CONFLITTO DI GAZA

Intervista a Nahum Barnea

«Non ci sono dubbi che le operazioni militari organizzate da Israele sono state condotte ad ampio spettro. Il punto è che sono durate anche molto più a lungo di quanto ci si aspettasse», racconta da Gerusalemme Nahum Barnea, una delle penne più autorevoli del giornalismo israeliano, intervistato in esclusiva da m@g. Barnea, che scrive per il quotidiano Yedioth Ahronoth e ha vinto il premio Israel Prize per la comunicazione, ha perso un figlio nel 1996, in un attentato kamikaze di Hamas a un autobus di linea. Al funerale ha perdonato pubblicamente l’assassino, considerandolo vittima della stessa tragedia che affligge il popolo palestinese. Da anni si spende per favorire il dialogo nell’ambito del conflitto arabo-israeliano.

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[viviana d'introno e cesare zanotto]

L'INTERVISTA

La voce della libertà

Yang Lian, nato in Svizzera nel 1955 ma cresciuto a Pechino, è oggi uno dei maggiori poeti contemporanei e una tra le voci più importanti della dissidenza cinese. Esiliato dalla Repubblica Popolare Cinese dopo avere duramente criticato nel 1989 la repressione di Piazza Tiananmen, vive all’estero da vent’anni. È stato candidato al Premio Nobel nel 2002 e le sue poesie sono state tradotte in 25 lingue. Yang Lian interpreta lo spirito della millenaria cultura cinese attraverso la sua esperienza da esule. Una riflessione sulla condizione generale dell’uomo ma anche un invito alla speranza per milioni di cinesi che chiedono democrazia.

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[marzia de giuli e luca salvi]

L'INCHIESTA

È un’emergenza che dura da oltre vent’anni. I territori tra Napoli e Caserta sono uno stato nello stato dove l’unico potere reale è quello della Camorra. Nonostante i blitz, gli arresti e l’invio di soldati e poliziotti, i clan continuano a fare affari in un cono d’ombra in cui convivono l’economia legale e la politica. Ne abbiamo parlato con Andrea Cinquegrani, direttore de La Voce della Campania (oggi La Voce delle Voci).

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[alberto tundo]

MARIO CAPANNA

Onda e '68 a confronto

Quarant’anni dopo la protesta che ha segnato un’epoca, gli studenti italiani sono ancora in piazza. Secondo alcuni osservatori, l’Onda, che contesta la riforma Gelmini, è la fotocopia del’68. Altri la pensano diversamente. Mag ha chiesto un’opinione a Mario Capanna, ex studente dell’Università Cattolica e leader del movimento nel 1968.

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[cesare zanotto]

CIBO E MEMORIA

Viaggio nel gusto italiano


La relazione tra il cibo e la memoria è uno degli aspetti più profondi e antichi della cultura italiana e internazionale. Emblema di questo nesso è la madeleine che risveglia i ricordi dell’infanzia di Marcel Proust nel romanzo Alla ricerca del tempo perduto . Che cosa pensano i gourmet più affermati e i cuochi più celebri del nostro Paese del rapporto tra lo stile di vita dei nostri tempi e i cambiamenti nel gusto culinario, sempre più lontano dalla tradizione culinaria? La risposta nel servizio.

[francesco perugini]

GIORGIO BOCCA

Intervista sulla crisi del giornalismo italiano


Nessuno meglio di Giorgio Bocca può aiutarci a riflettere sulla crisi che sta vivendo oggi la professione di giornalista. "E' la stampa, la bellezza!", il suo nuovo libro vuole essere un'occasione per riflettere sul destino di un mestiere che sembra aver perso le sue virtù. In Italia la carta stampata appare schiacciata dalle pressioni della politica e dell’economia, incapace di reagire allo strapotere della comunicazione televisiva, non più in grado di scandagliare i mutamenti reali della società. Abbiamo approfondito queste e altre questioni nell'intervista.

[gaia passerini]

CASO IVA

«Tra Murdoch e Berlusconi? Duetto, altro che duello»

Per lui «il vero problema non è il decreto, piuttosto ci ritroviamo a discutere di conflitto di interessi. Se a vararlo fosse stato un governo retto da un’altra persona, non se ne parlerebbe da giorni». Francesco Merlo, autorevole firma del giornalismo italiano, editorialista di Repubblica, non le manda a dire sul tema del giorno: l’aumento dell’Iva per le emittenti private a pagamento.

Sembra la solita storia italiana. Il premier è anche il proprietario di uno dei più importanti canali informativi del nostro Paese.
«Berlusconi muove le fila di Mediaset. Attraverso i suoi canali gestisce l’informazione. C’è, poi, un’idea moralista errata. Non ci sono tasse che colpiscono i ricchi e i poveri. Le tasse colpiscono in maniera uniforme una popolazione intera. Poi c’è chi avverte conseguenze più pesanti, ma Sky raccoglie una porzione molto variegata di italiani. Ricchi, benestanti e tanta altra gente che si sacrifica pur di vedere lo sport. Semmai dovremmo discutere di un piano anticrisi che innalza le tasse. Ci sono stati dei tentativi di intorbidire la questione, ma la realtà è questa. In nessun altro Paese c’è un rapporto così morboso tra intellettuali e tv e tra tv e politica».

La destra, solitamente compatta, non è interamente dalla parte di Berlusconi. Come spiegarsi questo comportamento?
«Ho un’opinione diversa. A prescindere da qualche voce fuori dal coro, si fa finta di non provare imbarazzo di fronte ad una simile situazione. Anche chi sta con Berlusconi potrebbe esprimere la propria opinione senza vendersi l’anima. Ricordo che quando nacque Forza Italia esistevano politici di questa specie».

Gasparri, però, ha detto che il Pdl «non sta togliendo il pane ai bambini». L’Iva al 10% riguarda i beni di prima necessità. Sky non lo è, ma è un servizio di cui usufruiscono 4,5 milioni di italiani. Come andrebbe gestita la questione?
«Quando nacque la pay-tv, fondata dal gruppo Fininvest, l’Iva era al 4%. Poi il governo Dini l’innalzò al 10% nel 1995 per agevolare l’ingresso di Sky nel mercato. All’epoca fu una mossa anche giusta, ma non sarei dubbioso adesso se questo provvedimento non fosse stato assunto dal suo diretto concorrente».

Bisogna considerare, poi, che Sky è un’azienda in attivo che fornisce un’importante vetrina ai giovani.
«Non bisogna accanirsi contro un’impresa che funziona. Sky fornisce un servizio interessante che in Italia mancava. La rivalità che spaventa Berlusconi fa piacere agli italiani che non considero un popolo di imboniti. Il popolo ha una capacità critica che gli permette di svelare il falso nel mare del servilismo televisivo. E se apprezza l’ascesa di questa emittente è perché la pluralità dell’informazione dovrebbe migliorare il prodotto».

Fino a ieri sembravano più concreti gli spiragli d’apertura da parte del governo. Oggi Berlusconi ha mostrato il pugno di ferro nel giorno in cui Sky ha fatto partire un nuovo spot pubblicitario. Come finirà la diatriba?
«Più che in un duello, Murdoch e Berlusconi si troveranno in un duetto. Tra loro c’è un’intima e astiosa solidarietà come accade tra un cane ed un gatto. Si assomigliano, operano nello stesso settore ed il destino tornerà a riproporli come complici. Il problema, semmai, è che una parte combatte con mezzi impropri, mentre Murdoch sta dimostrando di poter competere ad armi pari».

Nel suo ultimo editoriale ha definito assurda la tassazione del porno perché, secondo lei, il consumo di prodotti di questo tipo nasconderebbe una patologia. Ma il decreto anticrisi punisce altre due passioni degli italiani: lo sport ed il cinema. Cosa è più grave?
«Sono provvedimenti ugualmente pesanti. Vietando il porno si applicherebbe una forma di censura in un campo in cui opera già il codice penale. In questo caso si mescolerebbero etica e consumo, come accade nella battaglia ai clienti delle prostitute».

