CONFLITTO DI GAZA

Intervista a Nahum Barnea

«Non ci sono dubbi che le operazioni militari organizzate da Israele sono state condotte ad ampio spettro. Il punto è che sono durate anche molto più a lungo di quanto ci si aspettasse», racconta da Gerusalemme Nahum Barnea, una delle penne più autorevoli del giornalismo israeliano, intervistato in esclusiva da m@g. Barnea, che scrive per il quotidiano Yedioth Ahronoth e ha vinto il premio Israel Prize per la comunicazione, ha perso un figlio nel 1996, in un attentato kamikaze di Hamas a un autobus di linea. Al funerale ha perdonato pubblicamente l’assassino, considerandolo vittima della stessa tragedia che affligge il popolo palestinese. Da anni si spende per favorire il dialogo nell’ambito del conflitto arabo-israeliano.

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[viviana d'introno e cesare zanotto]

L'INTERVISTA

La voce della libertà

Yang Lian, nato in Svizzera nel 1955 ma cresciuto a Pechino, è oggi uno dei maggiori poeti contemporanei e una tra le voci più importanti della dissidenza cinese. Esiliato dalla Repubblica Popolare Cinese dopo avere duramente criticato nel 1989 la repressione di Piazza Tiananmen, vive all’estero da vent’anni. È stato candidato al Premio Nobel nel 2002 e le sue poesie sono state tradotte in 25 lingue. Yang Lian interpreta lo spirito della millenaria cultura cinese attraverso la sua esperienza da esule. Una riflessione sulla condizione generale dell’uomo ma anche un invito alla speranza per milioni di cinesi che chiedono democrazia.

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[marzia de giuli e luca salvi]

L'INCHIESTA

È un’emergenza che dura da oltre vent’anni. I territori tra Napoli e Caserta sono uno stato nello stato dove l’unico potere reale è quello della Camorra. Nonostante i blitz, gli arresti e l’invio di soldati e poliziotti, i clan continuano a fare affari in un cono d’ombra in cui convivono l’economia legale e la politica. Ne abbiamo parlato con Andrea Cinquegrani, direttore de La Voce della Campania (oggi La Voce delle Voci).

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[alberto tundo]

MARIO CAPANNA

Onda e '68 a confronto

Quarant’anni dopo la protesta che ha segnato un’epoca, gli studenti italiani sono ancora in piazza. Secondo alcuni osservatori, l’Onda, che contesta la riforma Gelmini, è la fotocopia del’68. Altri la pensano diversamente. Mag ha chiesto un’opinione a Mario Capanna, ex studente dell’Università Cattolica e leader del movimento nel 1968.

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[cesare zanotto]

CIBO E MEMORIA

Viaggio nel gusto italiano


La relazione tra il cibo e la memoria è uno degli aspetti più profondi e antichi della cultura italiana e internazionale. Emblema di questo nesso è la madeleine che risveglia i ricordi dell’infanzia di Marcel Proust nel romanzo Alla ricerca del tempo perduto . Che cosa pensano i gourmet più affermati e i cuochi più celebri del nostro Paese del rapporto tra lo stile di vita dei nostri tempi e i cambiamenti nel gusto culinario, sempre più lontano dalla tradizione culinaria? La risposta nel servizio.

[francesco perugini]

GIORGIO BOCCA

Intervista sulla crisi del giornalismo italiano


Nessuno meglio di Giorgio Bocca può aiutarci a riflettere sulla crisi che sta vivendo oggi la professione di giornalista. "E' la stampa, la bellezza!", il suo nuovo libro vuole essere un'occasione per riflettere sul destino di un mestiere che sembra aver perso le sue virtù. In Italia la carta stampata appare schiacciata dalle pressioni della politica e dell’economia, incapace di reagire allo strapotere della comunicazione televisiva, non più in grado di scandagliare i mutamenti reali della società. Abbiamo approfondito queste e altre questioni nell'intervista.

[gaia passerini]

DOSSIER

Donne e lavoro: un binomio non sempre facile

A decenni dall’inizio delle lotte del movimento femminista, l’inserimento delle donne nel mondo del lavoro resta in alcuni casi più problematico di quello maschile. In Italia poi sembra particolarmente difficile trovare «quote rosa» in posizioni di vertice. A cosa è dovuta questa discriminazione di genere? Si riuscirà mai a superarla del tutto? Sul tema vengono scritti libri e organizzati incontri. M@g ha approfondito la questione in un dossier.


Quale futuro per una piena occupazione?


Pari opportunità sindacali, a quando?

Una “scatola rosa” contro la violenza

Il pericolo numero uno è in famiglia


[viviana d'introno - alessia lucchese - michela nana] continua

STORIA

Leggi razziali: passo indietro per l’umanità

«Uno spaventoso passo indietro nella storia dell’umanità». È questo il pensiero di Nedo Fiano, testimone della deportazione ebraica in Germania ai tempi della Seconda guerra mondiale, a proposito delle reggi razziali promulgate in Italia esattamente settant’anni fa. Lo ricorda per non dimenticare come si arrivò alla loro emanazione, oggi, al centro congressi della Provincia di Milano, affollato dai liceali. Un’occasione unica per analizzare l’impatto delle leggi sulla società italiana, partendo proprio dalle scuole.

Gli effetti di queste leggi - che portarono ad una separazione forzata dei cittadini anche nel cuore di Milano - sono stati mostrati ai ragazzi anche con la proiezione del trailer del film Fratelli d’Italia?, nel quale è stato ricostruito in digitale lo scantinato della stazione centrale milanese; da qui gli ebrei d’Italia salivano sui vagoni che li avrebbero portati ad Auschwitz .

«Queste leggi aberranti - afferma durante il suo intervento Giansandro Barzaghi, assessore all’istruzione della Provincia di Milano - non possono essere scisse da quello che è stato il fenomeno del fascismo. Anche oggi la scuola discrimina le etnie con la proposta delle classi-ponte. Questo modello separatista è applicato in Italia mentre è abbandonato in tutta Europa, dove si punta sul modello integrativo. Che la lingua italiana si impari d’estate, come accompagnamento all’inserimento». «Credo – ha concluso Barzaghi - che sia una mozione stupida, inefficace e incivile».

Michele Serfatti, storico, direttore del Cdec e membro per il comitato per il memoriale della Shoah di Milano, commentando il titolo del Corsera dell’11 novembre 1938 Leggi per la difesa della razza, ha spiegato alla giovane platea che,se i 44 milioni di italiani avevano bisogno di difendersi da 44mila ebrei, c’era un problema di “razionalità”. «I miei alunni dell’Università Statale - sottolinea Serfatti - hanno trovato 18 contraddizioni nel testo a difesa della razza, a dimostrazione che queste leggi che volevano essere scientifiche facevano leva sulla dittatura, sulla fede feroce che gli italiani dimostravano di avere in essa e sulla profonda banalità alle sue argomentazioni. La sconfitta di El Alamein ha evitato che il genocidio si allargasse anche ad Egitto e Medio Oriente».

La “codarda rassegnazione” è stata messa sotto osservazione anche riproponendo le parole del primo dicembre 1943 di Concetto Marchesi, Rettore dell’Università di Padova, che non si estraniava dalle colpe commesse dalla classe dirigente italiana. Secondo lui, d’innanzi alla propaganda del tempo a favore della “razza”, fatta con manifesti, fumetti, radio e attraverso le parole degli intellettuali, gli studenti erano la nuova speranza che doveva liberare l’Italia dalla “schiavitù e dall’ignoranza”.

La testimonianza di Nedo Fiano è stato il momento emotivamente più intenso della mattinata. La narrazione della sua deportazione, resa viva dalle sue affermazioni urlate in tedesco e dalla divisa che gli diedero nel campo di concentramento, si è conclusa con un saluto alla madre che da Auschwitz non è più tornata. La sua commozione è stata amplificata dalla standing ovation che la sala intera gli ha tributato. «In vita mia –ha concluso Fiano – ho gioito e sofferto ma ho ricordato. Questa è una missione».


