Speciale e italiana, la maglia rosa firmata D&G Speciale, italiana e, ovviamente, rosa. Saranno queste le caratteristiche principali della nuova maglia disegnata da Dolce & Gabbana presentata oggi a Milano nella sala Indro Montanelli della “Gazzetta”. La maglia rosa, quest’anno con bordi tricolore, è prodotta dal marchio Santini e verrà indossata ogni tappa dal corridore primo in classifica del Giro d’Italia. L’istituzione della maglia arrivò nel 1931 e si dice che il suo colore non venne particolarmente apprezzato da Benito Mussolini perché per lui era troppo femminile. Mussolini fu poi convinto da Armando Cougnet, primo organizzatore della corsa.
In sala Montanelli oggi sono intervenuti diversi corridori italiani che in passato hanno indossato la “rosa” e che puntano a indossarla il 31 maggio in occasione dell’ultima tappa milanese del prossimo giro. Giro importante perché sarà quello del centenario e perché vedrà tantissimi partecipanti pronti a vincere la competizione ciclistica che attraversa tutto lo stivale. «Quest’anno non scommettete su di me – dice Gilberto Simoni, corridore trentasettenne che ha vinto il Giro nel 2001 e nel 2003 – perché basta la mia di puntata. Ho già vinto due volte e alla mia età provare a rivincere per la terza volta potrebbe essere solo una scommessa». Oltre Simoni, però, questo del centenario sarà il Giro dei grandi protagonisti. Il 9 maggio dalla partenza di Venezia saranno in molti ad insidiare il campione in carica, lo spagnolo Alberto Contador: Lance Armstrong, sette volte vincitore del Tour de France , Ivan Basso, vincitore del Giro nel 2006 ma poi sospeso per doping e Danilo Di Luca, corridore abruzzese vincitore nel 2007.
Il binomio moda e sport, che in questi ultimi anni va per la maggiore, sembra incontrare anche il gradimento dei lettori della Gazzetta, testata che da qualche mese ha arricchito la sua informazione sportiva con temi più leggeri e modaioli da spulciare tra le ultime pagine. «Dopo aver disegnato per il tennis, ideato le divise formali del Milan e aver messo in mutande i nazionali del rugby – scherza lo stilista siciliano Domenico Dolce – ci sembrava giusto puntare sul ciclismo». Gli fa eco Stefano Gabbana, che puntualizza di non essere un appassionato di ciclismo pur avendo fatto tante passeggiate tra Varese e i laghi con la bici da corsa.
Questa è una maglia speciale anche perché voluta dal patron della corsa Angelo Zomegnar. Difficile per lui in questi anni di doping, portare alla sua corte quelle star internazionali che servono per celebrare i cento anni di una corsa storica. Una classica del ciclismo a tappe che infiamma i cuori degli italiani da un secolo e che per il 2009 si annuncia di grande impatto, maglia d’alta moda compresa.
[roberto dupplicato]
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CONFLITTO DI GAZA
Intervista a Nahum Barnea
«Non ci sono dubbi che le operazioni militari organizzate da Israele sono state condotte ad ampio spettro. Il punto è che sono durate anche molto più a lungo di quanto ci si aspettasse», racconta da Gerusalemme Nahum Barnea, una delle penne più autorevoli del giornalismo israeliano, intervistato in esclusiva da m@g. Barnea, che scrive per il quotidiano Yedioth Ahronoth e ha vinto il premio Israel Prize per la comunicazione, ha perso un figlio nel 1996, in un attentato kamikaze di Hamas a un autobus di linea. Al funerale ha perdonato pubblicamente l’assassino, considerandolo vittima della stessa tragedia che affligge il popolo palestinese. Da anni si spende per favorire il dialogo nell’ambito del conflitto arabo-israeliano.
[viviana d'introno e cesare zanotto]
L'INTERVISTA
Yang Lian, nato in Svizzera nel 1955 ma cresciuto a Pechino, è oggi uno dei maggiori poeti contemporanei e una tra le voci più importanti della dissidenza cinese. Esiliato dalla Repubblica Popolare Cinese dopo avere duramente criticato nel 1989 la repressione di Piazza Tiananmen, vive all’estero da vent’anni. È stato candidato al Premio Nobel nel 2002 e le sue poesie sono state tradotte in 25 lingue. Yang Lian interpreta lo spirito della millenaria cultura cinese attraverso la sua esperienza da esule. Una riflessione sulla condizione generale dell’uomo ma anche un invito alla speranza per milioni di cinesi che chiedono democrazia.guarda l'intervista
[marzia de giuli e luca salvi]
L'INCHIESTA
È un’emergenza che dura da oltre vent’anni. I territori tra Napoli e Caserta sono uno stato nello stato dove l’unico potere reale è quello della Camorra. Nonostante i blitz, gli arresti e l’invio di soldati e poliziotti, i clan continuano a fare affari in un cono d’ombra in cui convivono l’economia legale e la politica. Ne abbiamo parlato con Andrea Cinquegrani, direttore de La Voce della Campania (oggi La Voce delle Voci).
Ascolta l'intervista
[alberto tundo]
MARIO CAPANNA
Onda e '68 a confronto
Quarant’anni dopo la protesta che ha segnato un’epoca, gli studenti italiani sono ancora in piazza. Secondo alcuni osservatori, l’Onda, che contesta la riforma Gelmini, è la fotocopia del’68. Altri la pensano diversamente. Mag ha chiesto un’opinione a Mario Capanna, ex studente dell’Università Cattolica e leader del movimento nel 1968.
[cesare zanotto]
CIBO E MEMORIA

La relazione tra il cibo e la memoria è uno degli aspetti più profondi e antichi della cultura italiana e internazionale. Emblema di questo nesso è la madeleine che risveglia i ricordi dell’infanzia di Marcel Proust nel romanzo Alla ricerca del tempo perduto . Che cosa pensano i gourmet più affermati e i cuochi più celebri del nostro Paese del rapporto tra lo stile di vita dei nostri tempi e i cambiamenti nel gusto culinario, sempre più lontano dalla tradizione culinaria? La risposta nel servizio.
[francesco perugini]
GIORGIO BOCCA

Nessuno meglio di Giorgio Bocca può aiutarci a riflettere sulla crisi che sta vivendo oggi la professione di giornalista. "E' la stampa, la bellezza!", il suo nuovo libro vuole essere un'occasione per riflettere sul destino di un mestiere che sembra aver perso le sue virtù. In Italia la carta stampata appare schiacciata dalle pressioni della politica e dell’economia, incapace di reagire allo strapotere della comunicazione televisiva, non più in grado di scandagliare i mutamenti reali della società. Abbiamo approfondito queste e altre questioni nell'intervista.
[gaia passerini]
GIRO D'ITALIA
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12.12.08
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ECONOMIA E SOCIETÁ
Censis: nella nuova Italia vince il modello low cost L’Italia sta cambiando, attraversa un mutamento che, secondo Giuseppe De Rita, presidente del Censis, la sta portando «verso una seconda metamorfosi». Così recita il titolo del 42esimo rapporto del Centro studi investimenti sociali di Milano, tradizionalmente basato sugli aspetti che riguardano il Nord Italia.
Nella crisi di oggi, lo sguardo socioeconomico indaga i segni dei tempi che verranno e scorge un mutamento che avrà una portata simile a quelli che l’Italia ha già vissuto, dalla ricostruzione del dopoguerra, all’imprenditorialità di massa negli anni Settanta. Sarà, dice De Rita, «una metamorfosi selettiva di una minoranza vitale: una trasformazione di pochi oligarchica, ma per tutti». La selezione farà emergere «le imprese internazionalizzate, i piccoli imprenditori stranieri, le donne, sempre più professioniste, le culture urbane. Tutto ciò – prosegue il sociologo – si trova al Nord, dove avverrà il rinnovamento». In questo, la differenza con il Meridione ha radici profonde: «Reagire alla crisi sarà fondamentale e potrà farlo chi macina la Storia. Il Nord ha la coscienza di poter fare la Storia; il Sud la subisce, la ingoia. Al Nord prevalgono i criteri di responsabilità e iniziativa, che hanno già fatto la prima metamorfosi. Ora, però, la piccola impresa e il mondo del sommerso non bastano più». In concreto, per uscire dalla crisi, De Rita formula una ricetta cara al governo: «C’è l’ansia di tenersi la liquidità, una strategia attendista. Importante è invece la voglia di rigiocarsi qualcosa».
