TuttoFood 2009, come ti globalizzo il prodotto locale
«Valorizzare il prodotto locale globalizzandolo e vendendolo nel mondo, compattamente, come italiano prima che siciliano, piemontese, lombardo o laziale». È questa la linea che il ministro delle politiche agricole alimentari e forestali Luca Zaia ha lanciato perché il settore dell’agroalimentare italiano aspiri ad un buon momento di visibilità internazionale soprattutto in vista della seconda edizione di TuttoFood 2009, la manifestazione che si terrà dal 10 al 13 giugno in Fieramilano.
«Il nostro atlante nazionale – ha dichiarato il ministro Zaia – può contare su oltre 4000 prodotti tipici e su circa 200 prodotti di origine protetta. Il nostro indotto cresce anno dopo anno a due cifre ma all’estero 9 prodotti su 10 del made in Italy sono clonati. Anche nel nostro Paese le cose non vanno meglio: il 90% dei consumatori italiani adora e mangia il formaggio a pasta dura grattugiato, ma il 60% di essi non distingue il grana dal parmigiano: per questo dobbiamo compattarci e favorire una comunicazione diretta e completa sui nostri prodotti».
Tra prodotti Dop, Indicazione Geografica Protetta, Specialità Tradizionale Garantita l’Italia è senza dubbio uno dei principali attori internazionali; ma, come dimostra il Frigorifero degli Orrori , la lotta ai prodotti contraffatti non è un fenomeno che avviene solo al di là dei confini nazionali. «La tutela del prodotto nazionale – spiega il ministro Zaia – è fondamentale. In Puglia devono ancora vendere l’olio prodotto l’anno scorso mentre c’è chi fa la vendita porta a porta con delle schifezze».
La formula vincente del ministro prevede il ricorso all’economia di scala in sinergia ad un movimento nazionale unitario, che tuteli i localismi ma che promuova innanzitutto il made in Italy. «L’etichetta obbligatoria di provenienza a tutela del consumatore – ha concluso Zaia – è stata inserita nel decreto di legge che adesso è all’analisi delle Camere. Per il resto faremo come dice Obama: prima pensiamo a noi, poi guarderemo il resto».
La seconda edizione del TuttoFood Milano World Food Exibation punta proprio su questo: la riconducibilità dei prodotti italiano da mettere assolutamente in competizione con quelli francesi e tedeschi, che oggi possono disporre di vetrine fieristiche più importanti e conosciute. Tre concorsi animeranno questa rassegna e verranno assegnati i premi per il miglior prodotto innovativo, per il miglior prodotto di nicchia e il TuttoFood Cheese Award. Il tutto per fare sapere che l'agricoltura tricolore c'è, ed è compatta e di qualità.
[roberto dupplicato]
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CONFLITTO DI GAZA
Intervista a Nahum Barnea
«Non ci sono dubbi che le operazioni militari organizzate da Israele sono state condotte ad ampio spettro. Il punto è che sono durate anche molto più a lungo di quanto ci si aspettasse», racconta da Gerusalemme Nahum Barnea, una delle penne più autorevoli del giornalismo israeliano, intervistato in esclusiva da m@g. Barnea, che scrive per il quotidiano Yedioth Ahronoth e ha vinto il premio Israel Prize per la comunicazione, ha perso un figlio nel 1996, in un attentato kamikaze di Hamas a un autobus di linea. Al funerale ha perdonato pubblicamente l’assassino, considerandolo vittima della stessa tragedia che affligge il popolo palestinese. Da anni si spende per favorire il dialogo nell’ambito del conflitto arabo-israeliano.
[viviana d'introno e cesare zanotto]
L'INTERVISTA
Yang Lian, nato in Svizzera nel 1955 ma cresciuto a Pechino, è oggi uno dei maggiori poeti contemporanei e una tra le voci più importanti della dissidenza cinese. Esiliato dalla Repubblica Popolare Cinese dopo avere duramente criticato nel 1989 la repressione di Piazza Tiananmen, vive all’estero da vent’anni. È stato candidato al Premio Nobel nel 2002 e le sue poesie sono state tradotte in 25 lingue. Yang Lian interpreta lo spirito della millenaria cultura cinese attraverso la sua esperienza da esule. Una riflessione sulla condizione generale dell’uomo ma anche un invito alla speranza per milioni di cinesi che chiedono democrazia.guarda l'intervista
[marzia de giuli e luca salvi]
L'INCHIESTA
È un’emergenza che dura da oltre vent’anni. I territori tra Napoli e Caserta sono uno stato nello stato dove l’unico potere reale è quello della Camorra. Nonostante i blitz, gli arresti e l’invio di soldati e poliziotti, i clan continuano a fare affari in un cono d’ombra in cui convivono l’economia legale e la politica. Ne abbiamo parlato con Andrea Cinquegrani, direttore de La Voce della Campania (oggi La Voce delle Voci).
Ascolta l'intervista
[alberto tundo]
MARIO CAPANNA
Onda e '68 a confronto
Quarant’anni dopo la protesta che ha segnato un’epoca, gli studenti italiani sono ancora in piazza. Secondo alcuni osservatori, l’Onda, che contesta la riforma Gelmini, è la fotocopia del’68. Altri la pensano diversamente. Mag ha chiesto un’opinione a Mario Capanna, ex studente dell’Università Cattolica e leader del movimento nel 1968.
[cesare zanotto]
CIBO E MEMORIA

La relazione tra il cibo e la memoria è uno degli aspetti più profondi e antichi della cultura italiana e internazionale. Emblema di questo nesso è la madeleine che risveglia i ricordi dell’infanzia di Marcel Proust nel romanzo Alla ricerca del tempo perduto . Che cosa pensano i gourmet più affermati e i cuochi più celebri del nostro Paese del rapporto tra lo stile di vita dei nostri tempi e i cambiamenti nel gusto culinario, sempre più lontano dalla tradizione culinaria? La risposta nel servizio.
[francesco perugini]
GIORGIO BOCCA

Nessuno meglio di Giorgio Bocca può aiutarci a riflettere sulla crisi che sta vivendo oggi la professione di giornalista. "E' la stampa, la bellezza!", il suo nuovo libro vuole essere un'occasione per riflettere sul destino di un mestiere che sembra aver perso le sue virtù. In Italia la carta stampata appare schiacciata dalle pressioni della politica e dell’economia, incapace di reagire allo strapotere della comunicazione televisiva, non più in grado di scandagliare i mutamenti reali della società. Abbiamo approfondito queste e altre questioni nell'intervista.
[gaia passerini]
SETTORE AGROALIMENTARE
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11.3.09
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MOSTRE
Gli ultimi samurai Seduti sotto i loro pesantissimi elmi, in assetto di guerra o pronti per una cerimonia alla corte imperiale, a piedi o cavallo, qualcuno addirittura in maschera o con fittizie ali da farfalla attaccate alle maglie che coprono il loro dorso. I samurai della collezione Koelliker si mostrano a Palazzo Reale grazie alla collaborazione della Fondazione Antonio Mazzotta. La maggior parte delle armature, montate su manichini dai lunghi baffi, appartiene al cosidetto Periodo Edo, momento di svolta nella storia dell’impero del Sol Levante. Edo è l’antico nome di Tokio, capitale costruita all’epoca dell’istituzione dello shogunato, durante il quale il signore della guerra o shogun pretendeva che i suoi feudatari, i samurai per l’appunto, stessero alla sua corte per essere meglio controllati. Siamo nel 1603 e i samurai saranno l’ago della bilancia della politica interna giapponese fino alla caduta dello shogunato e alla ripresa del potere assoluto da parte dell’imperatore nel 1868.
Le panoplie esposte a Milano si distinguono per la loro squisitezza artistica, poiché appartenevano ai cosiddetti daimyo, dei samurai di alto rango all’interno della corte. Si va da armature con le rarissime protezioni in pelle di razza, considerata un materiale di pregio per realizzare pannelli di protezione, alle lacche colorate cesellate e dorate, alle bordature sgargianti. In una sala si trova persino una preziosa armatura di protezione per la montatura del samurai di turno, nappe rosse e sella dorata, ma soprattutto una sorta di copertura per il muso del cavallo che ne trasforma le sembianze in un cornuto dragone adirato.
L’elemento sul quale ci si sofferma di più è il kobuto, l’elmo del samurai, al quale è dedicata un’intera sala della mostra. Questi elmi sono opere d’arte finemente elaborate, soprattutto negli elementi decorativi che venivano posti sulla parte che copre la fronte. Troviamo, dunque, libellule e farfalle, moltissimi dragoni apotropaici, ma anche delle rare conchiglie ricoperte in oro massiccio. Altri elmi, invece, venivano decorati con delle corna che ricordano i guerrieri vichingi, sebbene le corna scelte dai giapponesi si diramino, preferibilmente in sottili palchi. Oltre agli elmi, in alcune vetrine troviamo scettri di comando piumati, accessori per moschetto sbalzati, gli archi e le frecce, le famose katane, spade dalla lama tagliente, ventagli laccati di rosso.