[roberto dupplicato]
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FONDAZIONE FLORIANI

Cura palliativa? Non è un palliativo

Trent’anni al servizio dei malati terminali, per accompagnarli nel loro ultimo viaggio lenendo dolore e sofferenze. È questa in sintesi la storia della Fondazione Floriani, nata nel maggio del 1977 su donazione di Virgilio e Loredana Floriani, per promuovere studi e ricerche scientifiche di mezzi e tecniche applicate alle cure palliative. Un cammino che ha inizio con una dolorosa esperienza: la perdita del fratello dell’ingegner Floriani, dopo una lunga e difficile malattia. «Eravamo rimasti increduli di fronte all’impossibilità di cure capaci di lenire tanto dolore. Anche i medici avevano alzato le braccia, impotenti» dichiarava Virgilio Floriani. Ma proprio da questa sofferenza è nata la volontà di costruire qualcosa di concreto, che evitasse ad altri malati di soffrire in questo modo.

«Anche quando non è possibile guarire è sempre possibile curare»: una frase di Vittorio Ventafridda, pioniere della lotta al dolore in Italia e direttore scientifico della Fondazione dal 1978, che i Floriani hanno fatto propria, assistendo in questi anni centinaia di malati in fase terminale. Prima in Italia la Fondazione ha istituito, in collaborazione con la sezione milanese della Lega italiana per la lotta contro i tumori, un servizio di assistenza domiciliare gratuito, grazie al quale i malati possono trascorrere i loro ultimi giorni circondati dall’affetto dei familiari. Un sostegno che si può definire “globale”, in quanto fisico, spirituale, psichico e sociale non solo del paziente, ma anche della sua famiglia. Cinque le figure professionali che compongono l’unità di cure palliative: il medico, che imposta la terapia e mantiene i contatti con il medico di base; l’infermiere, che attua il trattamento a domicilio e provvede a raccogliere informazioni per le terapie più opportune; l’assistente sociale, che aiuta la famiglia a risolvere le necessità più urgenti; lo psicologo, che segue tutte le fasi della cura e può anche fornire supporto individuale a pazienti o familiari; il volontario, che collabora per risolvere problemi di natura non sanitaria. Quando il paziente necessita di cure che non possono essere effettuate a domicilio, viene trasferito negli hospice, strutture residenziali che garantiscono assistenza 24 ore su 24 e che ricreano un ambiente domestico, dove i parenti possono addirittura cucinare pasti e pernottare con il malato.

Per conoscere meglio le azioni della Fondazione, abbiamo parlato con la dottoressa Francesca Crippa Floriani, presidente della Federazione cure palliative e dell’Associazione Amici della Fondazione Floriani.

Da trent’anni promuovete le cure palliative per i malati terminali, cercando di dare dignità alla morte di queste persone. Quali sono le patologie che seguite di più?
«Quando è nata la Fondazione, volevamo dare una risposta soprattutto ai malati di cancro. Oggi però la situazione è cambiata: in Italia ogni anno ci sono 250.000 malati terminali, di cui solo la metà sono colpiti dal cancro. Le altre patologie, come quelle neurologiche, respiratorie, metaboliche e cardiopatiche, sono malattie che nei prossimi anni colpiranno gran parte della popolazione, che sarà sempre più anziana e sempre più malata. È necessario organizzare una risposta a questo problema con urgenza».

Nella cura dei malati terminali l’hospice ha un ruolo fondamentale, ma è una struttura sviluppata soprattutto al Nord. Cosa possono fare le istituzioni per colmare questo vuoto?
«Nel 1999 il ministro della Sanità Rosy Bindi ha firmato una legge che prevedeva dei finanziamenti alle regioni per realizzare degli hospice. Ogni regione ha utilizzato questi fondi a suo uso e discrezione, tanto che oggi troviamo una situazione di eccellenza per alcune regioni del Nord come Lombardia, Piemonte e Veneto, e un vero e proprio deserto nel Sud. Queste regioni avanzate devono ora tirarsi dietro tutta l’Italia, per rispondere alla sfida verso la fragilità del terzo millennio».

In Italia non esiste ancora una legge dello Stato che regoli l’applicazione delle cure palliative
«Non è corretto dire che non c’è una legge, in realtà manca l’applicazione di ciò che c’è già. È necessaria oggi una legge quadro che attui ciò che già c’è. Per le cure palliative non c’è bisogno di molte risorse economiche, ma di risorse umane. Purtroppo in Italia manca una cultura diffusa delle cure palliative».

Il modello Floriani prevede la somministrazione di morfina. Ci sono ancora molti pregiudizi in Italia su questa sostanza?
«Purtroppo sì, per un retaggio culturale che considera la morfina come una droga. In più si aggiunge anche un intoppo burocratico secondo il quale il medico di base, per prescrivere delle sostanze oppiacee, deve utilizzare un ricettario apposito per le sostanze stupefacenti che nemmeno il 25% dei medici di famiglia possiedono. L’Italia è tra gli ultimi paesi in Europa per l’utilizzo di farmaci derivati dalla morfina».

Circa un mese fa è scomparso Vittorio Ventafridda, per molto tempo vostro direttore. Qual è il testamento che vi ha lasciato?
«È stato un grande pioniere, è stato il primo a parlare di terminalità in Italia. È stato allievo di John Bonica, il primo al mondo a studiare le terapie del dolore. Il testamento che ci ha lasciato è quello non solo di diffondere le cure palliative per curare i malati oncologici, ma ampliare il nostro orizzonte verso le nuove patologie».


[alessia lucchese]
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FILM

Thierno, nessuno e centomila

Il sogno di Thierno è quello di diventare uno stilista. Per questo, dopo aver preso il diploma in sartoria, decide di lasciare il Senegal per cercare fortuna in Italia. Con un lavoro e uno stipendio potrà diventare ricco e tornare a casa per sposare la cugina Fatou. Al suo arrivo in Italia però scopre che la vita dell’immigrato non è semplice: senza casa, senza lavoro e circondato dalla diffidenza di tutti, Thierno è costretto a dormire in un autorimessa abbandonata e a vendere cd piratati per campare. Dopo una retata della polizia, che lo scambia per un terrorista, viene arrestato e rilasciato dopo qualche giorno con il foglio di via. All’apice dello sconforto, quando ormai si crede senza speranze, incontra la solidarietà di un connazionale e di una coppia gay che decidono di ospitarlo e aiutarlo a trovare un lavoro onesto. In poco tempo Billo, così lo hanno soprannominato gli amici, trova lavoro, integrazione e l’amore di Laura. Proprio quando lei gli confida di essere incinta però la madre lo richiama in Senegal per sposare Fatou. Ormai integrato, Billo si trova in bilico tra passato e presente, tra due Paesi, due culture e due donne che lo vorrebbero ognuna accanto a sé. Come risolvere la questione?

Billo. Il Grand Dakhaar, diretto da Laura Muscardin, racconta la storia (vera) di un’integrazione riuscita ma anche quella dell’identità del migrante, che sceglie di imparare a vivere in una nuova società, rinnegando in qualche modo la propria cultura d’appartenenza. Grand Dakhaar è infatti il soprannome che i senegalesi danno ai loro concittadini appena sbarcati in Italia. Il senegalese Thierno Thiam interpreta se stesso sullo schermo e la sua storia rappresenta un modello riuscito di integrazione che è insolito vedere al cinema o in televisione. I mezzi di comunicazione, infatti, tendono a dare rilevanza ai problemi e agli insuccessi legati all’immigrazione e alla presenza dei clandestini in Italia. Billo, invece, si integra nella società italiana e si sente attratto dalla nuova cultura. Nello stesso tempo la madre lo richiama alle sue radici, agli impegni che ha lasciato nella terra natale. Ma perché scegliere quando si può avere un’identità fluida? Billo vuole essere senegalese e italiano, prendere il meglio di queste due culture ed essere una persona migliore: insomma, sceglie di non scegliere. Segno che gli immigrati possono integrarsi davvero in una nuova società, trovare lavoro e rifarsi una vita se trovano disponibilità, apertura e accoglienza e se davvero desiderano uscire dalla clandestinità.

