CONFLITTO DI GAZA

Intervista a Nahum Barnea

«Non ci sono dubbi che le operazioni militari organizzate da Israele sono state condotte ad ampio spettro. Il punto è che sono durate anche molto più a lungo di quanto ci si aspettasse», racconta da Gerusalemme Nahum Barnea, una delle penne più autorevoli del giornalismo israeliano, intervistato in esclusiva da m@g. Barnea, che scrive per il quotidiano Yedioth Ahronoth e ha vinto il premio Israel Prize per la comunicazione, ha perso un figlio nel 1996, in un attentato kamikaze di Hamas a un autobus di linea. Al funerale ha perdonato pubblicamente l’assassino, considerandolo vittima della stessa tragedia che affligge il popolo palestinese. Da anni si spende per favorire il dialogo nell’ambito del conflitto arabo-israeliano.

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[viviana d'introno e cesare zanotto]

L'INTERVISTA

La voce della libertà

Yang Lian, nato in Svizzera nel 1955 ma cresciuto a Pechino, è oggi uno dei maggiori poeti contemporanei e una tra le voci più importanti della dissidenza cinese. Esiliato dalla Repubblica Popolare Cinese dopo avere duramente criticato nel 1989 la repressione di Piazza Tiananmen, vive all’estero da vent’anni. È stato candidato al Premio Nobel nel 2002 e le sue poesie sono state tradotte in 25 lingue. Yang Lian interpreta lo spirito della millenaria cultura cinese attraverso la sua esperienza da esule. Una riflessione sulla condizione generale dell’uomo ma anche un invito alla speranza per milioni di cinesi che chiedono democrazia.

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[marzia de giuli e luca salvi]

L'INCHIESTA

È un’emergenza che dura da oltre vent’anni. I territori tra Napoli e Caserta sono uno stato nello stato dove l’unico potere reale è quello della Camorra. Nonostante i blitz, gli arresti e l’invio di soldati e poliziotti, i clan continuano a fare affari in un cono d’ombra in cui convivono l’economia legale e la politica. Ne abbiamo parlato con Andrea Cinquegrani, direttore de La Voce della Campania (oggi La Voce delle Voci).

Ascolta l'intervista

[alberto tundo]

MARIO CAPANNA

Onda e '68 a confronto

Quarant’anni dopo la protesta che ha segnato un’epoca, gli studenti italiani sono ancora in piazza. Secondo alcuni osservatori, l’Onda, che contesta la riforma Gelmini, è la fotocopia del’68. Altri la pensano diversamente. Mag ha chiesto un’opinione a Mario Capanna, ex studente dell’Università Cattolica e leader del movimento nel 1968.

Ascolta l'intervista

[cesare zanotto]

CIBO E MEMORIA

Viaggio nel gusto italiano


La relazione tra il cibo e la memoria è uno degli aspetti più profondi e antichi della cultura italiana e internazionale. Emblema di questo nesso è la madeleine che risveglia i ricordi dell’infanzia di Marcel Proust nel romanzo Alla ricerca del tempo perduto . Che cosa pensano i gourmet più affermati e i cuochi più celebri del nostro Paese del rapporto tra lo stile di vita dei nostri tempi e i cambiamenti nel gusto culinario, sempre più lontano dalla tradizione culinaria? La risposta nel servizio.

[francesco perugini]

GIORGIO BOCCA

Intervista sulla crisi del giornalismo italiano


Nessuno meglio di Giorgio Bocca può aiutarci a riflettere sulla crisi che sta vivendo oggi la professione di giornalista. "E' la stampa, la bellezza!", il suo nuovo libro vuole essere un'occasione per riflettere sul destino di un mestiere che sembra aver perso le sue virtù. In Italia la carta stampata appare schiacciata dalle pressioni della politica e dell’economia, incapace di reagire allo strapotere della comunicazione televisiva, non più in grado di scandagliare i mutamenti reali della società. Abbiamo approfondito queste e altre questioni nell'intervista.

[gaia passerini]
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USA

Cambiare il mondo? Yes, we can

Dopo tanta attesa, il momento storico a cui l’intero pianeta si stava preparando è finalmente arrivato. Barack Hussein Obama è il 44° presidente degli Stati Uniti d’America, il primo inquilino afro-americano della Casa Bianca. Il dossier di M@g vi aiuterà a conoscere meglio un uomo che, secondo molti, è destinato a cambiare il mondo.

1. Barack's Countdown


2. Alla corte di Hussein Obama

3. W., dal Jack Daniel’s alla Casa Bianca


[viviana d'introno - alessia lucchese - vesna zujovic] continua

OBAMA PRESIDENTE

L'elezione che ha cambiato l'America

Il 4 novembre 2008 è già diventato un giorno storico: Barack Obama ha travolto John McCain ed è diventato il 44° presidente degli Usa, il primo uomo di colore a conquistare la Casa Bianca. Quest'elezione ha cambiato l'America e il mondo. L'affluenza alle urne ha fatto registrare un record: su 213 milioni di americani aventi diritto di voto, 135 milioni hanno espresso la loro preferenza per la scelta del presidente. Gli Stati uniti hanno dato fiducia allo «yes, we can» del candidato democratico. A lui spetterà ora il compito di portare avanti l'American dream.

Pensare positivo, pensare americano

Il www pesa come la tv

Ritorno al futuro

Why McCain lost?

In Italia nasce "l'area anti-Obama"

Le Americans in Milan parlano della vittoria di Barack

Come votano gli americani in Italia

Iraq, Iran: parla la stampa estera

America cerca casa

I sondaggi dicono democratico. Ma McCain non ci sta

continua

PRESIDENZIALI AMERICANE

Il Colorado scopre i Caucus: istruzioni per l’uso

Il prossimo 5 febbraio il Colorado ospiterà per la prima volta i cosiddetti caucus: si tratta di meeting di un’ora circa organizzati sia dai repubblicani che dai democratici per scegliere i delegati di contea e successivamente quelli nazionali. I candidati democratici, tra lacrime e aspiranti first man che sonnecchiano durante cerimonie ufficiali, devono preoccuparsi di istruire gli inesperti abitanti del Colorado: il web, la stampa locale e nazionale bombardano incessantemente di informazioni e consigli utili i cittadini, quasi angosciati alla vigilia di una consultazione che si rivela meno complessa del previsto.