Scusi, Merlo, ma lei Sky ce l’ha?
«Sì, e continuerò ad averlo. Ciò non toglie, però, che diverse volte ho sfilato il telecomando dalle mani dei miei figli mentre erano spettatori della tv spazzatura. Perciò ribadisco che questi lussi andrebbero puliti più che puniti».


[fabio di todaro]


Ascolta l'intervista al giornalista Francesco Merlo continua

D'ALEMA

Mai più «euroscettici»

«Guardando al passato, penso che l’allargamento a est dell’Unione Europea sia stato troppo accelerato. Bisognava prima rafforzare le istituzioni». Questo è il principale errore che Massimo D’Alema imputa alla Ce. Secondo l’ex ministro degli esteri «per l’equilibrio internazionale c’è bisogno di un’Europa forte». Ma la costituzione europea è da tempo congelata a causa della vittoria del no al referendum per la ratifica in Olanda e in Irlanda. Per 27 paesi, con enormi differenze economiche e sociali, coordinarsi e trovare una politica comune, senza una base istituzionale precisa, è molto difficile.

Le parole di D’Alema hanno trovato subito l’approvazione di Edmondo Paolini: uno dei fondatori del Movimento federalista europeo e amico personale di Altiero Spinelli, autore del Manifesto di Ventotene: «Per anni ho condotto una battaglia per arrestare l’allargamento dell’Ue. Secondo me ci si doveva fermare all’annessione della Grecia e del Portogallo. Questi due Paesi uscivano da poco dalla dittatura. Annetterli significava aiutare il processo democratico e prevenire eventuali accadimenti che avrebbero potuto destabilizzare il processo federativo». Il vecchio militante dell’ Mfe giura che «anche Altiero Spinelli, il padre di tutti i federalisti europei, la pensava in questo modo». Secondo Paolini, la maggior parte dei problemi che oggi affliggono l’Ue non sono altro che conseguenze di quell’errore. Inoltre, un processo federativo così frettoloso è stato anche una delle cause dell’indifferenza, e a volte dello scetticismo, che il popolo europeo ha assunto di fronte alla costituzione del nuovo soggetto federale. «Le autorità coinvolte - spiega Paolini - hanno visto l’Ue solo sotto il punto di vista economico».

Oggi gli abitanti del vecchio continente non si sentono un popolo. Non hanno una storia ed una tradizione comune da condividere. Questo ha generato quel sentimento che viene comunemente chiamato “euroscetticismo”. Negli ultimi anni, in tutta Europa, sono nati decine di partiti che guadagnano consenso soffiando sul fuoco dell’euroscetticismo e, in alcuni casi, del razzismo verso i cittadini dei nuovi stati membri. In Italia, Paese in cui si vive costantemente in campagna elettorale, a soffiare sul fuoco non sono dei piccoli partiti ma intere coalizioni. Paolini racconta di aver partecipato a numerosi incontri in cui «molti esponenti del Pdl hanno ammesso che l’adozione dell’euro fosse necessaria per dare stabilità al Paese. Dire il contrario, durante i comizi, non è altro che un operazione populista». Adesso ci ritroviamo con una sorta di mostro burocratico che, fino ad ora, non riesce neanche a varare una strategia comune per uscire dalla crisi economica.

Comunque il Movimento federalista, oggi, guarda con speranza alle elezioni europee del 2009. Gli eredi di Altiero Spinelli si augurano che i paesi dell’Unione e i loro partiti affrontino la campagna elettorale con spirito europeista. In che modo? Presentando agli elettori dei programmi di coalizione europei. Senza dimenticare il ruolo dei media, che dovrebbe spiegare alla società civile il ruolo e le mansioni dell’Europarlamento. In Italia, fino ad ora, è successo esattamente il contrario: le elezioni europee sono sempre state viste come un termometro per misurare il consenso popolare del governo in carica. Fino a poco tempo fa una parte della coalizione di centrosinistra faceva parte del gruppo parlamentare del Ppe, lo stesso di Forza Italia. Oggi il Pd non sa ancora a quale partito europeo aderirà. Le speranze di Paolini, invece, vanno alle giovani generazioni: «La cosa più importante è che i nostri ragazzi comincino a sentirsi cittadini dell’Europa».


[andrea torrente]
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CELENTANO

Il ritorno del “Molleggiato”

«Tutti quanti insieme salteremo in aria, bum!». No, non si tratta di una minaccia terroristica, ma del ritorno in grande stile di Adriano Celentano. Queste infatti le parole che riecheggiano nel ritornello del suo inedito Sognando Chernobyl, brano contenuto all’interno del suo nuovo album antologico L’animale, titolo ispirato a una definizione che Jovanotti diede del “Molleggiato”; due cd e ventotto successi che esemplificano al meglio la doppia anima dell’artista: quella romantica (come in Una carezza in un pugno, Storia d’amore, L’emozione non ha voce) e quella “contro” (vedi Il ragazzo della via Gluck, Mondo in Mi7a, Svalutation).

Ognuno dei due cd contiene una novità: nel primo, Celentano presenta una cover di La cura di Franco Battiato, adattata in versione più pop, canzone che il l’Adriano nazionale definisce “la più bella canzone d’amore e spiritualità”; nel secondo, l’artista propone Sognando Chernobyl, un brano per certi versi apocalittico, dove a una musica ritmicamente “ossessiva” si sovrappongono rumori di crolli, tuoni, grida. Vengono affrontati e denunciati temi come la globalizzazione, il surriscaldamento globale, lo scioglimento dei ghiacciai; e ancora: da chi uccide i bambini, alla pena di morte, senza dimenticare i sindaci che con «le loro giunte meschine» sono i «mandanti di quelle colate di cemento che hanno seppellito gli orti e le bellezze dei navigli». Sembra il perfetto proseguimento del percorso iniziato con Il ragazzo della via Gluck nel 1966, quando Celentano lanciò l’allarme cementificazione. Le denunce sono dunque tante, ma ciò che ha fatto scattare nell’“animale” l’ispirazione per scrivere Sognando Chernobyl è stata la decisione del Governo che «con disinvolta irresponsabilità ha annunciato la costruzione di nuove centrali nucleari».

A qualcuno è sorto il dubbio che l’uscita di un brano così critico e apocalittico, in un momento di forte crisi come l’attuale, possa essere una furba trovata, realizzata da Celentano per cavalcare l’onda di panico generale, con l’auspicio di realizzare in questo modo molte più vendite. Marinella Venegoni, critica musicale de La Stampa di tutt’altra idea: «Questo è uno dei pochi album-confetto ad avere un senso e non essere inutile». «Da una parte Celentano parla d’amore - continua la giornalista - dall’altro tratta l’ecologia». Ed è proprio l’argomento ecologia, secondo la critica, a dimostrare come Sognando Chernobyl non sia un brano strumentale: «Ha cominciato a denunciare questo tema quando ancora non si discuteva dei problemi ecologici, ha scritto poi così tante canzoni a riguardo che non si può proprio parlare di strumentalizzazione». Alla domanda se fosse opportuno o meno trattare certi temi con un testo e delle immagini così forti, risponde la Venegoni: «È difficile dire se la sua scelta sia stata giusta o meno, perché l’arte è arte, e Sognando Chernobyl è la creazione di un artista che dà sfogo alla propria immaginazione».

Gianni Sibilla, docente di Linguaggi musicali e tecnologie digitali all’Università Cattolica di Milano, non appare troppo in linea con il pensiero di Marinella Venegoni: «Mi sembra la solita raccolta natalizia; all’interno de L’animale ci sono infatti due sole novità: la vedo un’operazione più commerciale che artistica». Il docente prosegue descrivendo lo stile dell’artista: «Celentano non è propriamente un cantante: lui è qualcosa che trascende la musica, è quasi un politico, un provocatore». «Il molleggiato – continua Sibilla – è sempre stato così, ha sempre utilizzato parole grosse: è uno dei pochi che riesce a cantare senza però cantare realmente». Nonostante lo giudichi un grande interprete della musica italiana e nonostante gli riconosca il merito di essere stato uno dei primi a portare il rock’n’roll in Italia, il docente gli riserva un ultimo appunto: «Celentano fa parte di quel gruppo di artisti che hanno trenta-quaranta anni di brillante carriera alle spalle e che sono ormai “santificati” dalla gente: i loro brani dunque, non vengono più valutati per la qualità, ma giudicati tutti, indistintamente, di altissimo livello, anche quando non lo sono».


