Cinquant'anni di lotte contro il Dragone cinese Il 2009 è un anno molto importante per il Tibet, una terra dalla storia travagliata, all'eterna ricerca di un po' di pace. Ricorre infatti proprio in questi giorni il cinquantesimo anniversario della fallita rivolta anti-cinese del 1959. I monaci tibetani continuano a manifestare, a farsi arrestare, a morire nell'attesa che il mondo si ricordi davvero di loro. Intanto, al di là di tante belle parole di solidarietà, qualcuno rifiuta di accogliere sul proprio territorio il Dalai Lama per non compromettere i rapporti commerciali con la Cina. Quella tibetana è una vicenda molto delicata, che Mag affronta con un dossier.
1. Pretoria dice no al Dalai Lama
2. Tibet tra indipendenza e occupazione
3. Le rivoluzioni di marzo
[ivica graziani - daniela maggi]
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CONFLITTO DI GAZA
Intervista a Nahum Barnea
«Non ci sono dubbi che le operazioni militari organizzate da Israele sono state condotte ad ampio spettro. Il punto è che sono durate anche molto più a lungo di quanto ci si aspettasse», racconta da Gerusalemme Nahum Barnea, una delle penne più autorevoli del giornalismo israeliano, intervistato in esclusiva da m@g. Barnea, che scrive per il quotidiano Yedioth Ahronoth e ha vinto il premio Israel Prize per la comunicazione, ha perso un figlio nel 1996, in un attentato kamikaze di Hamas a un autobus di linea. Al funerale ha perdonato pubblicamente l’assassino, considerandolo vittima della stessa tragedia che affligge il popolo palestinese. Da anni si spende per favorire il dialogo nell’ambito del conflitto arabo-israeliano.
[viviana d'introno e cesare zanotto]
L'INTERVISTA
Yang Lian, nato in Svizzera nel 1955 ma cresciuto a Pechino, è oggi uno dei maggiori poeti contemporanei e una tra le voci più importanti della dissidenza cinese. Esiliato dalla Repubblica Popolare Cinese dopo avere duramente criticato nel 1989 la repressione di Piazza Tiananmen, vive all’estero da vent’anni. È stato candidato al Premio Nobel nel 2002 e le sue poesie sono state tradotte in 25 lingue. Yang Lian interpreta lo spirito della millenaria cultura cinese attraverso la sua esperienza da esule. Una riflessione sulla condizione generale dell’uomo ma anche un invito alla speranza per milioni di cinesi che chiedono democrazia.guarda l'intervista
[marzia de giuli e luca salvi]
L'INCHIESTA
È un’emergenza che dura da oltre vent’anni. I territori tra Napoli e Caserta sono uno stato nello stato dove l’unico potere reale è quello della Camorra. Nonostante i blitz, gli arresti e l’invio di soldati e poliziotti, i clan continuano a fare affari in un cono d’ombra in cui convivono l’economia legale e la politica. Ne abbiamo parlato con Andrea Cinquegrani, direttore de La Voce della Campania (oggi La Voce delle Voci).
Ascolta l'intervista
[alberto tundo]
MARIO CAPANNA
Onda e '68 a confronto
Quarant’anni dopo la protesta che ha segnato un’epoca, gli studenti italiani sono ancora in piazza. Secondo alcuni osservatori, l’Onda, che contesta la riforma Gelmini, è la fotocopia del’68. Altri la pensano diversamente. Mag ha chiesto un’opinione a Mario Capanna, ex studente dell’Università Cattolica e leader del movimento nel 1968.
[cesare zanotto]
CIBO E MEMORIA

La relazione tra il cibo e la memoria è uno degli aspetti più profondi e antichi della cultura italiana e internazionale. Emblema di questo nesso è la madeleine che risveglia i ricordi dell’infanzia di Marcel Proust nel romanzo Alla ricerca del tempo perduto . Che cosa pensano i gourmet più affermati e i cuochi più celebri del nostro Paese del rapporto tra lo stile di vita dei nostri tempi e i cambiamenti nel gusto culinario, sempre più lontano dalla tradizione culinaria? La risposta nel servizio.
[francesco perugini]
GIORGIO BOCCA

Nessuno meglio di Giorgio Bocca può aiutarci a riflettere sulla crisi che sta vivendo oggi la professione di giornalista. "E' la stampa, la bellezza!", il suo nuovo libro vuole essere un'occasione per riflettere sul destino di un mestiere che sembra aver perso le sue virtù. In Italia la carta stampata appare schiacciata dalle pressioni della politica e dell’economia, incapace di reagire allo strapotere della comunicazione televisiva, non più in grado di scandagliare i mutamenti reali della società. Abbiamo approfondito queste e altre questioni nell'intervista.
[gaia passerini]
ESTERI
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24.3.09
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MOSTRE
Gli ultimi samurai Seduti sotto i loro pesantissimi elmi, in assetto di guerra o pronti per una cerimonia alla corte imperiale, a piedi o cavallo, qualcuno addirittura in maschera o con fittizie ali da farfalla attaccate alle maglie che coprono il loro dorso. I samurai della collezione Koelliker si mostrano a Palazzo Reale grazie alla collaborazione della Fondazione Antonio Mazzotta. La maggior parte delle armature, montate su manichini dai lunghi baffi, appartiene al cosidetto Periodo Edo, momento di svolta nella storia dell’impero del Sol Levante. Edo è l’antico nome di Tokio, capitale costruita all’epoca dell’istituzione dello shogunato, durante il quale il signore della guerra o shogun pretendeva che i suoi feudatari, i samurai per l’appunto, stessero alla sua corte per essere meglio controllati. Siamo nel 1603 e i samurai saranno l’ago della bilancia della politica interna giapponese fino alla caduta dello shogunato e alla ripresa del potere assoluto da parte dell’imperatore nel 1868.
Le panoplie esposte a Milano si distinguono per la loro squisitezza artistica, poiché appartenevano ai cosiddetti daimyo, dei samurai di alto rango all’interno della corte. Si va da armature con le rarissime protezioni in pelle di razza, considerata un materiale di pregio per realizzare pannelli di protezione, alle lacche colorate cesellate e dorate, alle bordature sgargianti. In una sala si trova persino una preziosa armatura di protezione per la montatura del samurai di turno, nappe rosse e sella dorata, ma soprattutto una sorta di copertura per il muso del cavallo che ne trasforma le sembianze in un cornuto dragone adirato.