Più di 3200 distretti ospiteranno i caucus in Colorado. Per partecipare bisogna essersi iscritti al Partito Democratico entro il 5 dicembre 2007 e aver compiuto diciotto anni entro il 7 gennaio 2008. Ogni elettore può trovare il caucus più vicino consultando i giornali locali o i siti web dei candidati. Giunti a destinazione, i votanti firmano prima di tutto sul registro e poi prendono posizione accanto ai supporter del candidato che preferiscono. Gli elettori si dividono in base alla preferenza che intendono esprimere e formano gruppi diversi: così avviene una prima votazione ufficiosa. Anche gli indecisi fanno gruppo e si preparano ad assistere al dibattito. A quel punto ha inizio una discussione che precede il voto ufficiale. Ognuno ha il diritto di parlare in favore del proprio candidato e di fare proselitismo. Infatti, durante il dibattito gli elettori sono liberi di lasciarsi persuadere, passare a un altro gruppo e cambiare preferenza. Il voto avviene per alzata di mano. Alla fine del caucus, gli organizzatori contano i voti in ciascun gruppo e stabiliscono il numero esatto di delegati all’Assemblea delle contee che ciascun candidato alla presidenza ha guadagnato. Non si può votare se non presenziando all’assemblea fisicamente; la partecipazione è assolutamente gratuita. Oltre ad eleggere i delegati all’Assemblea delle contee, che a loro volta voteranno i rappresentanti alla Convention nazionale, i caucus servono a nominare due componenti del comitato di distretto – che resteranno in carica due anni – e a votare su precise questioni della piattaforma di partito.

[giovanni luca montanino]
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L'ITALIA VISTA DALL'AMERICA

«What about Italians?»

Cosa pensa l’America di noi italiani? Come vivono i nostri connazionali negli Stati Uniti? Mentre il New York Times descrive il declino dell’Italia, colpiscono le testimonianze positive di chi è stato adottato dagli Stati Uniti e ha imparato a conoscerli. Lavoratori ed esponenti del mondo accademico raccontano l’affabilità degli americani e l’interesse crescente tra i giovani per il bel Paese.

L'etnocidio degli italiani all'estero

Italiani, disorganizzati e felici. Siamo i campioni dell’arte dell’arrangiarsi, ma non sappiamo fare i conti con noi stessi. Per esempio, quanti sono e come sono visti gli italiani all’estero? Noi non lo sappiamo e non lo vogliamo sapere; c’è bisogno del New York Times per ricordarcelo. L’articolo di Ian Fisher del 13 dicembre scorso, intitolato “In a funk, Italy sings an aria of disappointment”, ha nuovamente introdotto il tema dell’immagine degli italiani all’estero. Un’immagine non positiva a quanto pare, e la colpa sarebbe anche dell’amministrazione statale, spesso assente. Tanto assente da dimenticarsi dei milioni di persone che vivono oltre confine e che avrebbero diritto al voto. Perché l’etnocidio, così viene definito, degli italiani residenti all’estero è una realtà che andrebbe affrontata fattivamente, senza stare a parlarci troppo sopra. Con la legge n.470/1988, firmata Tremaglia, il Parlamento predispone un censimento degli italiani all’estero. Il conteggio, sorretto inizialmente dalle migliori intenzioni, non è mai partito. Dopo un rimpallo di dati e smentite, durato 15 anni, negli ultimi tempi sono emersi i dati più scoraggianti, se mai avessimo sperato in una ripresa della macchina organizzativa. Secondo il ministero degli Affari esteri, in base all’analisi effettuata sui 220 Consolati sparsi nel globo, alla fine del 2004 gli italiani al di fuori dello stivale sarebbero 4.026.403. Ma poi si scopre che il numero degli aventi diritto di voto diminuisce a 2.614.839, con l’eliminazione di tutti gli altri iscritti e possibili votanti. Dopo le elezioni, l'Institute for Italian-American Studies ha condotto un sondaggio telefonico da cui è emerso che, dei cittadini con diritto al voto, circa il 30% non ha neanche ricevuto il plico necessario per votare. Ed ecco servito l’etnocidio, la dispersione di un popolo fiero ma a volte scomodo. La disorganizzazione è palese, e sicuramente disincentiva l’interesse dei cittadini italiani all’estero per la vita politica. Sentirsi un peso non piace a nessuno, e i nostri connazionali vivono la scomoda sensazione di trasformarsi spesso da manna in zavorra, e viceversa. Nessuno vuole dimenticare la propria origine, ma la verifica continua di un’Italia arruffona e inefficiente non incoraggia chi, pur vivendo all’estero, ancora è convinto di essere nato in un grande Paese. Quale il rimedio, a breve termine, per quanto riguarda l’avanzare di questa sfiducia? L'Institute for Italian-American Studies propone un vero censimento basato su una rapida raccolta sul campo, ma soprattutto su un sistema decentrato nei vari Paesi. Occorre dunque adottare le diverse metodologie utilizzate, usufruendo sia delle strutture delle autorità locali sia delle migliaia di associazioni presenti sul territorio. Il principio deve essere quello di unire gli italiani nel mondo utilizzando proprio le strutture sorte nel tempo. Far capire che lo Stato è presente, sia nelle parole che nei fatti. Per questo il prossimo censimento del 2010 andrà impostato in maniera completamente diversa dal passato. Ma intanto la nostra immagine peggiora. La situazione rifiuti in Campania non ci aiuta, e appena possono i giornali stranieri piazzano il carico e fanno la predica. Effettivamente dietro la crisi campana non c’è solo una pubblica amministrazione lassista. Ci sono dati di fatto che si trascinano nel tempo, è vero. L’Italia saprà sviluppare dei veri anticorpi all’arte dell’arrangiarsi?

