti inviolabili di cui godono gli italiani stessi, nonché la pari dignità sociale e l’uguaglianza dinanzi alla legge. Inoltre, aveva concluso il giudice Claudio Marangoni nella sua ordinanza: “Ogni limitazione è una discriminazione che deve essere cancellata perché viola la Costituzione, la Convenzione sui diritti del fanciullo e il decreto 286/98, Turco-Napolitano.
Ora la situazione è cambiata, grazie anche alla battaglia legale dello scorso anno, il nuovo regolamento per l’iscrizione alle scuole materne milanesi parla chiaro: porte aperte anche ai figli di immigrati clandestini.

A comunicarlo è l’assessorato alle Politiche Sociali del Comune di Milano, che, questi giorni, sta raccogliendo le domande di iscrizione per il prossimo anno, che, da una stima approssimativa, porteranno la presenza dei figli di irregolari da poche unità a circa un centinaio.
«Noi accogliamo le domande di tutti, chiaramente – ha commentato l’Assessore alla famiglia, scuola e politiche sociali del Comune di Milano –, come ha ordinato anche l’ordinanza del magistrato Marangoni lo scorso anno. Poi, sulla base delle domande raccolte, si stila una graduatoria di punteggio e ci si regola di conseguenza per l’ammissione. A mio avviso, la presenza massiccia di scuole materne sul territorio di Milano costituisce certamente un punto a nostro favore. In nessun altra parte d’Italia c’è una tale concentrazione come qui da noi».
«Questo – prosegue l’Assessore – costituisce certamente un luogo di integrazione, sia per le famiglie che per gli stessi bambini. Il servizio offre un sostegno notevole, dunque, e non si può negare che costituisca indubbiamente un passo in avanti verso una maggiore integrazione».

Accoglienza e integrazione, dunque, le parole principali adottate dal Comune, che ha deciso di spendere oltre un milione di euro nelle politiche di mediazione interculturale. Ultimo, in ordine di tempo, un progetto che punta al coinvolgimento degli stessi genitori i cui figli sono iscritti alle scuole materne, in un ottica di inserimento e di amalgamazione non dolo per i bambini, ma anche, e soprattutto, per le loro famiglie.


[viviana d'introno]
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AMLETO

Al Piccolo di Milano il dilemma dell’uomo moderno

«Il tema della morte è un tabù nella nostra società. Basti pensare ai dibattiti sul testamento biologico che invece di affrontare il problema reale, spostano l’attenzione dei cittadini aggrappandosi agli aspetti più futili». Il duro attacco di Sergio Escobar, direttore del Piccolo Teatro, trova rassicurazione nel lavoro di artisti come Pietro Carriglio, che ha offerto la propria creatività coordinando l’aspetto registico e scenico della rappresentazione di una nuova edizione di Amleto. Il capolavoro shakespeariano, appena conclusa la tappa genovese, si ferma a Milano da questa sera e ci terrà compagnia fino all’8 marzo. Questo Amleto è inevitabilmente impregnato di lutto: non solo a livello di azione scenica, ma anche «per quel che riguarda il tramonto del senso delle cose in un mondo ora dominato dalla finzione e dalla simulazione», come scrive Alessandro Serpieri, autore di una nuova traduzione del testo.

Il gruppo di attori si è imposto come obiettivo un lavoro simbiotico: la vicinanza anagrafica e il comune bagaglio di esperienze ha permesso ai componenti della compagnia del Teatro Biondo di Palermo, di collaborare con i colleghi del Teatro Stabile di Catania. Una compagnia che da tre anni lavora per valorizzare la propria terra d’origine esportandone i valori nelle altre regioni. Il legame indissolubile di Carriglio con la sua Sicilia è poi stato trasposto in una personale ricerca sulla vera struttura del teatro di Shakespeare, che Carriglio vorrebbe “incarnare” nella città di Palermo.

Infatti, il regista aveva presentato un progetto che avrebbe dovuto svolgersi nelle tre piazze che ruotano intorno al centro storico della città. Per problemi logistici ed economici la realizzazione si è arenata, ma «non ci arrendiamo, perché il nostro scopo è far sì che l’Unesco riconosca il centro storico di Palermo come patrimonio dell’umanità». La salvaguardia di aree urbane così ricche dal punto di vista storico e culturale è un messaggio che, secondo il regista, andrebbe esteso a tutto il nostro Paese, non solo per una questione di riassetto organico, ma soprattutto per il rispetto di tradizioni e testimonianze architettoniche. Il regista ripensa al Nos Milan, definendola una «sublime visione di Milano, un tentativo estremo di salvarla». Il teatro diventa così il mezzo per recuperare le nostre origini urbane e il Piccolo è e vuole essere il simbolo del legame con la città, per «un’economia della cultura, e non per una cultura dell’economia», come sottolinea Escobar, unendosi a Carriglio nella valorizzazione del ruolo sociale «dell’uomo di teatro che non sta chiuso nel teatro», ma che invece pone la propria arte al servizio della collettività.

Intanto l’Amleto di Carriglio viaggia e arriva allo Strehler in una veste nuova. Il regista ha affrontato questa tragedia più volte: già nel 1982 in We like Shakespeare rifletteva sulla crisi dell’uomo rinascimentale. La nuova lettura è stata sperimentata per la prima volta nel 2006 a Gibellina, in un suggestivo scenario: Amleto era di fronte ad un’enorme montagna di sale e la scalata del re incontrava a metà strada un violoncello. Metafisica e metafora musicale per spiegare l’uomo.

Per realizzare quest’ultima versione, Carriglio ha deciso di ripartire da zero, per arrivare ad una semplicità estrema. «Siamo ai confini del mondo, giunti ad un punto dal quale non si ritorna. È un’ u-topia, cioè un non-luogo. La pedana basculante sulla quale si muovono i protagonisti esprime appieno l’idea di sospensione, di un confine senza confini, di infinito». Tra gli interpreti, Galatea Ranzi, enfant prodige nella Mirra di Alfieri, Luciano Roman e Luca Lazzareschi, che ha parlato della complessità nella costruzione del personaggio. «Amleto vive di opposti, di contrasti. Bisogna “farselo amico” per riuscire ad entrare nella sua doppia follia, che lo porta a lottare con il mondo femminile e con se stesso. La sua pazzia è duplice, in parte reale e in parte distorta». L’Amleto di Cariglio è un antieroe moderno, in crisi con la propria anima e con il mondo, e che incede col passo tremulo di chi sta in equilibrio su un filo sospeso nel vuoto.


[vesna zujovic]
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