[cesare zanotto]
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GIOVANI

In Italia è «allarme bullismo»?

I ragazzi sono sempre più spesso protagonisti di fatti di cronaca che riempiono le prime pagine dei giornali e sempre più spesso si segnalano per comportamenti decisamente negativi, soprattutto nei confronti dei coetanei. Si può parlare di «allarme bullismo»? Quali sono le ragioni di questo fenomeno? M@g l’ha chiesto a una giornalista che da tempo si occupa del problema e a una psicologa.

Quando il sonno dell'informazione genera mostri


Prendi ramazza e secchiello, che ti punisco la classe


[alessia lucchese] continua

FENOMENO MUSICALE

Allevi «Strega» tutti

Giovanni Allevi, o lo si ama o lo si odia. Ma, vuoi o non vuoi, è un fenomeno. Musicale, senza dubbio. Commerciale? Forse. Umano, sicuramente. Da brava fan, la sera del 26 novembre arrivo con un’ora di anticipo sull’inizio della presentazione dell’ultima “fatica letteraria” del pianista, In viaggio con la strega, sapendo che in breve la libreria Rizzoli in Galleria Vittorio Emanuele sarà gremita. Ovviamente compro il libro, che dopo mi farò autografare, e comincio a leggere per ingannare l’attesa: somiglia più a uno di quei volumetti patinati che illustrano un museo o un’opera d’arte. Segno tangibile delle propizie fortune dell’autore. Ricco di foto, grafica ariosa, sms dei fan riportati a mo’ di didascalie.

Quello che mi colpisce subito è che il primo tema affrontato sia quello della paura di esibirsi a causa del giudizio del pubblico. È evidente che, nel pieno del suo boom, Allevi (o Giovanni, come i suoi fan lo chiamano), sia consapevole di essere bersaglio dei critici musicali. Conosce le invidie suscitate dal suo successo, sa che la sua musica getta lo scandalo nell’Accademia. Perfino suo padre lo spiazza, dopo aver ascoltato Evolution: «Torna a Milano e vai a studiare direzione d’orchestra».

Eppure non si nasconde, Giovanni. Al contrario, mette le sue ansie nelle prime pagine del libro, subito sotto gli occhi dei fan, prima di lanciarsi nell’appassionato (e un po’ megalomane) racconto del suo successo, partito tanti anni fa dal piccolo quintetto d’archi Gas Group, composto da Lucio il contrabbassista e da altri, e diretto da un Allevi appena licenziato dalla band di Jovanotti. Giovanni non nasconde le paure, perché sa che il panico, che non gli ha impedito il successo, è proprio ciò che lo rende un mito agli occhi della gente. La sua musica, e la sua umanità, sono i suoi mezzi per comunicare col mondo.

Giunge il momento del suo arrivo, chiudo il libro e mi avvicino al luogo dove avverrà l’incontro. Fa la sua comparsa da un’entrata secondaria, Allevi, ed è un po’ in ritardo. Ma è subito un torrente di emozioni. Fa fatica a trattenere la commozione al vedere la gente che gli si accalca intorno, e sorride a tutti. Chiede che gli si facciano delle domande. «Com’è stato lavorare con un’orchestra?» È stata un’emozione sentire concretizzarsi la musica che fino a quel momento suonava solo nella sua testa. Commovente che tanti musicisti talentuosi abbiano accettato di mettersi a disposizione per suonare la sua musica. «Hai avuto problemi a dirigere?». Il problema è imporsi come autorità, per chi non ha un carattere autoritario. La soluzione è lasciarsi guidare dalla Musica. «Come reagisce alle critiche dei suoi detrattori?». Gli fanno paura. Ma non sono le critiche il problema centrale. La novità spaventa sempre. Preferisce pensare ai messaggi sulla bacheca del suo fan club, che mostrano quanta gente abbia voglia di bellezza, quanti giovani trovino il coraggio per realizzare i propri sogni. Lui è solo un pretesto.

Giovanni risponde a tutti, per tutti ha una parola gentile, firma gli autografi e dispensa baci e abbracci. Falsa ingenuità o pura operazione di marketing? In effetti è difficile capire dove finisca l’Allevi umano e dove inizi quello commerciale. Però è anche difficile credere che le mani che tremano, le parole spasmodiche, il chiodo fisso per la sua “Strega”, la musica, e l’amore professato per il suo pubblico siano solo una trovata pubblicitaria. Comunque, quel che accade durante la fila per gli autografi è reale. Sono accanto a me due giovani fan, Federica e Daniele, 17 anni lei e 18 lui. Federica studia al Conservatorio. I due si sono conosciuti tramite il sito del fan club di Giovanni Allevi. Chiacchierano emozionantissimi dei concerti che hanno visto e delle esperienze che hanno condiviso grazie al loro mito. La loro emozione è reale. Chiedo a Federica cosa si dica di Allevi al Conservatorio. Mi risponde che piace ai ragazzi per la sua «novità», ma, ovviamente, molto meno agli studenti «più competitivi» e agli accademici, che «non ne capiscono la logica».
Mi giro indietro – incredibile ma vero – e vedo il contrabbassista Lucio, che fa la fila con gli altri. Nientemeno. Capello selvaggio, vestito casual, parlantina facile. Ha già attaccato bottone con due ragazze, conosciute proprio lì, nella fila, parlando di Giovanni. Le loro risate sono reali.

Mentre osservo la sfilata di fan che mi precedono nella fila, ecco l’idea: chiamo un mio giovane amico pianista, anche lui fan, e passo il telefono a Giovanni. «Ma lui lo sa chi sono?», mi domanda Allevi. «No», gli rispondo. Allora prende il telefono e saluta: «Ciao, sono Giovanni, come stai?…Giovanni Allevi…». Il mio amico dall’altra parte sta guidando. Quando riprendo il telefono devo dirgli di accostare e di riprendersi un attimo: è reale. Poi è la volta dell'autografo. Mi toccano il bacio e l’abbraccio rituale, ed è come rivedere un amico, prima di lasciarmi inghiottire di nuovo dai meandri del metrò. Adesso sorrido, e il mio sorriso è reale.


[floriana liuni]
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PROVVEDIMENTI CONTESTATI

La social card nasce tra le polemiche

L’attuale crisi finanziaria fomenta l’allarme tra le famiglie italiane: sono 2 milioni e 200 mila i nuclei che si ritroverebbero con lo stipendio finito già a metà del mese. La cosiddetta “quarta settimana” si sarebbe così spostata indietro, alla fine della seconda. I dati sono forniti dalla Confesercenti, che indica 6,3 milioni di famiglie quali soggetti colpiti dalla recessione: sarebbe un quarto dei nuclei a terminare lo stipendio dopo soli 15 giorni dal ricevimento della busta paga. È per far fronte a questa situazione che il Governo ha creato la “carta acquisti”, voluta dal ministro Giulio Tremonti per agevolare le classi maggiormente a disagio. Si tratta di una tessera magnetica prepagata, utilizzabile per acquistare beni di prima necessità – alimentari – e, se gli accordi con alcuni esercenti andranno a buon fine, anche per ottenere sconti su altri prodotti.

Le fasce a cui la card si rivolge sono limitate: si tratta di giovani famiglie con bambini da 0 a 3 anni e cittadini di età superiore ai 65 anni che risiedano in Italia. Entrambe le categorie devono avere un reddito inferiore ai 6000 euro, mentre gli over 70 non devono superare gli 8000 euro annuali. Per quanto riguarda le proprietà, mentre le giovani famiglie possono disporre di più di un’auto, i cittadini oltre i 65 anni devono avere solo un mezzo per nucleo familiare, per ottenere la social card.