Gli italiani negli Usa si raccontano su Internet

«Noi che viviamo una realtà diversa abbiamo la strana impressione che i nostri connazionali residenti in Italia non si rendano conto di quella che è ormai l’immagine del nostro Paese nel mondo». Firmato: venti italiani negli Stati Uniti. Non più fantasia, letteratura, moda, buona tavola, quell’insieme di cose che ci rendeva orgogliosi di essere italiani. Perfino i nostri ben noti difetti, quel certo modo di fare e di essere “alla carlona”, per usare le parole della cantautrice che più ci rappresenta all’estero, Laura Pausini. Il “made in Italy” che da qualche settimana è sulle pagine dei principali giornali stranieri è un altro, e non passa più come guizzo creativo. L’immondizia di Napoli, i campioni sportivi indagati dal fisco, l’incidente diplomatico dell’Università La Sapienza di Roma con Papa Benedetto XVI. E, per concludere, l’arresto della moglie del Ministro della Giustizia e la crisi del governo. L’eredità di Dante e Leonardo non basta più. «L’Italia non si ama», aveva scritto Ian Fisher sul New York Times. Ed è stata la miccia che ha scatenato altri articoli, altri commenti critici sui quotidiani di tutto il mondo. Ma se gli italiani che vivono in Italia si sono forse abituati all’etichetta di italianità corrotta sventolata dai media negli ultimi tempi, la reazione degli oltre cinque milioni di connazionali all’estero è più accesa. Soprattutto negli Stati Uniti, dove i nostri talenti hanno importato negli anni – e non senza sforzi – l’idea di un’Italia fatta di eccellenze e non solo di stereotipi come quello della mafia. E di fronte a «un’immagine negativa che ha molto riflesso sui milioni di Italiani emigrati che operano molto bene nei loro settori e contribuiscono a migliorare la reputazione del loro Paese», c’è chi custodisce nel cuore il ricordo della patria lontana, è vero, ma anche chi si è rimboccato le maniche. Risale così a poche settimane fa l’iniziativa dei venti italiani ideatori del sito Internet www.italia-nuova.org. L’obiettivo, spiegano, è reagire positivamente all’articolo del New York Times, per ridare un Risorgimento e una gloria al bel Paese. I venti, tutti cittadini italiani residenti all’estero da tanti anni, amano l’Italia ma non hanno paura di riconoscerne i problemi. «Che si sveglino gli italiani tutti, finiscano di piangersi addosso, di vivacchiare illudendosi che la globalizzazione non esista. Soprattutto, che finiscano di concludere sempre - in presenza di crescenti problemi - che “in fondo l’Italia è il posto migliore al mondo”, senza quindi affrontare e risolvere i problemi stessi. Noi ci impegniamo già da anni a tenere alto il nome dell’Italia». Vedremo presto le prime iniziative concrete che si propongono di lanciare. Tanto più che gli esempi di successo non mancano in una società che notoriamente accoglie e valorizza con criteri meritocratici talenti di tutto il mondo. «È significativo che nelle università statunitensi studino e insegnino molti italiani», conferma Silvia Camilotti, dottoranda in Lingue, culture e comunicazione interculturale all’Alma Mater Studiorum di Bologna. «Le persone valide non lo diventano negli Stati Uniti, ma è anche vero che molte non hanno a disposizione in Italia gli strumenti per esprimere le proprie potenzialità». La ricercatrice, esperta in letteratura della migrazione, sta concludendo il suo percorso di studi all’Università di Brown, a Providence, uno dei primi nuclei di approdo degli immigrati europei all’inizio del Novecento e dove tuttora c’è una comunità italiana molto attiva e organizzata. «E’ significativo che oltre la metà delle domande di ammissione al dipartimento di Italian Studies dell’Università di Brown provenga da italiani». E a sostegno dei venti connazionali, rassicura: «Non c’è ragione di credere che i fatti recenti sminuiscano la stima che gli americani nutrono da sempre nei confronti degli italiani che studiano e lavorano seriamente negli Stati Uniti».

Il bel Paese visto dall'Università americana

Alessio Filippi, lettore di italiano alla University of Southern California, non è rimasto sorpreso dall’articolo pubblicato dal New York Times sul declino dell’Italia: «Ho letto parte del pezzo, ma non l’ho finito. Non mi incuriosiva: noi italiani abbiamo già ricevuto giudizi del genere». Non c’è vittimismo nelle parole di Filippi, anzi: «Penso che meritiamo certi apprezzamenti; lo riconosco con amarezza». Pur essendo italiano, Alessio Filippi conosce bene gli americani perché da anni si dedica alla diffusione della cultura del bel Paese presso le università degli Stati Uniti: «Gli americani non esprimono pareri sulla situazione politica dell’Italia perché ne sanno poco. Sono troppo pieni di sé per pensare agli altri Paesi; lo fanno solo quando gli fa comodo e in maniera approssimativa». Riguardo all’opinione degli americani sugli italiani che vivono o lavorano negli Usa, Filippi è meno categorico: «Probabilmente il loro giudizio cambia a seconda del lavoro o del ceto sociale degli italiani all’estero. In generale, siamo visti abbastanza bene, almeno nelle grandi città, ma la conoscenza che gli americani hanno della nostra cultura è superficiale, per non dire solo gastronomica». E riguardo alla sua esperienza personale aggiunge: «Credo di essere stimato come professionista».
Gli statunitensi sono disinteressati anche rispetto all’economia: «Non hanno interesse per la condizione economica dell’Italia – spiega Filippi – ma sono consapevoli degli alti costi cui bisogna far fronte per vivere nel nostro Paese, come studenti o come turisti». A dispetto del giudizio espresso dal New York Times, sempre più americani scelgono di studiare la lingua italiana all’università; si moltiplicano corsi e dipartimenti dedicati alla cultura del bel Paese. Nancy Eder, del dipartimento di italianistica dell’Università di New York, racconta: «Abbiamo circa trecento studenti che studiano italiano. I giovani universitari sono sempre più presi da cultura, arte, cinema e letteratura italiana. Promuoviamo inoltre scambi con la città di Firenze; l’iniziativa riscuote consensi sempre maggiori». Riguardo all’interesse crescente per la lingua italiana, Alessio Filippi è molto scettico: «Probabilmente è solo una moda e, in quanto tale, passeggera. Domani sarà la volta del cinese».

[paolo rosato, marzia de giuli, giovanni luca montanino]
continua

INTERNET

Yahoo! licenzia per evitare il tracollo

Tagliare migliaia di posti di lavoro. È questo il duro compromesso che Yahoo! deve accettare per restare in corsa contro Google. La decisione sarebbe stata presa in seguito al calo di profitti registrato dall’azienda americana per sette trimestri di fila. Le oscillazioni negative della borsa, inoltre, negli ultimi giorni hanno colpito pesantemente l'indice Nasdaq (titoli tecnologici quotati in borsa).