Nell’ambito della mostra, però, oltre a una visuale complessiva sul mondo dei samurai in epoca passata, si getta una prospettiva verso un passato molto più prossimo, quello dei cartoni animati manga. Anche per i disegnatori moderni dell’ambito, infatti, il modello delle armature dei samurai è stato un punto di partenza per i disegnatori dei robot più famosi degli anni Ottanta. Da Mazinga a Jeeg Robot, tutti questi disegni hanno preso vita dalle ceneri dei samurai, sia per quello che riguarda l’espetto esteriore che per quanto riguarda il codice etico. Delle riproduzioni ad altezza d’uomo di questi personaggi si trovano nella sala finale della mostra per la gioia dei tanti bambini che accorrono alla mostra richiamati dall’aspetto mitico di questi personaggi che, in un modo o nell’altro, sono personaggi comuni della loro infanzia.
[alessia scurati]
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6.3.09
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PALAZZO REALE
Un secolo di futurismo Ad un secolo di distanza dalla nascita, Milano riscopre il futurismo. E lo fa nei giorni in cui, cento anni fa, Filippo Marinetti - il demiurgo che ha rivoluzionato l’estetica del ‘900 - lanciava questo nuovo movimento artistico nel panorama europeo. Era il 5 febbraio 2009 quando il futurismo, definito come la corrente della velocità e del dinamismo che creò uno steccato rispetto a tutto ciò che l’aveva preceduta, fu ufficializzato con la pubblicazione su
Ciò che lascia un po’ perplessi è l’elevato numero di opere (quasi 500) che rende la rassegna dispersiva, oltre al mancato risalto che viene dato ai rapporti che il Futurismo ha avuto con il fascismo ed il cubismo. Passeggiando tra le sale del Palazzo Reale, però, emergono i tratti salienti di quella che è stata la principale avanguardia culturale italiana del Novecento. Se ne rilegge l’intera estensione: dalle origini, che affondano nella cultura artistica di fine Ottocento, fino alla fine degli anni Trenta e oltre, con il lascito che il movimento seppe affidare alle generazioni future attraverso alcuni dei protagonisti che dopo la metà del secolo guardarono al Futurismo.
Le origini Il Futurismo si colloca sull’onda della rivoluzione tecnologica dei primi anni del XX secolo. Sono gli anni della Belle Epoque e dei caffè milanesi, è agli albori il secolo delle catene di montaggio, della globalizzazione e della comunicazione di massa. Il Futurismo, lanciato in campo europeo nel 1920 con la pubblicazione del Manifesto su Le Figaro, coinvolge letteratura, pittura, scultura e architettura. In campo artistico il Futurismo si rifà al divisionismo che non prevede l’impasto dei colori sulla tavolozza. Dal Manifesto si apprende la volontà di
Principali esponenti Nei saloni di Palazzo Reale si trovano le opere di Umberto Boccioni, Luigi Russolo e Giacomo Balla, il cosiddetto triumvirato milanese. Mentre il primo ama dipingere con una linea flessuosa che sembra tradurre un’immagine sempre in movimento, Balla è un cultore della fotografia e lo si capisce rintracciando la fissità delle figura nelle sue opere. Molto, però, cambia in seguito al loro viaggio a Parigi che li mette a confronto con il cubismo. Da quel momento in poi, varierà anche l’identità del futurismo, le cui forme diventeranno maggiormente strutturate e le opere scultoree acquisiranno maggiore plasticità. Nel campo dell’architettura, meritano la citazione Antonio Sant’Elia - fu lui, nel 1914, a stilare il Manifesto dell’architettura futurista -, cultore della creazione di edifici isolati slanciati verso l’alto e Virgilio Marchi, presente con La città fantastica e L’edificio visto da un aeroplano virante.
«Futurismo 1909-2009. Velocità+Arte+Azione»
Palazzo Reale, p.zza Duomo, Milano
dal 6 febbraio al 7 giugno 2009
ore 9:30/19:30
lunedì ore 14:30/19:30
giovedì fino alle 22:30
Info: 02/54919
[fabio di todaro]
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4.3.09
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SVILUPPO URBANO
Quell'aria metropolitana Dal 19 al 25 febbraio, in piazza San Carlo a Milano, uno stand multimediale allestito dalla Provincia ospiterà la mostra itinerante Una città per tutti. Diamoci un’aria metropolitana. L’iniziativa illustrerà i progetti in atto e quelli in cantiere per la nascita della Città metropolitana, in vista della creazione ufficiale della provincia di Milano-Brianza, nel giugno prossimo. I 139 municipi della provincia milanese convergeranno infatti verso una gestione sovracomunale di alcuni servizi ai cittadini quali l’istruzione, le abitazioni, i trasporti, le strade, il verde pubblico, la comunicazione telematica e le infrastrutture per la competitività d’impresa. Il progetto “Città di Città” ha già avviato questo cammino, all’interno di sette “patti d’area” tematici nelle zone suburbane di Milano: Alto milanese, nord-ovest, nord Milano, Adda-Martesana, sud-est, sud-ovest, magentino-abbiatense.
Il principio base della mostra, inaugurata giovedì mattina, è la trasparenza e chiarezza ai cittadini: «Abbiamo scelto - dice l’assessore al programma strategico dell’Area Metropolitana Matteo Mauri - di incontrare le persone nelle strade e di non restare dentro ai palazzi, per spiegare a tutti nel modo più semplice possibile lo studio di Città metropolitana». Cinque le aree di intervento individuate dal progetto e illustrate nello stand. Per l’edilizia sociale e non, sono previste 60-100mila nuove abitazioni per il prossimo decennio, per una crescente domanda abitativa. Nel sociale ci sono poi le 229 scuole gestite, per 52 milioni e mezzo di euro di spesa; gli asili nido, che soddisfano il 20% del fabbisogno; le iniziative per il sostegno psicologico e l’assistenza alle ragazze madri, agli anziani, ai minori, ai disabili e alle famiglie in difficoltà. Prende corpo l’idea del Metrobosco: un anello ecologico formato a nord dalla “Dorsale verde” che va dal Ticino all’Adda collegando otto parchi locali e a sud dal parco agricolo, che occupa un terzo del territorio provinciale. Emerge il piano per la gestione dell’energia, con l’installazione di pannelli fotovoltaici nelle scuole e nelle piscine e lo smaltimento dei rifiuti, che per metà, nel 2009, saranno trattati con raccolta differenziata.
Per la viabilità verrà realizzata la Pedemontana, che attraverserà cinque province da Varese a Bergamo, ma verranno allungati anche i percorsi ciclabili intercomunali. Fra le infrastrutture volte a migliorare la competitività della regione, è stata impiantata dalla Provincia la rete a banda larga per collegare i propri uffici e i Comuni, ma soprattutto il Cantiere nuovo di via Soderini. Il nuovo polo di Bande Nere sarà uno spazio espositivo di 3.000 metri quadri, un “hub creativo” per le professioni del settore multimediale, editoria, moda e design. I giovani autori di idee imprenditoriali meritevoli riceveranno uno spazio fisico per la propria attività e un finanziamento di 30-40mila euro: finora ne hanno goduto 150 imprese, soprattutto spin-off dalle università.
«Meno temi, ma più poteri, è questa la filosofia che guiderà l’Area metropolitana, per raggiungere una maggiore efficienza», dice l’assessore Mauri. Che continua: «La politica dimentica che l’identità dei cittadini è molto legata al luogo in cui si abita. Spesso invece non siamo abbastanza orgogliosi di appartenere alla nostra provincia. Faremo qualcosa di importante solo se questi lavori prepareranno l’Expo e lasceranno qualcosa per gli anni successivi, aumentando l’orgoglio pubblico». Alla fine della mostra, il quizzone metropolitano “Ma dove vivi?” interrogherà i visitatori e chi ne saprà di più vincerà una bicicletta. Da sabato 28 agli altri comuni che ospiteranno la mostra, fino al 3 maggio, per una settimana ciascuno, saranno, nell’ordine: Cinisello Balsamo, Peschiera Borromeo, Cornaredo, Rozzano, Melzo, Busto Garolfo, Paderno Dugnano, Lainate e San Giuliano Milanese.
[daniele monaco]
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23.2.09
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ANNIVERSARI
I cento anni del secolo della velocità «Abbiate fiducia nel progresso che ha sempre ragione anche quando ha torto perché è movimento, vita, lotta, speranza», così diceva Filippo Tommaso Marinetti. L’importante è muoversi, correre e costruire. Parole in libertà, scordarsi il passato, vivere in un eterno presente di progresso come avanguardia dell’avanguardia stessa. A un secolo esatto da quel 20 febbraio 1909, quando l’editoriale de Le Figaro pubblicava il manifesto del movimento futurista, il flusso del divenire della velocità sembra non essersi ancora fermato. Anzi, il panorama culturale italiano prepara un anno di passione futurista.