Il soggetto gestore del servizio, presso il quale i cittadini devono avanzare domanda, è Poste Italiane. I beneficiari ricevono una carta scarica, che viene attivata il secondo giorno lavorativo successivo alla consegna. Il soggetto attuatore è l’Inps, che ogni due mesi ha il compito di verificare il mantenimento dei requisiti, di disporre la ricarica delle carte ed eventualmente di provvedere alla disattivazione. Coloro che inoltreranno la domanda entro il 31 dicembre avranno a disposizione un bonus iniziale di 120 euro. La successiva cifra corrisponderà a 80 euro, che saranno accreditati a scadenza bimestrale.

Per l’erogazione del servizio, rivolto a 1,3 milioni di italiani, sono stati stanziati 450 milioni di euro l’anno, mentre Eni ed Enel ne hanno messi a disposizione 250. Subito dopo la presentazione ufficiale, la social card è stata travolta dalle polemiche. Secondo alcune rivelazioni, gli elettori di Pd e Italia dei Valori (75%) e di Pdl e Lega Nord (82%) l’hanno apprezzata, ma i rappresentanti di altri partiti all’opposizione hanno espresso giudizi negativi. Antonio Di Pietro sostiene che «ricordi la tessera del pane del ventennio fascista», mentre il ministro ombra Pd dell’Economia, Pierluigi Bersani la considera una «drammatica beffa» qualora il Governo riduca alla card l’operazione a favore dei redditi. Rosy Bindi lo ha bollato come «un pannicello caldo limitato a una porzione minima di famiglie». Anche qualche esponente della maggioranza ha lamentato il mancato intervento sulle tredicesime, che penalizzerà il ceto medio. Un altro elemento negativo sarebbe la cifra stabilita, per molti troppo modesta; per altri si aggiunge un’obiezione di tipo psicologico: la social card sarebbe deprimente e mortificante, a volte umiliante al momento di richiesta o presentazione della tessera. La critica più inattesa è quella di Vittorio Feltri che, in un editoriale di Libero del 27 novembre, accusa il Governo di dimenticare gli elettori del centrodestra, il «popolo delle partite Iva». È quasi un’invettiva contro il mancato sostegno alla classe media, quella costituita da artigiani, commercianti e piccole imprese. «La card per i povericristi è un brodino sapido, ma un brodino servito a evasori fiscali e finti poveri». Feltri paventa la perdita degli elettori della maggioranza e l’incremento dei vantaggi elargiti a chi effettua false dichiarazioni di reddito. I sostenitori della social card, comunque, non cambiano idea: per loro stanziare somme per aiutare le famiglie davvero vittime dell’indigenza è comunque una misura urgente e necessaria.


[vesna zujovic]
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TERRORISMO

Datemi un incubo e vi governerò il mondo

Alla vigilia del Giorno del ringraziamento, gli americani hanno seguito gli attentati terroristici indiani temendo di vedere, riflesso negli schermi televisivi, il loro futuro. Mentre tutta l’America era indaffarata nei preparativi di una delle più importanti festività statunitensi, l’Fbi, sulla base di informazioni “credibili ma prive di riscontri concreti”, ha messo in allerta i distretti di polizia e le autorità locali: «C’è il rischio di un attacco di Al Qaeda alla metropolitana di New York e ai treni dei pendolari durante il periodo natalizio». Alcuni esponenti dell’organizzazione terrorista ne avrebbero parlato verso la fine di settembre. Ma non ci dovrebbe essere nessun piano avanzato. La notizia è arrivata al grande pubblico attraverso l’Associated Press. Alla speranza, emersa durante l’elezione di Obama, nel popolo americano è subentrata di nuovo la paura.

Durante il Thanksgiving milioni di americani, andando alla tradizionale parata dei palloni giganti lungo Central Park e Broadway, avranno sicuramente notato i numerosi poliziotti, spesso dotati anche di unità cinofile, schierati in tutte le stazioni della metropolitana. Nella Grande Mela si respira un’aria ansiogena che, dalle strade, entra nelle case attraverso i media. La decisione delle autorità di non innalzare il valore cromatico che, ogni giorno, segnala il livello di rischio terrorismo, è servito a ben poco.

Secondo il professor Francesco Zaccarelli, docente di sociologia delle culture islamiche all’Università di Urbino «ormai il terrorismo è diventato parte integrante di quella “guerra molecolare” che già caratterizza questa prima fase della globalizzazione». E riferendosi alla reazione che l’opinione pubblica ha di fronte a determinati eventi, come quello della strage compiuta dai terroristi in India, l’islamologo dice: «A fronte di attentati spettacolari che sarei propenso a considerare come “eventi-cerniera”, ovvero “eventi-molari”, cioè tipizzati da matrice e risonanza sensazionali, viviamo quotidianamente un “haunting” e una minaccia diffusa che passa attraverso la complessa elaborazione dei media».

Ma di quale minaccia stiamo parlando? Secondo la Cia Al Qaeda è ormai un gruppo in declino. L’ultimo video di Al Zawahiri, numero due dell’organizzazione terroristica, per la prima volta evidenzia una frattura nel movimento. Sembrerebbe che l’elezione di Obama, e l’annunciato ritiro dall’Iraq, abbia provocato uno scontro politico all’interno dello stesso gruppo jihadista. Per capire se, e come, Al Qaeda sarebbe in grado, oggi, di colpire gli Usa, è utile esaminare la matrice degli attentati in India. Secondo il prefetto Giovanni De Gennaro, direttore generale del Dis, la matrice terroristica, dai primi elementi di valutazione, si riferisce a formazioni jihadiste autoctone che rimandano a circuiti quedisti.

Insomma il nemico che, con le guerre in Afganistan e in Iraq, aveva preso consistenza torna a liquefarsi. Ridiventa un fantasma in grado di assumere molteplici aspetti. Come spiega Zaccarelli: «Il terrore diventa pertanto una componente fondamentale della politica e del sociale. Una delle conseguenze è proprio la politica di sicurezza che viene messa in atto da tutti i paesi nei luoghi e nei segmenti sensibili. Così da realizzare una “canalizzazione” territoriale che colonizza lo spazio di paratie, di vincoli, di segmentazioni e di transiti obbligati, al punto da creare una nuova mappatura e una nuova cartografia mentale». Tirando le somme lo studioso sottolinea che «è ormai evidente come il terrorismo sia l’ombra oscura e irrappresentabile del potere, una specie di ossessione esternativa con cui ottenere paura collettiva e nuove sottomissioni».


[andrea torrente]
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MEDIO ORIENTE

Israele, un partito per la pace

Un nuovo partito in Israele? Di più, un partito per la pace. Il progetto, nato da un gruppo d’intellettuali, tenterà di mettere qualche bastone tra le ruote alla destra di Netanyahu già in corsa verso la vittoria elettorale. Una possibilità temuta da alcuni in Terra Santa, poichè rischierebbe di pregiudicare ogni ipotesi di tregua con i palestinesi. Soprattutto dopo il fallimento di Kadima, costola centrista del Likud fondata da Sharon e partito dell’ex presidente Olmert.
«La Cosa - come la chiamano loro - segnerà la fine della tradizionale sinistra e l’inizio di un nuovo percorso». Perché, sentenzia Amos Oz, « il labour è morto e con esso Barak». Sono molti i rimproveri dei letterati al partito che fu di Rabin: dallo stallo nelle operazioni di pace coi palestinesi all’abbandono di quelle politiche sociali che sono sempre state nel dna laburista. Il club dei promotori conta già 30 astri leftist : da Abraham B. Yehoshua a David Grossman passando per Avraham Burg e Tsali Reshef. Si uniranno alla piccola formazione liberal di Meretz e proveranno ad intercettare le coscienze «in crisi di rappresentanza».
Il movimento, che sta creando un piccolo terremoto a Gerusalemme, è guardato con interesse anche a livello internazionale. E in Italia raccoglie una valanga di consensi.