Il programma di licenziamenti, pari al 5% della forza lavoro, potrebbe essere annunciato in concomitanza con la pubblicazione dei conti trimestrali in calendario il prossimo 29 gennaio. Diana Wong, portavoce di Yahoo! non ha voluto commentare il rapporto pubblicato sul blog Silicon Alley Insider, sul quale si legge che Yahoo! ha creato una lista di «1.500-2.500 posti di lavoro che potrebbero essere eliminati nelle prossime due settimane». Questa possibilità è stata definita plausibile dagli analisti a fronte della perdita di competitività del gruppo: -4,6% l'utile netto nel terzo trimestre 2007 su un fatturato in rialzo del 12%, una crescita molto inferiore a quella dei concorrenti. Google registra infatti il 32% dei ricavi pubblicitari sul web contro il 20% di Yahoo! (solo due anni fa i due erano alla pari), le cui azioni sono precipitate di quasi il 50% da fine 2005.

Alla base dei licenziamenti vi sarebbe anche la politica della dirigenza di Jerry Yang, il co-fondatore che ha ripreso in mano le redini societarie dal dimissionario Terry Semel il giugno scorso e che mira a "tagliare rami secchi" da tutte quelle attività che sono considerate meno redditizie rispetto a settori di punta come la pubblicità online.

La strategia di Yahoo! davanti all’avversario Google era stata, nel 2001, quella di fare il deserto di concorrenti. L’azienda comprò tutte le tecnologie sulla piazza: acquistò Overture e inventò il search marketing e la pubblicità contestuale. Poi comprò Inktom, allora secondo competitore nel campo della ricerca e Flickr, la piattaforma per condivisione di fotografie. Nel 2005/2006 si aprono a Santa Monica gli studios di Yahoo!. Nell’azienda sono convinti che la convergenza sia ormai cosa fatta, che si tratti di essere insieme televisione e internet, che le due cose diverranno una e che la pubblicità si sposterà tutta su quella nuova piattaforma. Ma tanta tecnologia non ha prodotto il successo sperato.

[gaia passerini]
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FENOMENI

Scie chimiche e Morgellons: due misteri irrisolti

Negli Stati Uniti è stato isolato un nuovo, inquietante morbo che provoca lesioni cutanee e problemi psichici: è il Morgellons. Una cura risolutiva non è ancora stata trovata, ma l'unica cosa che sembra essere certa è il legame della malattia col fenomeno delle scie chimiche.

Morgellons: morbo o psicosi?

Miles Lawrence, paesaggista di Florence, Texas, stava facendo i bagagli per un viaggio in macchina a Las Vegas quando si è accorto che il suo dito formicolava. È rimasto incredulo, dice, mentre "piccole cose spinose" spuntavano dalla pelle nel punto da cui aveva appena rimosso una scheggia. Ha afferrato una delle spine con delle pinzette e ha tirato. Istantaneamente, racconta, una fitta di dolore si è diffusa sul braccio. Ne ha tirata un'altra e il dolore è serpeggiato fino al collo. Poi è iniziata la parte veramente raccapricciante. «Provavo la sensazione di avere degli insetti sotto la pelle delle braccia - dice Lawrence - e mi sono agitato».

Questi sono solo alcuni dei sintomi provocati dal morbo di Morgellons, malattia da poco isolata dai medici statunitensi, ma che non tutta la comunità scientifica accetta di riconoscere. I soggetti colpiti da questa malattia riferiscono di sgradevoli formicolii, punture e morsi, nonché di lesioni cutanee che non guariscono. Da queste piccole ferite fuoriescono filamenti blu che hanno un'estremità color oro e non bruciano neppure se sottoposti a una temperatura di 1700 gradi Fahreneit. È questa la caratteristica più impressionante della malattia. Inoltre i pazienti riportano sulla pelle granelli neri simili a semi. Spesso il sistema nervoso periferico resta influenzato dal Morgellons, tuttavia l'elemento più rilevante dell'infezione sembra essere l'effetto sul sistema nervoso centrale. Quasi tutti i malati riferiscono di avere difficoltà nella concentrazione e problemi con la memoria a breve termine, disturbi dell'umore, depressione e disordine bipolare. La malattia è comparsa per la prima volta negli Stati Uniti, circa dieci anni fa, colpendo in particolare la California, il Texas e la Florida. A occuparsene in modo sistematico il Centers for Disease Control and Prevention, ma tra i primi a studiarla è stata la biologa Mary Leitao del General Hospital del Massachussets, che nel 2001 ha dedicato un sito alla patologia di cui soffriva il giovane figlio e ha fondato la Morgellons Resaerch Foundation. La dottoressa Leitao ha codificato le conseguenze e ha battezzato il morbo con il nome di uno studio risalente al diciassettesimo secolo, in cui si faceva riferimento a un bambino francese affetto da disturbi simili. Al sito dove sono descritti minuziosamente i sintomi sono giunte 11 mila mail di persone che accusavano gli stessi disturbi, dichiarandosi anch'essi malati di Morgellons. Tra i medici c'è chi considera Morgellons una vera e propria malattia e chi, di fronte al mistero, si appella alla follia. Le due tesi più accreditate si riferiscono o a una sorta di delirio contagioso (i rush cutanei frequentemente avrebbero origine psicosomatica) o all'azione di un fungo (e in effetti alcuni casi sono migliorati in seguito all'utilizzo di un antiparassitario specifico). Tuttavia, le cure a base di antibiotici sono solo palliative. La malattia tende a riprodursi nel tempo e una terapia specifica e risolutiva non è ancora stata scoperta. «Certamente esiste una componente psicologica – spiega Edward Spencer, neurologo membro del Berkeley City Council in California -, ma questa si può addebitare al fatto che spesso i malati di Morgellons vengono lasciati soli e nessuno ascolta più la loro voce. L'assurdità del fenomeno patologico li isola e rischia di creare o amplificare un disagio mentale profondo». Alcuni studi ed esami di laboratorio affrontati dalla tossicologa statunitense Hildegarde Staninger, hanno consentito di accertare che il morbo è collegato alla presenza nell’organismo dei malati di frammenti costituiti da silicone e da fibre di polietilene. Le analisi istologiche hanno rivelato la presenza di tubicini di vetro e di silicone in pazienti in cui non erano mai state impiantate protesi di alcun tipo. Inoltre tali materiali sono generalmente usati dall’industria delle nanobiotecnologie per incapsulare i viron, ossia virus geneticamente modificati, fino a 150 volte più piccoli dei normali virus. Il dottor Randy Wymore dell’università dell’Oklahoma ha mandato dei campioni di fibre all’Fbi, ma nulla di simile è stato trovato negli archivi forensi. Il National Register of Enviromental Professionals,invece, ha creato un’unità di intervento per indagare sulle possibili cause ambientali della malattia. I risultati della ricerca imputano le scie chimiche come certe responsabili.