Il film è una coproduzione Italia-Senegal, la collaborazione tra i due paesi è nata grazie al cantante Youssou N’Dour che, dopo aver visto il film, se ne è innamorato e ha deciso di curare la produzione senegalese e di realizzare la colonna sonora. La realizzazione di un film diventa difficile lontano dai canali di produzione ufficiali, i costi sono alti e non sempre i progetti di questo tipo riescono ad avere l’appoggio e la distribuzione che meriterebbero. Il problema è stato risolto grazie alla partecipazione di tutti alla produzione. Tutto il cast, tecnici e attori, ha co-prodotto il film diventando, in cambio, proprietario di una quota della pellicola. Il progetto, nato nel 2005, si chiama The Coproducer e rappresenta un modello di produzione alternativo che permette a progetti lontani dai canali ufficiali di essere realizzati. La pellicola ha ricevuto riconoscimenti in Italia, Francia e Stati Uniti, in particolare quello di miglior film al Festival del cinema italiano a Parigi e all’International film festival di Temecula Valley in California. Una commedia ottimista, intelligente e spiritosa che esplora un mondo sconosciuto e considerato raro: quello dell’integrazione e della convivenza riuscita e pacifica tra due diverse culture.


[michela nana]


Ascolta l'intervista alla regista laura Muscardin continua

ECONOMIA

La crisi dei mercati poteva essere evitata?

Il mondo intero è stato investito dalla crisi finanziaria e tutti stanno cercando di correre ai ripari, sforzandosi di escogitare le soluzioni più rapide e indolori. Ma rimane un interrogativo: perché i maghi della finanza internazionale non sono stati in grado di evitare la bufera o almeno di prevederne l’avvicinamento? M@g si è rivolto ad alcuni esperti per cercare delle risposte.

"Ottobre rosso": ma gli economisti dov'erano?


The Queen processa gli economisti

Aiuti per il settore auto: una soluzione possibile?

[francesco cremonesi - viviana d'introno - alessia lucchese] continua

PRESIDENTE LULA

Italia-Brasile, il calcio è in comune

Un presidente progressista come Lula non poteva che parlare di redistribuzione della ricchezza. L’intento però non era politico. A margine del vertice Italia-Brasile il premier brasiliano l’ha buttata sul calcio e, durante la sua visita a Roma, ha sottolineato che c’è la necessità di redistribuire la ricchezza anche nel calcio perché «in tutto il mondo ci sono dieci club che da soli possiedono tutti i giocatori più bravi». Forse Lula ha sentito l’urgenza di esprimere questo concetto dopo aver incontrato il fior fiore del calcio brasiliano esibitogli da Berlusconi: fuoriclasse come Kakà, Ronaldinho e Pato che militano nella ricca squadra del presidente del consiglio. Ma la crisi economica mondiale travolgerà tutti, ha profetizzato Lula, e anche nel mondo del calcio una regolamentazione si renderà necessaria.

Le cronache sportive degli ultimi giorni sembrano dare ragione al premier brasiliano: uno dei campionati più seguiti al mondo, la Premier League, è in crisi economica e le squadre sono travolte dai debiti nonostante gli investimenti dei paperoni russi e arabi. Questo non è servito a fermare il Manchester United che, nonostante i conti in rosso, ha deciso di stipulare un nuovo contratto con Cristiano Ronaldo per impedire che l’asso portoghese lasci l’Inghilterra per la Spagna. Si vocifera di un compenso che sfiorerà gli 11 milioni di euro l’anno e che porterà Ronaldo quasi in vetta alla classifica dei calciatori più pagati al mondo. Meglio di lui se la passa solo Ibrahimovic che ha appena rinnovato con l’Inter.

«I calciatori più forti, i fenomeni affermati giocano in Inghilterra o in Spagna – ha spiegato Giancarlo Padovan, ex direttore di Tuttosport e adesso direttore editoriale del Corriere di Livorno – e lo fanno non tanto per la qualità del gioco superiore ma per questioni di carattere economico. In Italia la tassazione è troppo alta, come del resto anche in Francia, mentre Inghilterra e Spagna sono favorevoli sia al club che al giocatore che può percepire ingaggi ancora più alti». L’Italia è piena di squadre medio-piccole, guidate perlopiù da imprenditori locali, che hanno limitate risorse economiche rispetto ai magnati della finanza che possiedono squadre come il Manchester o il Chelsea. «I grandi magnati della finanza si trovano all’estero e non in Italia –dice Padovan –. Questi ricchi milionari russi e arabi investono cifre esorbitanti per comprare i calciatori migliori, anche se le società sono fortemente indebitate. In Italia nessuno può permettersi di agire così perché il fisco attua dei controlli».

In Italia molte piccole società hanno dimostrato di poter competere con i grandi club all’interno dello stesso campionato anche senza nomi eccellenti. «I grossi club italiani, come l’Inter o il Milan, acquistano grandi campioni – ha spiegato Padovan – ma non è detto che vincano. La tendenza si è invertita soprattutto negli ultimi anni, anche a seguito degli scandali che ci sono stati, quando anche le squadre minori hanno iniziato a essere competitive. La situazione è cambiata perché ci sono sempre meno soldi e le differenze tra squadre si sono ridotte. L’attuale classifica di serie A lo dimostra: ci sono otto squadre diverse ai primi posti e tra esse troviamo società considerate minori come l’Udinese, il Napoli o la Lazio». Abituati a pensare in termini di grandi campioni, compensi record e calcio spettacolo, forse i calciofili si sono dimenticati che la qualità del gioco non dipende solo dalla presenza del fuoriclasse di turno. Dopotutto il calcio è uno sport di squadra. «Si parla di calcio come se fosse uno sport individuale ma il valore della squadra è importante in ogni fase del gioco. Squadre come il Genoa, l’Udinese o la Lazio hanno dimostrato che chi si affida ad un collettivo omogeneo è competitivo quasi come le grandi».

Il presidente Lula si preoccupa per la partenza dei suoi campioni ma il Brasile non è l’unico vivaio dove procuratori e squadre europee possono pescare talenti. L’Africa negli ultimi anni è diventata il crocevia del calciomercato mondiale, dove migliaia di giovani giocano a calcio con la speranza di poter emigrare in Europa e cambiare la loro vita. Un mercato immenso che i procuratori europei hanno deciso di sfruttare al massimo, a volte a scapito delle regole. Il successo dell’ultima Coppa d’Africa 2008, svoltasi in Ghana, e gli imminenti mondiali del 2010 in Sudafrica hanno esasperato il fenomeno portando alla nascita di un vero mercato di talenti bambini. Corrado Zunino, giornalista di Repubblica tv, ha realizzato un reportage su questo argomento ed è andato in Ghana per vedere come stanno le cose. «L’Africa è un continente molto più povero dell’America latina – ha spiegato Zunino – e il calcio rappresenta una scoperta relativamente recente, che risale agli anni ‘70. Basti ricordare che la prima squadra africana a partecipare ad un campionato del mondo è stata lo Zaire nel 1974. Eppure, oggi, in Africa, si gioca a calcio ovunque, in campi creati sulla spiaggia, nelle discariche, per le strade. La spinta a giocare è forte e lo è anche quella ad emigrare, non solo per una questione economica ma anche culturale. L’Africa ha fatto propria la cultura del calcio». Nella capitale Accra centinaia di procuratori affamati e senza scrupoli vanno a caccia del talento da portare in Europa. Ma spesso è gente senza alcuna competenza. «Esiste uno sfruttamento da parte di procuratori africani ma anche europei – ha detto Zunino –, gente che non riesce a lavorare nel mercato europeo perché non è inserita nei canali giusti. Vanno a cercare il colpaccio in Africa e spesso a pagare sono i ragazzi e le loro famiglie. Capita che gli anticipino due o tre mila euro per il viaggio in aereo e poi, se non riescono a piazzarli in qualche grossa squadra, pretendono di riavere i soldi dalle famiglie povere che si vedono costrette a vendere la baracca dove vivono».