«È dall’Italia che lanciamo questo manifesto di violenza travolgente e incendiaria col quale fondiamo oggi il futurismo». Diceva bene la chiusura del manifesto del 1909, dall’Italia alla conquista del mondo, a cavallo della modernità in quella diatriba che l’Ottocento si era trascinato con lo scontro tra Romanticismo Neoclassicismo. Un’esplosione demolitrice che aveva spazzato via i cocci del XIX secolo, e che dal Belpaese, di cui rinnegava il patrimonio artistico culturale, approdò fino alle lande russe ispirando il genio di Vladimir Majakovskij e di Velimir Khlebnikov.
È comunque riduttivo rileggere il Futurismo solo con gli occhi del mito del progresso o come un rigurgito rivoluzionario artistico. Futurismo è, si dice bene, un movimento riformatore a tutto tondo. Se la storia dell’arte riporta gli scontri tra Marinetti e Apollinaire nella sovrapposizione del cubismo a matrice futurista, la risposta allo scontro si trova proprio nella capacità di estensione che il movimento ebbe in tutti i gangli dell’universo artistico, fino all’estremizzazione del modus vivendi incarnato in Balla. Il futurista vive da futurista e non si limita a praticare solamente una tecnica plastico-artistica. Cubista fu la tecnica, futurista il modo di vivere questa tecnica di scomposizione dell’oggetto nelle sue parti fino alla ripetizione del modulo grafico. Letteratura, pittura, scultura e architettura sono solo una porzione di quanto fu il futurismo, basti pensare al genio gastronomico di Jules Maincave e al suo manifesto della cucina futurista, fondato sull’accostamento di nuovi sapori mai sperimentati.
Per rispolverare le gesta di uomini che, partendo dall’arte, si posero l’obiettivo di cambiare il mondo, l’anno futurista italiano si inaugura con la pubblicazione del volume di Emilio Gentile La nostra sfida alle stelle. Futuristi in politica per poi aprire i battenti con una serie di eventi di grande rilevanza come le celebrazioni al Mart di Rovereto, città natale di Fortunato Depero. L’iniziativa Futurismo 100, patrocinata dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, che abbraccerà, oltre che Rovereto, anche Milano e Venezia, parte con l’inaugurazione della mostra curata da Ester Coen al Mart Illuminazioni. Avanguardie a confronto. Italia-Germania-Russia proprio presso la città tridentina per poi spostarsi a Venezia al Correr con Astrazioni e a Palazzo Reale a Milano con Simultaneità. Se l’esposizione trentina si pone l’obiettivo di creare un corridoio comunicativo tra le avanguardie europee dall’Italia alla Russia, il Correr di Venezia (dal 5 giugno) proporrà il dialogo tra Mondrian, Balla, e Picabia, mentre Milano (dal 15 ottobre) si concentrerà sul Boccioni, scultore in relazione con Archipenko, Brancusi e Pevsner. Ma non c’è solo arte nelle corde di questo centenario. Alle Stelline di Milano (dal 12 febbraio) sono in mostra le tavole delle parole libere di Marinetti tra cui la più grande mai esposta, Bombardment d’Andrinolpe di proprietà dell’Università di Los Angeles.
[francesco cremonesi]
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19.1.09
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Etichette: mostre
ARTE
Milano capitale del futurismo «Noi vogliamo esaltare il movimento aggressivo, l’insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo ed il pugno». Velocità + arte + azione. Il conto alla rovescia è già iniziato. Perché Milano è «la città che sale». E qui sta per iniziare l’anno futurista. Partirà il prossimo 5 febbraio allo scoccare dei cento anni dalla pubblicazione del Manifesto di Filippo Tommaso Marinetti sulla Gazzetta dell’Emilia. Un’immaginazione senza fili che, rimbalzando di angolo in angolo, travolgerà l'intera città tra performance di strada ed happening a sorpresa, foreste di suoni e living painting. «Sarà un momento di riflessione sull’identità di Milano e sul suo futuro – ha annunciato il sindaco Moratti – ma anche di partecipazione attiva per tutti i cittadini, come richiesto dal futurismo».
Il canovaccio degli eventi è fitto, scandito da tre eventi principali che s’inseguiranno durante tutto il 2009.Si parte il 5 febbraio con una Rissa in Galleria ispirata alla coreografa Ariella Vidach dall’omonimo dipinto di Boccioni. Contemporaneamente, a Palazzo Reale un gioco di luci e suoni investirà gli spazi esterni e le facciate. Il 6 febbraio (e fino al 7 giugno) sarà la volta di Futurismo 1909-2009 – Velocità + Arte + Azione. Un’ esposizione a Palazzo Reale curata da Giovanni Lista Ada Masoero. Più di 400 le opere in mostra: dagli anni dieci del “dinamismo classico”, all’”arte meccanica” degli anni ’20, passando per l'“aeropittura” degli anni ’30, senza dimenticare l' eredità “spazialista” e “polimaterista” di Fontana, Burri e D’Orazio.
Pochi giorni dopo, il 12 febbraio, presso la Fondazione Stelline verrà inaugurata F.T.Marinetti = Futurismo, un'antologia di 50 capolavori, provenienti dalle Civiche Raccolte di Milano, curata da Luigi Sansone. Elasticità, linea e forza di una bottiglia di Boccioni, ad esempio, ma anche Sotto il pergolato a Napoli e SpazzoIridente ed Espansione di Balla
Il 20, riprendendo i concetti “dell'architettura urbana in costruzione” e della “simultaneità”, la compagnia parigina Retouramont proporrà una danza in verticale nel centro della città. Mentre Palazzo Reale si trasformerà in un laboratorio culinario con sala da ballo dedicata alla Futurdanza. In primavera sarà la volta delle Revolverate di Gian Pietro Lucini nelle biblioteche rionali. E, ancora, a Palazzo Reale, rappresentazioni del Teatro Tattile e della Sorpresa. Ma il movimento verrà evocato anche dalla strada quando al traffico cittadino si mescoleranno i Futurtaxi e i Futurtram.
Infine, il 7 giugno, 21 pianoforti a forma di F - diretti dal maestro Daniele Lombardi - chiuderanno in piazza Duomo la prima parte dell'anno futurista. Che riprenderà il 15 ottobre (per concludersi il 25 gennaio 2010) con Futurismo100, con un omaggio ad Umberto Boccioni attraverso le opere di Carlo Carrà e Luigi Russolo: un serrato confronto con la scultura d’avanguardia europea proveniente dalla Tate Gallery di Londra, la Tretyakov di Mosca, il Centre Pompidou di Parigi e le più grandi collezioni mondiali.
[ivica graziani]
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16.12.08
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MOSTRA A BRESCIA
Guareschi al “Bertoldo”, quando la risata è arte “Oggi è morto uno scrittore che non è mai nato ”. Era il 22 luglio del 1968, l’Unità “celebrava “ così la scomparsa di Giovannino Guareschi, umorista del ‘900. A cento anni dalla nascita - 1 maggio 1908 - l’eco potrebbe essere rovesciata “allora nacque uno scrittore che non è mai morto” .
Con questa idea il comune di Brescia ha allestito nell’Auditorium di Santa Giulia, un’esposizione dedicata al periodo milanese dello scrittore: Giovannino Guareschi
al “Bertoldo”. Ridere delle dittature 1936-1943. Settanta disegni originali, prelibatezze da collezionisti, che ripercorrono la storia della rivista meneghina.
Chiaro-scuri che emergono, ancora impertinenti, da cartoncini perfettamente conservati, un poco ingialliti ma gioviali. In qualche skizzo il tratto, sempre sicuro, è sottolineato dalla “biacca”. Sono immagini del novecento, vignette, strisce, caricature, in grado di fotografare la storia oltre la superficie. Di estorcere al Secolo Breve le sue contraddizioni e, contemporaneamente, piegare le labbra del lettore ad un sorriso, sempre consapevole, mai stereotipato, in un gioco comunicativo che a tratti rasenta la confidenza.
Sette anni che hanno riempito le pagine di un’enciclopedia ancora da sfogliare. Impressa di quell’ irresistibile umorismo che con vibranti guizzi ha scavalcato, senza mai inciampare, un intero secolo. E che ha saputo sbeffeggiare la resistibile dittatura del ventennio.
Al “Bertoldo” lo scrittore della Bassa parmense lavorò con passione, incrociando la propria arte con quella di altri grandi maestri del ‘900, da Mosca a Metz, da Molino e Angoletta al disegnatore del New Yorker Saul Steinberg. Fu proprio nella rivista milanese che imparò a miscelare lo zolfo al tritolo, affinando, sapiente artigiano, la pirotecnica della risata.
Un’esperienza che porterà con sé, di baracca in baracca, persino nel campo di concentrazione, dove fu prigioniero dal 1943 al 1945 per non aver aderito alla Repubblica sociale.