Giuseppe Roma, direttore generale del Censis analizza lo stato attuale: «È finita l’idea per cui siamo fra gli ultimi al mondo, ci siamo aperti a una dimensione internazionale. Ma la crisi rischia di mettere sabbia nel motore economico del Paese, che è da sempre la capacità di stare sul mercato straniero». I dati del rapporto Censis dicono che l’Italia è il Paese europeo con il maggior numero di piccole e medie imprese esportatrici: sono circa 200mila e nel 2007 hanno esportato beni e servizi per 448 miliardi di euro, più del 21% dell’export totale e al 29,2% del Pil. Roma spiega: «Non è una crisi come le altre: la paura e l’impressione per ciò che è in realtà avvenuto negli Stati Uniti ci bloccano. Invece, le nostre imprese sono le meno indebitate d’Europa, il sistema è solido e l’economia vitale. Soltanto l’8% delle persone dichiara che lavorerà di più per superare la congiuntura e le famiglie senza risorse sono solo quattro milioni su 24, non la metà, come è stato detto». Dei mutamenti sono in atto: «Le famiglie adottano un modello di temperanza per mantenere lo stesso stile di vita, vince il modello low cost. Aumenta la connessione fra le imprese, le filiere si rinserrano e c’è maggiore solidarietà». La situazione è difficile ma non grave, insomma: «Grandi metropoli come Milano devono pensarsi in grande, non come una delle cento città d’Italia. Il federalismo può essere un modo per far emergere al Sud una classe dirigente che non guardi più a Roma».
Idee in parte appoggiate da Giovanni Perissinotto, amministratore delegato del Gruppo assicurazioni Generali, intervenuto per la prima volta al rapporto: «C’è bisogno di infrastrutture – dice – ma per il federalismo non è il momento; ora sarebbe meglio avere un forte governo centrale, come quello americano che ha risposto bene alla crisi». Simile deve essere la ripresa italiana, «con uno Stato partner della vitalità produttiva. È auspicabile una protezione istituzionale delle grandi aziende». L’imprenditore parla anche di valori, ma non di quelli monetari: «La crisi deriva dalla ricerca esasperata del profitto veloce. Urge la riscoperta dei valori opposti alla scommessa speculativa: etica, flessibilità, responsabilità, professionalità e orgoglio di appartenenza».
[daniele monaco]
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12.12.08
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Etichette: economia
COMUNITÁ SARDA
Da isolani a isolati I 200 metri quadri con vista sul Duomo potrebbero avere i giorni contati per il centro sociale culturale sardo di Milano. Dopo la manifestazione dello scorso primo dicembre, associati, sostenitori e simpatizzanti hanno continuato a palesare il proprio dissenso nei confronti dell’ingiunzione di sfratto, arrivata dal comune del tutto inaspettatamente. Il centro sociale culturale sardo è presente nella storica sede milanese di via Ugo Foscolo fin dai primi anni Ottanta, paga regolarmente 80mila euro annui di affitto e finora ne ha spesi quasi 90mila per i lavori di ristrutturazione e manutenzione dei locali. E fin qui nulla lasciava presagire che il comune sarebbe arrivato a una decisione così radicale.
Nel 2001 è arrivata la firma del nuovo contratto che, dati alla mano, prevedeva un affitto di 396 euro al metro quadro e comprendeva la clausola del rifacimento della pavimentazione. Ed è proprio da questo che l’odissea ha avuto inizio: «Abbiamo affidato il lavoro a uno studio che a sua volta ha passato i documenti alla sovrintendenza, accumulando così ritardo – spiega la presidente Pierangela Abbis –. Secondo un altro studio, in realtà, i lavori non erano necessari. In questo modo si è innescato un processo di ritardo sui lavori e il comune ha deciso di intervenire. Così abbiamo perso il ricorso al Tar, anche se, in sostanza, i lavori sono stati effettuati».
Insomma, se prima il comune di Milano poteva appigliarsi al cavillo burocratico del mancato rispetto della clausola contrattuale, ora sembra proprio che questo sia un pretesto per sgomberare i locali di via Ugo Foscolo dall’invasore sardo. «È stata sicuramente una mossa strumentale – prosegue la Abbis –. Siamo stati ricevuti dal consiglio comunale e loro stessi hanno constatato che i lavori sono stati effettuati correttamente. Quindi teoricamente adesso non esiste una motivazione plausibile per il nostro sfratto». Secondo la presidente, dietro la volontà di allontanare il circolo dei sardi dall’area del centro ci sarebbero interessi di tipo economico: «Non sono d’accordo sul voler far diventare il centro di Milano un grande Mc Donald’s», dichiara Pierangela Abbis, che continua: «Il problema persiste anche perché il comune non ci ha dato un’alternativa e al momento non esiste un’altra sede; per questo non saremmo in grado di garantire una certa continuità lavorativa. Lavoriamo con istituzioni universitarie, culturali ed enti pubblici: non possiamo permetterci un blocco delle attività».
Sembra che la volontà di sgomberare la sede, resa celebre anche dal terrazzo ceduto a Mtv per le dirette della trasmissione Trl, sia stata motivata da qualcuno con l’intento di valorizzare le aree periferiche cittadine: «Ma noi siamo d’accordissimo con la volontà di far vivere le periferie - prosegue la Abbis -, anche trasferendo le sedi delle associazioni culturali. A Roma esiste un posto vicino a Villa Borghese dove riescono a convivere diverse realtà di questo tipo. E un progetto del genere sarebbe ideale anche per Milano, dove una certa vicinanza probabilmente gioverebbe anche a nuove sinergie tra associazioni».
Con 14mila emigrati, quella sarda è una delle comunità regionali più numerose a Milano. E il centro sociale culturale sardo promuove iniziative, convegni e occasioni di aggregazione regionale in città, dove potersi sentire “a casa”, almeno per qualche ora. Nonostante la situazione non sia delle migliori, Pierangela Abbis intravede un risvolto positivo dopo l’ultimo consiglio comunale: «Sono quantomeno ottimista dopo il consiglio della scorsa settimana. Ci hanno fatto intendere che ci sarà la possibilità di una mozione d’urgenza. Alla luce dei lavori fatti, si tenterà di ripartire da zero. E non è da escludere che si faccia un nuovo contratto, anche perché adesso non esiste una reale motivazione per farci andare via dalla nostra sede». In una realtà che continua a promuovere multiculturalismi e società multietniche, riconoscere un consistente multiregionalismo può rappresentare un punto di svolta verso una maggiore consapevolezza di sé e, soprattutto, dell’”altro”.
[roberto usai]
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12.12.08
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SETTORE DISCOGRAFICO
Cambia musica, maestro Il mondo della musica sta cambiando: il settore discografico è sempre più in crisi ma il mercato della musica nel suo complesso registra ancora fatturati importanti. Un dato può bastare. Nel 2007 in Italia il mercato della musica ha generato circa 4,1 miliardi di euro. A rivelarlo è l’edizione 2008 del Rapporto sull’economia della musica, realizzato dall’università Iulm con Dismamusica (associazione distribuzione industria strumenti musicali e artigianato), Fem (federazione editori musicali), e Sfc consorzio fonografici.
Il rapporto, coordinato da Luca Barbarito, docente di economia dei media, ha analizzato i diversi attori che compongono la filiera produttiva della musica. Autori, editori, produttori, musicisti non sono gli unici protagonisti del processo produttivo musicale, esistono anche attori poco considerati ma che rappresentano una fetta degli introiti annuali. Una fetta che permette al settore musicale di espandersi in modo costante. Questo “grande settore musicale”, come è chiamato nella ricerca, è rappresentato dalla vendita di strumenti musicali, di musica stampata, che sono in costante crescita, oltre che dagli eventi dal vivo, i concerti e il teatro. Il giro d’affari legato alla musica dal vivo e agli eventi musicali è cresciuto nel 2007 del 12%. Un fenomeno emerso dalla ricerca è anche quello del legame tra gli esercizi commerciali e la musica: bar, locali, negozi, palestre, radio e addirittura banche che pagano diritti per avere musica in sottofondo. La “musica sparsa” ha un giro d’affari complessivo di più di 1300 milioni di euro nel 2007, pari ad un aumento del 4,2%. Resta in crisi il mercato discografico, la vendite di cd sono in costante calo e nel 2007 il fatturato italiano ha avuto un calo del 19%.
«La ricerca ha il merito di fotografare un settore che raramente si considera dal punto di vista dei numeri – ha spiegato Gianluigi Chiodaroli, presidente di Scf –. La musica oggi è presente in ogni aspetto della realtà, in ogni ambiente quotidiano. Si è fatta sempre più rilevante la collaborazione tra realtà d’impresa e musica. Per questo al mercato musicale si sono aperte nuove opportunità a cui guardare, dove il produttore o l’editore si confrontano con altre imprese e non solo con il consumatore». Se l’apertura a nuovi mercati salva, in parte, la discografia dalle perdite dovute al calo di vendite di cd, ciò non toglie che si dovranno cercare nuove soluzioni per tutelare il diritto d’autore e il lavoro di musicisti ed editori. «I diritti d’autore non devono essere protetti in modo assoluto – ha detto Gianluigi Chiodaroli – ma deve esserci una remunerazione adatta di artisti e autori perché le emozioni musicali, prima di essere prodotte, devono essere cercate e valorizzate. Dietro ad una canzone c’è il lavoro di molte persone che deve essere retribuito in modo adeguato».