L’elemento sul quale ci si sofferma di più è il kobuto, l’elmo del samurai, al quale è dedicata un’intera sala della mostra. Questi elmi sono opere d’arte finemente elaborate, soprattutto negli elementi decorativi che venivano posti sulla parte che copre la fronte. Troviamo, dunque, libellule e farfalle, moltissimi dragoni apotropaici, ma anche delle rare conchiglie ricoperte in oro massiccio. Altri elmi, invece, venivano decorati con delle corna che ricordano i guerrieri vichingi, sebbene le corna scelte dai giapponesi si diramino, preferibilmente in sottili palchi. Oltre agli elmi, in alcune vetrine troviamo scettri di comando piumati, accessori per moschetto sbalzati, gli archi e le frecce, le famose katane, spade dalla lama tagliente, ventagli laccati di rosso.
Nell’ambito della mostra, però, oltre a una visuale complessiva sul mondo dei samurai in epoca passata, si getta una prospettiva verso un passato molto più prossimo, quello dei cartoni animati manga. Anche per i disegnatori moderni dell’ambito, infatti, il modello delle armature dei samurai è stato un punto di partenza per i disegnatori dei robot più famosi degli anni Ottanta. Da Mazinga a Jeeg Robot, tutti questi disegni hanno preso vita dalle ceneri dei samurai, sia per quello che riguarda l’espetto esteriore che per quanto riguarda il codice etico. Delle riproduzioni ad altezza d’uomo di questi personaggi si trovano nella sala finale della mostra per la gioia dei tanti bambini che accorrono alla mostra richiamati dall’aspetto mitico di questi personaggi che, in un modo o nell’altro, sono personaggi comuni della loro infanzia.
[alessia scurati]
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6.3.09
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EDITORIALE DALLA CINA
Una lettera agli occidentali
Cari amiche e amici,
scrivo questa lettera per esporvi il pensiero di comuni cittadini e giornalisti cinesi che hanno studiato con grande rispetto politica, economia, diritto, filosofia e storia occidentale, e che si sono interrogati per anni con onestà intellettuale e ammirazione per la civiltà straniera, pur mantenendo un punto fermo, e cioè l’amore per la propria patria. Sono la grande maggioranza dei cinesi. Ma alcune parole e comportamenti dei media occidentali nei confronti delle vicende legate alla fiaccola olimpica ci hanno fatto capire che davvero siamo troppo idealisti.
Abbiamo accolto a braccia aperte le Olimpiadi, ed eravamo felici di poter finalmente mostrare al mondo, sorridendo, il risultato del nostro costante impegno, e come il nostro giardino non fosse più così desolato - grazie a sforzi immensi. Ma abbiamo ricevuto solo insulti. Quando abbiamo invitato i migliori atleti e i leader politici di tutto il mondo a partecipare alla cerimonia di apertura, abbiamo messo il massimo impegno e mobilitato tutto il popolo, ma abbiamo ricevuto solo ostilità. In questi ultimi cento anni, noi cinesi abbiamo sempre combattuto tra mille difficoltà. Molte sono giunte dall’Occidente, ma il vero motivo è certamente la nostra arretratezza. Dal 1978 abbiamo potuto finalmente correre verso il progresso, abbiamo sperato di poter convivere pacificamente con voi, vincere insieme. Abbiamo imparato molto da voi, abbiamo aperto le nostre porte, abbiamo cambiato noi stessi, abbiamo sperato di poter entrare in quel mondo fantastico dei paesi occidentali più sviluppati del nostro. Dopo 30 anni siamo molto stanchi e non desideriamo che vivere un po’ meglio. Ora che il nostro impegno ha portato dei risultati, vorremmo invitarvi a venire qui come nostri ospiti, ma ci sentiamo offesi dalle parole di quei signori francesi che, al passaggio della fiaccola, urlavano agli studenti cinesi: «Se vi infastidisce che insultiamo il vostro paese, tornate da dove siete venuti». Siamo senza parole, perché ammiriamo l’indipendenza dei media occidentali, il valore delle notizie oggettive e vere. Molti cinesi hanno installato le antenne per guardare la Cnn e la Bbc, e sono diventati assidui frequentatori dei vostri siti Internet, ma i media stranieri riportano senza sosta tutta la resistenza che ha incontrato la fiaccola a Londra, Parigi e San Francisco, tutte le televisioni riprendevano visi stranieri di persone che non hanno mai messo piede in Tibet, e che sventolano la bandiera dell’indipendenza urlando «Tutto il mondo combatta le Olimpiadi di Pechino» e opponendosi alla Cina «che non rispetta i diritti umani», «che schiavizza i cittadini» e «che ogni giorno uccide centinaia di tibetani». Vogliono dare una lezione alla Cina «amica del governo del Sudan che perpetua il genocidio del Darfur». Il presidente francese ci insegna come dobbiamo comportarci se vogliamo che partecipi alle Olimpiadi, il premier tedesco non verrà e anche il presidente Bush potrebbe non essere presente alla cerimonia di apertura. Quando la nostra atleta tedofora disabile si difendeva dagli attacchi dei manifestanti, la vostra conduttrice televisiva rideva. Quando le guardie cinesi hanno tenuto a bada i rivoluzionari, molti media li hanno giudicati aggressivi, e il leader del partito conservatore inglese ha chiesto come mai la nostra polizia fosse entrata in Inghilterra. Sulla Cnn la star di Hollywood Richard Gere ha urlato: «Ogni paese affronti la Cina e prenda delle misure. È noto che tutto quello che i cinesi fanno e dicono è una presa in giro, partecipare alle Olimpiadi significa calpestare i diritti umani e perpetuare il genocidio». Ti sbagli Richard Gere, e vi sbagliate tutti, Cnn, Bbc e giornalisti occidentali. Noi non siamo gente che prende in giro, ma vi accogliamo alle Olimpiadi con cuore sincero, non vogliamo sottrarvi nulla, desideriamo solo vivere un po’ meglio, e vorremmo gioire insieme agli amici di tutto il mondo una volta superate queste difficoltà. In questa nostra grande casa vivono cinquantasei diverse etnie, ci sono certamente dei contrasti come in una famiglia, ma siamo tutti fratelli. Se considerate queste vicende con occhio più critico, vi accorgerete che non c’è una sola verità, e che alla fine ad essere insultati non sono i cinesi ma lo spirito olimpico, la libertà e la pace. Noi vogliamo solo vivere bene, come voi, e questa non è una richiesta esagerata. Se molti occidentali sono stati penalizzati dalle nostre esportazioni, è perché ci siamo aperti all’economia di mercato da un giorno all’altro, e voi dovreste riflettere e aiutarci a progredire e a migliorare il sistema, invece di metterci in difficoltà. Per la maggior parte di voi occidentali, la Cina è un paese lontano, la guardate in televisione come se fosse una soap opera, questo è per voi la Cina. Dovete sapere che quando ci lamentiamo perché i nostri giornali non sono liberi, è perché li abbiamo paragonati ai media occidentali, ed è proprio grazie al vostro esempio che speriamo di far crescere il quarto potere. Non solo ci avete trasmesso il valore di un’informazione seria e oggettiva, ma ci avete anche insegnato la libertà e l’uguaglianza. Grazie a voi abbiamo scoperto che il nostro paese ha ancora tanti problemi, e che il governo ha commesso molti errori. Continuiamo a camminare nella vostra direzione, ma abbiamo anche visto come usate la libertà e l’uguaglianza che ci insegnate. E questa è per noi una sconfitta. Sappiamo che la prospettiva di 1,3 miliardi di persone che vivono bene vi preoccupa. Ma non temiamo le critiche, perché sono il prezzo che un paese deve pagare per crescere, e continuiamo a sperare nella vostra amicizia. Ma se non ci trattate con rispetto, ci stringeremo e non perderemo la faccia. Rinunceremo alle Olimpiadi piuttosto che essere dei perdenti, e non avremo paura di dire addio a un Occidente che non ci rispetta.