Scie chimiche: siamo tutti coinvolti

«Le ricerche che ho portato avanti negli ultimi anni mi hanno convinto che il morbo di Morgellons è determinato dalle scie chimiche». La tossicologa californiana Hildegarde Staninger ha redatto un lungo rapporto sul Morgellons pubblicato in questi giorni.
Analizzando al microscopio elettronico campioni delle sostanze prelevate da soggetti affetti dalla malattia, la dottoressa Staninger ha constatato che gli elementi corrispondono esattamente con quelli provenienti dal materiale di ricaduta prodotto dalle scie chimiche diffuse nei cieli del Texas. Da notare che i campioni provenivano da zone distanti almeno 1500 miglia l’una dall’altra. Ma cosa sono queste scie, denominate in inglese chemtrails?

Alzando gli occhi al cielo siamo abituati a scorgere di tanto in tanto le classiche scie di condensa prodotte dai motori degli aeroplani. Queste si formano a quote superiori ai 9 mila metri, valori di umidità superiori al 75% e temperature inferiori ai -41° Celsius. Da circa una decina d’anni, però, i nostri cieli sono solcati da scie non assimilabili a quelle dovute alla condensa: sostanze chimiche vengono nebulizzate nell`aria tramite sistemi di irrorazione montati su aerei cargo totalmente bianchi che volano a bassa quota e che non appartengono al normale traffico aereo. Oltretutto queste tracce tendono a collocarsi a reticolo o a scacchiera senza alcuna giustificazione nel normale movimento degli aeroplani e restano visibili per diverse ore espandendosi fino a creare una sorta di cortina bianca sull’area interessata. Il termine chemtrails fu coniato nel 1996 quando in Canada avvenne il primo avvistamento di una di queste “megascie”. Da allora gli avvistamenti si sono ripetuti sempre più numerosi fino a giungere in Italia.
Analizzando i materiali di ricaduta prodotti dalle scie chimiche si è scoperto che le sostanze contenute sono bario, alluminio, torio radioattivo, zolfo, rame, selenio, manganese, quarzo, ma anche polimeri (filamenti di silicio). Secondo il dottor Giovanni Vantaggi dell’Isde (Associazione Medici per l’Ambiente) queste polveri immesse nell’aria sono dannose per la salute. «Tutte producono problemi all’apparato respiratorio – spiega il medico - i polimeri sono filamenti di silicio, e respirare il silicio provoca la silicosi. Le polveri di alluminio, in un breve periodo, hanno effetti negativi sulla memoria e sulla capacità di concentrazione, mentre, in tempi più lunghi, producono sintomi simili a quelli dell’Alzheimer. Le polveri di bario producono stati di spossatezza in quanto fanno continuamente contrarre i muscoli e inibiscono il sistema immunitario aumentando così le probabilità di ammalarsi. Il torio radioattivo, infine, causa la leucemia e altri tumori».
Oltre alla diffusione di malattie, l’irrorazione di tonnellate di particolato in bassa e alta atmosfera in vaste aree del mondo, sta modificando gli equilibri climatici e biologici. Anche se queste operazioni di aerosol vengono spacciate come interventi per mitigare l’effetto serra, in realtà sortiscono l’effetto contrario: è dimostrato che la barriera artificiale creata con le scie chimiche, oltre a impedire il passaggio della luce solare necessaria per la vita sulla terra, imprigiona il calore negli strati bassi dell’atmosfera con un conseguente aumento delle temperature.
La consapevolezza di ciò che accade e che rende i nostri cieli così foschi è ostacolata dalle leggi sul segreto di stato. Costretti a raccogliere indizi, si è appurato che il progetto che sfrutta l’uso di scie chimiche probabilmente include modificazioni del clima, comunicazioni militari, sviluppo di armi spaziali, ricerche sull'ozonosfera e sul riscaldamento globale. Pare che le chemtrails siano collegate a un progetto militare, che ha sede a Gakona, in Alaska, e la cui denominazione è Haarp (Programma di Ricerca Aurorale Attivo ad Alta frequenza).
Il tema delle scie chimiche è stato trattato, sebbene in modo superficiale, da Odeon tv, Focus, La Stampa, La Repubblica e qualche giornale locale, ma un’inchiesta vera e propria non è ancora stata fatta.
Sono sorti così comitati spontanei di cittadini stanchi di essere presi in giro dai propri governi, diversi siti e blog che raccolgono ricerche, testimonianze, immagini e video sull’argomento. Anche sul blog di Beppe Grillo si è infiammato il dibattito sulle chemtrails.
L’eurodeputato on. Giulietto Chiesa ha esposto diverse interpellanze sul tema delle scie chimiche, seguito a ruota dalle interpellanze greche, tedesche e olandesi. In seguito alle numerose sollecitazioni, il Parlamento Europeo ha nominato un gruppo di esperti che ha portato avanti un approfondito lavoro di ricerca che era giunto alla conclusione che il programma ricerche e sperimentazioni militari denominato Haarp, provoca effetti rilevanti sugli equilibri ambientali e sulle persone che ne vengono coinvolte. L'Europa ha chiesto, con una risoluzione approvata a larga maggioranza, agli Stati Uniti di cessare gli esperimenti, ma nonostante ciò continuano ad arrivare le testimonianze di avvistamenti di aerei chimici.

[gaia passerini]
continua

NUOVI BUSINESS

Mc Donald’s vs Starbucks: il caffè che vale oro

Quattordicimila nuove caffetterie sparse per gli Stati Uniti sfidano Starbucks. Nome in codice: McCafè. Ossia, nuove aree nei vecchi locali per competere con le tazzine fumanti di Mr. Shultz, che iniziano a mostrare i primi segni di crisi. Non si parla del classico “cafferino” post-pranzo, ma di aree attrezzate con tanto di macchinette, barista e dolci. In gioco c’è un mercato multimiliardario che si estende ben oltre gli Stati Uniti e che cresce con un ritmo del 5% all’anno.