La ricerca fa tirare un sospiro di sollievo al mondo musicale che, negli ultimi anni, è pervaso da un generale pessimismo a causa del crollo delle vendite dei cd. Dimostra che la musica è fruita e fruibile nei posti più diversi della vita quotidiana e da sempre più persone. La cultura della musica insomma sembra non essere più patrimonio di pochi appassionati. Anche la crescita del fatturato degli eventi dal vivo dimostra questo crescente interesse. Molti sforzi, però, devono ancora essere fatti per creare una solida cultura musicale in Italia, che sia anche in grado di ridare vigore al settore discografico e di rilanciarne l’economia. «La musica prima di essere prodotta e venduta deve essere conosciuta – ha detto Antonio Monzino, presidente di Dismamusica –. Una ricerca come questa ci dice che cosa si dovrebbe fare per incrementare le vendite e questo può essere fatto solo con un miglioramento della cultura musicale. È giusto educare alla musica per formare professionisti ma bisogna anche diffondere la cultura musicale a livello amatoriale. Per realizzare questo è importante anche il ruolo delle istituzioni; la musica, infatti, potrebbe essere inserita come materia di studio obbligatoria nelle scuole. Solo così potremmo arrivare ad una conoscenza e una fruizione più consapevoli». Musica per tutti, dunque, ma di qualità e soprattutto ascoltata con consapevolezza e conoscenza: del resto, uno dei valori più alti per l’umanità dovrebbe riempire le nostre vite molto di più della colonna sonora durante l’ora di palestra.
[michela nana]
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12.12.08
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Etichette: musica
GRECIA
Atene, l’ira funesta degli studenti e il mito di Alexis Quanti anni aveva Achille quando morì a Ilio, quando si convertì nell’incarnazione dell’ideale teognideo “meglio non essere nati, o se nati varcare al più presto le porte dell’Ade”? Alexis di anni ne aveva quindici. Ormai lo conoscono in tutto il mondo. Ormai tutti lo associano agli studenti greci che scendono in piazza, alle devastazioni in piazza Syntaga, alle ceneri di Exarchia e ai disordini di Salonicco. Alexis è lo studente morto non si sa ancora bene come né perché. È stato convertito nel simbolo di una rivolta cui probabilmente nemmeno partecipava, lui studente benestante di un liceo chic della città, inneggiato da anarchici, socialisti, liberali, uomini di governo. Resisterà la memoria di Alexis alla strumentalizzazione che si sta facendo del suo nome?
Simos è uno studente di ventuno anni che studia alla facoltà di Agraria dell’Università Cattolica di Piacenza, e accetta di commentare la vicenda. «La mia reazione alle immagini della protesta? Sono rimasto sorpreso, anzi basito. Non si era mai vista una cosa simile, o almeno, io non ho mai assistito a una situazione del genere in vita mia». Come molti studenti del suo Paese, anche lui ha partecipato a qualche manifestazione di protesta, ma, assicura, di solito le proteste in Grecia non assumono queste dimensioni. «La causa di questa violenza è da attribuirsi agli anarchici. Loro non sono nuovi ad azioni di questo genere. Ogni anno, quando il 17 novembre si fa il corteo davanti al Politecnico per ricordare l’inizio della caduta del regime dei Colonnelli, gli anarchici si intrufolano e causano incidenti». Una tesi confermata da molti intellettuali intervenuti a commentare la vicenda, dallo scrittore Vassilis Vassilikos al giornalista Theodoros Andreadis. In questo caso, poi, gli anrchici hanno trovato, con la morte di Alexis, un ottimo pretesto per fomentare gli animi. «Hanno colto al volo l’occasione. Hanno trasformato una normale protesta contro la riforma universitaria in qualcosa che sta sfuggendo al controllo di tutti».
E dopo sei giorni di protesta la situazione sta appena accennando a calmarsi. Ieri ci sono stati gli assalti al carcere e ai comissariati, dopo giorni di banche assaltate, vetrine di negozi sfondate, auto date alle fiamme in tutta la Grecia. Simos sta vivendo tutto il caos attraverso le telefonate quotidiane ai suoi genitori. «Mia madre è molto preoccupata, ha paura ad uscire di casa. In università, i miei amici hanno visto studenti che si picchiavano perché c’era chi voleva far lezione. In qualche caso hanno preso a botte anche i professori. E ad un incrocio, nel mio quartiere, dei manifestanti hanno circondato un’auto, hanno fatto scendere i due ragazzi che la occupavano e poi l’hanno incediata. Psichicò era uno dei quartieri più belli della città, ora i negozi sono distrutti. Soprattuttto, ci va di mezzo sempre chi non c’entra niente».
Un altro aspetto negativo della situazione è la totale incertezza che avvolge l’uccisione del quindicenne Alexis. Ta Nea, il principale quotidiano greco, nei primi giorni paralva di omicidio volontario da parte del poliziotto che ha sparato, poi ha abbracciato la tesi dei difensori dell’agente: omicidio colposo dovuto a un rimbalzo del proiettile. «La televisione nazionale, invece, dice che è stata legittima difesa. Ma non si sa molto di più di quello che viene detto in Italia; soprattutto, ci sono molte versioni discordanti che circolano», afferma Simos. L’incertezza, alla fine, avvolge anche l’origine di questa sommossa popolare. Secondo Simos, «la causa sono i problemi economici. Siamo in un periodo di crisi, dove dobbiamo stringere tantissimo la cintura. La gente è esasperata perché è aumentata la disoccupazione e nel contempo il governo, per aiutare le banche nella crisi finanziaria, ha aumentato molto le tasse. Quando tutti sono nervosi è più facile lasciarsi trasportare dalla rabbia».
I Greci sono stanchi della loro classe politica. Vent’anni di governo socialista e quattordici di governo conservatore sono stati un susseguirsi di scandali, corruzioni e polemiche. Se Pericle si vantava di dire sempre la verità ai suoi concittadini, i suoi eredi non l’hanno mai fatto. E Alexis è diventato il simulacro dell’incertezza e della rabbia, della voglia di rinnovamento di quell’invenzione greca chiamata democrazia. Un eroe suo malgrado, che forse sarà dimenticato presto, come Michalis Kaltezas. Anche lui aveva quindici anni, anche lui è morto ucciso da un poliziotto durante un corteo di studenti e, anche dopo la sua morte, nel 1995, ci furono molti scontri. Oggi, però, dopo la sua morte, in pochi si ricordano di Michalis.
[alessia scurati]
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12.12.08
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Etichette: esteri
PALAZZO MARINO
Milano si inchina ad Al Gore Prima il conferimento della cittadinanza onoraria ad Al Gore, poi l’intervento più atteso sull’Ecopass. È stata una mattinata proficua per Letizia Moratti e l’intero consiglio comunale di Milano che hanno accolto l’ex vicepresidente degli Stati Uniti per un colloquio privato prima di assegnargli l’onorificenza in una cerimonia ufficiale di fronte ad una vasta platea di giornalisti. Gore, infatti, è da tempo in prima linea nella battaglia per fronteggiare il riscaldamento globale.
Il consiglio comunale aveva deciso di attribuirgli questo titolo nello scorso mese di maggio (42 voti a favore e 3 astenuti). Il Premio Nobel per la Pace - i giornalisti non hanno potuto rivolgergli domande per problemi di esclusiva con la DinerClub - ha sostenuto la candidatura di Milano ad ospitare l’Expo 2015 con parole impegnative: «La città sta mettendo in pratica politiche per diventare amica dell’ambiente. L’Expo sarà un evento mondiale, per questo sono estremamente soddisfatto di esserne stato nominato consulente onorario».
Milly Moratti, consigliere d’opposizione che aveva votato a favore della cittadinanza onoraria, ha consegnato ad Al Gore l’ultimo disco di Adriano Celentano (Sognando Chernobyl) ed una lettera sottoscritta dai comitati di cittadini. Letizia Moratti: «Gore è da sempre vicino alle tematiche ambientali. Negli anni ’70 si è speso nella ricerca, poi ha iniziato a lavorare per ridurre le testate atomiche. Negli ultimi anni, attraverso la musica ed il cinema, ha portato a conoscenza della gente i problemi derivanti dal surriscaldamento globale. Milano ha capito la delicatezza della questione e ha scelto di affrontarla con scelte politiche rapide e sinergiche. Le parole di Al Gore ci fanno onore e ci caricano di responsabilità».
Il passaggio più importante, però, il primo cittadino lo ha consegnato ai taccuini dei giornalisti al termine della cerimonia. Si è parlato di rinnovo delle deroghe dell’Ecopass per gli Euro4 senza filtro antiparticolato. «Ecopass ci sarà anche nel 2009, stiamo studiando una proroga tecnica che consenta un’ampia consultazione popolare. I risultati sono evidenti: il trasporto pubblico è aumentato del 27%, il traffico si è ridotto del 14% ed il Pm10 del 19%. Sono diminuiti anche gli incidenti stradali ed i ricoveri legati a problemi respiratori».