Il Ghana dopo la Coppa d’Africa è diventato il centro africano del calcio internazionale: ragazzi dai 12 ai 19 anni arrivano da tutta l’Africa centrale per trovare un ingaggio che li possa portare in Europa. Sognano soprattutto la Premier League inglese e squadre come il Chelsea e il Manchester United. Se l’età non è quella giusta non ci sono problemi, con 250 dollari si va all’anagrafe o alla questura di Accra ed è servito un passaporto falso. «Bisognerebbe trovare un modo per controllare questo tipo di immigrazione – secondo Zunino – ma le federazioni internazionali, come Fifa e Uefa, non hanno un potere reale su questo. Platini si è impegnato molto a regolamentare i minorenni: sotto i 18 anni non può spostarsi più nessuno, nemmeno all’interno della stessa nazione. Ci vorrebbero delle decisioni uniche applicabili in tutta Europa, invece finora sono state fatte solo leggi farraginose e inutili da chi non conosce la natura del fenomeno. I club europei e i vertici calcistici hanno tutto l’interesse a regolamentare l’immigrazione calcistica». I talenti stranieri devono avere dunque la possibilità di giocare in Europa, a patto che non vengano sradicati ancora minorenni dalle loro famiglie, perché molti di loro abbandonano la scuola e il lavoro per seguire il loro sogno europeo. Ma non tutti sono Drogba e Eto’o e, al loro arrivo in Europa, anziché un campo da calcio potrebbe attenderli la strada.


[michela nana]
continua

CORTE DEI CONTI

Federalismo fiscale: e se ci costasse di più?

Sarebbe quantomeno contraddittorio se l’attuazione del federalismo dovesse portare a un intensificarsi della pressione fiscale sulle tasche dei cittadini. Eppure, in attesa della versione definitiva del disegno di legge tanto caro alla Lega Nord, urge domandarsi e approfondire se questo spauracchio dell’aumento delle imposte possa in qualche modo manifestarsi sul serio. Innanzi tutto bisogna chiarire il fine ultimo di questa importante riforma costituzionale. Le nuove norme, riassunte nei capitoli 1, 2 e 22 del ddl approvato in via preliminare l’11 settembre, ne chiariscono il contenuto essenziale. L’articolo 119 della Costituzione assicurerà quindi a Comuni, Province, Città metropolitane e Regioni piena autonomia di spesa e di entrata, nel rispetto dei principi di solidarietà e di coesione sociale. Le direttive che dovranno essere seguite consisteranno nel superamento della spesa storica, l’inserimento dei nuovi “standard” dei servizi essenziali e soprattutto la costituzione di un fondo perequativo di sostegno a quegli enti che dispongono di limitate disponibilità fiscali per il numero inferiore di residenti e la loro capacità contributiva.

Alla luce di questi accorgimenti, nei giorni scorsi il presidente della Corte dei Conti, Tullio Lazzaro, nel corso dell’audizione sul federalismo fiscale davanti alle commissioni riunite Affari costituzionali, Bilancio e Finanze del Senato, ha richiamato l’attenzione sul fatto che l’attuazione del federalismo potrebbe portare a un aumento della pressione tributaria, in particolare per quanto attiene all’imposizione personale sui redditi. Secondo Lazzaro, la struttura del finanziamento agli enti territoriali comporterà una “migrazione” di rilevanti quote del gettito Irpef e, considerato il ruolo fondamentale che l’aliquota gioca nel sistema di finanziamento federale in ambito perequativo, questo comporterà un aumento della pressione delle imposte proprio per rimediare a questo slittamento del gettito dal centro verso le periferie.

«Allo stato delle cose è presto per parlare di livelli complessivi di spesa, il disegno di legge è ancora troppo vago e di fatto non li sa nessuno. Tutto dipende fino a che punto ci si spingerà», spiega Massimo Bordignon, ordinario di Scienze delle Finanze alla Cattolica di Milano e direttore del master in economia pubblica alla Graduate School of public administration. «Una cosa è certa – continua Bordignon –: cercare di costruire tutta la piattaforma dei finanziamenti articolandola solo sull’Irpef non è una buona cosa. Il rischio dell’aumento della pressione è reale perché potrebbe verificarsi quella che in economia viene definita esternalità verticale, ovvero l’aumento della pressione dell’irpef a partire dai comuni e via via passando per provincie e regioni senza preoccuparsi dei rispettivi rincari. L’irpef è uno strumento tributario tartassato. Secondo me è corretto che le regioni - prendiamo ad esempio la Lombardia che ha più abitanti dell’Austria - possano assorbire l’imposta, ma che anche un comune di piccole dimensioni possa richiedere la sua aliquota non ha senso». Tra le cause di questo “accanimento fiscale” nei confronti dell’irpef, Bordignon avanza quella che a suo avviso è stato il fattore determinante, ovvero «l’abolizione dell’ici, che ha privato i comuni di entrate che ora sono costretti a ricercare altrove». Insomma, più che da rimuovere, l’ici sarebbe stata solamente da ritoccare.


[francesco cremonesi]
continua

SPAZIO OBERDAN

Filmaker, torna l’appuntamento con il cinema nuovo

Arriva allo Spazio Oberdan il consueto appuntamento con il Festival internazionale Filmaker Doc13. Giunto alla sua ventottesima edizione, è ormai un momento importante per Milano e di assoluto interesse per tutta la città. È un luogo di scambio e di discussione su tematiche attuali, sociali e civili, un ambito privilegiato di confronto per la creatività giovanile. Un evento che punta l’attenzione sul cinema emergente, dando visibilità a giovani registri.


«La Provincia – sottolinea Daniela Benelli, assessore alla cultura, culture e integrazione – conferma il suo sostegno a quello che è diventato a tutti gli effetti uno spazio di opportunità per i nuovi registi, una vetrina per pellicole intriganti, oltre che un’occasione per vedere sul grande schermo film solitamente esclusi dai circuiti della distribuzione ufficiale». Milano ha all’attivo una stagione molto fertile di cinematografia che ha contribuito a farla divenire un punto di riferimento creativo, nonostante le troppe difficoltà che ancora sussistono nel distribuire un film e reperire risorse e mezzi adeguati.

Filmaker ha fatto scuola nel corso degli anni, tracciando una via percorribile per sostenere e far crescere concretamente il cinema italiano. La stessa Provincia è stata indotta a credere nelle potenzialità creative ed imprenditoriali dell’area milanese nel settore audiovisivo, tanto da decidere di supportare nuove imprese e nuovi autori con un bando di finanziamento presentato qualche mese fa. Tra gli autori emersi grazie al Filmaker vi sono nomi del calibro di Silvio Soldini, Martina Parenti, Alina Marazzi, Daniele Segre.

Quest’anno il festival è suddiviso in quattro sezioni: In prima persona, dedicata a film e video ambientati a Milano e in Lombardia; Lavoro e temi sociali, spazio internazionale per film che hanno come tema il lavoro e il sociale; Fuori formato, con opere improntate a un controcorrente impegno civile; e, infine, Retrospettiva, riservata ad un unico autore: Claire Simon. Quest’anno la consueta Retrospettiva precede il festival anziché seguirlo. La causa: gli impegni della regista che il 23 novembre la porteranno a Milano per un seminario, aperto al pubblico, sul suo lavoro. In cinque giorni di proiezione verranno concentrati 17 titoli della Simon, nata in Marocco ma di formazione francese, da sempre impegnata su tematiche legate ai bambini e alla condizione femminile.

Infine, per questa 28esima edizione, Filmaker ha deciso di costruire un’intera sezione sulle proposte più rilevanti dei film girati nella nostra città, dal titolo Milano metropoli. Una finestra utile a comprendere come tessuto urbano e linguaggi estetici si stiano rapidamente evolvendo, l’uno in stretta dipendenza dall’altro. È questo lo scopo del festival: proporre un cinema nuovo, libero ed indipendente in grado di tentare nuove strade e di raccontare storie diverse.