Attualmente la catena di fast food conta più di 30 mila locali in oltre cento paesi del mondo e, secondo le stime, il nuovo investimento dovrebbe portare ricavi per un miliardo di dollari con una crescita del 4,6% rispetto ai 21,6 miliardi odierni.
«L’obiettivo è di riposizionare la clientela e avvicinarsi a un target più alto – spiegano i rappresentanti di Mc Donald’s Usa –, ma i prezzi dovrebbero restare popolari». Sebbene la fascia di mercato dei nuovi McCafè andrà a coincidere, in parte, con quello di Starbucks, i prezzi dei prodotti Mc saranno molto più bassi rispetto alla concorrenza: dai 60 agli 80 centesimi in meno, vale a dire tra i 2 e 3 dollari per un espresso o un frappè, stando alla campagna pubblicitaria promossa da Mc Donald’s. E’ così che il colosso americano conta di strappare lo scettro a quello che non poteva ancora definirsi un suo competitor diretto. La catena di Starbucks era nata, infatti, proprio per offrire agli statunitensi un luogo di incontro in cui fermarsi anche delle ore a chiacchierare con amici e colleghi o navigando col proprio portatile prendendo un lungo caffè americano. Per questo il suo pubblico è sempre stato ben distinto dalla massa di cultori dell’hamburger veloce e del pranzo take- away. A dire la verità, però, era stata proprio Starbucks ad aprire le ostilità proponendo nei suoi punti vendita accanto a paste, caffè e cappuccini, anche toast, panini e pranzi leggeri. La mossa però non ha dato i risultati sperati: invece di incrementare la clientela, ha reso i consumatori sempre più fast: l’80%, ormai, sorseggia i propri “Caffè Verona” all’esterno del locale. Sebbene il fatturato abbia raggiunto nel 2007 quota 9,4 miliardi (+ 21% rispetto al 2006), la crescita del gruppo rispetto al 2005 è notevolmente rallentata. Un risultato che ha portato al licenziamento in tronco l’amministratore delegato Jim Donald, sostituito da Howard Shulz, fondatore della catena e artefice della sua espansione globale. «Dobbiamo rispondere con urgenza alle sfide del mercato – dichiara Schulz – tornando ai valori su cui abbiamo costruito il nostro successo e riportare il nome di Starbucks agli antichi splendori». Viceversa, Mc Donald’s attraversa un periodo di crescita guadagnando il 31% su Wall Street. Anche in Italia molti punti ristoro della catena hanno incluso la sezione McCafè e anche il fatturato italiano sta crescendo grazie a questa scelta. Caffè, cappuccini, cornetti, ma anche muffin e ciambelle alla Simpson. «Per ora in Italia non è prevista l’apertura di nuovi McCafè – hanno spiegato i rappresentanti di Mc Donald’s Italia – staremo a vedere i risultati americani prima di prendere una decisione in merito».

[gaia passerini]
continua

PENA CAPITALE - USA

Pena di morte sotto esame in Usa

L’avvento del primo Presidente di colore della sua Storia e l’abolizione totale della pena di morte. Fantascienza? No, un’ipotesi concreta di prossima realtà. Le iniezioni letali, utilizzate nella maggior parte degli Stati Usa per giustiziare i condannati a morte, sono approdate lunedì sette gennaio alla Corte Suprema degli Stati Uniti: entro la pausa estiva si pronuncerà sulla legalità della tecnica. Certo, pensare che la pena capitale possa essere del tutto debellata dagli Stati Uniti forse è troppo, ma credere in un avanzamento deciso della moratoria recentemente ratificata dall’Onu no. Quest’ultimo atto certifica l’avvento di sostanziali cambiamenti.

Più che dall’opinione pubblica, il cui sostegno alla pena capitale resta alto (secondo l'ultimo sondaggio della Gallup, il 69% degli americani resta a favore delle esecuzioni), la speranza arriva dalle istituzioni. La Corte Suprema si è decisa infatti, peraltro secondo una riflessione cha parte non da ieri, a combattere la pena di morte in virtù dell’ottavo emendamento, nel quale la Costituzione americana espressamente proibisce qualsiasi trattamento disumano dei condannati. Tale trattamento è in vigore in 37 Stati, tranne il Nebraska nel quale resiste la sedia elettrica. Da settembre però in questi Stati vige un regime di moratoria di fatto delle esecuzioni. Negli altri 14 Stati invece la pena capitale è assente. Ultimo ad entrare in questo novero è stato il New Jersey, che abolendo la pena nel dicembre scorso è stato il primo Stato a cancellarla dopo l’istituzione da parte della Corte Suprema nel 1976. L’iniezione letale, un cocktail di tre prodotti, ha sostituito la sedia elettrica in quanto tecnica “più umana”, essendo più rapida ed indolore. Almeno in teoria. In realtà per molti non sarebbe affatto così e le iniezioni sarebbero molto dolorose, specie se gestite da personale poco esperto. Dando uno sguardo ai numeri ci si accorge che la pena di morte è sempre più una faccenda texana. Per la prima volta nella storia delle esecuzioni, lo Stato nel sud nel 2007 ha totalizzato da solo ben oltre la metà dei morti per mano della legge, 26 su un totale di 42. Le cifre stanno calando, contemporaneamente i ripensamenti stanno crescendo. La speranza è che l’ultimo passo sarà quello fondamentale. Passare dalla polemica sulle tecniche alla discussione concreta sull’abolizione definitiva.

[paolo rosato]
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HOLLYWOOD

Gli sceneggiatori chiedono diritti e percentuali sugli incassi

Da quasi un mese gli sceneggiatori americani sono in sciopero. I guadagni dei network aumentano grazie ai nuovi prodotti digitali, ma le major considerano i supporti informatici «modelli di distribuzione non ancora testati e con minimo potenziale in termini di introiti» e per questo non ne riconoscono i diritti agli autori. Dopo avere bloccato talk show molto popolari come David Letterman e Jay Leno, la protesta mette a rischio serial Tv seguiti anche in Italia, come Grey’s anathomy, e si espande fino a paralizzare Hollywood.

L’industria del cinema ha già dovuto rinviare importanti produzioni come l’atteso “Angeli e demoni”. La rivolta delle penne è appoggiata dagli attori, minacciati da un contratto in scadenza, e da politici come Barack Obama. Sceneggiatori e sindacati degli audiovisivi in America e in Italia raccontano lo sciopero che rischia di dissanguare Hollywood e di mettere in ginocchio gli Stati Uniti.

[giovanni luca montanino]
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PROTESTA TV

Hollywood paralizzata: e l’Italia resta a guardare

Gli sceneggiatori gettano via la penna e piegano le braccia: l’America è in ginocchio. Basta poco agli autori televisivi per ricattare la più grande potenza mondiale: dateci i diritti su download e nuovi supporti informatici, oppure niente serial e talk show. La protesta potrebbe spandersi a macchia d’olio fino a paralizzare l’industria del cinema. E intanto l’Italia resta a guardare.