Ma, ad opporsi in prima fila contro le esenzioni annunciate dall’ente civico ci sono Verdi, Lega Ambiente e parte dell’opposizione, convinti che un diesel Euro4 senza filtro inquini più di un’auto a benzina euro zero.
[fabio di todaro]
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12.12.08
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DIRITTI UMANI
Dichiarazione universale tra realpolitik, Onu e Vaticano C’è chi invoca un realismo che in pochi sono pronti a smascherare, nascosti dietro trincee fragili e retoriche ma fin troppo condivise per essere abbattute. Così, l’affermazione che il ministro degli esteri francese, Bernard Kouchner, ha rilasciato al quotidiano Le Parisien in occasione del 60° anniversario della Dichiarazione dei diritti dell’uomo, rischia di diventare un boomerang pericoloso per la stabilità diplomatica internazionale.
«C’è una contraddizione permanente tra i diritti umani e la politica estera di uno stato, perfino in Francia» ha sbottato così, forse neanche troppo ingenuamente, Kouchner, co-fondatore di Medici senza frontiere e storico battagliero per la difesa dei diritti dell’uomo, evocando quel pragmatismo per cui gli impegni solenni non sempre possono viaggiare paralleli a situazioni particolari e condizionamenti della diplomazia. Il quadro è chiaro: la realpolitik non lascia spazio ai diritti. Questa è la verità che tutti sapevano ma che nessuno diceva, almeno fino a ieri.
Ora resta da chiedersi, come fa nel suo fondo il Corriere della Sera, se è proprio da un ministro degli esteri in carica che possa arrivare così decisa questa ammissione. Perché quella di Kouchner pare non tanto una denuncia proiettata verso un riformismo che ci vorrebbe in materia umanitaria, ma piuttosto come una “rinuncia suicida”, una resa a mani alzate di una «contraddizione permanente» tra politica estera degli stati e diritti umani, che tale è e tale rimane. Aleggia un forte rischio dopo le parole del ministro, ed è quello che ci sia una sottintesa giustificazione dell’impotenza degli stati, che invece hanno l’obbligo imprescindibile di tutelare i diritti umani.
Ma, seppur con tutt’altro spirito, anche in casa nostra c’è chi non si è trattenuto dal sollecitare una maggiore corrispondenza tra le numerose convenzioni internazionali e la loro effettiva attuazione. È stato il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano che, in occasione del concerto in Vaticano per ricordare i 60 anni dalla Carta delle Nazioni Unite, ha sollecitato i presidenti di Camera e Senato, Gianfranco Fini e Renato Schifani, a rinnovare l’impegno per la tutela dei diritti umani. Non si è risparmiato però nel sottolineare che «dobbiamo purtroppo constatare il profondo divario che ancora oggi separa le enunciazioni dei diritti dal loro effettivo esercizio», ribadendo il desiderio di un attivismo vero e non retorico dell’impegno giuridico in materia umanitaria.
Nella stessa circostanza hanno trovato eco anche le parole di Benedetto XVI che ha rivendicato la funzione debole e contingente dell’Onu, in un ambito in cui ,anche secondo il cardinale Renato Martino, ministro vaticano di pace e giustizia. «i diritti sono radicati in Dio, non nell’uomo o nello Stato». Dunque, deve essere chiara la natura che la Dichiarazione Onu propone rispetto alla dignità che è uguale e comune ad ogni uomo. «I diritti dell’uomo sono ultimamente fondati in Dio creatore – ha detto Ratzinger –. Se si prescinde da questa solida base etica, rimangono fragili perché privi di questo solido fondamento. La legge naturale, scritta da Dio nella coscienza umana, è un denominatore comune a tutti gli uomini e a tutti i popoli». Ma la polemica con l’Onu non si esaurisce qui: pur riconoscendo l’organizzazione come riferimento del dialogo interculturale, il papa ha ribadito che la pari dignità umana «è garantita veramente soltanto quando tutti i suoi diritti fondamentali vengono riconosciuti, tutelati e promossi». Ci sono principi non negoziabili come la tutela della famiglia, la sacralità della vita e la libertà religiosa ed educativa che devono trovare spazio sempre e ovunque.
A quanto pare, lo scontro tra Onu e Santa Sede resta aperto e stenta a trovare soluzioni comuni. Ma la bagarre, specie quando si parla di diritti umani, trova diversi sfidanti nella contesa. In attesa delle reazioni “post – Kouchner”, ammesso che ce ne siano, è buona cosa augurarsi che da questa provocazione nasca un vero dibattito, capace di detronizzare la casta dei buoni affaristi.
[cinzia petito]
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11.12.08
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NEW MEDIA
Babelgum, e la tivù viaggia gratis sul telefonino Una piccola rivoluzione nell’ambito della telefonia mobile: arriva in Italia la prima “no pay tv” per i telefonini. Grazie a Babelgum, azienda fondata nel 2005 dal creatore di Fastweb Silvio Scaglia, con circa 100 dipendenti e uffici sparsi in Uk, Irlanda, Francia, Stati Uniti e ovviamente Italia. Il servizio si chiama Babelgum mobile e da oggi è disponibile, gratuitamente, per i clienti Vodafone dotati di IPhone 3G, Nokia N95 e 6210. Nei prossimi mesi sarà esteso anche ad altri modelli di smartphone. «È una situazione quasi unica», ha detto Valerio Zingarelli, amministratore delegato di Babelgum, che ha presentato alla stampa l’accordo raggiunto con Vodafone Italia, accordo che prevede la trasmissione in esclusiva per sei mesi dei contenuti prodotti dall’azienda. Infatti, per la prima volta nel nostro Paese, «sarà gratuito sia l’accesso ai contenuti stessi sia il traffico che viene generato sulla rete Vodafone», ha precisato Zingarelli. Per chi non fosse in possesso di una sim Vodafone, ci sarà comunque la possibilità di accedere all’iniziativa sfruttando le connessioni wireless.
Per fruire effettivamente della proposta della compagnia guidata da Scaglia, è sufficiente effettuare un primo accesso al portale Vodafone live! e scaricare l’apposito programma Babelgum mobile. Nel caso dell’IPhone basterà effettuare il download dell’applicazione dall’Apple Store. E proprio quest’aspetto «è motivo d’orgoglio per la Babelgum», stando alle parole di Zingarelli. «Non è mai successo che Apple certificasse sulla sua piattaforma un’applicazione che fa concorrenza, e peraltro senza alcun costo per il consumatore, ad ITunes che invece è a pagamento», ha aggiunto l’ad di Babelgum. I ricavi arriveranno dalla pubblicità che verrà introdotta in modo non invasivo all’inizio o alla fine delle clip. I proventi derivanti dalle inserzioni pubblicitarie verranno condivisi con i fornitori di contenuti, cioè major, produttori indipendenti e singoli utenti.
Babelgum mobile consentirà di vedere video, di condividerli con altri utenti, inviarli per posta elettronica e postarli sui più noti social network come Facebook e Myspace. L’azienda non vuole proporre un palinsesto tradizionale simile a quello delle tv, ma intende puntare su contenuti ispirati allo stile internet, privilegiando l’intrattenimento interattivo, con formati brevi, divertenti e non convenzionali, vale a dire i cosiddetti “viral videos”. Sono quattro le aree tematiche riconducibili all’entertainment su cui si baserà la programmazione di Babelgum: comedy, cartoni, video music, video film. L’utente, quindi, avrà la possibilità di spaziare tra tanta musica, animazione e competizioni online rivolte ai talenti emergenti. A partire da oggi verranno proposte clip in esclusiva di Irene Grandi, Kaiser Chiefs, Franz Ferdinand e il meglio dell’edizione 2008 di Colorado Cafè. Ma anche i video più esilaranti di Blog Tv e pillole di documentari BBC sulla natura. I video, ci tengono a precisare Zingarelli e la responsabile marketing Stefania Valenti, «non saranno sul genere YouTube che punta tutto su file “user generated”, cioè creati dagli utenti senza rispettare alcun protocollo di qualità». Per poter entrare a far parte del mondo Babelgum «dovranno essere coerenti con i nostri standard produttivi e le nostre aree di riferimento e soddisfare livelli di qualità professionale o semi professionale», hanno concluso i vertici della compagnia.
[pierfrancesco loreto]
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11.12.08
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Etichette: tecnologie, televisione
DETENUTI E SANITÁ
Carceri: disagio e contagio La tutela sanitaria dei 55 mila detenuti nei 205 penitenziari italiani dal primo ottobre è gestita dal Sitema Sanitario Nazionale e non più dal ministero della Giustizia. Tra i 50 articoli della bozza di riforma della giustizia si parla anche di “minima sicurezza” da scontare in penitenziari prefabbricati per i detenuti che hanno commesso reati meno gravi. Questo perché nei nostri penitenziari mancano 17 mila posti letto e i problemi psicologici e sanitari dovuti alla troppo stretta convivenza impongono una riflessione sul sistema e sulla volontà di puntare sulla funzione rieducativa della pena. Nel nostro focus le storie dei “ristretti” e le possibili soluzioni, caso per caso.