A quarant’ anni dalla morte, Guareschi resta una figura difficilmente imbrigliabile. Che rifiutò sempre di incurvarsi all’opportunismo del momento. Si scontrò con l’ottusità fascista ma fiutò anche il pericolo comunista. La sua matita vergò, distillandoli, i difetti di un’intera generazione e spesso, con astuzia, riuscì a eludere la censura mussoliniana. Oggi è uno degli scrittori italiani più letti al mondo e i suoi personaggi, da don Camillo al Crocifisso parlante, continuano a solleticare uno umor schietto, sanguigno, mai volgare. Che si riverbera di citazione in citazione, perfino nelle gag dei nostri comici-tv.
[ivica graziani]
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5.12.08
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TEATRO FILODRAMMATICI
Fellini, tra un ciak e uno scarabocchio Rivoltato come un calzino: il Teatro Filodrammatici inverte la scena e sposta il tendone rosso su un “dietro le quinte”. E che “dietro le quinte”, se di mezzo c’è la mano di Federico Fellini. Sono aperte da lunedì – e lo rimarranno fino al 14 di dicembre – le danze della mostra Fellini e la sua musa: disegni inediti della collezione Liliana Betti. Una rassegna di un centinaio di schizzi del maestro realizzati nelle retrovie del set cinematografico, fra un ciak e l’altro, secondo quella che Fellini stesso descriveva come una mania per lo scarabocchio, un “riflesso incondizionato” tutte le volte che gli capitava un qualsiasi pezzo di carta sottomano.
Fumetti e vignette, dunque, in bianco e nero e a colori. Che raccontano le pieghe più o meno nascoste della realtà artistica felliniana, svelando personaggi che erano ancora solo nell’immaginario del regista e che poi avremmo ritrovato nelle sue pellicole. Ma anche filo rosso di un rapporto durato anni: la maggior parte dei disegni è infatti dedicato a Liliana Betti, colei che lavorò fianco a fianco con Fellini per anni, come aiuto regista, addetta stampa, direttrice di casting e, quando serviva, autista. Fu lei – presenza silenziosa che l’autore della Dolce vita amava definire “la boss” – la mano sinistra di capolavori come 8½ (1963), Giulietta degli spiriti (1965), Fellini Satyricon (1969), Amarcord (1973) e Casanova (1976). E ancora lei, dunque, nella matita del regista. In tante vesti, caricature sempre affettuose, specchio del rapporto quasi simbiotico che li legava: Liliana alla scrivania con un enorme sigaro; Liliana immaginata ai piedi del letto del regista, a sussurrargli nel sonno idee per i suoi film; e ancora: Liliana, piccola piccola, rannicchiata sulla testa di Fellini con l’occhio al cinematografo, intenta a prendere nota di tutti i suoi pensieri.
La mostra – curata da Enrico Ghezzi e Domenico Montalto – è stata resa possibile grazie a Giuseppe Betti, fratello di Liliana, e su concessione del comune di Adro, nel cuore della Franciacorta, dove è andata di scena in luglio la prima fase dell’esposizione, riscuotendo un inaspettato successo a livello internazionale. Patrocinata dal comune e dalla fondazione Federico Fellini, l’edizione milanese rappresenta, per il Teatro Filodrammatici, il primo atto del “Progetto atelier”, curato da Fabrizio Visconti: un bouquet di mostre ad ingresso gratuito pensate con l’obiettivo di «rendere il teatro come un luogo di sostegno e promozione dell’arte in senso lato – spiega Visconti – per farne un luogo vivo e vissuto a disposizione dei cittadini, e per stimolare la commistione non solo fra il pubblico occasionale e quello abituale, ma anche fra il pubblico di teatro e quello che ama l’arte figurativa».
[tiziana de giorgio]
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27.11.08
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ARTE IN MOSTRA
Caravaggio, il mistero delle Conversioni Questa non è Damasco. È Milano, con tanto di gonfalone, e con un santo, Ambrogio, a rappresentare la città ospite. Ma La conversione di Saulo del Caravaggio folgora lo stesso chi passa dalle vie del centro. E qui, nel salone Alessi di Palazzo Marino, dopo un accurato restauro, è in mostra la pala di Michelangelo Merisi, grazie anche al patrocinio dall’Eni.
La storia della pala è nota: di proprietà della famiglia Odescalchi, venne commissionata a Caravaggio nel 1570 da Tiberio Cerasi per decorare la cappella di famiglia a Santa Maria del Popolo a Roma, dedicata ai Santi Pietro e Paolo. Cerasi, però, morirà pochi mesi dopo. Caravaggio, nel frattempo, aveva consegnato due tele: La crocifissione di San Pietro e La conversione di San Paolo. Ma la pala de La conversione di Saulo, destinata a Santa Maria del Popolo, e commissionata dal Cerasi, in quella chiesa non arriverà mai. Le cause del cambio non sono note e le ipotesi si sprecano. Quel che è certo è che, dopo essere passata dalle mani della nobiltà di mezza Europa, la pala entra in possesso della famiglia Odescalchi che la possiede tuttora.
Il Saulo di questa pala è un uomo adulto, al contrario del giovane Paolo protagonista della tela di Santa Maria del Popolo. Nell’angolo in alto a destra un angelo sostiene con le braccia Gesù a braccia aperte nell’atto di ricevere Saulo a sé. Questi due personaggi sono assenti nell’edizione della tela romana dedicata al santo. La scena centrale è occupata da un vecchio soldato che cerca di scacciare con la sua lancia la fonte del turbamento di Saulo, mentre sullo sfondo un cavallo bianco scarta violentemente. Nella tela di Santa Maria del Popolo, invece, un servo disarmato che sembra disinteressarsi dell’azione tiene le redini di un tranquillo cavallo baio a disarcionamento ormai avvenuto. Questo è un Caravaggio dalle influenze fiamminghe e leonardesche per la calligrafia nella pittura di armi e decorazioni, e per l’attenzione al paesaggio naturale. Dal raffronto generale, però, l’atmosfera del dipinto è distante dalle opere esposte a Roma soprattutto per i colori vivaci, che richiamano alcuni dipinti della prima fase della pittura del Merisi, come I bari o La buona ventura. Le due tele di Santa Maria del Popolo, invece, rappresentano appieno lo stile caravaggesco, fatto di scarna essenzialità e di colori scuri. Un processo del tutto simile porterà alla rielaborazione della Cena in Emmaus, di cui la prima versione datata 1601, più colorata e meno drammatica, nel 2009 verrà prestata dalla National Gallery di Londra, dov’è esposta, alla Pinacoteca di Brera per essere accostata alla sorella, La cena in Emmaus del 1607.
In questa tourneè milanese, la pala viene esposta in una teca di cristallo che la protegge e permette una perfetta illuminazione. Questa sistemazione, tra l’altro, permette ai visitatori di ammirare il supporto in cipresso realizzato da alcuni artigiani romani nel diciassettesimo secolo per il dipinto del Merisi. Il primo fine settimana della mostra è stato fulminante: code all’ingresso (libero), molti turisti, molte scolaresche, pochi milanesi. E, passata la tempesta dei primi giorni, si spera che il fuoco dell’arte attecchisca in questa città. Magari accendendo l’attenzione sulla Cena in Emmaus, attesa tra qualche mese, a Brera.
[alessia scurati]
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27.11.08
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PALAZZO REALE
Il mistero di Magritte Chi tra noi non ha mai visto il famoso quadro rappresentante una pipa, sotto cui compare la scritta Ceci n’est pas une pipe? All’autore di questo capolavoro, Renè Magritte, Milano dedica una grande esposizione, unica nel suo genere.
Dal 22 novembre 2008 al 29 marzo 2009, a Palazzo Reale si potranno osservare più di cento opere di questo artista, uno dei più grandi esponenti del surrealismo del ‘900. Il titolo della mostra, Magritte.Il mistero della natura, spiega bene il criterio di selezione adottato nella scelta dei dipinti, che ruotano tutti intorno al rapporto tra uomo e natura. «Quando mi è stato proposto questo progetto – dice Michel Draguet, direttore dei Musees Royaux des Beaux Arts de Belgique e organizzatore della mostra – ero molto scettico sul tema. Lavorandoci, però, mi sono dovuto ricredere. Natura e mistero sono i due veri cardini attorno a cui ruota l’arte di Magritte».
Nato nel 1898 a Lessiness, in Belgio, Magritte scopre ben presto la pittura. Nel 1919 pubblica la sua prima tela futurista dal titolo Trois Femmes. Le sue iniziali esperienze pittoriche affondano le loro radici nel futurismo e nel cubismo. Già nei suoi primi esperimenti, emerge la tematica della natura, che si ritrova anche nei celeberrimi dipinti realizzati negli anni Cinquanta. Tra questi basti citare Souvenir de voyage, del 1961, in cui una mela verde si maschera per il carnevale. Negli ultimi periodi della sua vita, si cimenterà anche nel campo della scultura. L’autore morirà nel 1967 a Bruxelles.