Grazie per l’attenzione
La redazione di Business Watch, 12 aprile 2008
[traduzione di marzia de giuli]
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16.4.08
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CINA
Boom dei giochi online: 1 miliardo di euro
L’anno scorso aveva destato stupore l’istituzione a Shanghai di speciali centri di disintossicazione per web dipendenti. Sono quasi 50 milioni, secondo affidabili statistiche locali, i cinesi appassionati di giochi Internet. Mondi fantastici, eroi della storia, ma anche giochi tradizionali, come il mahjong, passati alla versione cibernetica. Incollati allo schermo dalle 3 alle 6 ore al giorno, i giocatori alimentano un mercato che annota cifre da record.
Secondo il Ccid (Centro cinese per lo sviluppo dell’informazione), nel 2007 il giro d’affari sarebbe cresciuto del 74,6 per cento, superando gli 11 miliardi di yuan (più di un miliardo di euro). I principali 126 operatori hanno registrato profitti di oltre mezzo miliardo di euro, con una crescita del 62 per cento, mentre le prime nove società cinesi in classifica, tutte quotate in Borsa, hanno superato i dieci miliardi di euro di capitalizzazione. Il mercato esplosivo del gioco online è una lama a doppio taglio. Se da un lato muove l’economia, dall’altro trascina con sé elementi che sfuggono al controllo del potere. Così si spiega il complesso rapporto del governo con l’industria dei giochi online. Mentre gli oltre trecento siti web attivi attirano sponsor importanti, incontrano i primi stop delle autorità. Le misure restrittive, che vanno dall’invito a moderare il business ai vincoli imposti ai wangba (i cybercafè), sono mirate a frenare il mercato tumultuoso che il Gapp (l’organo di controllo della stampa) ha definito “oppio spirituale” durante il forum dell’industria del gioco online ospitato lo scorso gennaio a Suzhou. Ma il monito del governo può poco contro quello che è ormai un flusso inarrestabile. Gli analisti prevedono un 2008 più che brillante, con un business che sfiorerà complessivamente i 2 miliardi di euro e i 60 milioni di utenti. La passione dei cinesi per i giochi online trainerà la crescita – con cifre raddoppiate – dei mercati strettamente collegati dell’e-commerce e della pubblicità online, che l’anno scorso hanno rispettivamente sfiorato i 2 miliardi e il mezzo miliardo di euro, destinati a raddoppiare nel 2008. Soprattutto grazie a una novità che ha preso piede, il “free to play”, il gioco gratuito, scelto già dalla metà degli utenti e destinato ad aprire nuove prospettive. Le due principali case produttrici in Cina, Shanda e Giant Interactive, hanno dato libero accesso agli utenti, che si trovano così a spendere meno di dieci euro al mese. La nuova tendenza minaccia il primato di concorrenti americani come il diffusissimo World of Warcraft, che costa più di 50 euro al mese. Pochi giorni fa un giovane giocatore di Shenzhen, Dong Jun, ha invitato pubblicamente gli amici a scegliere il gratuito Chi Bi, della cinese Perfect World. Anche Netease, il secondo provider del Paese, ha annunciato novità a costo zero. La sfida cresce e i leader del web pensano già ai nuovi e accattivanti giochi del dopo Olimpiadi.
[marzia de giuli]
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21.2.08
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INTERNET IN CINA
Mobbing e violenza: la conquista della libertà?
«Giallo e violento». In due parole (il giallo in Cina indica la pornografia), una bambina di 13 anni, Zhang Shufan, aveva descritto davanti alle telecamere lo choc di imbattersi, navigando su Internet, in siti dai contenuti volgari. La televisione di Stato, la Cctv, che l’aveva intervistata per promuovere una campagna contro la violenza su Internet, ha ottenuto il risultato opposto. In molti hanno interpretato con malizia le dichiarazioni innocenti della bambina, che in poco tempo è diventata bersaglio di scherni. Lo scandalo prosegue da settimane.