1. La detenzione: spogliati e ristretti
2. I test sulle malattie infettive
3. La lotta mentale contro il distacco dalla libertà
4. Detenuti con la camicia di forza
5. La salute come presupposto alla rieducazione
6. L'informazione in gabbia
7. Osservatori privilegiati per la società futura
8. Tutti i numeri degli istituti di pena
[roberto dupplicato]
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11.12.08
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Etichette: dossier
EFFETTO YOUTUBE
La satira in tv perde audience C’è chi addita la situazione politica. Chi la televisione. Qualcuno se la prende con Youtube. Se la satira in Italia sta attraversando un momento difficile, le ragioni non sono imputabili a singoli fattori. A decretare la crisi di un genere, che ha goduto di consensi più o meno ampi in passato, è piuttosto la commistione di diversi elementi. E, davanti ai dati delle trasmissioni satiriche del momento, in tanti si sono posti qualche domanda su cosa ci sia realmente dietro un calo così netto di ascolti. La formula di Parla con me di Serena Dandini punta sulla convivenza, all’interno dello stesso format, di satira e attualità, utilizzando l’espediente del talk show. Vincente sulla carta, in realtà il programma sembra non piacere. Con uno share che oscilla tra il 7 e l’8%, infatti, la Dandini non porta a casa i risultati sperati.
Secondo il comico Alessandro Bergonzoni «c’è poco di sbagliato in Parla con me. Ma il problema è che non è più possibile fare il giochetto della battuta o del pernacchietto. Il valore della Dandini probabilmente sta più nel far sedere la gente sul suo divano e nell’intervistarla facendo emergere diversi aspetti». Forse il problema si risolverebbe semplicemente nel ridurre gli spazi dedicati a parodie e imitazioni, di cui ormai la televisione è piuttosto satura, per lasciare parlare chi ha realmente qualcosa da dire. Più spazio ai momenti dove il dinamismo di un botta e risposta aiuterebbe, se non altro, a mantenere alta l’attenzione. «Ormai il lavoro dell’imitazione è diventato un imbuto - continua Bergonzoni -, all’interno del quale la psiche dello spettatore viene vivisezionata. Dopo 10 anni, l’imitazione è una soluzione che ha stufato. In passato gli imitatori sono stati idolatrati e fomentati, ma ora sono diventati ridondanti e soprattutto facili. Dietro l’imitazione manca la sostanza, perché non ci si può mettere il vestito di Carnevale a Carnevale. È un po’ come se in Iraq si decidesse di imbiancare le case prima di ricostruire il resto: il cambio deve essere prima di tutto strutturale».
Le cose non vanno meglio per l’altra donna della satira in tv, Paola Cortellesi. Nonostante l’artista romana si dichiari soddisfatta degli ascolti di Non perdiamoci di vista, che ha dovuto fare i conti con Annozero e più genericamente con una proposta televisiva piuttosto ricca, il suo modesto 6% di share non è in grado di soddisfare le aspettative. «Considero la Cortellesi un’ottima attrice - continua Bergonzoni -, e il suo problema non sta nei numeri». Più in generale, secondo il comico bolognese, «l’importanza sta nello spirito, siamo davanti a un dramma esistenziale. Non si tratta di qualità ma di essenza. Questo significa che non puoi più fare la solita scenetta, quella del pacchetto natalizio con i soliti temi che non reggono e sono prevedibili. Si dovrebbe cominciare a capire che è giunto il momento di parlare d’altro, di cambiare argomenti». In uno scenario piuttosto desolante, sono due le realtà che fanno eccezione. Gli ascolti indicano, infatti, come vincenti le formule di Crozza Italia, il programma de La 7 condotto dal comico Maurizio Crozza, e Glob di Enrico Bertolino. Numeri più alti, ma sicuramente inferiori rispetto alle aspettative. Tra le ragioni di questo disamore del grande pubblico nei confronti della satira, qualcuno intravede anche più genericamente lo scarso interesse nei confronti di una nuova scena politica, dominata dalle solite (vecchie) figure. E così, dopo le lamentele ricevute “dalle alte sfere” in riferimento a qualche servizio evidentemente ritenuto scomodo, anche Davide Parenti si è ritrovato costretto a rivedere le linee guida del suo format Le iene. Nello show di Italia Uno sono diminuite le prese in giro ai politici, poco propensi ad accettare gli sbeffeggi del team in cravatta. Svincolata dalla politica, la satira rischia di perdere di senso. O, più semplicemente, a una politica poco viva e scarsamente d’appeal, corrisponde una satira vuota. Ogni governo ha la satira che si merita, verrebbe da dire.
Secondo Aldo Grasso, se la satira in tv negli ultimi tempi non risulta particolarmente attraente, le ragioni sono anche imputabili al fenomeno Youtube. Il gigantesco archivio online sarebbe il responsabile di un progressivo allontanamento del pubblico dai format classici. In che modo? Semplicemente attraverso una selezione accurata di quelli che sono i momenti chiave dei programmi televisivi. Così, se mi interessa una specifica imitazione o un determinato momento di una trasmissione, posso fare a meno di sorbirmi due ore di programma: mi basta cercare su Youtube e, quasi in tempo reale, ho lo spezzone che mi interessa. E lo posso vedere e rivedere quante volte voglio. Più genericamente, quindi, Aldo Grasso individua nella tendenza di una televisione sempre più orientata verso un modello on demand, uno dei fattori chiave del crollo degli ascolti. «Youtube? È sicuramente una componente, ma non saprei definire in che dosaggio», continua Bergonzoni. «La noia della ripetitività guida un’imitazione che è sempre più stereotipata, così anche in radio abbiamo 100 La Russa che sono tutti uguali. Manchiamo di rivelazione e di rivoluzione, e se un attore non ha la rivelazione, allora è preferibile che rimanga a casa». In uno scenario dove l’imitazione sembra essere un espediente inevitabile, allora focalizzarsi sul meglio di casa nostra sarebbe quantomeno auspicabile: «Ci sono stati modelli esemplari come Paolo Rossi, Daniele Luttazzi e in parte anche Beppe Grillo - continua Bergonzoni -. Sabina Guzzanti dovrebbe risolvere i problemi con se stessa, sembra quasi che non le si possa parlare. La reputo sicuramente più satirica degli show fatti a tutte le ore, almeno ha il coraggio di andare in piazza. Anche se apprezzo più suo fratello Corrado, che unisce anche una grande capacità attoriale». Il comico bolognese continua, in riferimento alle tematiche che stanno alla base di questa nuova generazione satirica: «Il tema purtroppo è sempre solo la punta dell’iceberg. In questo senso è come avere un raffreddore e non indagare sul perché mi sia venuto, ma utilizzare semplicemente un fazzoletto. Ecco, credo che oggi la satira sia un po’ un grande fazzoletto».
[roberto usai]
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10.12.08
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Etichette: televisione
LOMBARDIA
Rifiuti: come eliminarli alla fonte? In Lombardia il Pd si prepara per le amministrative del 2009 sbandierando la causa ambientalista. La proposta di legge,Riduzione dei rifiuti alla fonte, presentata al consiglio regionale, è solo il primo passo di una lunga lotta che coinvolgerà anche associazioni e imprese private. L’obiettivo è quello di ridurre la quantità di rifiuti da smaltire del 20% entro il 2010 e del 50% entro il 2020, anticipando quanto chiede l’Unione Europea. Quella proposta dal Pd è una legge semplice, anche perché non introduce nessuna nuova modalità di smaltimento. Si limita a pianificare una serie di sistemi per incentivare e diffondere quei comportamenti virtuosi che il consigliere Maria Grazia Fabrizio, prima firmataria del progetto di legge, chiama “le buone prassi”.
D'altronde le modalità di smaltimento, soprattutto in Lombardia, sono molte e funzionano. Diverse piccole realtà le utilizzano da anni ottenendo grandi risultati sia ambientali che economici. Per esempio, molti supermercati danno ai loro clienti la possibilità di riutilizzare i contenitori per i cereali, il latte e i detersivi installando degli appositi dispenser all’interno dei loro esercizi commerciali. Diverse onlus raccolgono ogni giorno tonnellate di generi alimentari, medicinali e abiti usati, che altrimenti finirebbero nelle discariche, per ridistribuirli ai meno abbienti. Inoltre, da poco tempo, alcune aziende hanno cominciato ad adottare il sistema del riutilizzo delle bottiglie di vetro per l’acqua minerale. Tutte queste iniziative, però, non riescono a ramificarsi nel Paese e ad entrare a far parte delle abitudini quotidiane degli italiani. In Lombardia molti comuni applicano delle politiche ambientali degne dei paesi del Nord Europa ma, purtroppo, la città di Milano non segue questo trend. La Regione, secondo Fabrizio, deve intervenire per far sì che il capoluogo lombardo promuova tutta una serie politiche ecologiche per omogeneizzarsi con i livelli regionali. Secondo il consigliere del Pd Francesco Prina, «la sfida ambientale è prima di tutto culturale. Dai salotti, dove se ne parla, deve uscire e diventare concreta e quotidiana. Il segreto è nelle tre “r”: recuperare, riutilizzare, riciclare».