Intervenuto alla conferenza d’inaugurazione dell’esposizione, il sindaco di Milano Letizia Moratti tesse le lodi di questo grande artista: «Magritte è stato forse l’unico autore avanguardista a riflettere sul rapporto che lega l’uomo alla natura. Per questo visiterete una mostra in cui sono esposti anche pezzi di gallerie private, che normalmente non sono visibili nei musei».
Un viaggio attraverso più di cento dipinti, sculture e tempere in cui il visitatore potrà capire la filosofia che sta dietro le opere di Magritte. Tramite l’inserimento di oggetti e personaggi della vita quotidiana in ambienti a loro estranei, il pittore riesce a suscitare, in colui che osserva, un senso di smarrimento difficile da interpretare. «Per Magritte il mistero era lo strumento più idoneo per distruggere le abitudini visive e la logica dei luoghi comuni», dice lo storico dell’arte Arturo Schwarz. Per raggiungere questo scopo, quindi, Magritte trasforma un oggetto, o una situazione, sia a livello fisico che semantico.
La preparazione della mostra ha richiesto ai due organizzatori, Michel Draguet e Claudia Beltramo Ceppi, due anni di intenso lavoro per trovare il filo rosso che riuscisse a legare tutte le opere in un flusso continuo. La spiegazione dei quadri esposti è affidata alle parole dello stesso Magritte, tramite delle brevi e precise didascalie affiancate ai dipinti stessi.
L’esposizione di Palazzo Reale è stata scelta anche come l’occasione per sponsorizzare l’apertura del Museo Magritte, prevista per il giugno 2009 a Bruxelles. Il museo sarà l’unico edificio in tutto il mondo interamente dedicato a questo artista geniale.
Magritte. Il mistero della Natura
Dal 22 novembre 2008 al 29 marzo 2009
Milano - Palazzo Reale
Piazza Duomo 12
Aperta tutti i giorni
Biglietto 9 euro
[daniela maggi]
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24.11.08
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URBAN CENTER
Gli orizzonti paralleli dell’architettura giapponese Il Giappone non è solo Tokyo, con il suo stalattitico skyline di grattacieli. E i nuovi edifici non sono solo all’insegna dei colori sgargianti, da cartone animato. Infatti, sebbene il Giappone sia uno stato a popolazione prevalentemente urbana, le cittadine di provincia si stanno dotando di edifici pubblici all’avanguardia sia dal punto di vista del design sia per ciò che riguarda la tecnologia, ma soprattutto stanno recuperando l’essenzialità della tradizione giapponese. La mostra fotografica Parallel Nippon allo Urban Center di Milano presenta alcuni esempi virtuosi delle nuove tendenze dell’architettura del Sol Levante, realizzati sia in Giappone che all’estero, e si focalizza sul rapporto tra strutture sociali e architettura.
Da un lato ci sono Tokyo, Osaka e Nagoya, gli agglomerati urbani più densamente popolati che riflettono l’immagine del Giappone cosmopolita e globalizzato; dall’altro ci sono le realtà di provincia che soffrono dello spopolamento e sono alla ricerca di un’organizzazione territoriale a misura d’uomo. La nuova architettura viene mostrata nelle quattro sezioni tematiche relative alla città (Urban Cycles), alla vita quotidiana (Life Cycles), ai centri culturali (Culture Cycles) e agli spazi abitativi (Life Cycles).
A partire da Tokyo, oggi le grandi città puntano ad essere spazi a misura d’uomo senza perdere la loro vocazione internazionale. In sostanza, il modello ideale della metropoli in espansione è ormai legato al passato decennio. Questo perché - a prevalere - sono i piccoli nuclei urbani, distribuiti equamente sul territorio, favoriti anche dallo sviluppo dell’edilizia privata. L’importante è che i nuovi micro-nuclei urbani siano collegati tra loro dalle nuove ferrovie ad alta velocità. Ecco che i nuovi edifici cercano di rispondere, prima di tutto, alle esigenze degli utenti. Come? Innanzi tutto tenendo conto dei valori paesaggistici complessivi, anche se la casa resta l’unità essenziale. Largo, quindi, ai materiali riciclabili per la costruzione, alla rivalutazione degli spazi tradizionali, alla reinterpretazione - con nuovi materiali - della tradizionale architettura sukiya, basata sull’uso del legno. Fondamentale resta la fiolosofia del fushin doraku, la realizazione del sé attraverso la costruzione della dimora intesa come villa, giardino e padiglione del tè.
Così, Parallel Nippon ci fa vedere un Giappone diverso. E questa è solo la prima di una serie di mostre sulla cultura giapponese che saranno realizzate a Milano nell’arco del 2009 con la collaborazione della Japan Foundation: e già da qui possiamo intuire come il Paese stia vivendo il ritorno al futuro. Le linee architettoniche vengono sempre più asciugate, ridotte a forme essenziali, linee rette e cerchi, i colori degli edifici sono il bianco o il nero, mitigati dal colore del legno onnipresente e dal verde di parchi e giardini, quando non dall’azzurro da piccoli stagni antistanti le strutture. Questo non è più un Giappone fluo, plasticato in stile manga, con la soffocante onnipresenza di Hello Kitty. La verità è che il Sol Levante non si gira più verso Banana Yoshimoto, ma torna all’essenzialità degli haiku di Bansho, il poeta del banano, e dei medievali templi di Kyoto, la sua città natale.
[alessia scurati]
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24.11.08
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ARTE CONTEMPORANEA
Villa Reale ospita Tino SehgalArriva a Milano la prima grande mostra personale di Tino Sehgal, artista contemporaneo che vive e lavora a Berlino. In pochi anni si è imposto sulla scena mondiale come una delle voci più autorevoli e radicali dell’arte. Le sue opere sono state esposte nei più importanti musei del mondo, da Londra a Amsterdam, da S. Francisco a Toronto. Nelle sale di Villa Reale, ospitate dalla Fondazione Trussardi, la mostra si snoda fra il pian terreno e il primo piano, lì dove sono di casa i capolavori del XIX e XX secolo: ed è qui che l’artista spiazza il pubblico che per la prima volta si imbatte nelle sue opere. Quella di Tino Sehgal è un’arte senza oggetti, sequenza di performances che si svolgono ininterrottamente lungo il vernissage, e con cui i visitatori sono invitati a confrontarsi. Così, è possibile incontrare vere e proprie sculture viventi, persone in movimento colte in pose isteriche o intrecciate in abbracci sensuali. E ogni visione si moltiplica, replicata com’è negli specchi delle sale di Villa Reale.
Per la sua prima personale in Italia l’artista ha lavorato a lunghe sessioni di audizione, passando in rassegna oltre 300 uomini e donne, giovani, adulti, anziani, fra professionisti e gente comune, da cui ha selezionato i 70 attori delle sue opere. I veri protagonisti sono i corpi, i gesti e le parole. L’arte vuol diventare un momento di scambio sociale. Il teatro dell’assurdo è messo in scena da comparse, ballerini, attori mimetizzati tra le guardie e il pubblico, dando vita a un risultato surreale e molto intenso. All’ingresso i visitatori vengono accolti dall’opera This is new (2003). La cruda realtà quotidiana penetra negli spazi del museo recitata da uno dei custodi che declama la notizia del giorno. In This is so contemporary (2005) le guardie della mostra, come possedute, stupiscono il pubblico con una danza gioiosa e spiazzante. Con This is propaganda (2002) l’arte mette in discussione il suo potere di comunicazione. Una delle guardie all’improvviso intona un’aria lirica che con le sue note melanconiche e ossessive diventa un commento all’immagine della grande tela Il quarto potere di Giuseppe Pellizza da Volpedo. Infine, in Kiss (2002), i corpi di due ballerini si muovono rotolandosi a terra e riproducono i baci più celebri della storia dell’arte, in una danza ipnotica e sensuale.
Per il pubblico, la mostra è un tuffo in una dimensione sconosciuta basata sull’eccezionalità dell’esperienza fisica e diretta dell’arte. Il lavoro di Sehgal è volutamente sottratto ad ogni forma di documentazione e di riproduzione: esiste solo come una forma di tradizione orale che non può essere trascritta né illustrata. Un motivo in più per non perdere questa sequenza di installazioni umane, irripetibili.
Personale di Tino Sehgal
Villa Reale – Galleria d’arte moderna di Milano
Dall’11 novembre al 14 dicembre 2008
Ingresso libero
[tatiana donno]
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17.11.08
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TRIENNALE
Juta e plastica bruciata, il bello è anche quiInformale, land art, teatro e fotografia. È difficile, se non riduttivo, cercare di chiudere dentro a dei confini precisi l’opera di Alberto Burri. Questo ipotetico contenitore ideale dovrebbe essere costituito da pareti osmotiche, mobili e permeabili, che filtrano il patrimonio artistico della pop art stravolgendone i canoni, scomponendo il culto dell’oggetto per riappropriarsi della naturalità dei materiali.