«Ritengo che sia un tentativo coraggioso – osserva il politologo Giorgio Galli – ma potrà essere giudicato solo in febbraio in base ai consensi che riuscirà ad ottenere. La situazione politica in Israele è molto difficile, probabilmente i partiti tradizionali hanno poco da proporre e la mossa degli intellettuali è un tentativo di trasformare il loro Paese in qualcosa di più di una fortezza assediata». Galli però contesta l’affermazione di Oz secondo cui «Israele sarebbe ad un passo dalla pace coi palestinesi». « Di passi ne occorrono ben di più. In realtà – chiarisce Galli – la politica di Sharon è stata volta a creare una divisione tra i palestinesi e ci è riuscita. Oggi la situazione è più complicata. Col governo palestinese di Abu Mazen la pace potrebbe essere vicina, ma resta la Striscia di Gaza occupata da Hamas che non è affatto disposta ad un accordo ».

Tagliente il commento di don Albino Bizzotto, presidente dei “Beati Costruttori di Pace”: « In generale la politica non può tendere al meglio ma deve accontentarsi del possibile. Certo, quando c’è la rassegnazione al peggio, uno scossone è necessario. Perché la pace e la guerra non sono eventi fatali ma sono scelte precise degli uomini. E quando si sceglie la guerra, la coscienza morale si risveglia. Questo scossone farà bene a tutti perché arriva da persone dalla credibilità indiscussa. Finalmente anche gli israeliani troveranno solidarietà internazionale » .
«Non possiamo che valutare positivamente ogni tentativo di promuovere la pace – dice don Nandino Capovilla di “Pax Christi” –. Ora occorrerà verificare se il soggetto politico si presenterà davvero alternativo. Perché la pace non può prescindere da due questioni cruciali: il blocco immediato della colonizzazione israeliana nei territori palestinesi ( mai terminata) e un accordo su Gerusalemme affinché sia capitale anche del futuro Stato della Palestina» .

«Tutte queste iniziative sono da salutare con grande favore e dovrebbero avere il sostegno della sinistra europea »: Alfio Nicotra, responsabile del dipartimento Pace del Prc, non ha dubbi.
«Noi seguiamo da sempre tutti quei movimenti che si prefiggono la convivenza con il popolo palestinese. Purtroppo – osserva - dopo l’assassinio di Rabin anche a sinistra hanno cominciato a prevalere le spinte fondamentaliste. E le voci favorevoli alle ragioni palestinesi sono state definitivamente ridotte al silenzio dopo la visita provocatoria di Sharon alla spianata delle moschee. Anche a livello internazionale si è cominciato a difendere Gerusalemme sempre e comunque, anche di fronte a fatti gravi, come la violazione dei diritti umani in Palestina . Il labour party non è più quello di Rabin, ha avuto una “mutazione genetica”, da progressista è diventato conservatore. E purtroppo le previsioni ci dicono che i partiti religiosi avranno un peso condizionante nel prossimo parlamento ».
Un partito della pace in Italia? «Più che altro – obietta Nicotra - ci sarebbe bisogno di una sinistra che facesse della pace una propria bandiera perché per ottenere la pace bisognerebbe rivoluzionare l’assetto della società, le logiche politiche ed economiche. Al momento, persino nella sinistra italiana prevale un pensiero unico che vede la guerra come una strategia politica. Questo è triste, bisognerebbe risolvere i conflitti con mezzi diversi, non offendendo gli altri Paesi».


[ivica graziani]
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INDIA

Mumbai vuole tornare alla normalità

I recenti fatti di Mumbai hanno sconvolto il mondo intero e c’è addirittura chi parla di un 11 settembre indiano. Tutti hanno parlato degli attentati, cercando di scoprirne le vere ragioni e gli effetti sulla più grande democrazia del pianeta. M@g ha interpellato dei testimoni privilegiati della vicenda, rigorosamente indiani.

Il giorno dopo la tragedia


L'esasperazione dei musulmani

[daniele monaco - alessia scurati] continua

CONVERSAZIONI ITALO-ISRAELIANE

Scrittura di frontiera, arare oltre i confini del dialogo

Un taglio netto nella terra, un solco che si perde alle spalle del vomere che incide il suolo. Non c’è immagine migliore dell’aratro al lavoro per individuare il concetto di confine, un’astrazione che, da che esiste l’uomo, assolve il compito difficile e innato della delimitazione dello spazio. Uno spazio che non è solo misurabile, tutt’altro. La metafisica frontiera del pensiero, così come le Colonne d’Ercole confine ultimo della φύσις (la “natura”) aristotelica e della curiositas del mondo antico. L’umanità è cresciuta di pari passo con l’impellente necessità di delimitare, porre una frontiera ultima di proprietà e quindi di misura della stessa. Ma in questo flusso dal divenire continuo, nulla è per sempre. Il limes traianeo dell’impero romano è caduto, la cortina di ferro comunista pure, così come il muro di Berlino, icona della subdola separazione dell’uomo in seno all’ideologia, si è sgretolata sotto i colpi di piccone sferrati dalle stesse persone che si augurava di separare per sempre.

Ma il concetto di confine, accompagnato da quello di frontiera - differente nel particolare ma assai simile nel principio primo – può in qualche modo divenire metafora del luogo del dialogo per eccellenza? Se non in politica, dove sembra che la ragione ultima dell’idea di guerra si esaurisca proprio dentro alla questione di spartizione territoriale, sicuramente può esserlo in letteratura. Gerusalemme è stata luogo, più che simbolico, di rappresentazione di questa possibilità. In merito all’incontro Dialoghi italo-israeliani, Claudio Magris e Abraham Yehoshua davanti a una platea illustre, composta tra l’altro da Giorgio Napolitano e Shimon Peres, hanno disquisito delle proprie esperienza di uomini e scrittori posti davanti alla linea di confine. La cortina di filo spinato che, poco a est di Trieste, separava Magris dalla Jugoslavia di Tito e dal blocco stalinista, si è incontrata con la geografia a pelle di leopardo israeliana, sinonimo della travagliata esperienza di un popolo, quello ebraico, privo di confini e frontiere per eccellenza.

Per Magris la componente mitteleuropea si traduce in una tensione continua alla ricerca di se stessi, di un uomo cresciuto «in una terra di nessuno tra due frontiere, che ha reso sempre difficile ai suoi scrittori definire un’identità». Come per l’autore de Il mio Carso, Scipio Slapater, anche per Magris «quest’incertezza, questa appartenenza plurima è succhiata nel sangue», segno del trauma che questi “confini” travagliati hanno lasciato nella coscienza letteraria di scrittori friulani, Italo Svevo compreso. La campana ebraica suona invece un’altra musica. Se per i triestini è proprio il confine il problema, per la cultura ebraica il dramma si consuma nella diaspora, ovvero la mancanza assoluta degli stessi confini. Una fortuna, verrebbe da dire a caldo, ma per il popolo errante dai tempi di Abramo, il sogno di una terra promessa, fine ultimo del sionismo di Theodor Herzl, ha trovato compimento con Israele. Secoli di spostamenti e di una cultura “take-away”, dal 1948 hanno una base territoriale in cui riconoscersi. Per Yehoshua è il sionismo che ha dato a un popolo il significato di frontiera, ma è altrettanto paradossale il corso della storia: «In fondo, è simbolico che questo popolo, abituato ad attraversare con facilità tutte le frontiere, con altrettanta facilità sia stato radunato in un non luogo come Auschwitz». Ebrei cosmopoliti quindi, intellettualmente fertili, ma a che prezzo? Olocausto a parte, le vicende dello Stato d’Israele parlano da sole.