Ma il Pd come pensa di attuare tutti questi buoni propositi? Attraverso l’istituzione di un osservatorio per la riduzione, la riqualificazione e il recupero dei rifiuti. Un ente che, se la legge verrà approvata, avrà il compito di stendere insieme alla giunta un piano triennale per la riduzione dei rifiuti alla fonte. Inoltre, il progetto di legge prevede anche l’istituzione di tutta una serie di agevolazioni tariffarie che premino gli atteggiamenti virtuosi di aziende, istituzioni e privati cittadini. Per mandare avanti la sua battaglia ambientalista il Pd, da un paio d’anni, ha intensificato i rapporti con le Botteghe del commercio equo e solidale: una realtà che da tempo ha inglobato in sé tutte le buone prassi viste sopra. Insomma, le idee ci sono, le associazioni che le sperimentano anche. e il Pd è alla continua ricerca di nuovi sentieri di guerra da percorrere. Ai privati cittadini non resta che sperare.
[andrea torrente]
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10.12.08
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APPELLO UNICEF
Bambini afghani come «zone di pace» Salviamo i bambini dalla guerra e aiutiamoli a diventare adulti responsabili. È questo il senso dell’appello lanciato dall’Unicef, affinché tutte le parti impegnate nella guerra in Afghanistan considerino i bambini come “zone di pace”. Il direttore delle relazioni esterne di Unicef-Italia, Donata Lodi, ha spiegato così il vero obiettivo dell’appello: «Il nostro intento è quello di creare le condizioni per il superamento dell’utilizzo dei bambini-soldato, che in Afghanistan sta vivendo una fase di pericolosa recrudescenza».
La situazione sul territorio afghano è critica. Secondo gli ultimi dati Unicef, la mortalità infantile è di 165 per 1.000 nati vivi, e un bambino su quattro non arriva a compiere cinque anni. Come se non bastasse, 2 milioni di bambini in età di scuola primaria (60%) non vanno a scuola. Le cause sono diverse: si va dai disastri naturali alla scarsità di risorse e servizi. Un ruolo fondamentale, però, è sicuramente svolto dai conflitti intestini che devastano la regione da decenni, ai quali si è aggiunta, nell’ottobre 2001, l’invasione statunitense.
Come ricorda Kristine Peduto, specialista inchild protection dell’Unicef: «Nel conflitto i bambini sono fra i gruppi più vulnerabili», perché non hanno a disposizione alcuno strumento per proteggersi. Dal luglio 2007 al luglio 2008, la missione di assistenza dell’Onu in Afghanistan ha registrato 1722 civili morti negli scontri. Tra questi, anche se il dato non è precisato, il numero dei bambini ammonta a svariate decine. Essi sono particolarmente vulnerabili a due tecniche usate dai ribelli in Iraq e poi in Afghanistan: gli attacchi suicidi e i congegni esplosivi improvvisati, noti anche come roadside bombs (bombe collocate sul ciglio della strada).
Un aspetto davvero preoccupante è l’utilizzo dei bambini come combattenti, sia come veri e propri soldati, sia come kamikaze. Molto spesso, però, vengono impiegati come guardie, cuochi e servi personali dei comandanti. Anche le bambine non sfuggono alla malvagità dei ribelli, che abusano di loro soprattutto a livello sessuale.
Di fronte a questa situazione, l’appello dell’Unicef appare quanto mai appropriato. La responsabile “advocacy e campagne” di Save the children-Italia, Fosca Nomis, ribadisce così il concetto: «Lo scopo è proteggere i bambini da forme di abuso e sfruttamento, attraverso l’accesso ad un’istruzione di base e al successivo inserimento nei corsi scolastici pubblici». Questo è un impegno che l’Unicef ha assunto a partire dal febbraio 2004, attraverso la campagna di smobilitazione e reinserimento sociale di bambini soldato. Finora questo progetto ha fornito assistenza ad oltre 4mila ex bambini soldato. Il programma prevede un reinserimento incentrato sull’opportunità di istruzione e formazione al lavoro.
L’Unicef spera così in una maggiore collaborazione del governo locale. Donata Lodi non nasconde le difficoltà incontrate: «Il sostegno delle autorità locali è fondamentale e in Afghanistan sta mancando. Il governo di Kabul continua a mettere in secondo piano una questione centrale: scolarizzando gli adolescenti e fornendo loro un’altra prospettiva, attraverso la formazione al lavoro o grazie al fatto che offriamo loro degli standard di vita migliori rispetto a quelli che hanno, li sottraiamo alla sfera d’influenza dei gruppi combattenti».
[daniela maggi]
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10.12.08
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Etichette: esteri
DISEGNO DI LEGGE
Se anche i cani hanno un’anima Un disegno di legge bipartisan che prevede pronto soccorso e farmaci gratis per cani e gatti. Una mutua, insomma, per gli animali con proprietari meno abbienti. È quanto ha previsto il sottosegretario alla salute Francesca Martini, che, in un’intervista al Corriereafferma che «Non è giusto che solo i ricchi possano permettersi un cane». Il disegno di legge propone anche interventi di primo soccorso gratuiti per i randagi, più l’applicazione di microchip ai cani che usufruiscono delle convenzioni, per agevolare la creazione di un’anagrafe canina.
Di primo acchito, un pensiero irriverente potrebbe riportare a Il caro estinto di Evelyn Waugh, romanzo tagliente e sardonico, in cui è descritto un centro funerario dove vengono prodigate le più ferventi e maniacali cure, non alle salme dei parenti defunti, ma a quelle degli animali di casa dei signori dell’alta società. Ed ecco la domanda: in questo tempo di crisi non è di cattivo gusto affannarsi per la salute degli animali, quando non è garantita nemmeno quella degli uomini?
Il presidente della Lega Anti Vivisezione, Gianluca Felicetti, commenta così: «È una facile strumentalizzazione». Perché fare moralismi è facile ma i cani randagi sono un peso reale per le amministrazioni. Anche i canili che li raccolgono sono sempre più costosi, e non sempre offrono un buon servizio. «Le richieste di soppressione fatte presso i veterinari sono aumentate a dismisura - aggiunge Felicetti - e questo perché sempre più padroni non possono più permettersi cure mediche adeguate per i loro animali di casa». Non bisogna inoltre trascurare che di recente il maltrattamento degli animali è diventato un reato penale punibile con la reclusione. Se un padrone non riesce a fornire cure adeguate, perciò, potrebbe suo malgrado rendersi colpevole. «In più - prosegue il presidente della Lav - curare gli animali significa intervenire su una risorsa che sta diventando socialmente sempre più importante. Basti pensare al sollievo psicologico che gli animali danno ai nostri anziani e agli ammalati, o anche al loro lavoro a scopi medici». Favorire la salute degli animali, perciò, non è un vezzo inutile ma, almeno in linea di principio, un intervento reale a favore della società, che non esclude ma integra quelli a favore dell’essere umano.
Questa nuova sensibilità va diffondendosi in maniera sempre più capillare presso tutte le istituzioni. Ad esempio, sono in arrivo anche agevolazioni per i cani viaggiatori. Trenitalia e le associazioni animaliste hanno infatti aperto un tavolo di confronto sulle nuove norme per il trasporto dei cani. Dall’1 dicembre 2008, trasportare animali negli appositi contenitori sarà gratuito e senza obbligo di prenotazione, mentre i cani di qualsiasi taglia (eccetto le razze “pericolose”), muniti di museruola, guinzaglio e certificato di iscrizione all’anagrafe canina, potranno viaggiare indisturbati in uno scompartimento apposito, dietro pagamento di un biglietto di seconda classe a prezzo dimezzato. A patto che non disturbino o spaventino gli altri passeggeri, nel qual caso potrebbero essere invitati a scendere dal treno.