È questo il paradigma sui cui si sviluppa la mostra inaugurata alla Triennale di Milano, una retrospettiva che ripercorre l’iter artistico di Burri dagli anni Cinquanta fino agli anni Novanta, poco prima della morte dell’autore. Oltre alle classiche combustioni, le muffe e i gobbi, l’esposizione che rimarrà aperta al pubblico fino all’8 febbraio del 2009, apre le vedute al meno conosciuto patrimonio dei grandi cellotex degli anni Novanta e all’esperienza del “Teatro Continuo” realizzato per la XV Triennale d’arte a Milano e poi tristemente rimossa dall’amministrazione comunale nel 1989.
Burri diceva della propria produzione che «l’ultimo mio quadro è uguale al primo»: una constatazione vera quanto controversa, che leva ogni velo di programmaticità nella combinazione dei materiali scelti per la realizzazione delle opere, tanto da renderlo poliedrico nella scelta degli stessi e punto di riferimento nel linguaggio dell’informale internazionale. Senza risentimento, quando un materiale lo stufava, lo abbandonava per esplorare nuovi lidi. Ecco che la mostra milanese, la prima dal lontano 1984, cavalca quest’onda, mostrando l’evoluzione dell’artista. La passione demiurgica della manipolazione della sabbia, dei sacchi di juta lascia progressivamente spazio al cellotex, un pannello a pasta lignea dedicato all’edilizia, alle plastiche combuste e al ferro. Un’evoluzione che giustifica l’animo romantico di Burri che non si è fermato dinnanzi alla tentazione di donare un’anima a materiali poveri, ma si è spinto oltre verso l’ambizione di nobilitare ferro e petrolio. Ma perché partire proprio un sacco? «Potrei ottenere quel tono di marrone, ma non sarebbe lo stesso perché non avrebbe in sé tutto quello che io voglio che abbia… Nel sacco trovo quella perfetta aderenza fra tono, materia e idea che col colore sarebbe impossibile». Così rispose l’artista a chi chiese il motivo della scelta della juta. Questo scopre anche l’importanza del cromatismo, non declinato come “polimaterialismo”. Per Burri i colori devono essere puri, per evitare qualsiasi adesione con la realtà, il nero prima di tutto: «Due neri diversi, vicini, possono essere altrettanto formidabili». Su questa base si conclude la mostra, dove nelle sale al primo piano della Triennale, i grandi pannelli di cellotex, arricchiti da cretti, sono collocati in penombra, proprio per non distogliere l’attenzione dalla profondità del nero. Sono i lavori della prima metà degli anni Novanta che si datano a pochi mesi dalla morte dell’artista, nel 1995.
Burri non nasce artista, ma decide di diventarlo. Medico professionista, matura la scelta di diventare pittore durante la prigionia in Texas, dopo essere stato catturato e deportato dagli inglesi nella seconda guerra mondiale. L’esperienza della prigionia lo plasma: egli dipinge qualsiasi cosa utilizzando materiali di fortuna, tanto che, liberato nel 1946, solamente un anno dopo, a Roma esordisce già con la sua prima personale.
Alberto Burri
Triennale di Milano
11 novembre 2008 - 8 febbraio 2009
Ingresso a pagamento
tutti i giorni, dalle 10,30 alle 20,30
Dal 4 dicembre aperta il giovedì fino alle 23
Chiusa il lunedì
[francesco cremonesi]
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13.11.08
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EVENTI
«Coltocircuito» in Zona Tortona«Non è un quartiere per vecchi». Rivisitando il titolo di uno degli ultimi successi dei fratelli Coen, così il presidente della Sesta zona di Milano, Massimo Girtanner, pensa all’area di via Tortona. E come dargli torto? Dopo essere stato il fulcro degli ultramondani eventi di moda, punto di raccordo per fotografi, modelle e designer, l’ex quartiere operaio torna a vestirsi di arte, ospitando dal 10 al 16 novembre la seconda edizione di (Con)Temporary art.
Per un’intera settimana tutta la zona che si snoda al di là del vecchia stazione di Porta Genova - con smaccata preferenza per spazi che, a rigor di logica, sembrerebbero piuttosto distanti dall’“aura chic” della realtà artistica - sarà letteralmente imbevuta di arte contemporanea. Pasticcerie dunque, antiche officine dismesse e storiche botteghe, fra le oltre 20 location che faranno da scenario ad un polposo calendario di personali, collettive, installazioni e performance, senza tralasciare appuntamenti dedicati ad incontri con gli autori, eventi speciali “one shot” e momenti di musica live.
La teoria alla base di quest’edizione – curata da Gisella Borioli, dell’associazione Mat (Milano giovani talenti) e patrocinata da Comune – rimane invariata rispetto all’anno passato: occorre fare uscire artisti e opere da quello che l’assessore alla Cultura, Massimiliano Finazzer Flory, ha definito come un «cortocircuito dell’arte». Un fenomeno per cui il mondo artistico fatica a dare spazio ai nuovi talenti, basandosi esclusivamente su criteri che vedono intrecciarsi economia e istituzioni. Parola d’ordine di (Con)Temporary art è quindi spingere l’intera cittadinanza ad instaurare un rapporto più diretto con gli artisti e con l’arte in senso lato. «Abbiamo cercato di coinvolgere gente normale che ama o apprezza l’arte contemporanea – ha spiegato la curatrice - invitandola a trasformare piccoli grandi spazi, di cui normalmente si fanno altri usi, in impreviste gallerie temporanee».
Lunedì 10 novembre il vernissage del circuito, dalle 18 alle 22: il programma completo è disponibile sul sito www.con-temporaryart.it. Novità di quest’anno è la Fiera dell’arte accessibile a Milano (Aam) che, dopo l’edizione di Ginevra, approda al Superstudio Più (via Tortona, 27): la sua “mission” si basa sull’idea di rendere l’arte più avvicinabile, proponendo quindi opere in vendita ad un prezzo inferiore di 7mila euro. Da segnalare poi, sempre al Superstudio più, il grande Art Point, che quest’anno ospita come special guest Omar Galliani; così come il suggestivo Basament, rifugio anteguerra della ex General Elettric, che presenta una successione di mostre diverse. A pochi passi ci sono anche gli spazi dell’art-hotel Nhow (via Tortona, 35), adibiti per collettiva Pure Love, curata da Scantamburlo. Anche il Teatro libero (via Savona, 10) aderisce ospitando lo spettacolo L’ultima radio, con Tullio Solenghi, e la collettiva fotografica Differenze e identità e geometria variabile.
Un «coltocircuito» quindi, per proseguire con le parole dell’assessore alla Cultura. Nonché un’occasione per riflettere sui luoghi dell’arte milanese: sia Girtanner che Flory, in occasione della presentazione dell’iniziativa, hanno posto l’accento sulla necessità di ampliare il numero di spazi da dedicare agli artisti contemporanei: «L’idea che molti di loro non abbiano un posto per lavorare è imbarazzante», ha commentato l’assessore, affiancato dal presidente della Sesta zona della città. Da qui la comune ipotesi di dedicare loro più d’una area dismessa del quartiere, ma stabilmente. Una strategia che potrebbe portare la zona Tortona ad essere considerata definitivamente il nuovo quartier generale dell’arte contemporanea milanese.
[tiziana de giorgio]
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10.11.08
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CUCINA
Aggiungi i golosi a tavolaTre giorni per riscoprire le tradizioni della cucina lombarda e consultare un manuale indispensabile per i palati fini. «Golosaria 2009» è ai nastri di partenza. La manifestazione, organizzata dal club Papillon, riunirà gli chef più importanti e i giornalisti eno-gastronomici più esperti in una kermesse che ha il sapore della lotta alla globalizzazione. «Almeno a tavola - ha dichiarato Luca Daniel Ferrazzi, assessore regionale alle politiche agricole - è necessario mantenere le nostre abitudini e far riscoprire ai giovani il legame con la terra d’origine. Siamo nell’ombelico d’Europa, in una regione estremamente dinamica che però spesso modifica le nostre vite. Lo scopo di questa iniziativa è quello di fare sistema per sfruttare le risorse del nostro territorio».
Il programma dell’iniziativa si snoda su tre giorni. Sabato 8 novembre la manifestazione aprirà i battenti alle 14.30 e proseguirà fino alle 22.30 con lezioni di cucina popolare, talk show, musica e cabaret. Nel corso del pomeriggio verrà presentato L’Angelo dello shaker, un libro che compie un viaggio tra i caffè storici d’Italia, presenti alla rassegna con stand espositivi. La domenica trascorrerà tra convegni ed una serie di premiazioni che, nel pomeriggio, vedranno protagonisti macellai, panettieri, gelatai, pasticcieri, pizzaioli e ristoratori. L’ultimo giorno sarà dedicato ai piatti tipici milanesi con il riconoscimento ai migliori locali e artigiani delle varie province. L’Atm sarà partnership dell’iniziativa con l’ATMosfera, un tram ristorante su cui, domenica 9 novembre alle 12, sarà possibile assaggiare il panettone MiTo (una vera prelibatezza) preparato da Cracco.