Festival internazionale Filmmaker Doc13
Spazio Oberdan – Viale Vittorio Veneto, 2
Dal 19 al 30 novembre 2008
Ingresso libero



[tatiana donno]
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GIUSTIZIA

Conciliamo? Sì, grazie

Rendere più veloci i tempi della giustizia? Da oggi si può, o almeno si tenta. Milano è la città pilota di Progetto conciliamo, nato su iniziativa della Corte di Appello di Milano e di soggetti istituzionali particolarmente sensibili al tema della gestione dei conflitti e del risparmio delle risorse. All’interno del Palazzo di Giustizia è stato inaugurato uno spazio interamente dedicato a questa iniziativa.

Da un’elaborazione sui dati forniti dalla Camera di commercio di Milano 2005-2008 emerge che le imprese milanesi spendono per litigare oltre quattro milioni di euro al giorno: litigano mediamente tre volte all’anno e pagano spese di Tribunale, a cui si aggiungono perdite e mancati pagamenti per gli affari andati a male. Questo è un dato allarmante, sia in termini di costi, che di aggravamento dei tempi della giustizia. Da qui nasce l’idea di una conciliazione stragiudiziale come mezzo alternativo e complementare rispetto al procedimento giurisdizionale per risolvere controversie che riguardano dispute commerciali, qualunque sia il valore in discussione. Nella conciliazione la decisione è rimessa all’accordo delle parti, discende direttamente dalla loro volontà e dalla loro disponibilità a rivolgersi a un organo indipendente, imparziale e neutrale: il conciliatore. Quest’ultimo è un esperto in tecniche di gestione dei conflitti e persegue come unico scopo quello di aiutare le parti a trovare un accordo, risparmiando tempo e denaro.

Roberto Formigoni, presidente della Regione Lombardia, intervenuto all’inaugurazione, sottolinea: «La conciliazione è una possibilità positiva dal punto di vista formativo ed educativo. I cittadini devono essere spinti a trovare una soluzione alternativa, rispetto alla via ordinaria. Gli ordinamenti di molti Paesi hanno già da tempo intrapreso questa strada. Spero che sulla scia del nostro esempio, anche altre Regioni possano prevedere spazi simili. La Lombardia da sempre è impegnata in questi ambiti». Appare chiaro che un corretto funzionamento del sistema giustizia corrisponde a un buon indice della competitività di un Paese. E l’Italia non vuole e non può stare a guardare. Tra gli obiettivi di Progetto conciliamo c’è quello di supportare i magistrati affinché possano invitare le parti a rivolgersi ad uno degli organismi di conciliazione, individuato dalle parti stesse. «Il punto informativo – ricorda Formigoni – è aperto al pubblico tutte le mattine dal lunedì al venerdì. Sarà possibile presentare la richiesta direttamente agli organismi di conciliazione accreditati presso il progetto, sia unilateralmente che congiuntamente. È il primo passo per realizzare un progetto ambizioso di ottimizzazione dell’organizzazione della giustizia nell’area milanese, e non solo».

Quindi, un ruolo attivo svolto da avvocati e magistrati, unito ad una fase di monitoraggio dei risultati per valutare l’efficacia della sperimentazione stessa e orientarne gli sviluppi. Un passo in più per avvicinarsi all’esperienza europea.


[tatiana donno]
continua

POLITICA

Mini-amnistia, frenata sul ddl Alfano

È stata rinviata in Consiglio dei ministri l’approvazione del disegno di legge Alfano sulla “messa in prova” che, per gli incensurati, sostituisce la pena ed estingue il reato per condanne fino a quattro anni con l’obbligo di prestare lavori socialmente utili non retribuibili. Lo ha annunciato il ministro della Difesa, Ignazio La Russa. «Il provvedimento ha bisogno di ulteriori approfondimenti prima di essere varato - ha detto l’esponente di Allenza Nazionale -. La novità più importante introdotta da questo disegno di legge è che oggi chi ottiene la condizionale lo fa senza obblighi, invece dopo dovrà fare lavori socialmente utili per un periodo di tempo che potrà essere pari alla pena stessa».

Il provvedimento pensato dal ministro della Giustizia prevede l’obbligo dei lavori socialmente utili prima di potere accedere alla condizionale o a qualsiasi altro beneficio penitenziario. Ma soprattutto introduce la novità della “messa in prova” a metà dibattimento. Per reati che prevedono una condanna fino a quattro anni di carcere e se l’imputato è incensurato, sarà possibile chiedere al giudice di sospendere il dibattimento e svolgere lavori di pubblica utilità per un minimo di 10 giorni e un massimo di due anni presso un’associazione di volontariato o enti pubblici. Se il soggetto dimostrerà di “essersi redento”, il reato si considererà estinto e l’imputato verrà pienamente riabilitato. In caso contrario, si riaprirebbe il processo e comunque il pm avrebbe la facoltà di ricorrere in cassazione contro la “messa in prova” decisa dal giudice. Non è la prima volta che si ipotizza l’adozione di un provvedimento simile: infatti, sul finire della scorsa legislatura, l’allora guardasigilli Clemente Mastella aveva firmato un disegno di legge che prevedeva la sospensione del processo proprio con la messa in prova dell’imputato, ma per reati con una pena massima di tre anni (scesi a due dopo contrasti in Consiglio dei ministri).

La proposta di Alfano ha suscitato da subito un vespaio di polemiche. Le resistenze non sono mancate nello stesso Consiglio dei ministri: il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, non ha gradito la lunga lista di reati “lavabili” con i lavori sostitutivi al carcere. Si va dal furto e dalla corruzione semplice al falso in bilancio, dai reati ambientali alla truffa e all’appropriazione indebita. Il leader dell’Italia dei valori, Antonio Di Pietro, ha parlato di “impunità per tutti”: «Dopo il Lodo Alfano e il lodo Consolo ora arriva la norma per salvare gli incensurati anche se si macchiano di reati gravi come quelli fiscali e quelli per gli incidenti sul lavoro», ha aggiunto Di Pietro. Non mancano però le voci a sostegno della proposta Alfano. Il presidente della commissione Giustizia della Camera, Giulia Bongiorno, di Alleanza Nazionale, valuta positivamente «la scelta di eliminare la sospensione condizionale della pena come deterrente alla consumazione di reati». Cauta ma possibilista l’associazione nazionale magistrati per voce del presidente Luca Palamara: «Siamo favorevoli alle misure alternative al carcere, ma con dei paletti ben fermi e per reati con pena massima di tre anni».

Sulla cosiddetta “mini-amnistia” abbiamo sentito il professor Francesco Centonze, docente di diritto penale dell’Università Cattolica di Milano. «Il principio della messa in prova è apprezzabile, se poi si lega alla possibilità di svolgere lavori socialmente utili è ancora meglio – ha detto Centonze – . Resta da vedere il testo nello specifico per poter dare un giudizio di merito approfondito». Sull’eventualità di risolvere il problema del sovraffollamento delle carceri, il penalista sembra perplesso visto che «si tratta di reati per i quali già di per sé non si va in carcere». La messa in prova, comunque, ha già dato «ottimi risultati sia nella giustizia minorile sia in paesi come l’Inghilterra e gli Usa», ha aggiunto il docente universitario. In sostanza, il professor Centonze ritiene che «la pena detentiva non sia mai servita di fatto e una soluzione che permetta di evitare il contatto con il mondo carcerario non vada trascurata». L’importante è che «vengano chiarite le tipologie dei lavori di pubblica utilità contemplate dall’eventuale provvedimento e le modalità di accesso, da parte dell’imputato, alle stesse». Comunque, il provvedimento ha segnato il passo sin dalle prima battute e chissà se un giorno vedremo un top manager accusato di falso in bilancio ripulire i muri della periferia milanese per “ripulire” la propria fedina penale.