Gli autori e sceneggiatori del “bel Paese” sono allibiti di fronte allo sciopero dei colleghi d’oltreoceano: «In America si rivendicano diritti che noi neanche ci sogniamo», dice Barbara Petronio della Sact, l’associazione degli scrittori di cinema e televisione italiani. «Dallo scorso settembre la Sact, confederandosi con l’Anart (Associazione nazionale autori radiotelevisivi e teatrali), è diventata un sindacato. Il suo primo impegno è invitare produttori e network (Rai e Mediaset) al tavolo di concertazione per stipulare un contratto collettivo nazionale. Al momento, gli autori italiani non godono del minimo sindacale e il loro compenso viene stabilito di volta in volta sulla base di norme dettate dal mercato: è chiaro che, in un tale contesto, i produttori sceglieranno sempre di risparmiare sul prezzo degli sceneggiatori, intaccandone la professionalità». Mentre, dunque, l’americana Wga chiede di consolidare ulteriormente il suo potere attraverso nuove royalty, in Italia il sindacato muove i primi passi sforzandosi di risolvere questioni tecniche basilari: «Per esempio, l’assegnazione dei diritti d’autore su una sceneggiatura. La nuova figura dell’editor, che si occupa di controllo della scrittura, dovrebbe impartire agli sceneggiatori solo le direttive generali, ma spesso arriva a dettare i testi rendendone più difficile l’attribuzione di paternità. Tutto questo spiega l’appiattimento della scrittura e la mancanza di qualità della fiction italiana. Per non parlare delle riscritture - continua Barbara Petronio - indispensabili per l'adattamento di ogni sceneggiatura: mentre in America vengono concordate e retribuite a priori, dalle nostre parti sono richieste al momento e non ricompensate». Francesco Balletta e Luca Manzi, due giovani sceneggiatori nostrani, non sono ancora iscritti alla Sact: «Qui in Italia un’eventuale protesta della categoria non sarebbe totalizzante come negli Stati Uniti», concordano entrambi. «Mentre in America la Wga è l’unico interlocutore possibile perché i produttori non assumono autori che non siano iscritti – continua Luca Manzi - , in Italia gli sceneggiatori non sono compatti. Al momento la Siae ci assicura solo il guadagno sulle repliche: condivido, dunque, l’intento della Sact di battersi per un contratto collettivo nazionale che ci garantisca il minimo sindacale e i sussidi di disoccupazione».

[giovanni luca montanino]
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DOSSIER

Lo sciopero delle penne mette in ginocchio Hollywood

Lo scorso 5 novembre 12mila sceneggiatori americani sono entrati in sciopero per ottenere un riconoscimento dei diritti d’autore sui loro prodotti che vengono utilizzati su nuovi supporti informatici, dai dvd ai film trasmessi via internet o sui telefonini. I produttori cinematografici, uniti nel potente sindacato Alliance of motion pictures and television producers, hanno fatto saltare le estenuanti trattative, affermando che i programmi diffusi sul web non garantiscono ancora guadagni apprezzabili.

Ma la direzione del sindacato degli sceneggiatori, la Wga (Writers guild of America), non ci sta: «Ci sono collane di film per dvd, per cellulari, e per tutti i tipi di collegamenti wi-fi - spiega Syd Field, uno degli autori americani più celebri - e noi produciamo parte dell'opera senza guadagnarne niente». «Il nostro ultimo contratto - continua Field - risale al 1988. Da allora c’è stata una rivoluzione tecnologica. Oggi solo i produttori guadagnano per ogni download. Con lo sciopero rivendichiamo una percentuale sui nostri lavori». Non a caso l’ultimo contratto di sceneggiatori e autori televisivi risale al 1988: anche allora la categoria scioperò per 22 settimane recando un danno di 500 milioni di dollari agli Studios.
La protesta si abbatte come un rullo compressore sui palinsesti: programmi televisivi come i seguitissimi talk show di David Letterman e Jay Leno vengono sospesi o trasmessi solo in replica. Presto si avranno ripercussioni anche sulle serie tv quotidiane, come le soap del pomeriggio. I telefilm settimanali, invece, sembrerebbero meno a rischio, perché vengono girati con mesi di anticipo; lo stesso vale per i film, alla cui sceneggiatura si lavora di solito qualche anno prima delle riprese effettive. Dunque, il popolo dei serial ha ancora un po’ di tempo per godersi casalinghe disperate e affascinanti eroi in camice bianco e stetoscopio. Ma presto le storie che fanno battere i cuori di milioni di telespettatori potrebbero spezzarsi. Non è difficile immaginare l’effetto devastante che subirebbero gli ascolti precari delle televisioni italiane. Intanto, quattro giorni dopo l’inizio della protesta, tremila persone hanno preso parte ad una manifestazione a Los Angeles a sostegno degli sceneggiatori. Bloccata una delle grandi arterie che portano a Beverly Hills, all’altezza del grattacielo che ospita alcune delle principali case di produzione americane, come la “20th Century fox” o la “Mgm”.

[giovanni luca montanino]
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CINEMA

Undici settembre, si riparte da Zero

La verità ufficiale, fornita dalle autorità statunitensi sugli attentati dell’undici settembre, è falsa. È questo il concetto alla base di Zero - Inchiesta sull’11 settembre, documentario diretto da Franco Fracassi e Francesco Trento. Il film, presentato di recente alla festa del Cinema di Roma, ha però la sua anima in Giulietto Chiesa, presidente dell'associazione Megachip e giornalista sempre molto attivo nel campo della controinformazione. Sono tre gli elementi che contraddistinguono Zero: il primo è quello che riguarda la posizione degli autori rispetto all’undici settembre. Perché il film non intende proporre una verità alternativa ma vuole mettere in luce le contraddizioni mostrate dalle versioni ufficiali sull’attentato. Dunque, far capire al pubblico che sono state raccontate delle frottole. E nemmeno tanto bene.

Il secondo elemento è il taglio con il quale gli autori hanno affrontato la vicenda. Accanto ai trattamenti tipici dell’inchiesta giornalistica, come le interviste a testimoni ed esperti, le analisi di immagini, le ricostruzioni animate e la diffusione di atti ufficiali, vi sono quelle che si possono definire vere e proprie “incursioni teatrali” ad opera di artisti del calibro di Lella Costa, Moni Ovadia e Dario Fo.