«Come sostiene Claudio Magris esiste da sempre un’identità di frontiera, così come esiste una letteratura di frontiera – spiega Predrag Matvejevič, scrittore e docente di Slavistica all’Università La Sapienza di Roma –; la speranza è che questa serva ad avvicinare e non ad allontanare». Nell’era dell’Europa unita e dell’affermazione dello Stato d’Israele, parlare di confini e frontiere potrebbe suonare anacronistico. Non è certo così. Concepire le frontiere solo come un ostacolo fisico è qualcosa di riduttivo se non ingenuo. Abbattute le dogane europee per gli stati dell’unione, dopo Maastricht, rimangono da saltare barriere ideologiche. «Affrontando le parole di frontiera e confine bisogna considerare che l’una è circoscritta alla concezione di spazio, l’altra intende una linea. Sono i confini che generano la maggior parte dei problemi, mentre la frontiera non è che una risultante di questa azione esercitata dal confine – spiega Matvejevič –. Le tipologie di confini e frontiere possono essere molteplici: statali, nazionali, politici, religiosi e soprattutto culturali. Sono questi quelli che generano maggiori preoccupazioni. Tacito aveva compreso appieno il problema e aveva individuato (nel suo trattato La Germania ndr) una frontiera ben precisa tra romani e germani e la definiva mutuo metu, una “mutua paura”. La stessa che noi, abitanti dell’Europa dell’est, abbiamo subito involontariamente sotto il dominio staliniano». Ma l’analisi dello scrittore croato si spinge oltre e inverte i ruoli. Se prima il terrore del diverso veniva indotto dalle dittature dell’est verso ovest, ora il problema è rovesciato. Gli scettici stanno ad occidente: «Dopo il crollo del muro di Berlino, molte barriere sono cadute – conclude Matvejevič –. È rimasto però qualcosa che divide l’Europa dall’altra Europa. Che cos’è? E qual è la sua alterità? Questo si riferisce a una frontiera di cui non siamo coscienti. Noi che veniamo dal regime sovietico vediamo un atteggiamento “euroscettico”. Anche verso la Polonia, che maggiormente si era opposta al blocco comunista. Dobbiamo prendere in viva considerazione questo fenomeno in vista dell’Europa di oggi e di domani, quella che esiste e quella che dovrebbe esistere».


[francesco cremonesi]
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EDUCAZIONE E SPORT

Allenare campioni, allevare uomini

È ormai una questione di folklore: in ogni italiano medio sonnecchia da sempre un allenatore incompreso, un cittì pronto a vaticinare su marcature, diagonali e moduli ogni volta che c’è la nazionale in tivù o che si avvicina a un campetto di periferia. Ma se fare l’allenatore è un sogno, essere allenatore è invece il risultato di un lungo percorso, che non finisce con un patentino.

Il lavoro del “mister”, infatti, non è solo insegnare disposizioni tattiche e fare le giuste sostituzioni, ma implica anche saper vivere in un ambiente fatto di intricati rapporti con molti interlocutori: la società, i colleghi, le famiglie e soprattutto i propri giocatori. Si tratta di un ruolo socialmente rilevante, in un Paese che conta 720.212 tesserati Figc dai sei ai 16 anni e ben 6.880 scuole calcio. Lo ha detto anche Adriano Galliani, al termine del corso “Allenatore oggi: tra formazione e prestazione”, organizzato dal Milan presso l’università Cattolica: «L’infanzia e l’adolescenza sono età particolari: un allenatore può rappresentare una figura significativa nella crescita dei ragazzi». Che educare sia implicito nell’allenare è un fatto percepito in tutto l’ambiente. Per Alessandro Bortolotti, professore di Pedagogia presso Scienze Motorie a Bologna, «un allenatore è educatore volente o nolente. Ma per una riflessione sul proprio ruolo educativo, corsi simili sono fondamentali». Soprattutto, un allenatore non deve fare alcuni errori purtroppo frequenti: «Considerare gli atleti come mezzi per un risultato; ignorare le loro potenzialità; insegnare scorrettezze; essere rude o pretenzioso per non ingenerare frustrazione». E anche se non si arriva in serie A, lo sport può diventare una palestra per la vita, «perché insegna a sopportare la fatica, a imparare le regole e a ottenere risultati attraverso il lavoro».

Spesso però i problemi non si verificano con i ragazzini. Nell’ambiente circola una battuta feroce: «I bambini più fortunati sono gli orfani». I trainer hanno problemi comunicativi con le famiglie, che vorrebbero più attenzione per i loro pargoli. Anche di questo Bortolotti parla nel suo libro Sport addio. Perché i giovani abbandonano la pratica sportiva (La Meridiana): «Un errore che non devono fare i genitori è imporre la scelta dello sport al bambino». La sindrome da accerchiamento è in agguato per l’allenatore, che deve guardarsi anche dai colleghi. Paolo Gatti è il coordinatore tecnico dei Milan junior camp e fondatore della società Lombardia Uno, una delle più grandi Scuole calcio rossonere. «Il nostro – dice – è un lavoro artigianale e quindi c’è poca propensione al confronto fra di noi, che siamo spesso presuntuosi e cocciuti. È vero, bisogna migliorare i rapporti fra colleghi. Il corso della Cattolica è servito per aprire un confronto e una maggiore introspezione nel gestire i rapporti». Parlare di psicologia agli allenatori non è impossibile. Caterina Gozzoli della Cattolica di Brescia ce l’ha fatta e per una volta ha messo i tecnici dietro i banchi: allenare le menti per allenare i campioni.


[daniele monaco]
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CHINATOWN

Via Paolo Sarpi, ancora malumori

A 10 giorni dall’avvio della zona a traffico limitato siamo stati in via Paolo Sarpi, il cuore della Chinatown milanese. Appena lasciata via Bramante, il “regno” dell’abbigliamento cinese all’ingrosso, ci troviamo di fronte ad una strada insolitamente deserta o quasi. A transitare sono solo le auto dei residenti, i taxi e i furgoni che scaricano merci. Il tutto sotto gli occhi “vigili” di una ventina di addetti della polizia municipale, che battono la via e quelle limitrofe per fornire indicazioni ai cittadini sulle modifiche introdotte a partire dal 17 novembre. Qualcuno di loro, alla nostra vista, sembra preoccupato. Non sono autorizzati ad esprimere pareri sulla vicenda, ma alla fine riusciamo a strappare qualche impressione: «I residenti sono molto felici, quelli delle vie adiacenti e i commercianti sono imbufaliti», dice un vigile urbano.

Eh sì, perché gli abitanti sono i veri vincitori dell’“affaire Sarpi”: un tempo parcheggiavano di notte per aggirare le strisce blu a pagamento, ora sguazzano tra quelle gialle alla ricerca del parcheggio più comodo. E poi, per i meno fortunati, c’è sempre l’appendice concessa dal comune in via Albertini, via Signorelli, via Messina. Facciamo qualche metro e ci imbattiamo nei primi carrelli “sospetti”. I vigili chiedono blandamente spiegazioni, ma alla fine lasciano correre. Il provvedimento dell’amministrazione Moratti parla di scarico consentito nei giorni feriali dalle 10 alle 12,30, eppure se ne vedono di tutti i colori anche al di là della suddetta fascia oraria. Di sicuro i commercianti cinesi e i loro clienti non difettano d’ingegno: biciclette, carrelli e addirittura passeggini utilizzati per trasportare merci di ogni genere, che si tratti di bistecche, jeans o lattuga fa lo stesso. Il titolare di un negozio di pelletteria, un cinese da 40 anni a Milano, ma da poche settimane in Sarpi, è visibilmente contrariato: «Decide il sindaco e noi subiamo le sue decisioni senza poter fare nulla. Non essendoci il passaggio delle auto, le vendite calano e le persone si lamentano». A suo dire si tratterebbe di un provvedimento adottato con motivazioni «razzistiche per costringere i cinesi a lasciare la zona». Sulla stessa lunghezza d’onda due suoi connazionali che gestiscono un minimarket. « Negli anni ’90 via Bramante e via Sarpi erano spente, il nostro arrivo le ha rivitalizzate. Stanno semplicemente cercando di mandare via i cinesi, i grossisti in particolare», afferma una dei due esercenti. Per il suo compagno c’è bisogno di «maggiore dialogo con i residenti e di regole certe per i grossisti per risolvere la questione».