[pierfrancesco loreto]
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DOCU-FILM

Raid alla scuola Diaz: assolti i vertici della polizia

Il processo per le violenze avvenute all’interno della scuola Diaz il 21 luglio 2001, durante il G8 di Genova, ha assolto i vertici della polizia imputati come responsabili. Sono Giovanni Luperi, all’epoca braccio destro del prefetto Arnaldo La Barbera e oggi capo del servizio segreto Aisi; Francesco Gratteri, ora alla guida dell’Anticrimine e Gilberto Calderozzi, l’ex e l’attuale capo del Servizio Centrale Operativo della Polizia.

Mark Covell, reporter Bbc malmenato quella notte, ha riesumato un video Rai in cui si notano, fra gli altri, i tre uomini intorno a un sacchetto contenente le molotov, prova principe per gli arresti di massa nella scuola. Nel 2002 il nastro fu sequestrato dai magistrati all’emittente Primocanale e poi sparì. «La sentenza deve stabilire chi era consapevole di quello che stava succedendo», dice Mario Portanova, autore del libro Inferno Bolzaneto. Il suo parere è che le molotov «siano state un’escamotage raffazzonato: le bombe trovate in Corso Italia quel pomeriggio sono passate da un agente all’altro, finché non sono servite per giustificare una situazione sfuggita di mano: bisognava coprire quanto successo durante il raid». Proprio Gratteri, Luperi e Calderozzi firmarono allora il verbale di perquisizione in cui comparivano le armi incriminate.

Per questa vicenda sono stati inflitti due anni e sei mesi a Michele Burgio, che portò le bottiglie incendiarie nel cortile della scuola e al vice questore Pietro Troiani che diede l’ordine di portarle all’interno. Ordine eseguito dall’agente pentito A.B., ripreso nel video accanto a Luperi, che prende istruzioni al telefono da un misterioso interlocutore. Assolti i poliziotti accusati di calunnia, falso ideologico e arresto illegale, tranne Vincenzo Canterini, per violazione della legge sulle armi. I componenti del suo Settimo nucleo mobile di Roma sono stati condannati per violenze.

Un film-inchiesta di Mario Portanova con Beppe Cremagnani ed Enrico Deaglio, raccoglie le testimonianze «di politici e figure istituzionali: sul G8 – dice Portanova – abbiamo sempre ascoltato i racconti dei manifestanti. Abbiamo voluto interpellare chi vide quegli eventi dall’alto». Fra i protagonisti del documentario che verrà pubblicato prossimamente, ci sono Fausto Bertinotti, Concita De Gregorio, Filippo Ascerto di An e Claudio Scajola, ministro dell’Interno all’epoca dei fatti.


[daniele monaco]
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RIMEDI PER LA CRISI

Quando l’artigianato salva l’economia

L'artigianato (forse) ci salverà. A sostenerlo è il sociologo Richard Sennet, professore alla London School of Economics ed opinionista del Guardian. Secondo lo studioso americano, infatti, etica, qualità e lungimiranza fanno dell'artigiano un modello da imitare per ricostruire - dopo l’uragano della crisi - un'economia vincente. Spiega Sennet: «La finanza, che ha guidato il capitalismo negli ultimi venti anni, è stata sostanzialmente cieca, incapace di avere una visione a lungo raggio». L'artigiano, invece, è padrone del proprio mestiere e ha la capacità di prevedere le conseguenze del proprio lavoro, di proiettarsi oltre la contingenza del profitto. Il problema dell'Italia – osserva ancora Sennet - è che «l' uomo-artigiano sta diventando sempre più un figura d'élite».

« Non c’è che da concordare con Sennet – commenta il professor Eugenio Zucchetti dell’Università Cattolica –: oggi il mondo del lavoro ha bisogno di una maggiore dimensione etica e di una maggiore qualità, intesa come competenza ma anche come amore per il lavoro». « In fondo – osserva Zucchetti – Sennett non fa altro che esplicitare un aspetto noto da tempo: l’emergere all’interno del lavoro dipendente di lavori-professioni con una propria autonomia e competenza. Questo fenomeno avviene sia nell’industria che nel terziario: basti pensare al marketing o ai programmatori. Il problema è che queste nuove figure di artigiano emergono solo a livello elitario». Ma il sistema italiano, secondo Zucchetti, è ancora contraddittorio: da un lato necessiterebbe di ampliare lo spettro delle figure professionali con una formazione ad hoc, dall’altro non è in grado di assorbire nemmeno i laureati che produce. «L’Italia deve capire che bisogna competere sulla qualità e non sui prezzi perché, su quest’ultimo fronte, è sbaragliata dai Paesi emergenti come, ad esempio, la Cina».

L’Italia, dunque, è ancora un Paese d’artigiani e di piccole imprese? Sì, ma si tratta di figure che vanno scomparendo insieme alle vecchie botteghe. Solo gli immigrati stanno progressivamente riempiendo gli spazi disdegnati dai nostri giovani. «Ciò su cui vorrei mettere l’accento – sottolinea Zucchetti – è che in Italia scontiamo la bassa considerazione in cui è tenuto il lavoro manuale, da sempre visto come di serie B. A meno che l’artigiano non sia un’artista: in questo caso, ma solo in questo caso, è preso in considerazione». Ancora una volta il problema tocca la formazione di cui in questi anni si è parlato molto a sproposito. «La formazione deve essere tutta di qualità perché formazione di qualità non è uguale solo a università. Del resto, non va necessariamente prolungata fino all’Università. Finora la tendenza è stata quella di liceizzare il percorso formativo ma la formazione professionale ha bisogno di tanti investimenti in più».


[ivica graziani]
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MUSICA

Dicono di me è il migliore videoclip italiano

È l’artista bolognese ad aggiudicarsi la targa per il miglior video musicale del 2008. La motivazione: con il penultimo singolo Dicono di me, Cesare Cremonini è riuscito ad esaltare il testo del suo brano attraverso le immagini. Così è lui il trionfatore della decima edizione del concorso, che ha trovato spazio all’interno della mostra Rock’N’Music Planet, in piazza Duomo, a Milano, fino al prossimo 15 marzo. L’esposizione è nata per ripercorrere la storia del rock dal 1954 ad oggi e i cimeli provengono dalla collezione privata di Red Ronnie, considerata la più ricca in Europa. Migliaia gli oggetti esposti: chitarre, locandine, copertine storiche di riviste musicali, manoscritti, fotografie, poesie dei miti del rock: Elvis Presley, Jimi Hendrix, Beatles, Jim Morrison, Rolling Stones, Sex Pistols. Come simbolo della mostra è stata scelta una chitarra in mogano sagomata con il profilo del continente africano, autografata da alcuni celebri musicisti tra cui Eric Clapton, Bryan Adams, Elton John, Mark Knopfler, Gary Moore.

Uno strumento divenuto icona, in quanto venduta a favore della Sight savers, un’associazione che raccoglie aiuti economici per realizzare il suo progetto di lotta alla cecità in Africa. Federico Liggeri, giornalista, docente universitario, autore, critico musicale e regista di video per artisti tra cui Le Vibrazioni, Raf e Stadio, dal 1999 è l’ideatore e il direttore artistico del Premio Videoclip Italiano che ogni anno laurea la migliore “sinfonia” tra immagini e musica. Cesare Cremonini, al momento della consegna della targa, non ha nascosto la sua sorpresa e il suo orgoglio: «È la prima volta che ricevo un premio extra-musicale, ma devo innanzitutto ringraziare le due persone che con me hanno ideato e realizzato i video della mia carriera. Il regista Gaetano Morbioli e Nicola “Ballo” Balestri, bassista e compagno di viaggio dai tempi dei Lùnapop». Cremonini è stato scelto per aver dimostrato una grande maturità musicale e la capacità di offrire testi e musica sempre interessanti senza perdere di vista il proprio stile, con una voglia costante di crescere dal punto di vista personale e artistico. Liggeri ha definito il video di Dicono di me «un’opera assolutamente non patinata, non uno “spot” musicale o un video di servizio, ma una realizzazione totalmente legata al testo, che aiuta ad entrare nel significato del pezzo».