[floriana liuni]
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10.12.08
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Etichette: politica
SEMINARIO CARITAS
Più collaborazione tra enti e operatori nel sociale La Lombardia nel 2008 ha confermato il suo primato nel mondo del terzo settore e del no profit: il 20% del volontariato italiano è infatti concentrato in questa regione, mentre le imprese di assistenza sociale hanno visto un aumento del 19% in tre anni. Dati che hanno portato la Regione a valorizzare sempre più il prezioso lavoro svolto dall’esercito di associazioni, fondazioni ed enti religiosi che da anni ormai contribuiscono a fornire servizi e risolvere problemi. Proprio nel marzo di quest’anno, la giunta regionale ha approvato la legge 3 del 2008 sul “Governo della rete degli interventi e dei servizi alla persona in ambito sociale e socio-sanitario”, una legge-quadro che disciplina la rete di tutti quei servizi rivolti alla comunità per ridurre situazioni di disagio dovute a condizioni economiche, sociali o psico-fisiche.
L’occasione per presentare i principi e le finalità di questa normativa è data dal seminario organizzato il 9 dicembre dalla Caritas Ambrosiana di Milano, che ha visto la partecipazione di molti operatori del settore e delle istituzioni per conoscere a fondo il nuovo scenario che la legge 3 apre. Una normativa che, secondo Carlo Maria Mozzanica, docente di Organizzazione dei servizi alla persona presso l’Università Cattolica, «rappresenta una grande occasione per i soggetti del terzo settore per diventare finalmente protagonisti del welfare». Secondo la legge, infatti, gli operatori del settore sociale e socio-assistenziale diventeranno i principali interlocutori delle istituzioni nella programmazione delle politiche sociali.
Il seminario è stato anche occasione per presentare Partecipare agli itinerari del welfare, un sussidio formativo realizzato da Area Cittadinanza Attiva di Caritas Ambrosiana e rivolto a tutti gli operatori coinvolti nel settore delle politiche sociali. «L’intento di questo sussidio – afferma Emanuele Polizzi di Area Cittadinanza Attiva – è quello di permettere agli operatori di comprendere in che modo possono agire. È uno strumento pratico attraverso il quale si può comprendere questa legge e il nuovo sistema che essa configura. Oggi più che mai è necessario affermare il valore concreto del principio di sussidiarietà, un principio su cui si fonda il welfare e che, dopo la riforma costituzionale del 2001, ha sempre più una valenza fondamentale». Due sono le sfide lanciate da questa legge: creare un dialogo costruttivo tra le istituzioni e i soggetti che tutti i giorni operano con gli utenti, e permettere agli operatori di mettersi in gioco per sviluppare nuove conoscenze ed esperienze. È proprio su questo bagaglio fondamentale che si è fondato l’iter della legge 3, come afferma il direttore della Caritas Ambrosiana don Roberto Davanzo: «Il confronto che si è aperto con la Regione deve essere uno stimolo per il mondo del terzo settore per superare la sua variegatezza. Il confronto con le pubbliche amministrazioni deve portarci a sconfiggere interessi particolaristici e arrivare a una concezione di carità più impegnativa. È importante che la partecipazione degli operatori del terzo settore ai tavoli decisionali sia continuativa, formale e scientifica».
Una collaborazione, quella tra pubblica amministrazione e operatori sociali e socio-assistenziali, sancita dai tavoli regionali del terzo settore: «Un tavolo permanente di consultazione, che rappresenta un momento di confronto e dialogo», secondo l’assessore regionale alla solidarietà sociale Giulio Boscagli. «Il modello di welfare vigente è entrato in crisi e l’unico modo per uscire da questo impasse è quello di coinvolgere nuovi soggetti nella risposta dei bisogni. La legge 3, in questo senso, è una scommessa: per la Regione rappresenta il punto di partenza di un percorso nuovo, dove il ruolo del volontariato sarà valorizzato». Un riconoscimento agli operatori viene anche dalla Provincia dalle parole di Ezio Casati, assessore ai rapporti con volontariato, associazioni e terzo settore: «La Provincia ha sempre dedicato grande attenzione a questo ambito, promuovendo molti bandi per finanziare progetti. Quest’anno abbiamo sostenuto ben 110 iniziative, delle quali abbiamo riconosciuto la grande capacità degli operatori nell’elaborare progetti concreti». Secondo Mariolina Moioli, assessore comunale alle politiche sociali, la valorizzazione del terzo settore ha ragione di esistere in una città come Milano più che altrove, soprattutto grazie alle linee guida approvate dal Comune per l’accreditamento delle imprese che erogano servizi alla persona: «In questo modo possono essere attivi tutti quei soggetti che rispondono a determinati requisiti e i cittadini possono scegliere liberamente a chi rivolgersi».
[alessia lucchese]
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10.12.08
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MAFIA
Gli eredi dei boss e il passato che non passa Quando si porta un cognome ingombrante, è risaputo, bisogna fare una certa fatica per conquistare il proprio «posto al sole», allontanandosi dall’ombra proiettata dai genitori famosi. I problemi si aggravano se il cognome rimanda ad alcune tra le pagine più cupe della storia italiana. I figli di Totò Riina e di Bernardo Provenzano sembrano non riuscire a ricostruirsi un’esistenza. Abbiamo cercato di capire perché.
Cernusco dice no all'arrivo di Salvo Riina
I figli del Padrino non rinnegano papà "Binnu"
[raffaele buscemi - roberto usai]
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10.12.08
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DIBATTITO
Stretta sulle droghe leggere in Europa Brutte notizie per il popolo hippy di mezza Europa. Il governo olandese ha vietato dall’1 dicembre la vendita dei funghi allucinogeni nei coffee shop: finisce l’epoca del “trip” legale. Il provvedimento si inscrive in una politica restrittiva intrapresa dal 2006 e che prevede la chiusura di numerosi coffe shop. I primi saranno quelli di Amsterdam, 43 su 228, distanti dalle scuole non più di 200 metri. Brutte notizie in arrivo anche per i turisti dello spinello. La Svizzera ha negato con il 63,2% dei voti la depenalizzazione dell’acquisto e della coltivazione della cannabis: nel 2000 l’apertura dei “canapai” autorizzati a vendere marijuana aveva attirato migliaia di turisti e il ricordo di quel far west è ancora forte.
I provvedimenti, di natura diversa, sembrano convergere verso un inasprimento della lotta alle droghe “leggere” nei due paesi più liberali in materia di stupefacenti. Davanti alla possibilità che una simile inversione di rotta possa essere l’inizio di un’ondata neo-proibizionista in Europa, l’eurodeputato radicale Marco Cappato (Alde) è scettico: «Non sono modifiche positive, ma non credo a un’onda lunga repressiva. È inoltre comprensibile che i Paesi più piccoli prendano le difese da un turismo di massa: lo spinello libero è un’attrattiva». Cappato, rappresentante di un partito da sempre a favore di una politica più emancipata, vede comunque il bicchiere mezzo pieno. La Svizzera infatti ha approvato con il 68% dei voti la somministrazione controllata di eroina statale: «È la conferma di un esperimento, un risultato da valorizzare: l’eroina legale non ha fatto paura. Nessuno dice che le droghe fanno bene, ma si è capito che i costi sociali aumentano con le proibizioni. Così lo Stato può fare prevenzione e non abbandona i tossicodipendenti al rischio Aids». Il traffico di droga è il business principale della criminalità. Per Cappato «la devastante presa della mafia sull’ordine sociale impone delle motivazioni pragmatiche che non dovrebbero essere estranee alle motivazioni ideali dei più conservatori».
Queste ultime sono bene espresse da Matteo Dellanoce, membro del gruppo di Documentazione Interdisciplinare Scienza e Fede dell’Università Pontificia Santa Croce: « È una battaglia di civiltà: non si capisce perché legalizzare qualcosa che finora abbiamo combattuto perché fa male». E sul referendum svizzero il punto di vista è completamente opposto: «Il no alla cannabis esprime una presa di coscienza delle persone, che hanno capito quali sono i danni che provoca. Impedire sostanze dannose per la salute non è una violenza o una proibizione, ma una tutela e un progresso». Dellanoce privilegia un’analisi di principi: «La liberalizzazione dovrebbe escludere il controllo dello stato, regola che i favorevoli dimenticano sempre. Inoltre, la nazione che autorizza il consumo di droga non ha più speranza e quindi è senza futuro, perché crede ormai in un mondo artificiale. Basti pensare che esistono addirittura persone dipendenti dallo shopping o dalla playstation. Non si tratta quindi di proibire, né di limitare, ma esaltare la libertà individuale dicendo sì alla vita e uscendo da un mondo artificiale: non lasciamo che si imponga una nuova schiavitù».