L’immagine di Shufan, che la Cctv aveva divulgato senza proteggerne la privacy (scelta che ha suscitato a sua volta accese proteste), è rimbalzata sulle pagine web, manipolata e denigrata al punto tale che il padre ha inviato una lettera aperta chiedendo rispetto per la figlia che «rischia di subire serie ripercussioni psicologiche». Solo lo scorso anno era stato il turno di Xiao Pangzi – in cinese «grassottello» - un teenager la cui foto era comparsa in migliaia di caricature dalle pagine web ai cartelloni pubblicitari. Tutto sommato a lui era andata bene. Si era trasformato in una piccola star, riuscendo a farsi pagare anche i diritti per l’immagine. Fatto sta che quelle che sembrano bravate di pochi spiritosi nascondono una tendenza in rapida espansione. Il monito del governo, che negli scorsi mesi ha dato un nuovo giro di vite assicurando punizioni più severe per chi diffonde contenuti “inadatti” su Internet, non ha intimorito i molti navigatori che, abilissimi nell’eludere l’occhio delle autorità, inventano qualcosa di nuovo ogni giorno. Il blog Giallo e violento, l’ultima novità, è ispirato proprio alla storia di Shufan. Non solo: è la parodia di un sito aperto in collaborazione con le autorità per contrastare la pornografia su Internet, Saohuang – in cinese “spazzare via il giallo” -, che consente agli utenti di segnalare con un clic contenuti volgari. Allo stesso modo, ma con fini diversi, gli utenti di Giallo e violento suddividono i contenuti proposti nelle categorie di «Giallo», «Violento», «Giallo e violento» e «Grande e potente». Studiosi e sociologi si interrogano sul fenomeno. «Dietro a queste forme di violenza si cela la pericolosa cultura del Mop», spiega Mai Tian, direttore di una società di servizi Internet. Mop, che qualcuno interpreta come la traslitterazione di “mobbing”, è l’uso perverso del sopruso psicologico per distinguersi e primeggiare in una società sempre più competitiva. Qualcuno pubblica la foto e la storia di una persona invisa per un qualche motivo all’opinione pubblica, scatenando una reazione a catena: in poche ore arrivano centinaia di migliaia di insulti in diverse forme. Il risultato è devastante. E’ un fenomeno importato dal Giappone ma che trova terreno fertile in antiche abitudini cinesi. Il vilipendio pubblico, ritenuto in passato una forma di giustizia - tanto che fino a pochi anni fa era normale appendere dietro la porta del vicino disonesto un cartello di accusa perché tutti vedessero - è diventato una valvola di sfogo sociale. Internet è l’unico rifugio da una società che corre verso il benessere asfaltando con i grattacieli i sogni di milioni di cinesi che negli ultimi vent’anni hanno vissuto la rivoluzione più stravolgente della loro storia: la conquista della libertà. Una vittoria sognata, positiva, ma che le nuove generazioni pagheranno cara. Così capita che persone comuni come la bambina Shufan, “antipatica” per avere provocato la reazione severa delle autorità, diventino bersagli innocenti. La violenza gratuita su Internet esprime la sete di una libertà senza freni che la censura del governo fa sempre più fatica a reprimere. E che alimenta una società “moderna” - già privata dei valori religiosi che tracciavano confini, per quanto labili, fra bene e male – in cui la filosofia tradizionale, declinata in ormai troppe interpretazioni, cede il campo a un relativismo immaturo e facile vittima di estremismi.
[marzia de giuli]
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21.1.08
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CINA ECOLOGICA
Quattromila Ong per difendere l'ambiente
Da sempre i migliori dipinti cinesi ritraggono incantevoli paesaggi. La figura umana è spesso a lato, stilizzata, resa piccola da monti e cascate: la tradizione ha posto la natura al centro dell’universo. Così ogni cittadino che si rispetti non può che indignarsi di fronte all’emergenza ambientale che costa oggi alla Cina il 10 per cento del Pil, cioè più di 200 miliardi di dollari l’anno. Da quando il governo, con la politica della porta aperta iniziata da Deng Xiaoping negli anni ottanta, ha concesso maggiore libertà di iniziativa, a chiamare a raccolta il popolo cinese è stata soprattutto l’emergenza ambientale.
Nel 1994 le organizzazioni non governative hanno ottenuto il riconoscimento legale, e la prima a registrarsi è stata un’associazione a difesa dell’ambiente, Amici della natura. Due anni dopo nascevano Villaggio globale e Casa verde. Da allora le Ong ambientaliste sono rimaste la prima forza aggregante della società civile. Nel 2005 un censimento ufficiale ne ha contate 2800, oggi sarebbero già più di 4 mila. Con un editoriale dal titolo «Mi oppongo alle Ong» pubblicato sul periodico Chinanewsweek, il giornalista Tang Jianguang ha criticato il lavoro svolto dalle organizzazioni cosiddette “no profit”, puntando il dito sui giochi di potere in cui sarebbero coinvolti anche media e istituzioni. Ma se è vero che molte Ong traggono vantaggi sponsorizzando iniziative pubbliche e private a difesa dell’ambiente, altre hanno assunto nel tempo il ruolo di intermediari fra autorità e cittadini, soprattutto nelle aree rurali dove le vittime dell’inquinamento vedono lesi i propri diritti. È passato alla storia l’impegno di due contadini, Zhang Chunshan, della provincia Yunnan, che ha dedicato la vita alla causa della deforestazione, e Tian Guirong, della provincia Henan, che ha raccolto 50 tonnellate di batterie usate. Così come nessuno ha dimenticato la campagna intrapresa nel 2004 da privati e Ong per chiedere la massima trasparenza nei lavori di costruzione della diga sul fiume Nu, nella provincia Yunnan. Greenerbeijing, la prima Ong nata su Internet nel 1998, va fiera di due progetti portati a termine con successo per la protezione dell’antilope tibetana e la salvaguardia delle praterie della Mongolia Interna. L’ultima iniziativa organizzata da Greenerbeijing è stata il forum Ecologia? Chiedilo a me per dare risposte concrete ai cittadini. Convegni, tavole rotonde, lezioni nelle scuole, accordi con le istituzioni straniere: le attività promosse dalle Ong contribuiscono in misura diversa a sensibilizzare l’opinione pubblica e a renderla partecipe degli sforzi che la Cina dovrà fare nella direzione ecologica. Le ultime notizie risalgono a pochi giorni fa e riguardano due provvedimenti che il governo attuerà nei prossimi mesi. Dal giugno di quest’anno i supermercati non potranno più distribuire sacchetti di plastica sotto i 0,025 millimetri di spessore, mentre a febbraio sarà condotto il primo grande censimento nazionale sulle fonti industriali inquinanti. Il progetto, per il quale il governo ha stanziato 737 milioni di yuan, esaminerà aziende di diversi settori, e prevede aspre sanzioni per quelle che forniranno informazioni inesatte. Si può obiettare - e in molti lo hanno fatto – che gli ecologisti cinesi non agiscono perché mossi da spirito ambientalista, ma soprattutto per interessi economici. Per esempio, il ministero dell’Economia ha calcolato che smettere di produrre sacchetti di plastica farà risparmiare 5 milioni di tonnellate di petrolio l’anno, pari a circa 2,5 miliardi di euro. E si continua a parlare delle migliaia di miniere di carbone e del cielo nero di Pechino che minaccerebbe addirittura lo svolgimento delle Olimpiadi. Ed è anche vero che non pochi ambientalisti sono stati ostacolati per aver calcato la mano su temi sensibili. Eppure, a ben guardare, il concreto attivismo delle autorità e delle Ong non può che lasciare ben sperare. L’arte moderna non ha offuscato il fascino che la natura esercita sui pittori cinesi, e le parole daziran (natura), huanbao (ecologia) e lǜse (verde) sono fra le più cliccate su Internet, e spesso slogan di eventi e manifestazioni. A ridimensionare la portata dei soliti luoghi comuni contribuiscono anche i risultati di ricerche autorevoli, come Powering China’s Development: The Role of Renewable Energy, recentemente pubblicata dal Worldwatch Institute, una delle più prestigiose organizzazioni ambientaliste americane. Nello sfruttamento delle fonti rinnovabili, si legge nel rapporto, la Cina è sulla buona strada per raggiungere e perfino superare il suo obiettivo di produrre entro il 2020 il 15 per cento dell’energia da centrali idroelettriche, sole, vento e biomasse. Un risultato che potrebbe quindi avvicinarsi all’ambizioso traguardo del 20 per cento fissato per lo stesso anno dall’Unione europea. A prova, come dice Song Xinzhou, presidente di Greenerbeijing, che «se è vero che in questo momento storico il rapido sviluppo economico è prioritario, le autorità hanno compreso la gravità dell’emergenza ambientale e dimostrano sempre più apertura su questi temi».