Il cantautore bolognese, negli anni, ha allargato i suoi interessi musicali, viaggiando molto e avvalendosi della collaborazione della Telefilmonic Orchestra di Londra, con cui ha realizzato un tour teatrale. «Il lavoro sulle sonorità classiche e sulla cura dei testi mi ha permesso di conservare un buon livello di credibilità, che a volte è difficile da mantenere quando si raggiunge il successo in fretta, quando si è giovani e per certi versi immaturi, quando le tue canzoni vengono giudicate, erroneamente, solo commerciali». Cremonini crede che per un giovane musicista non serva l’aiuto delle major, ma si debba partire dalle piccole realtà: un’esperienza vissuta in prima persona, grazie all’aiuto del produttore indipendente Walter Mameli, che per primo aveva creduto nel suo progetto. Il premio videoclip, realizzato con la collaborazione di Rockol.it, quest’anno vede la partnership con Msn, una realtà che registra 13 milioni di iscritti e che permette agli utenti di comunicare in tempo reale, anche con i propri artisti. Il premio speciale per l’arte video musicale è andato a un altro musicista, attento alla profondità dei testi e ai temi sociali: è Lorenzo Cherubini, in arte Jovanotti, che da oltre vent’anni si impegna per sconfiggere il divario tra Nord e Sud del mondo. Tra gli emergenti, il premio video-rivelazione dell’anno è stato assegnato ai “dARI”, che hanno raggiunto il successo prima sul web e poi sui media tradizionali. Un riconoscimento speciale in onore di Paolo Borsellino è andato anche al rapper Othello, grazie al suo testo di denuncia contro la mafia.


[vesna zujovic]
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TELEVISIONE

L'"ansia" del sabato sera

L’intramontabile re dei presentatori italiani torna in prima serata. Ed è subito polemica. Non usa un basso profilo Pippo Baudo alla conferenza stampa di presentazione del suo nuovo programma Serata d’onore che sfiderà per cinque settimane l’ormai collaudato C’è posta per te di Maria De Filippi. Quando gli viene chiesto un proprio pensiero riguardo alle dichiarazioni di Confalonieri e Berlusconi (si sono detti contrari ai programmi che mettono angoscia), Baudo non ha avuto esitazioni: «Sono d’accordo. Chiudano il programma della De Filippi, visto che ce l’hanno in casa. Non c’è cosa più angosciante di C’è posta per te». Da buon vecchio volpone della televisione, il Pippo nazionale non adotta alcuna linea difensiva e da subito si mette dunque in competizione con la regina incontrastata del sabato sera: «La cosa più stimolante di questa avventura è proprio misurarmi con lei», ha dichiarato. «Io, però, non farò piangere – ha aggiunto il presentatore –. Il programma non deve essere pacchiano ma di classe: deve essere pulito, elegante, non volgare, senza battibecchi, senza lacrime, deve saper infondere cultura. Il sabato è il giorno in cui ci si prepara alla domenica: non angosciamoci».

Mirella Poggialini, critica televisiva del quotidiano Avvenire, non è d’accordo con le parole di Baudo: «Il programma della De Filippi più che ansiogeno lo definirei “trash”: il suo pubblico è composto per il 90% da persone del Sud Italia, poco scolarizzate, che hanno bisogno di sceneggiate. A me sinceramente mette imbarazzo e di conseguenza mi provoca un rifiuto verso quella trasmissione: C’è posta per te diventa ansiogena quando presenta storie particolarmente toccanti e tristi che a me personalmente non piacciono». Secondo la critica televisiva, è ansiogeno parlare del caso Englaro o di ragazzi diversamente abili, ma non per questo un programma che tratta determinati argomenti andrebbe tolto dagli schermi: «Non si elimina la televisione, non si deve chiudere un programma – sostiene la Poggialini –, piuttosto bisogna educare a spegnere la tv o ad usare il telecomando per cambiare canale; meglio ancora sarebbe leggere un libro».

«L’intervento di Pippo Baudo è innanzitutto strumentale per creare attenzione al suo programma». Questo il pensiero di Giorgio Simonelli, docente di “Giornalismo radiofonico e televisivo” all’università Cattolica di Milano. «La televisione che vediamo con la De Filippi, con la D’Eusanio e in altri programmi come quelli della domenica pomeriggio o i vari Carramba – aggiunge Simonelli – non è una televisione ansiogena: io piuttosto la definirei triste. È una tv che, con forma e contenuti, tende a darci un quadro preoccupato della realtà: gli italiani in questo periodo già non se la passano bene, in più la televisione racconta loro una realtà che è ancora più triste della verità dei fatti». Ancora Simonelli: «Desidererei che certi programmi chiudessero per mancanza di pubblico e non per altri motivi: è un po’ come augurarsi che non piova, ma uno si prende l’ombrello, se piove».

Dopo il primo scontro diretto di sabato 15 novembre, il povero Pippo sembra però alquanto “attapirato”: la corazzata C’è posta per te ha travolto implacabilmente Serata d’onore ottenendo il 14% in più di share. I numeri sono impietosi: 5.947.000 telespettatori per la De Filippi contro i 3.335.000 che hanno scelto il programma di Rai Uno. Baudo, però, da buon siciliano, è un tipo ostinato. Dunque, appuntamento a sabato per il secondo round.


[cesare zanotto]
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LITUANIA

Vilnius: un 2009 all’insegna della cultura

Dopo Varsavia, San Pietroburgo, Stoccolma e Lisbona, l’angelo di Vilnius è approdato a Milano. La statua, liberamente ispirata all’angelo di bronzo di Užupis, il quartiere del fermento creativo di Vilnius, è stata realizzata in resina da Vaidas Raimoška, un artista locale. Simbolo della rinascita della capitale lituana, l’arrivo a Palazzo Reale dell’opera si inserisce all’interno delle celebrazioni su Vilnius capitale europea della cultura 2009. Il fulcro culturale della Lituania ospiterà oltre 900 eventi e 120 progetti esclusivi durante l’anno. «Il nostro augurio – dichiara Dalia Bankauskaite, direttore esecutivo di Vecc – è di accogliere a Vilnius il maggior numero possibile di ospiti, che possano vedere con i propri occhi le attrattive culturali della città e divenire ambasciatori del progetto».

A promuovere l’iniziativa a Palazzo Reale e a sottolineare il rapporto di amicizia che lega il capoluogo lombardo alla Lituania, sono intervenuti l’assessore del comune di Milano Massimiliano Finazzer Flory e il presidente del consiglio comunale Manfredi Palmieri. La Lituania, che in tanti identificano come l’Italia del nord, proprio per il carattere piuttosto mediterraneo dei suoi abitanti, ha registrato nel 2007 un incremento nel settore turistico pari all’11,7%. E quello che si augurano le autorità, è che l’ondata di eventi possa in qualche modo consolidare questa posizione, per far crescere ulteriormente il turismo locale. Le stime parlano di almeno 3 milioni di presenze agli eventi in programma, mentre per il settore turistico si prevede un aumento del 15%.

La London Symphony Orchestra e il Maria Theatre di San Pietroburgo sono solo due delle compagnie artistiche che prenderanno parte al programma di Vilnius capitale europea della cultura, promossa, oltre che dalle principali istituzioni nazionali, anche dall’European festival association. Musica, arte, storia: le iniziative della capitale lituana, in calendario da gennaio 2009, si inseriscono anche in un progetto più ampio di costruzione di coscienza nazionale. Le previsioni parlano, infatti, di un aumento della consapevolezza della Lituania e di Vilnius pari al 3%.


[roberto usai]
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CATALOGO DEI VIVENTI

Metti un posto al sole un po’ effimero

Italia: ecco il Paese dove gli uomini che contano sono politici – Berlusconi e Veltroni – o delinquenti – Totò Riina. Il Paese dove le donne che contano sono belle e chiacchierate – Sofia Loren e Carla Bruni – e i pm sono sempre “discussi” (leggi: Boccassini e Forleo). Giorgio Dell’Arti e Massimo Parrini hanno presentato da pochi giorni il Catalogo dei Viventi, duemila pagine di biografie di italiani notevoli. Il criterio di notevolezza (neologismo di dell’Arti) con il quale sono stati valutati i personaggi è il numero di apparizioni di cui costoro hanno “degnato” i giornali nell’anno 2008. Secondo gli autori questo metodo avrebbe dato come risultato un valido strumento, il Catalogo, per l’appunto, per decodificare il nostro Paese. Che dai risultati ottenuti risulta come sopra indicato. Dietro i posti al sole delle celebrità menzionate tengono le star televisive, ma arrancano scienziati e intellettuali.