L’ultima particolarità riguarda la produzione. Per garantire l’indipendenza del lavoro e portarlo nelle sale è stata attivata una sorta di co-produzione “popolare” che consente a chiunque versi una cifra minima di contribuire (e in teoria anche di guadagnare) alla realizzazione e alla diffusione di Zero. Un film che non metterà di sicuro tutti d’accordo, e a cui i detrattori non mancano (su tutti Mario Giordano, direttore del Giornale e autore di un durissimo articolo contro Chiesa e il suo film) ma che ha comunque il merito di mantenere aperto il dibattito su un evento che ha segnato, drammaticamente, il nostro tempo.

[luca aprea]
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CUBA

Cinque cubani in carcere senza prove

Si trovano in carcere da oltre nove anni. Cinque uomini cubani sono stati arrestati nel settembre del 1998 a Miami con l’accusa di essere spie dal governo di Washington. I loro nomi sono: Gerardo Hernandez, Ramon Labanino, Fernando Gonzalez, Renè Gonzalez, Antonio Guerriero. Le imputazioni ufficiali vanno dalla strage, all’omicidio, alla cospirazione, al terrorismo anti-americano.

Avrebbero messo in pericolo la sicurezza nazionale. In effetti una violazione della legge c’è stata poiché alcuni di loro avevano documenti falsi, nulla di più. Per questo i “Cinque” si trovano in diversi penitenziari statunitensi senza che i capi di imputazione siano stati né provati, né documentati. Eppure fin dal primo giorno questi uomini hanno subìto un trattamento carcerario durissimo, in genere riservato ai più pericolosi killer, rimanendo in celle d’isolamento (i cosiddetti “buchi”) per oltre 17 mesi di seguito, senza poter vedere mogli, figli, avvocati e subendo torture psicologiche d’ogni genere.

Durante il processo, i cubani hanno affermato di essere agenti di Fidel Castro e di essersi infiltrati nei gruppi paramilitari della mafia cubano-americana, per prevenire atti di terrorismo contro il proprio Paese, ripetendo più volte di non aver mai ricercato informazioni segrete sul governo statunitense. La difesa ha ampiamente dimostrato che gli accusati non rappresentavano un pericolo per la società e che non avrebbero causato alcun danno contro obiettivi civili o militari. Manuel David Orrio Del Rosario è un agente della sicurezza cubana, che è stato infiltrato 11 anni come economista e giornalista nell’agenzia di notizie Cubanet con sede a Miami, agenzia che si dedica a promuovere il cosiddetto “giornalismo indipendente”. Orrio Del Rosario ha spiegato che «proprio loro che sempre si preoccupano di giudicare gli altri (gli Stati Uniti, n.d.r. ) ancora oggi dopo quasi nove anni dall’arresto, non hanno permesso agli avvocati della difesa dei cinque cubani di poter accedere all’80% della documentazione presentata dalla procura perché il governo statunitense l’ha dichiarata segreta. Gli accusati, inoltre, non conoscevano i propri capi di accusa e sono stati confinati in solitarie celle di rigore, per impedire che si preparassero per il processo».

«I “Cinque” – continua il giornalista - sono stati arrestati con 26 accuse di violazioni delle leggi federali degli Usa. Di queste accuse, 24 sono delitti di carattere tecnico e sono relativamente lievi, e includono una presunta falsificazione di identità e l’omissione della verità, cioè quella di dichiararsi agenti stranieri. Nessuna delle accuse imputa loro l’utilizzo di armi, di essere stati coinvolti in atti violenti o di distruzione delle proprietà». I “Cinque” arrivarono negli Stati Uniti provenienti da Cuba dopo molti anni di violenze perpetrate da mercenari armati dalla comunità degli esiliati cubani nella Florida. Durante più di 40 anni questi gruppi sono stati tollerati e protetti dai governi degli Usa».

«Il comportamento assunto contro i “Cinque” non solo viola le leggi nordamericane riguardo ai diritti individuali, ma anche i procedimenti legali». Così ha denunciato Ricardo Alarcón de Quesada, presidente della Assemblea Nazionale cubana. «I ragazzi sono stati arrestati all'alba del 12 settembre 1998 e per tre giorni e poco più sono rimasti sotto costanti e intensi interrogatori, senza essere presentati alla giustizia, senza che venissero formulate accuse né contassero su di un avvocato per la loro difesa. Per legge sono innocenti finché non venga dimostrata la loro colpevolezza, ma nonostante sia stata dimostrata, al contrario, la loro innocenza, i “Cinque” continuano a restare in prigione.» «Questa è la prima volta negli Stati Uniti – ha affermato Ricardo Alarcón de Quesada - che si condanna qualcuno per spionaggio, senza prove». «Da anni ormai questi ragazzi sono in isolamento senza motivo», racconta l'avvocato Tecla Faranda, dell'associazione "Giuristi democratici” che ha seguito la vicenda da vicino. «Mi sono imbattuta in situazioni simili solo in Israele e in Turchia. È la prima volta che un tribunale americano condanna all'ergastolo dei detenuti che non si siano macchiati di crimini di sangue, ma solamente di associazione per delinquere, che poi di fatto non esiste».

Anche Amnesty International è intervenuta nella vicenda, chiedendo più volte al tribunale statunitense di rivedere i propri giudizi. L’ultimo appello lanciato dall’organizzazione riguarda la decisione di non concedere il visto alle mogli dei “Cinque” per poterli visitare. «Amnesty International ritiene – ha spiegato un portavoce – che negare le visite ai cinque cubani sia una misura eccessivamente punitiva oltre che contraria agli standard di trattamento dei prigionieri e contraria al dovere dello Stato di proteggere la vita familiare». Secondo Salim Lamrani, studioso delle relazioni tra Cuba e Stati Uniti e autore del libro Il terrorismo degli Stati Uniti contro Cuba, la censura operata dalla grande stampa internazionale è stata complice della grave ingiustizia subìta dai “Cinque”. «Il mondo della stampa – dichiara Lamrani – non è più quel quarto potere con il compito di denunciare errori ed eccessi dei governi. Oggi risponde ai programmi dei gruppi privilegiati e difende gli interessi economici e politici delle élite. Questo è stato dimostrato ancora una volta con il totale silenzio sulla vicenda dei “Cinque”».

[gaia passerini]
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