Decidiamo di sentire la “campana italiana” ed entriamo in un negozio di calzature. «L’isola pedonale andrebbe bene - dice il negoziante - ma così non si può andare avanti per molto». Il commerciante lancia poi una provocazione: «Mi farebbe piacere conoscere l’architetto che ha progettato i marciapiedi. Non sarebbe stato meglio inserire delle fioriere, visto che il comune parla tanto di miglioramento del decoro urbano della zona?». Secondo l’esercente l’istituzione della Ztl sarebbe «figlia dei problemi tra i residenti ed i grossisti cinesi» e i commercianti al dettaglio che hanno fatto un investimento importante allo stato attuale «rischiano di morire».

Il nostro tour nella vicenda Sarpi si conclude nell’erboristeria di Francesco Novetti, presidente di SarpiDoc, un’associazione che raccoglie circa 40 commercianti al dettaglio sia italiani che cinesi.
Novetti ci spiega che «la Ztl è stata prospettata dal comune come fase intermedia rispetto alla creazione dell’isola pedonale». «Se così fosse realmente, la situazione odierna sarebbe tollerabile altrimenti bisognerebbe rivedere l’intero progetto», sostiene l’erborista. Quanto al calo delle vendite segnalatoci dagli altri esercenti, il numero uno di Sarpidoc ci sembra più cauto: «È ancora troppo presto per esprimersi, tra una decina di giorni riunirò gli associati e avremo un quadro più chiaro». In sostanza, la sperimentazione della Ztl in via Paolo Sarpi è partita con due mesi di ritardo rispetto ai programmi della giunta Moratti e Novetti non nasconde la sua preoccupazione proprio per il lancio in prossimità del periodo natalizio, di solito “terra di conquista” per i negozianti.

[pierfrancesco loreto]
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DIGITALE TERRESTRE

Rai e Mediaset insieme con la nuova piattaforma Tivù

Rai e Mediaset a braccetto. Non è un’utopia, ma la realtà che a breve si concretizzerà con la creazione di Tivù, una piattaforma trasmissiva sul digitale che vedrà unite le due big della televisione italiana. I principali broadcaster saranno l'una accanto all'altra per diffondere il digitale, ma continueranno a farsi concorrenza sugli ascolti dei programmi. «È un’iniziativa interessante - dichiara Massimo Scaglioni, docente di storia della televisione e della radio all’Università Cattolica - che ricalca il modello inglese di Freeview avviato nel 2002. In Gran Bretagna anche alcuni canali satellitari sono passati su questa piattaforma, ampliando l’offerta formativa per l’utenza. È quello che dovrebbe accadere anche in Italia per ampliare i contenuti che, al momento, non corrispondono all’investimento tecnologico effettuato». Ma sulla nuova piattaforma Rai e Mediaset saranno ancora antagoniste. A Boing, canale per bambini lanciato dalla squadra del premier, l’emittente di stato risponderà con Rai Gulp. Per quanto riguarda il cinema, invece, Iris, nuova creatura di Mediaset, troverà la pronta risposta di Rai 4, ideato da Carlo Freccero e prodotto da RaiSat.

In generale, però, l’ascesa del digitale in Italia è piuttosto lenta. «È ancora presto per fornire dati ufficiali - prosegue Scaglioni -, ma è quantomeno paradossale che il digitale terrestre sia una piattaforma priva di nuovi contenuti gratuiti. Ciò, invece, è accaduto in Gran Bretagna con grande successo. E poi manca una politica di comunicazione persuasiva come quella che, da anni, attua Sky. Il suo fatturato è in crescita costante, ma dovrà necessariamente livellarsi con il passare degli anni. In quest’ottica le scelte politiche non sono state lungimiranti. Murdoch ha aggredito il mercato televisivo e punta a raggiungere gli 8 milioni di utenti che ha già in Inghilterra. Il decoder del dtt, invece, è presente in molte famiglie ma spesso non viene acceso».

In Sardegna, intanto, è già avvenuto lo switch off dei vecchi ripetitori analogici. Adesso il segnale viaggia soltanto attraverso la nuova ed efficiente tecnologia anche se appare quantomeno simpatico che la rivoluzione sia iniziata in una regione che di certo non eccelle nei processi di cambiamento. A metà maggio toccherà alla Valle d’Aosta ed entro il 12 dicembre 2012 (dopo una serie di rinvii) lo spegnimento dei nuovi canali dovrà avvenire in tutti i Paesi dell’Ue. Tutti gli isolani sono passati da un’offerta di 26 canali (10 nazionali e 16 locali) ad una nuova offerta sul digitale di 59 canali (29 nazionali e 30 locali). Ciò accade perché, sulla medesima frequenza, è possibile vedere cinque canali diversi. «L’obiettivo del digitale è quello di riprodurre la televisione generalista accanto ad una nicchia di canali dal consumo frammentato. Ciò sarà realmente utile quando diventerà accessibile per la maggior parte della popolazione».

C’è un ultimo (ma non per questo meno importante) aspetto da considerare. Riuscirà il dtt ad abolire il duopolio televisivo? «Sarebbe auspicabile un maggior pluralismo - conclude Scaglioni - ma è innegabile che i principali broadcaster italiani continuino a godere di alcuni privilegi. La legge Gasparri avrebbe dovuto superare questa situazione e invece lo scenario è immutato». Anche l’associazione Altroconsumo è convinta che lo scenario non cambierà. Compresa la questione di Rete 4 che, dal 1999, occupa abusivamente la frequenza assegnata a Europa 7.


[fabio di todaro]
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IL CONSOLE AMERICANO

«Le relazioni tra Usa ed Europa? Ve le spiego io»

Capire le attuali condizioni dei rapporti tra Stati Uniti e Europa, parlare dei punti chiave del conflitto con uno sguardo al cambiamento al vertice nell’amministrazione americana. Questo lo scopo della tavola rotonda sul tema Negoziare il futuro. Stati Uniti ed Europa tra Bush e Obama organizzata all’università Iulm di Milano, e che vedeva come ospite John Hillmeyer, console Usa per le relazioni con la stampa. Durante l’incontro tra il diplomatico statunitense e gli studenti si sono toccati diversi aspetti delle relazioni tra vecchio e nuovo continente: la tensione al confine tra Russia e Georgia, la leadership europea, la crisi economica e la ricerca di una posizione comune da tenere sul piano internazionale.

Hillmeyer esordisce su Bush e sugli otto anni di mandato dell’ex presidente; non tace alcuni sentimenti tipicamente americani, e non tace nemmeno su come vengano recepiti dagli europei: «Sia in America che in Europa si parla moltissimo di cosa succederà dal 20 gennaio in poi (data di insediamento di Barak Obama, ndr) ma quasi nessuno si è fermato a riflettere sugli otto anni appena passati, bollandoli come negativi. L’amministrazione Bush si era provata, inizialmente, in un periodo in cui c’erano delle prospettive sul mondo diverse da quelle attuali: si avvertiva una maggiore fiducia e si era nel mezzo della bolla della new economy».

Il diplomatico statunitense, però, individua il momento dal quale tutto è cambiato, l’11 settembre. «Il senso di frustrazione degli americani, nel 2001, era altissimo: da una parte l’Onu non era efficace, dall’altra c’era una forte necessità di reagire all’attacco. Necessità non avvertita dall’Unione Europea. Ed è stato per questo che George Bush ha deciso di adottare delle azioni unilaterali». Chiusa la parentesi sul cambio al governo americano il console entra a gamba tesa sull’attuale nuovo gelo tra Usa e Russia sottolineando che «a tratti si avverte una nuova aria da guerra fredda. Ma dobbiamo ribaltare il punto di vista in quanto gli Stati Uniti non guardano più la Russia come un nemico. Mentre questa è rimasta negli ultimi 20 anni comunque guardinga. La Russia deve prendere una decisione netta: o integrarsi nella comunità delle nazioni democratiche o arroccarsi in una posizione isolata, forte delle sue risorse naturali ed energetiche». Dalla crisi energetica alla crisi economica il passo è breve. John Hillmeyer: «La vera guerra in corso al momento non si svolge ne in Iraq ne altrove. L’unico fronte attualmente impegnato in battaglia è quello economico: è la prima crisi mondiale di questa portata da quando esiste la storia dell’uomo. Io abbasserei le aspettative che gli europei hanno nei confronti degli Usa per quanto riguarda un loro intervento massiccio a livello globale per franare la caduta dei mercati. Essenzialmente perché si penserà sì a far fronte alla crisi, ma guardando innanzitutto l’interno del paese. Crisi dei prezzi, disoccupazione e produzione sono problemi che vanno risolti per prima per gli americani e solo il governo potrà pensare al resto del mondo. La crisi è stata causata da un eccesso di deregolamentazione e bisogna studiare per capirne i limiti».