La cultura conta così poco in Italia? Agostino Giovagnoli, docente di Storia Contemporanea all’Università Cattolica di Milano, ritiene vero il contrario. «Molti di questi personaggi non fanno la storia del Paese». Nei criteri d’indagine del libro, infatti, a farla da padrona è la visibilità, che non ha nulla a che fare con l’indagine storica, che verte su criteri diversi. «Un domani la cultura sarà riconosciuta come un ambito fondamentale della realtà contemporanea italiana». Il problema è che la cultura e la scienza non hanno appeal sul mondo dell’informazione. La diffusione della cultura scientifica procede su canali estranei alla corrente dell’informazione.

«La società italiana è fatta di tante persone che con le loro iniziative tengono in piedi il Paese, ma queste persone spesso non appaiono, né hanno, peraltro, alcuna voglia di apparire», aggiunge Silvano Petrosino, docente di Semiotica all’Università Cattolica. Il criterio della rilevanza ottenuta con un calcolo delle occorrenze ottenute da ciascun personaggio “notevole” non è, di per sé, errato. Spesso, infatti, proprio le ricerche scientifiche utilizzano lo stesso metodo per rilevare l’affidabilità di un fenomeno. «Allo stesso tempo, però, è un criterio che non coglie la differenza tra l’apparenza e la realtà profonda». È, insomma, un criterio utile per agenzie pubblicitarie al momento di trovare un testimonial o di creare un’icona. Le persone degne di menzione, quindi, pur sapendo di meritare un po’ di fama, preferiscono stare ben lontane dalle luci della ribalta. «Per apparire, al giorno d’oggi, non c’è tempo di mettersi a studiare», continua Petrosino. Gli uomini di cultura, in altre parole, sanno che, confezionando un prodotto di qualità, fanno qualcosa per un pubblico ristretto che sappia apprezzare i loro sforzi. Ma questo pubblico sarà, nella maggioranza dei casi, un pubblico ristretto. La rilevanza mediatica ottenuta senza sforzi porta spesso sotto i riflettori personaggi che non solo non hanno alcun merito, ma – anzi – si sono spesso macchiati di crimini, come nel caso di Riina. «I fatti di sangue, da che ci sia memoria, hanno sempre attirato il pubblico. Non c’è da stupirsi, quindi, che il delinquente finisca spesso in prima pagina».

Per fare della ricerca scientifica, o un libro di qualità, o un’impresa umanitaria ci vuole tempo. Ma nella nostra società c’è ancora spazio per il tempo? Silvano Petrosino: «La società moderna preferisce concentrarsi sull’istante, il tempo del godimento. Il tempo della storia, invece, è il desiderio. Le cose notevoli necessitano una temporaneità come storia, il godimento istantaneo non permane. Non per niente, quando il primo Catalogo dei Viventi uscì nel 2007 molti dei notevoli di oggi non vi comparivano. I nuovi mezzi di comunicazione di massa, che interagiscono l’un l’altro, hanno reso la percezione delle cose molto più immediata. «La tentazione dell’uomo è, dunque, quella di tradurre e ridurre la logica del desiderio in una logica di godimento. E qui l’uomo si perde nell’idolatria». Nella Bibbia questo processo portava alla costruzione del vitello d’oro, simulacro presto finito fuso perché non portava alla vera salvezza. I nuovi profeti degli italiani, invece, sono gli uomini che dai salotti televisivi promettono di risolvere i loro problemi o le donne che, con il loro aspetto, fanno sognare realtà effimere. Solo le prossime edizioni del Catalogo dei Viventi potranno dirci chi sarà sopravvissuto al vaglio storico.


[alessia scurati]
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MANIFESTO CHOC

Quella donna messa in croce

L’immagine è di quelle che non passano inosservate. Una donna seminuda, inchiodata al letto come un Cristo in croce. Le stimmate che porterà sono quelle dello stupro. “Chi paga per i peccati dell'uomo”? dice la didascalia. Una campagna ideata da Arnold Worldwide per Telefono Donna e che - bloccata dall'assessore Cadeo – avrebbe tappezzato Milano in occasione del 25 novembre, giornata nazionale contro gli abusi. Nessuno l’avrebbe vista, ma la notizia ha avuto un’eco tale, che adesso tutti la conoscono. Se gli adulti non gradiscono, cosa ne pensano, invece, i ragazzi? Per la maggior parte di loro è solo «una foto d'impatto ma non è blasfema», anche se alcuni avrebbero evitato la metafora religiosa.

Secondo Daniele si tratta di un tipo di comunicazione da mandare sui canali privati e non sui manifesti pubblici: « La provocazione - spiega - la capisce chi ha i mezzi per interpretarla, chi non li ha rimane sulla superficie». Cesare è sulla stessa linea: «L’unico aspetto positivo è che cattura l’attenzione sul problema. Però da qui a commentarla come intelligente o adatta a denunciare le sofferenze delle donne ce ne passa. Non penso che vada censurata: semplicemente non avrei denunciato il problema in questo modo. Magari in una maniera ancora più forte, con parole e fatti; lasciando fuori la religione che non c’entra nulla» .«È una pubblicità che impressiona - ammette Francesco - ma va bene così perché è un tema da affrontare assolutamente di petto. Peccato che il Comune l'abbia bloccata: però possono esserci mille vie altrettanto scioccanti; io comunque non avrei usato questa». Di tutt'altra opinione è Andrea: «Mah…, inizialmente non si capisce: sembra una delle solite pubblicità con le donne nude. Poi ne comprendi il senso. Però secondo me non funziona: questa cosa più che blasfema è banale. Penso che il comune di Milano sia abbonato al “catto-fascismo” perché non è la prima volta che prende queste decisioni assurde. Ogni volta che uno mette un Cristo o una Madonna succede l’ira di Dio. Che poi non fa altro che aumentare la morbosità delle persone. Questa non è una cosa offensiva per nessuno, tanto meno per Gesù Cristo».


Il punto di vista femminile è diverso: è più orientato al contenuto. «È stata una buona mossa – dice Viviana - perché la foto è rappresentativa della situazione delle donne vittime di violenza, soprattutto casalinghe. Non sono d’accordo col comune di Milano: quello che accade nelle case è molto peggio e non bisogna fare del buonismo». Floriana: «Io parlo da comunicatore e da cattolica. È vero, la figura rimanda a Cristo, però non offende la religione, non vedo né croci né corone: riprende solo il concetto base e lo traduce sulla tematica sociale. La foto in sé mi sembra anche elegante. La questione della decenza dovrebbe essere messa un po’ in secondo piano di fronte alla violenza sulle donne. Di fronte a un problema vanno anche fatte provocazioni forti». «Lo shock è utile - concorda Vesna - utilizzare l’idea del crocifisso capovolge le aspettative, e la presenza di una donna stupisce; una volta tanto non viene presentata con un’immagine patinata per suscitare attrazione maschile ma per una causa socialmente utile. Come nel caso della anoressica di Toscani quello che emerge è la sofferenza. Penso che l’atteggiamento del Comune sia stato moralista». «In giro - osserva Alessia - si vedono immagini peggiori. Il Comune ha sbagliato, si dovrebbe preoccupare, invece, di toglierne altre. Questa pubblicità, invece, si ispira all’arte e il christo patiens è uno dei temi fondamentali d’ispirazione. E poi, diciamocela tutta: secondo Hauser per essere un capolavoro l'arte deve disattendere le aspettative e, se questa era l’intenzione, questa campagna c’è riuscita benissimo».


[ivica graziani]
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