[marzia de giuli]
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14.1.08
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PENA CAPITALE - CINA
In Cina più esecuzioni con l'iniezione letale
Il dibattito aperto negli Stati Uniti sulla costituzionalità delle iniezioni letali non scuote le autorità cinesi. L’agenzia di Stato Xinhua riferisce giorno per giorno i punti di vista dei giudici occidentali spaccati tra progressisti e conservatori, usando toni pacati che riaffermano la posizione della Cina: di abolizione della pena capitale non si parla. Non solo: il vicepresidente della Corte suprema, Jiang Xingchang, ha dichiarato che «sempre più condanne saranno eseguite con l’iniezione letale, ammessa in Cina dal 1997 e ritenuta il metodo più umano dalla società nonché dagli stessi condannati a morte e dai loro familiari».
Sebbene la legalità della pena capitale non sia argomento di discussione, a ben guardare si intravedono spiragli significativi. Se è vero che il governo non fornisce dati ufficiali sul numero di sentenze eseguite, nel 2006 ha però restituito la facoltà di giudizio alla Corte Suprema. Si tratta di una svolta radicale con l’obiettivo di contenere il fenomeno diffuso delle condanne ingiuste sentenziate negli ultimi vent’anni dai tribunali locali. E se è vero che, secondo alcuni attivisti, le esecuzioni sarebbero oltre diecimila l’anno, Amnesty International sostiene che dal 2005 al 2006 le condanne capitali sarebbero diminuite del 40 per cento, complici le pressioni della comunità internazionale in vista delle Olimpiadi che si apriranno a Pechino in agosto. «Senza contare che negli anni cinquanta, quando il governo considerava le persone alla stregua di “risorse rinnovabili”, si contavano un milione di casi l’anno», ha ricordato il professor Franklin Zimring, autore di un libro sulla pena di morte in Asia. Con un recente comunicato la Corte Suprema ha sancito che «la pena capitale dovrà essere inflitta soltanto a un ristretto numero di criminali, e con maggior giudizio». Si eseguiranno controlli più severi sui veleni dell’iniezione letale e saranno graziati gli assassini disposti a collaborare con le autorità. Addirittura il giudice supremo Xiao Yang si è sbilanciato rispetto alla posizione ufficiale, dichiarando al quotidiano China Daily che «anche la Cina seguirà la tendenza internazionale verso l’abolizione o la limitazione della pena di morte». Naturalmente non nei prossimi anni, né decenni. Almeno finché la stragrande maggioranza dei cinesi continuerà a credere fermamente – e lo dimostrano i sondaggi – nella legge del taglione. O fino a quando qualche giurista illuminato riuscirà a convincere la leadership che uccidere non è l’unico mezzo per prevenire i reati. Alcuni nomi circolano già sui giornali di tutto il mondo. Xuan Dong, per dieci anni giudice della Corte suprema, che dal 2001 si batte per i diritti umani. Li Heping, avvocato di Pechino, inviso alle autorità per aver denunciato casi di tortura. Li Fangping, famoso per aver difeso un uomo condannato a morte per il furto di un cellulare. Sono espressioni di una nuova mentalità che non potrà non interessare i giovani. Come i giuristi del primo corso sulla pena capitale, avviato dall’Università di Pechino nel 2006, dove per la prima volta autorità accademiche mettono in discussione la tradizione millenaria (secondo cui la vita dell’uomo appartiene al sovrano) con la prospettiva che forse, un giorno, il sistema giudiziario cinese potrebbe cambiare.
[marzia de giuli]
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8.1.08
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ELEZIONI IN GEORGIA
Mikhail Saakashvili riconfermato presidente
Vittoria totale al primo turno delle elezioni: Mikhail Saakashvili è stato riconfermato presidente della Georgia. Dopo lo spoglio di oltre l’80% delle schede, il presidente uscente ha ottenuto più del 52% delle preferenze, ma lunghe ombre si allungano sulla regolarità delle votazioni, nonostante il parere favorevole espresso dagli osservatori dell’Osce (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa).
I più scontenti sono i sostenitori del principale rivale di Saakashvili, il magnate produttore di vino Levan Gaceciladze che avrebbe ottenuto circa il 25% dei voti. Ad alimentare i dubbi hanno contribuito le incertezze che hanno contraddistinto il lento scrutinio e che, a lungo, hanno fatto pensare a un inevitabile ballottaggio. «La commissione elettorale lavora per Saakashvili e abbiamo la certezza che Gaceciladze abbia raggiunto almeno il 47% delle preferenze», ha accusato il dirigente dell’opposizione Gueorgui Janidrava. Si lamentano anche i manifestanti che si sono riversati per le vie di Tblisi: rinfacciano a Saakashvili di non aver adempiuto alle promesse del suo precedente mandato e di aver svenduto il Paese all’Occidente, lasciandolo senza interventi per sviluppare l’economia e migliorare il tenore di vita della popolazione. Sono anche al corrente del rischio di brogli: filmati ripresi con i cellulari ritrarrebbero sostenitori di Saakashvili intenti a trafugare urne ancora contenti schede elettorali non scrutate. Anche gli Stati Uniti hanno assunto una posizione interlocutoria. Saakashvili ha studiato legge negli Stati Uniti ed ha sempre goduto dell’appoggio di Washington che, mantenendolo al potere ha pensato di poter accelerare la democratizzazione della repubblica caucasica. Non stupisce più di tanto, allora, il parere di Alcee Hastings, parlamentare statunitense che guida la missione Osce: «La democrazia ha trionfato: a causa della competitività della campagna che si è tenuta, ritengo che questa elezione sia una valida espressione della scelta del popolo georgiano». Altrettanto prevedibile è la freddezza di Mosca: il ministro degli esteri russo ha infatti commentato: «Le valutazioni degli osservatori occidentali sembrano quantomeno superficiali». Più equidistante la posizione della Comunità europea: il capo della delegazione dell'Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa, Matias Eorst, ha rivolto un appello a tutti i leader politici perché rispettino i risultati. E la rappresentante del Parlamento europeo, Marie Anne Isler Begun, sottolineando come «il processo elettorale non sia concluso», ha invitato a «usare mezzi democratici» per completarlo.