Ma nella conferenza di presentazione dell’evento Paolo Massobrio, docente di giornalismo enogastronomico alla scuola di giornalismo della Cattolica e presidente del Club Papillon, ha fatto di più, mostrando agli ospiti il «Golosario 2009». Di cosa si tratta? È un manuale di oltre 1.000 pagine da tenere in auto, non solo perché segnala il ristorante in cui merita la sosta, ma anche perché indica il negozio da visitare nel cuore di una città o l'agriturismo, evoluzione moderna del lavoro agricolo. E poi ci sono le cantine aperte tutto l'anno (quelle col lucchetto rosso, blu o bianco) e i microbirrifici che in Italia, da circa un lustro, rappresentano un fenomeno innovativo. Questo libro suggerisce i migliori prodotti (salumi, formaggi, paste, dolci sfiziosità, liquori), gli oli più prelibati, i negozi alimentari che vanno dalle botteghe alle enoteche, dalle gelaterie alle panetterie, dalle boutique del gusto alle gastronomie. È suddiviso per regioni, ognuna delle quali introdotta da un personaggio d’eccezione che racconta il suo rapporto con il cibo e i piatti preferiti della sua terra d’origine. «Abbiamo voluto sottolineare la genuinità della nostra cucina - ha commentato Massobrio - che spesso appare ricca, nutrendosi dei prodotti più semplici del nostro territorio. Milano e la Lombardia rappresentano un laboratorio d’Europa anche nel gusto. E poi è un regalo che ho voluto rinnovare a tutti quegli amici che, da ogni parte d’Italia, mi chiamano per avere un consiglio sui ristoranti migliori». Il «Golosario 2009» è acquistabile in tutte le librerie d’Italia e online sul sito www.comunicaedizioni.it.
”Golosaria 2009”
Hotel Center Melia, via Masaccio 19, Milano
Dall’8 al 10 novembre
Biglietti d’ingresso sul sito
www.clubpapillon.it
[fabio di todaro]
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5.11.08
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MOSTRE
Inventori di bicicletteGrazie alla mostra Arti e vecchi mestieri in bici, organizzata dal Centro studi grande Milano e allestita nella Casa dell’Energia di Milano, si ripercorre un pezzo della storia del nostro Paese, che passa attraverso un mezzo di trasporto tanto antico quanto affascinante: la bicicletta. Nata nei primi anni del 1800, ideata forse dal tedesco Karl Drais, è diventata oggetto di culto grazie all’enorme successo del ciclismo. Fino a qualche decennio fa, in Italia, la bicicletta era anche lo strumento con cui il lavoro entrava nelle case degli italiani. Falegnami, arrotini, sarti, barbieri e molti altri mestieranti si spostavano tra le città e nelle piazze lavorando a domicilio.
L’esposizione, visitabile dal 4 al 28 novembre tutti i giorni tranne il sabato, dalle 10 alle 18, permette di vedere da vicino questi veri e propri negozi ambulanti.
Tutti i trenta esemplari originali di biciclette provengono dalla raccolta privata di Maurizio Urbinati, fornaio di Santa Giustina di Rimini che per passione si è dedicato al recupero, al restauro e alla valorizzazione di queste vecchie biciclette. «Tutto è nato dai racconti di mia mamma e dei miei nonni», ricorda Urbinati durante l’inaugurazione. «La mia prima bicicletta l’ho trovata in un mercatino di Reggio Emilia. Apparteneva a un arrotino. Da lì, non mi sono più fermato: ho iniziato a ricercare con grande fatica nuovi esemplari e a ricostruire un po’ la storia di questi artigiani e commercianti vagabondi grazie alle testimonianze di chi li ha visti in carne e ossa».
Un viaggio nel passato che permette di mantenere vivo il ricordo di alcune delle nostre tradizioni. «Se non conserviamo i nostri valori passati, commettiamo un grosso errore perché la storia è la nostra maestra di vita» dice Emilio Magni, giornalista e scrittore, curatore della guida illustrata alla mostra, nata su iniziativa del Centro studi grande Milano con il contributo della Banca Popolare di Milano. Biagio Longo, presidente di A2A, sponsor della manifestazione, ribadisce l’importanza sociale della bicicletta che «non è solo un mezzo di trasporto, ma anche il simbolo del miglioramento della vita dell’uomo».
Durante il periodo di apertura della mostra, nelle domeniche del 9,16 e 23 novembre, alle 15.30, sono in programma visite speciali per nonni e nipoti dal tema «Il nonno racconta…», dirette dall’Associazione Anteas, l’Associazione nazionale della terza età attiva per la solidarietà.
Sono inoltre previste visite guidate per scolaresche grazie alla partecipazione del Gruppo pensionati Aem. A questo proposito Anna Maria Dominici, direttore generale dell’ufficio scolastico per la Lombardia, sottolinea l’importanza di questi incontri «perché – dice - possono aiutare gli studenti a mantenere vivo il ricordo delle nostre tradizioni popolari e a riscoprire l’uso della bicicletta come mezzo di trasporto comodo ed ecologico».
Mostra “Arti e vecchi mestieri in bici”
Casa dell’Energia, piazza Po 3, Milano
Da 4 al 28 novembre
lunedì-domenica 10.00-18.00
sabato chiuso
Ingresso libero
[daniela maggi]
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5.11.08
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ARTE E POLITICA
Come ti metto la politica sotto i piedi
Si chiama Operazione Piedi Puliti. E' lo zerbino opera di Carlo Mantovani, “autore poliedrico, corrosivo ma non corrotto” come lui stesso si definisce, esposto ad Art Verona 2008. Nulla di strano se non fosse che, per pulirsi i piedi su cotanto zerbino bisognerà strofinare la suola sporca contro gli otto stemmi dei più famosi partiti politici italiani, stampati sulla faccia calpestabile. «Questa – dice Mantovani – è l’immagine-simbolo del malcontento del popolo contro la Casta e dimostra che, a 15 anni da Tangentopoli, in Italia il problema della Casta non è stato risolto».
Con la scelta del nome Operazione Piedi Puliti si ottiene l’effetto di evocare il pool di Milano e le sue azioni nelle stagioni '92-93, ma questa volta non ci sarà nessun “clima infame”: solo verranno dissacrati i simboli dei partiti politici che qualcuno si metterà sotto i piedi. L’artista propone le sue opere attraverso il suo sito internet, ma anche calendari e vignette, già pubblicate dal Corriere della Sera nella rubrica Italians di Beppe Severgnini, e annuncia Saturday night la sua prossima opera per sensibilizzare il pubblico sulle stragi del sabato sera.
Gli stemmi dei partiti da “calpestare”, scelti dopo le elezioni politiche 2008, sono diposti quattro a destra e quattro a sinistra, mostrando, come da schieramento, tutto il panorama politico italiano: ci sono la Lega, Rifondazione Comunista, Forza Italia, il Pdl e il Partito Democratico, An, i Comunisti e la lista di Di Pietro. ‘Par condicio’ per ogni schieramento, dunque. Chi si pulirà le scarpe offrirà a tutti i partiti la possibilità di fornire gli stessi servizi al cittadino, effetto che raramente i partiti nostrani ottengono tramite il loro effettivo lavoro in sinergia.
«Anche la satira – sottolinea Mantovani – può diventare arte contemporanea, puirché tradotta in oggetti belli da guardare, in un certo senso sexy». Lo zerbino, secondo Mantovani, veicola il malcontento popolare contro la Casta; da qui la nascita dei Grillini. «Non appoggio – dice Mantovani – questo o quel movimento politico o antipolitico, però il fatto che mi ha colpito è l’insoddisfazione delle persone rispetto alla politica, visto anche che, a distanza di anni, in Italia il problema è sempre quello della Casta, come insegnano Stella e Rizzo, autori del bestseller omonimo».
Simboli politici da mettere sotto le scarpe, dunque, per quella che per adesso è un’opera “unica” non in commercio. Ma che, se fosse acquistabile, potrebbe essere - c’è da scommetterci - il regalo di Natale per tutti gli italiani.
[roberto dupplicato]
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3.11.08
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MOSTRA
Come ti metto Audrey Hepburn sui manifesti
Chi non conosce Audrey Kathleen Ruston, nata a Bruxelles, ma di nazionalità inglese? O meglio, chi non ha mai visto un film interpretato dalla diva più elegante che Hollywood abbia mai conosciuto, vale a dire Audrey Hepburn (nota appunto col cognome della nonna materna)? Cresciuta in Olanda sotto il regime nazista, durante la seconda guerra mondiale studiò danza per poi approdare al teatro e infine al cinema americano, in cui interpretò ruoli indimenticabili soprattutto negli anni Cinquanta e Sessanta.