Ad ogni modo, la sbandierata legalizzazione non è attuabile in senso stretto, poiché implica l’autorizzazione non solo a consumare, ma anche a produrre, attività proibite dal Trattato internazionale delle Nazioni Unite di New York nel ’61 e dalle Convenzioni di Vienna del ’71 e dell’88. L’avvocato romano Angelo Averni, autore del libro Proibizionismo e antiproibizionismo (Castelvecchi), spiega: «Il modello olandese è un ibrido, perché autorizza il consumo, ma resta un equivoco: da dove arriva la marijuana che si materializza nei coffe shop?». Il traffico illecito proviene per lo più dal Marocco, mentre nel biennio 2005-2006 sono stati smantellati 6000 centri di coltivazione “orange”. Secondo Averni tale strategia è «una cura del mercato al dettaglio: per ridurre la dipendenza da droghe pesanti si mette un divario tra lo smercio di cannabis e di oppiacei, evitandone la contiguità tramite gli spacciatori». Secondo l’Osservatorio europeo delle droghe e tossicodipendenze, nel 2006 solo l’8% degli olandesi fra i 15 e i 34 anni ha fumato cannabis, contro il 20,3% degli spagnoli e il 16,5% degli italiani. Averni osserva: «Il divieto non funziona. Il proibizionismo non è mai tramontato, ma è continuo, si rafforza. I microprovvedimenti non spostano però il problema nelle sue mille sfaccettature sociali, economiche, educative e mediche. Il caso svizzero è poi legato a una realtà piccola, dove si possono personalizzare le cure. La tossicodipendenza è infatti una patologia di secondo livello e non bisogna abbandonare il malato a se stesso, agli spacciatori e alla delinquenza».
Secondo la sociologa di Bologna Alessia Bertolazzi «la cannabis rischia di diventare un capro espiatorio politico; dal momento che è la più diffusa fra le sostanze più in uso, è ovvio che si cerchi di colpirla, anche se crea danni minori rispetto ad altre». In Italia la legge Fini-Giovanardi equipara le cosiddette droghe leggere a quelle pesanti, ma secondo Bertolazzi «la distinzione c’è e il passaggio dalle une alle altre non è stato provato. Bisogna cambiare metodo. Il consumatore di droga non è irrazionale, si può quindi attuare una politica di riduzione del danno, fornendo materiale informativo per responsabilizzarlo, dando soccorso nei luoghi dove il consumo è già conclamato, come nei rave». La sociologa sottolinea: «È in atto una “normalizzazione dell’uso”, legittimato dagli utilizzatori; un accomodamento culturale di una prassi sociale. L’obiettivo di proibire l’uso ha quindi poco riscontro nella società».
La Relazione annuale al Parlamento sullo stato delle tossicodipendenze nel 2007 dice che l’uso di cannabis è disapprovato dal 71% della popolazione. La media di chi ne fa un uso annuale è maggiore che in Europa (13%) e 14 persone ogni mille ne fanno un uso frequente. L’eurodeputato Iles Braghetto (Ppe-Udc) prova a tirare le somme: «La lotta alla droga non sarà mai risolutiva, perché la debolezza umana ci sarà sempre. È più semplice arrendersi e assistere queste persone, ma deresponsabilizzare è anche la scelta meno umana e meno civile. Chiediamoci tuttavia se dobbiamo aggiornare i nostri metodi di prevenzione».
Insomma, l’annosa quaestio fra proibizionismo e antiproibizionismo, che intreccia etica e scienza, non è ancora risolta. Le parti divergono su principi come la responsabilità, individuale o sociale, l’etica sanitaria, la tutela e la libertà del cittadino. Vista l’enormità degli interessi e dei problemi sul campo, con una spesa sociale che nel solo comparto sanitario arriva a 1.865 milioni di euro l’anno, sarà bene che il dibattito prosegua e, come ricorda lo stesso Braghetto, «non ci si deve arrendere all’idea che una persona possa dipendere da una sostanza, mentre va ricordato il grande lavoro che ogni giorno già fanno le comunità terapeutiche di recupero italiane».
[daniele monaco]
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9.12.08
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ANTOLOGIA
Cattivi ragazzi per un mondo migliore Per dirla con le parole di don Milani, L’obbedienza non è più una virtù. O meglio, tanto per non mancare di rispetto ai precetti delle nostre mamme, potremmo tranquillamente sostenere che il saper disobbedire a tempo debito costituisca l’ossatura fondamentale del buon cittadino. L’atto di ribellione alle regole, in qualsiasi forma si manifesti, è una componente innata dell’uomo. Insomma, Fatta la legge, trovato l’inganno. Se poi si considera l’azione opprimente dell’autorità di uno Stato non legittimato all’esercizio della stessa, è semplice innescare il meccanismo “causa effetto” che “autorizza” alla forma più alta di delegittimazione del potere: la disobbedienza civile.
«Adesso dobbiamo avere paura di chi dice: obbedisco». Con questa citazione del giornalista americano Dwight Macdonald, si apre Ribellarsi è giusto, un’antologia inusuale quanto fondamentale per il valore civico-filosofico, proposta dalle Edizioni dell’asino. Passare dalla teoria alla pratica della disobbedienza, scoprendone analiticamente i fondamenti e i concetti attraverso la storia del fenomeno stesso dell’eversione. Adrenalina per la coscienza politica dell’individuo, dunque, una scossa al pensiero moderno incatenato ai concetti negativi di anarchia, sovversione, disordine, insidia e violenza che l’esperienza ha svuotato di credibilità. Chi è dunque l’uomo in rivolta, l’individuo che dice no? E che valore ha questo no? Interrogativi che hanno gettato le fondamenta del Sessantotto europeo e americano, punto di partenza della Peste e del L’homme révolté di Camus. Tempi e scenari di riferimento diversi tra loro, dagli orrori del totalitarismo agli inganni della società dello spettacolo, Ribellarsi è giusto offre la possibilità di confrontarsi col pensiero dei quaccheri del Seicento alle prese con l’evasione delle tasse come protesta contro le operazioni militari, per passare a grandi nomi come Camus, Thoreau, Gandhi, Goodman, don Milani, Böll e Anders.
L’onda lunga della disobbedienza si è quindi manifestata ai nostri giorni nelle più molteplici forme: dalle rivoluzioni colorate delle ex repubbliche sovietiche ai passamontagna neri dei Black block; oppure, dall’affermazione di politici nostrani di dubbio sostrato culturale agli scioperi della fame del partito radicale. Picchi di eccellenza politica, ma anche bassezze nate dal ventre molle di certe realtà underground: la realtà dei discoli disobbedienti è varia e avariata tanto quanto l’universale umano. In altre parole, non si può e non si deve fare confusione, sebbene il panorama della disobbedienza sia più che mai vasto, e l’antologia dell’Asino può essere un buon punto di riferimento per capire e per, magari, far partire la nostra forma di dissenso, diventando veri e propri “monelli” di professione.
Ma nel mezzo della ribellione, apice dell’atto disobbedienza civile, deve essere chiaro contro chi indirizzare la propria contestazione. L’azione è mossa contro la degenerazione dei principi di Stato avanzati da Hobbes e Weber, ovvero contro l’abuso del diritto legittimo dello Stato al “monopolio della coercizione della forza”. È la dottrina marxista, ma ancor più leninista, che fa proprio, invece, il concetto di Stato come “prodotto e manifestazione dell'antagonismo inconciliabile delle classi” ad aver guidato l’atto disobbediente dal Sessantotto a oggi. È chiaro che le tesi del socialismo reale si sposano a pennello al paradigma d’azione di ogni ribellione, ma l’antologia Ribellarsi è giusto va oltre questo stereotipo che ancora, talvolta, monopolizza la mobilitazione collettiva.
«Protestare, disobbedire, dire no è difficile, il vero problema è l’offerta di un’alternativa valida – spiega Amico Dolci, figlio di Danilo Dolci, bandiera della lotta sociale siciliana e italiana del dopoguerra –. Mio padre questo lo aveva chiaro, e per questo si era adoperato per la costituzione di un centro studi per trovare delle soluzioni ai problemi che contestava alle amministrazioni pubbliche siciliane. Questi centri di autoanalisi popolare nascevano su una matrice religiosa soprattutto cattolica. Papà aveva Gesù e Gandhi come figure di riferimento: un patrimonio umano immenso che si traduceva nel modo di elaborare logiche di cambiamento nel rispetto del prossimo. Anche contro il fenomeno dei voti mafiosi, lui non provava astio contro queste persone ma, allo stesso tempo, faceva di tutto per bloccare e destabilizzare quel sistema corrotto e alla deriva». Eppure il limes di separazione tra disobbedienza e azione violenta di imposizione dei diritti è molto sottile. Se da un lato abbiamo gli esempi di Cristo o Gandhi, dall’altro lato della barricata non mancano gli episodi di sangue del movimento studentesco ispirati da modelli che, a tempo debito, il fucile lo hanno imbracciato come Ernesto Che Guevara o Emiliano Zapata. «Durante il Sessantotto il lavoro svolto da mio padre fu messo a rischio dalle spinte che venivano all’interno del suo gruppo – conclude Amico Dolci –. I tempi erano infiammati dalla contestazione e alcuni auspicavano la reazione violenta. Papà, insieme a personaggi come Aldo Capitini, scelsero invece di passare all’azione non violenta, una scelta delicata che si separava dalla sola nonviolenza passiva. Rifiuto totale della violenza, ma non a scapito dell’azione»
[francesco cremonesi]
continua
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9.12.08
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