[stefano carnevali]
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8.1.08
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ESTERI
India, dietro le violenze anti-cristiani la regia del potere
Come se la passano le minoranze cristiane in India? Negli ultimi due anni gli episodi di violenza contro le comunità cristiane sono cresciuti in modo esponenziale. Un rapporto dell’All Catholic Union, associazione che riunisce i laici cattolici indiani, lo scorso novembre denunciava 190 casi di attacchi dall’inizio del 2007. Da quest’estate si è registrato il picco storico di aggressioni: quattro ogni settimana. «È difficile che le persecuzioni contro i cristiani si esauriscano finché c’è al governo il Partito del Congresso. I nazionalisti, tornati al potere, considerano Sonia Gandhi una pedina del Vaticano», spiega padre Carlo Torriani, un missionario del Pime, il Pontificio istituto per le missioni estere.
Padre Torriani vive a Mumbai dal 1969, dove si occupa del suo ashram, un eremo a pochi chilometri dalla città dove accoglie una comunità di 40 lebbrosi che ha fondato nel 1983, e di un’organizzazione che si occupa di curare le persone affette dalla lebbra.
La sua comunità è stata mai oggetto di violenze?
«No, non è mai stata presa di mira dall’intolleranza degli estremisti indù, mentre in una comunità vicina alla mia altri padri con cui lavoro, proprio cinque giorni fa, hanno subìto un attacco durante una riunione nella parrocchia di padre Francis Mulakkal. Erano attivisti del Bajarang Dhal, uno dei gruppi fondamentalisti presenti nella regione. Hanno fatto irruzione nella sala e hanno cominciato a lanciare sassi. Legati a questi episodi ci sono anche le richieste d’ammissione alle numerose scuole parrocchiali di Mumbai, molto ambite da famiglie di ogni confessione perché rappresentano esempi d’eccellenza. Il numero delle richieste continua a crescere e questo preoccupa gli estremisti».
Quindi anche le scuole sono nel mirino degli induisti.
«Sì, e non capita raramente, dato che a Mumbai i cattolici sono mezzo milione. Le scuole diventano un bersaglio privilegiato. Insegnanti e dirigenti scolastici vengono sottoposti a continue minacce. Talvolta sono vittime di pestaggi.
Pochi giorni fa in Turchia un ragazzo ha accoltellato padre Adriano Franchini, un sacerdote di Smirne. Le autorità parlano di uno squilibrato. Ma appare più concreta la possibilità che si sia trattato di un infiltrato di cellule fondamentaliste. Dietro alle aggressioni anti-cristiane in India c’è una regia?
«Certo. Almeno due. La prima è quella rappresentata dal Rashtriya Swayamsevak Sangh (Rss), un’organizzazione integralista indù che ha come obiettivo principale quello di combattere le minoranze cristiane. Le considerano protagoniste di un vero e proprio attentato culturale all’identità indiana. Chi si converte al cristianesimo, nella logica di questi gruppi, verrebbe sradicato con la forza alle proprie tradizioni induiste. Sono arrivati a colpire fin nel sud dell’India, a Goa e Bengaluru, dove la presenza di comunità cristiane è più bassa. Lì il bersaglio sono i predicatori, sia cattolici che protestanti. Il pretesto dell’odio religioso è il solito: conversioni forzate. Poi c’è il Bharatiya Janata Party, uno dei partiti nazionalisti più intransigenti, che sta guidando una campagna contro la parità dei diritti fra le religioni in India promuovendo riconversioni forzate che chiama “ritorno a casa”. Questo avviene soprattutto nel Madhya Pradesh, nell’Orissa e nelle aree tribali, sfruttando il fatto che si tratta di zone meno sviluppate, in cui la popolazione è completamente inerme. Sfrutta i giornali attraverso proclama che annunciano migliaia di riconversioni. Poi si scopre che in realtà sono sempre meno di quelle annunciate, ma il fenomeno esiste».
Quando termineranno le aggressioni?
«È difficile prevederlo. Finché al governo c’è il Partito del Congresso non credo che succerderà. È una cosa organizzata per screditare Sonia Gandhi. Viene vista come una specie di infiltrata del Vaticano. Ma in realtà non ha mai preso le difese dei cattolici. Lascia fare agli altri, non si è mai esposta a questo gioco politico. L’obiettivo è quello di farla cadere per restaurare uno Stato integralmente indiano».
Qualcuno è mai venuto da lei per essere battezzato? «Apertamente no. Almeno in questo periodo. All’inizio sì, nei primi anni mi capitava, ma avevo paura che fossero mandati dalla polizia per vedere come mi comportavo. Quando succedeva non battezzavo nessuno. Magari regalavo una Bibbia, ma mandavo chi voleva convertirsi da un parroco indiano».
Ma ci sono casi in cui battezzare nuovi fedeli non comporta rischi?
«Sì, Mumbai per questo è abbastanza sicura, soprattutto da quando i vescovi hanno introdotto l’affidavit. È un atto giuridico che impone ai nuovi fedeli di presentarsi di fronte a un giudice per dichiarare che ci si converte liberamente e senza aver subito pressioni.
Ma, una volta che la conversione è divenuta di ordine pubblico, la paura di subire violenze non potrebbe dissuadere anche i più devoti? «Può essere, ma è una mossa prudenziale dei vescovi per evitare che le conversioni vengano impugnate come conversioni forzate o conversioni di minori. Questo però non avviene negli altri Stati del sud. Per esempio in Andhra Pradesh , dove tutti i nostri padri del Pime lavorano. Là le conversioni avvengono ancora con il rito tradizionale».
E cosa succede qui a chi decide di convertirsi?
«Oltre a subire aggressioni viene emarginato. La maggior parte dei convertiti fa parte dei cosiddetti fuori casta, il gradino più basso della scala sociale, ma a cui Gandhi ridiede dignità. Quando un indiano si converte al cristianesimo non può godere più del sostegno sociale di cui godono invece i fuori casta indù, e cioè posti riservati nelle scuole, nelle università e nel lavoro. È una doppia emarginazione: sociale e religiosa.
Nella sua comunità, oltre ai Vangeli, legge passi del Corano e del Bagavadgita. Promuove il dialogo interreligioso. Pensa ancora alla missione apostolica?