Dalla principessa Anna in Vacanze romane (1953) (Oscar come migliore attrice), a Holly Golightly in Colazione da Tiffany (1961) a Sabrina nell’eponimo film (1954). Ora una mostra alla Galleria degli Artisti di Milano – inaugurazione il 28 aprile – intitolata Audrey Hepburn in manifesto, metterà a disposizione di fan e curiosi le locandine italiane originali dei suoi film.
Sono tratti dalla collezione privata di Andrea Croci, giovane cantante e attore milanese che ha cominciato a raccoglierli da quando aveva sedici anni e che per la prima volta ha deciso di mostrarla al pubblico: «Avevo già prestato alcuni di questi manifesti – spiega il giovane collezionista – per la mostra Audrey Hepburn, una donna, lo stile, organizzata a Firenze nel 1999 dal museo Salvatore Ferragamo, in cui accompagnavano un’esposizione di vestiti originali dei film dell’attrice. Questa volta invece saranno i manifesti stessi ad essere messi in risalto». Da Colazione da Tiffany del ’62 a Sciarada, da Cenerentola a Parigi a Quelle due, fino a Vacanze romane (un poster gigantesco di 4 metri x 2, del quale esiste soltanto un’altra copia), ci si potrà fare un’idea di come Audrey Hepburn venisse raffigurata per il grande pubblico italiano. Ma questa mostra non sarà soltanto un omaggio all’attrice: «In realtà è come una vera e propria mostra di quadri – prosegue il giovane attore –. Questi manifesti furono realizzati da Ercole Brini (autore, tra l’altro, anche della locandina di Via col vento): è una pittura ad acquerello un po’ stilizzata e di grande effetto drammatico. Nelle locandine americane ci si limitava a mostrare soltanto le sagome degli attori. Il manifesto italiano trova un valore aggiunto nel rappresentare delle scene e nell’usare uno stile pittorico che è sempre stato apprezzato in tutto il mondo». La venerazione di Andrea Croci per la sua diva prediletta non si limita alla sua carriera cinematografica: «Amo Audrey non soltanto per i suoi film. Ammiro molto il modo in cui aveva affrontato le difficoltà della sua infanzia e la sua generosità quando, dopo avere smesso quasi del tutto di recitare, cominciò a occuparsi dei bambini nei paesi più disagiati, diventando ambasciatrice speciale dell’Unicef». Per Croci la Hepburn incarna l’assoluta bellezza del cinema di una volta e purtroppo non ha lasciato eredi: «Come Marilyn Monroe, Shirley MacLaine o Grace Kelly è un’attrice unica e irripetibile, un’icona senza tempo». Una donna che, se in Colazione da Tiffany diceva di «non potere appartenere a nessuno», grazie a questa mostra – che ne immortala la magia e la classe – diventa di nuovo il sogno di tutti.
[luca salvi]
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6.4.08
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PALAZZO LITTA
Altri fiori e altre domande per capire la realtà
Per la prima volta gli spazi seicenteschi di Palazzo Litta si aprono all’arte contemporanea. Dal 30 gennaio al 16 marzo tra le pareti di broccato, le cineserie e gli specchi saranno in mostra le opere degli artisti svizzeri Peter Fischli e David Weiss. Altri fiori e altre domande - questo il titolo dell’esposizione che la Fondazione Nicola Trussardi ha portato a Milano in collaborazione con le gallerie Tate Modern di Londra e Kunsthaus Zurich di Zurigo - si compone di oltre 40 installazioni, video, sculture e fotografie. Per l’occasione, la loro prima retrospettiva in Italia, Fischli e Weiss presentano al pubblico pezzi storici e lavori inediti, che sfumano il confine tra la normalità e lo straordinario, tra il passato e il presente, fino a trasformare Palazzo Litta in una sorta di affascinante carillon dell’assurdo. I due artisti, che lavorano insieme dal 1979, si sono specializzati nella realizzazione di sculture in poliuretano, un materiale leggerissimo e delicato, scelto perché «sembra catturare tutta la fragilità del mondo».
Mondo che, di sala in sala, viene scomposto in un labirinto di immagini, segnando le tappe di un viaggio tra micro-universi possibili e panorami lillipuziani. Un lavoro incompleto, ad esempio, è un percorso costituito da centinaia di fotografie, sovrapposte, confuse e intrecciate per rivelare il lato oscuro della quotidianità. Passeggiando tra le installazioni esposte, si ha l’impressione che gli artisti stiano giocando con gli spettatori, mostrando loro oggetti apparentemente banali per indurli a riflessioni ben più profonde. «Con un atteggiamento quasi infantile, Fischli e Weiss portano le loro marachelle a una grandezza tale da trasformarle in classici postmoderni con tanto di pedigree da perfetti storici dell’arte», commenta il critico Arthur Coleman Danto. Nelle mani dei due svizzeri anche la materia più insignificante si trasforma in qualcosa di magico, come avviene nella serie Suddenly This Overview: qui Fischli e Weiss ripercorrono gli eventi cruciali della storia dell’umanità in una sequenza di oltre 90 piccole scene di creta. Nel video The Way Things Go, invece, gli oggetti si risvegliano e i materiali più diversi – scatole, bottiglie, pezzi di legno, candele, copertoni e teiere – si rincorrono in una serie esilarante di reazioni a catena, un effetto domino in cui caos e ordine si sfidano all’infinito. Il modo migliore per capire la filosofia del duo è quello di farsela spiegare dai protagonisti in persona: «Cerchiamo di guardare alle cose da diversi punti di vista contemporaneamente. Forse è più un modo per essere ironici: l’ironia è dire qualcosa intendendo qualcos’altro. L’ironia è essere poco chiari e parlare nello stesso momento su livelli differenti». Per riuscire a cogliere appieno tutto questo bisogna seguire il percorso onirico preparato da Fischli e Weiss, perdendosi tra Altri fiori e altre domande.
[lucia landoni]
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29.1.08
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BRUNO MUNARI
Una mostra tutta da toccare
I piccolissimi sono avvisati: è Vietato non toccare. Questo il nome scelto dal Museo dei bambini di Milano (Muba) per la mostra che presenta alla Triennale in occasione del centenario della nascita di Bruno Munari. Un evento che si rivolge in via prioritaria al pubblico delle scuole dell’infanzia e dei nidi, proponendo giochi ed esperienze pensati per la fascia di età 2-6 anni.
Per l’occasione sono stati selezionati, nella vasta produzione del noto artista, temi vicini alla sensibilità, alla curiosità e alle esigenze dei più piccoli, creando un percorso di gioco impostato sulla scoperta, la meraviglia, l’esperienza tattile e visiva, la sperimentazione e il fare, che vedono sempre il bambino protagonista. Una scelta quanto mai azzeccata per celebrare il designer milanese, che nel corso della sua vita si è dedicato con passione ai processi di formazione fondati sull’esperienza diretta e il gioco. «Un apprendimento ricevuto attraverso il gioco si fissa molto meglio nella memoria per il fatto che tutta la personalità è stata coinvolta – non si stancava di ripetere Munari –. Il lavoro coinvolge solo una parte della persona mentre il gioco coinvolge globalmente la persona, tutti i sensi sono interessati. Inoltre è un’attività che ti permette di risolvere dei problemi, di arrivare a dei risultati, di chiarire delle cose». Da qui l’idea di dedicare la prima parte della mostra al tema della meraviglia per le piccole cose. Dentro scatole solo apparentemente tutte uguali si scoprono infatti oggetti ispirati a progetti e libri dell’artista. Un percorso tattile conduce i bambini ad esplorare con tutto il corpo le molteplici sensazioni che derivano dalla sperimentazione fisica dei materiali più diversi. Segue Più e meno dove, su tavoli retroilluminati, si possono comporre paesaggi verosimili o fantastici con tessere trasparenti. Non potevano poi mancare i Prelibri, realizzati per avvicinare alla lettura i giovanissimi che non sanno ancora l’alfabeto. Si tratta di piccoli libri, maneggiabili dalle mani dei bambini, costruiti con forme, colori, buchi, rilegature e materiali inusuali. Libri da esplorare, sfogliare e giocare, ma anche reinterpretare creando pagine nuove. Dal 5 al 30 marzo un’istallazione in formato ridotto rispetto a quella presentata alla Triennale sarà disponibile anche presso lo spazio Citylife, in piazza Cordusio. L’iniziativa esprime lo spirito di collaborazione tra Citylife e Muba, che insieme promuovono la realizzazione del palazzo delle scintille nel nuovo quartiere che sorgerà al posto della vecchia fiera di Milano. Per continuare poi a scuola l’esperienza educativa della mostra, verrà consegnata agli insegnanti la guida Fila-Giotto contenente spunti per attività didattiche e laboratori creativi.
[cecilia lulli]
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