«Io continuo a testimoniare la parola di Gesù. Ma bisogna anche valorizzare le altre religioni. Fra i lebbrosi della mia comunità non ci sono cristiani. Sia dal punto di vista teorico che pratico, anche musulmani e indù possono accogliere il messaggio di Cristo. L’esempio più bello è quello di Gandhi. Io sono venuto in India perché ho letto la sua autobiografia. Più cristiano di lui, infondo, chi potrebbe esserci?».
[mario neri]
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21.12.07
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CINEMA
Caramel, essere donna a Beirut
Se il cinema hollywoodiano ci fa vivere il sogno americano, Caramel ci trasporta nella cruda realtà quotidiana di Beirut. Una realtà che si presenta al mondo occidentale e orientale come esempio di paese aperto, di società emancipata, ma che dietro questa facciata riserva ancora alle donne vincoli e sofferenze. Nato senza questa pretesa, il film sintetizza nel microcosmo di un salone di bellezza uno spaccato del mondo femminile libanese. In questo rifugio sicuro cinque amiche di età differenti si aiutano ad affrontare i problemi che incontrano con gli uomini: l’amore, il matrimonio e il sesso, senza temere di essere giudicate.
C’è Layale, che è innamorata di Rabih, un uomo sposato; Nisrine, una giovane musulmana in procinto di sposarsi, angosciata perché la prima notte di nozze il marito scoprirà che ha già perso la verginità; e poi Rima che non riesce ad accettare di essere attratta dalle donne; Jamale, cliente fedele ossessionata dalla sua età e dal suo fisico; ed infine Rose, che ha sacrificato giovinezza e felicità per occuparsi della sorella maggiore malata mentale.
Caramel, dal nome della ceretta depilatoria fatta di acqua, limone e zucchero, segreto di bellezza delle donne nel mondo arabo, è dunque una commedia realistica tutta al femminile che affronta temi socialmente rilevanti con grande leggerezza, senza essere superficiale o cadere nella banalità. La forza di questa pellicola sta nella sua semplicità, attraverso la quale la giovane regista Nadine Labaki vuole narrare i piccoli fatti della vita. Piccoli fatti che fotografano con chiarezza la società di Beirut in bilico tra tradizione e modernità. E se dopo la ripresa della violenza in Libano tutto si è trasformato in un atto politico, allora il messaggio trasmesso dal film potrebbe essere espresso così: nonostante le diverse religioni, la coabitazione e la coesistenza sono naturali. E infatti lo spettatore si trova di fronte ad un’opera corale, che fonde tante storie per crearne una sola. Luce, colori, musica e montaggio collaborano attivamente alla creazione di questa atmosfera intensa e coinvolgente, a volte commovente, ma sempre autoironica. Impossibili da dimenticare i volti intensi ed espressivi delle protagoniste, interpretate da attrici non-professioniste e forse per questo più naturali e credibili. Insomma un film piacevole, ma non sciocco, che lascia in bocca il sapore dolceamaro del caramello.
[cecilia lulli]
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18.12.07
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SOLIDARIETÁ
La Provincia di Milano per i bambini cingalesi Tre anni fa, proprio in questo periodo, mentre il mondo intero era impegnato nei festeggiamenti natalizi, un’onda di dimensioni gigantesche ha spazzato via sogni e speranze di molti bambini dello Sri Lanka. Se oggi alcuni di loro hanno ripreso a sorridere e a studiare, si deve in gran parte alla generosità dei milanesi. Nel 2004, in piena emergenza tsunami, la Provincia di Milano, affiancata dal quotidiano Il Giorno e da Banca Intesa, avviò una raccolta di fondi a favore dei piccoli cingalesi.
La risposta dei milanesi fu immediata e al di là delle più rosee aspettative: vennero raccolti 540mila euro. Una prima parte di questa somma servì per i soccorsi immediati dopo la tragedia, mentre una seconda venne impiegata per costruire dodici case nel villaggio di Kalamulla. Con la cifra restante, 325mila euro, in collaborazione con la Caritas e con l’arcivescovado di Colombo, venne realizzata una scuola a Negombo, un villaggio di pescatori a nord della capitale dello Sri Lanka. Attualmente l’edificio scolastico, inaugurato lo scorso febbraio alla presenza di una delegazione della Provincia di Milano, ospita 320 ragazzi. «Ma, si sa, l’appetito vien mangiando – dice Filippo Penati, presidente della Provincia –. Ora l’arcivescovo di Colombo, Oswald Gomis, sta cercando dei finanziamenti per ampliare il college. Vorrebbe dotarlo di una seconda ala per la didattica e di un campus per le attività sportive. Per riuscirci ha nuovamente bisogno del nostro aiuto». La risposta di Palazzo Isimbardi non si è fatta attendere: è stato aperto, ancora in partnership con Intesa Sanpaolo, un nuovo conto corrente a cui la Provincia ha già donato un fondo di partenza di 50mila euro. La sottoscrizione è sostenuta da Il Giorno, che il prossimo 20 dicembre distribuirà gratuitamente in tutta l’area metropolitana milanese 55mila copie di un dvd realizzato dall’amministrazione provinciale in collaborazione con Intesa Sanpaolo, Cofathec e Olicar. I lettori del quotidiano potranno così visionare un breve filmato che ripercorre le tappe della costruzione del St. Joseph’s College a Negombo. «Un giornale non serve solo per informare, ma anche per aiutare gli altri – sottolinea Giovanni Morandi, direttore de Il Giorno –. Proprio in queste circostanze si ha la percezione del valore del legame esistente tra il quotidiano e chi lo legge. In Italia non è facile portare avanti delle sottoscrizioni, perché non c’è il clima di fiducia adatto. Nel 2004 abbiamo ottenuto un risultato insperato. Questa volta sarà più difficile, visto che sono passati tre anni dallo tsunami e l’impatto emotivo si è esaurito. Ma lo facciamo con lo stesso impegno, per ottenere lo stesso risultato». L’aiuto italiano è fondamentale, anche perché il governo dello Sri Lanka, per motivi politici, non ha mai fatto molto per la popolazione cattolica. Lo sottolinea Jayan Nimal, cappellano della comunità cingalese a Milano: «Subito dopo l’indipendenza, molte scuole erano sostenute dalla Chiesa cattolica, ma ora sono quasi tutte gestite dallo Stato. Ecco perché l’arcivescovo coinvolge i Paesi stranieri. Avete già fatto tanto per Negombo e il college è diventato un punto di riferimento importante per la gente. Per favore, continuate così».
[lucia landoni]
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18.12.07
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CINA
Il nuovo manager spiegato agli italiani
Su India e Cina circolano molte leggende. Del resto, libri di ogni genere si trovano ormai ovunque, c’è solo l’imbarazzo della scelta. Chi ha vissuto una qualche esperienza sul campo, per breve che sia, sente il dovere di scrivere qualcosa, come per rivelare verità miracolose a chi vuole intraprendere un’avventura commerciale in Oriente e non sa da dove partire. Molti libri erano a disposizione anche all’ingresso del convegno “Reinventing the Cfo” (il nuovo ruolo del manager finanziario), organizzato a Milano dal gruppo internazionale Hsm, specializzato in executive education. Il titolo del convegno, articolato in due giornate, è ispirato al best seller internazionale di Jeremy Hope.
I numeri della crescita della Cina e dell’India sono sotto gli occhi di tutti. Qualche esempio? Duecentoventidue: le città cinesi con oltre un milione di abitanti. Sei: i milioni di telefoni cellulari venduti ogni mese in India. Quarantotto: i negozi Zegna in trentatré città cinesi. Sono altrettanto noti i successi e le sconfitte delle nostre aziende, i prezzi concorrenziali delle merci prodotte a basso costo, le complesse questioni della protezione delle proprietà intellettuali e del carente sistema legislativo cinese. Per farsi un’idea di che cosa significhi fare business in Asia, leggere qualche libro può bastare. Si imparerebbe che in Cina è importante coltivare le relazioni (guanxi) e che nelle trattative commerciali è fondamentale ricordare il principio cardine del beneficio reciproco, che si attua nel patto tacito di una duratura amicizia. Per molti imprenditori presenti al convegno, queste nozioni erano scontate. E’ il punto di partenza per comprendere i messaggi più profondi che i relatori hanno voluto trasmettere. Secondo il giapponese Kenichi Ohmae, noto come “Mr. Strategy” e perfetto conoscitore del management mondiale, la linea che divide il prima e il dopo Cristo è il 1985, l’anno dell’ascesa al potere di Mikhail Gorbaciov e della nascita di Windows, la creatura che ha rivoluzionato il mondo. Per Ohmae è impossibile dare una definizione esaustiva di telefono cellulare, perché è un oggetto multiuso in continua evoluzione. Tecnologia agli eccessi? “Forse sì – dice - ma questa è la realtà, e potremo plasmare il futuro solo se saremo in grado di comprenderla”. Il professor Ming-Jer Chen, uno dei maggiori esperti di strategia commerciale con una lunga esperienza nell’insegnamento aziendale negli Stati Uniti, ha ricevuto un’educazione tradizionale. Cresciuto in Cina, si è perfettamente integrato nella società americana. “Gli americani iniziano sempre con una battuta e i cinesi sempre scusandosi”. I ragazzi cinesi, abituati a crescere in un mondo interculturale e in forte evoluzione, imparano tutto e subito. Si calcola che nel giro di dieci anni ci saranno più persone in grado di parlare inglese in Cina che negli Stati Uniti. La notizia sensazionale però non è questa, ma il fatto che per i ragazzi cinesi sia normale. “Sono avvocato, parlo cinque lingue, ho vissuto sei anni in Cina e laggiù tutto questo è normale”, ha commentato una giovane italiana. In cinese si dice “pensare lontano”. Forse per il sistema educativo particolarmente rigido, forse perché la loro storia economica è ripartita da zero poche decine di anni fa, o semplicemente perché è il loro momento, Cina e India sono i due Paesi del futuro. Supereranno gli Stati Uniti? Le teorie politico-economiche si moltiplicano. Ma una cosa è certa: “se gli italiani vogliono avere successo in questi Paesi, devono entrare nel mondo globale”, ha detto Ohmae. “Un buon esempio è la strategia adottata da Taiwan, che ha scelto di non competere sui marchi, ma di usare la Cina come un ricco laboratorio. Dovete partire con un chiaro progetto, sapendo esattamente dove eccellerete e che cosa invece è meglio lasciare a loro. L’obiettivo è capire se è il momento di esportare il know-how o di sfruttare la manodopera a basso costo, quando spingere il brand e quando fare un passo indietro, fino a che punto insistere nella contrattazione”. “Per fare buoni affari, quando si arriva a Pechino e a Nuova Deli bisogna dimenticare il business e fermarsi a osservare”, ha concluso Chris Patten, l’ultimo governatore di Hong Kong. Questo è l’unico vero comandamento del nuovo manager finanziario. Il resto, appunto, è leggenda da libro.
[marzia de giuli]
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22.11.07
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BANGLADESH
Bangladesh a rischio golpe
Da due mesi a Dhaka, la capitale del Bangladesh, una commissione d’inchiesta sta cercando di fare chiarezza sugli scontri avvenuti in alcune università nazionali il 22 agosto. In quel giorno decine di studenti nella capitale hanno manifestato contro la presenza di corpi di polizia nel campus, per poi estendere la protesta contro il governo. Anche in altre città si sono verificate sollevazioni simili: molti gli scontri con le forze dell’ordine, molti i giovani feriti. Dopo la decisione da parte del governo di ritirare la polizia, è stato imposto il coprifuoco a Dhaka e nelle altre città ribelli.
Le proteste studentesche cadono in un periodo di crisi sociale e soprattutto politica per il Bangladesh, che da un anno è retto da un governo provvisorio. Inoltre è in vigore dal 12 gennaio lo stato di emergenza: l’esercito, che da subito ha appoggiato questo governo ad interim, ha effettuato finora circa 200.000 arresti tra i dimostranti. Si parla anche di 96 persone uccise durante vari scontri, cominciati subito dopo le dimissioni del precedente governo. Allora il presidente del Bangladesh – Iajuddin Ahmed – aveva assunto l’incarico, nonostante le accuse di avere favorito il precedente governo, criticato per inefficienza e corruzione. Da gennaio la guida del governo è passata nelle mani di Fakhruddin Ahmed. Le elezioni, previste per quel mese, sono state così posticipate alla fine del 2008, inasprendo in questo modo ancora di più le tensioni.
Oggi – anche attorno a questo processo – l’opinione pubblica è spaccata: da una parte c’è chi critica il governo ma accetta lo status quo, dall’altra c’è chi teme il rischio di un golpe militare o di una guerra civile. Ma l’ambasciatore plenipotenziario del Bangladesh, Muhammad Zamir, annota sul giornale indipendente Dhaka Courier: «Abbiamo bisogno di ritrovare confidenza in noi stessi senza l’aiuto della comunità internazionale. Solo allora la democrazia troverà il suo senso più profondo».
[luca salvi]
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3.11.07
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