E a uno uno studente, che si chiedeva come Ue ed Usa potessero agire assieme, Hillmeyer da il “la” per parlare dei rapporti politici tra la nazione americana, i singoli stati europei singolarmente prima e nel loro insieme poi: «Gli americani vorrebbero sempre che l’unione europea avesse una posizione comune. Non sapete quanto sia frustrante avere a che fare con 27 interlocutori che dicono cose diverse. La politica americana ha accolto piacevolmente sia la presa di posizione sulla questione georgiana che sulla risposta alla crisi economica. È sempre meglio avere un unico interlocutore forte con cui dialogare, senza dimenticare che agli americani piace mantenere la propria leadership sul mondo».


[raffaele buscemi]
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VENEZUELA

Chavez, vittoria incompleta

Se guardiamo la cartina del Venezuela non ci sono dubbi: a livello numerico Chavez si riconferma vincitore assoluto anche nelle elezioni amministrative del 2008. Con la conquista di 17 stati su 22, il Partido socialista unido de Venezuela, fondato da Chavez nel 2006, sembra garantire al comandante un sostegno popolare diffuso e solido. Nello specifico, dei 326 municipi in gioco, il Psuv ne ha conquistati 263, mentre l’opposizione solo 48. Gli altri posti se li sono spartiti le formazioni minori.

In realtà, l’opposizione conquista posti importanti, riuscendo a strappare al partito del presidente cinque stati, tre in più rispetto alle amministrative del 2004: Zulia, Nueva Esparta, Tàchira, Carabobo e Miranda. In queste zone si concentra la metà della popolazione del Paese, la maggior parte dell’industria petrolifera e il grosso delle attività industriali. Un brutto colpo per la compagine governativa, che si scopre meno gradita tra le fasce più ricche della nazione. Senza dubbio, però, il risultato che più fa scalpore è il trionfo dell’opposizione nella zona di Caracas. La capitale è divisa in cinque municipi ed è guidata da un alcalde mayor . Dopo queste elezioni, quattro dei cinque sindaci, insieme al “sindaco maggiore”, sono dell’opposizione. A Chavez rimane solo il municipio di Libertador.

Nonostante questi dati, Chavez ribadisce la netta vittoria del suo partito. E non a torto. Il partito socialista, infatti, si aggiudica il 77% delle preferenze, grazie a 1,5 milioni di voti in più rispetto agli avversari. La differenza c’è e si vede, ma il passo avanti compiuto dall’opposizione non lascia indifferente Chavez: «Come capo del governo e presidente del partito socialista unito, riconosco la sconfitta in alcuni stati e faccio i complimenti ai vincitori. A loro lancio un invito affinché mantengano un comportamento democratico. Eppure – continua il presidente – il voto è chiaro. Il Venezuela vuole continuare sulla strada del socialismo». Completamente opposta l’opinione di Teodoro Petkoff, direttore del giornale Tal Cual, dichiarato oppositore di Chavez: «I risultati di queste elezioni segnano la sconfitta della prepotenza, dell’arroganza della politica intesa come aggressione, insulto e offesa all’avversario».

Queste elezioni si ricorderanno anche per la massiccia partecipazione popolare. Secondo i dati ufficiali del Cne, Consiglio elettorale nazionale, si è recato alle urne il 65,45% degli aventi diritto al voto. Secondo Tibisay Lucena, presidente del Cne, questo è stato «il tasso di partecipazione a elezioni regionali più alto degli ultimi anni». Prevedibile la soddisfazione di Chavez di fronte a questi dati. Il comandante non si è lasciato sfuggire l’occasione per togliersi qualche sassolino dalla scarpa: «Questo è la vittoria della nostra democrazia, della costituzione. È un risultato storico e ratifica il grande trionfo del sistema politico che regna in Venezuela». Impossibile però dimenticare il comportamento non proprio corretto che Chavez ha tenuto durante la campagna elettorale. Il presidente, infatti, si è più volte rivolto al suo principale nemico Manuel Rosales minacciandolo di rinchiuderlo in carcere per una sospetta evasione fiscale. Inoltre, Chavez ha promosso come candidato per Carabobo, un presentatore di un programma televisivo il cui punto di forza era la denigrazione dell’avversario. Per concludere in bellezza, il presidente aveva promesso l’uso dell’esercito in caso di vittoria dell’opposizione a Carabobo. Accuse e minacce dimenticate una volta usciti i risultati definitivi.

E adesso cosa succederà? Gli avversari del governo temono un nuovo tentativo di Chavez di cambiare le regole del gioco e diventare così presidente a vita. Ora la costituzione consente la rielezione per un massimo di due mandati consecutivi, limite che Chavez ha già raggiunto. Il presidente ci aveva già tentato lo scorso anno, ma un referendum popolare aveva bloccato i suoi piani. Il capo del governo affronta di petto la questione assicurando di non voler riproporre una norma del genere, anche se il suo partito potrebbe riproporla nel 2009. «Anche se un emendamento del genere dovesse essere approvato dall’Assemblea nazionale – si è affrettato a dichiarare Chavez – il via libera definitivo dovrà essere sancito attraverso un nuovo referendum popolare». Di sicuro, comunque, il Partido socialista unido de Venezuela tenterà di far diventare il Paese uno stato sempre più socialista.


[daniela maggi]
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TEATRO FILODRAMMATICI

Fellini, tra un ciak e uno scarabocchio

Rivoltato come un calzino: il Teatro Filodrammatici inverte la scena e sposta il tendone rosso su un “dietro le quinte”. E che “dietro le quinte”, se di mezzo c’è la mano di Federico Fellini. Sono aperte da lunedì – e lo rimarranno fino al 14 di dicembre – le danze della mostra Fellini e la sua musa: disegni inediti della collezione Liliana Betti. Una rassegna di un centinaio di schizzi del maestro realizzati nelle retrovie del set cinematografico, fra un ciak e l’altro, secondo quella che Fellini stesso descriveva come una mania per lo scarabocchio, un “riflesso incondizionato” tutte le volte che gli capitava un qualsiasi pezzo di carta sottomano.

Fumetti e vignette, dunque, in bianco e nero e a colori. Che raccontano le pieghe più o meno nascoste della realtà artistica felliniana, svelando personaggi che erano ancora solo nell’immaginario del regista e che poi avremmo ritrovato nelle sue pellicole. Ma anche filo rosso di un rapporto durato anni: la maggior parte dei disegni è infatti dedicato a Liliana Betti, colei che lavorò fianco a fianco con Fellini per anni, come aiuto regista, addetta stampa, direttrice di casting e, quando serviva, autista. Fu lei – presenza silenziosa che l’autore della Dolce vita amava definire “la boss” – la mano sinistra di capolavori come (1963), Giulietta degli spiriti (1965), Fellini Satyricon (1969), Amarcord (1973) e Casanova (1976). E ancora lei, dunque, nella matita del regista. In tante vesti, caricature sempre affettuose, specchio del rapporto quasi simbiotico che li legava: Liliana alla scrivania con un enorme sigaro; Liliana immaginata ai piedi del letto del regista, a sussurrargli nel sonno idee per i suoi film; e ancora: Liliana, piccola piccola, rannicchiata sulla testa di Fellini con l’occhio al cinematografo, intenta a prendere nota di tutti i suoi pensieri.

La mostra – curata da Enrico Ghezzi e Domenico Montalto – è stata resa possibile grazie a Giuseppe Betti, fratello di Liliana, e su concessione del comune di Adro, nel cuore della Franciacorta, dove è andata di scena in luglio la prima fase dell’esposizione, riscuotendo un inaspettato successo a livello internazionale. Patrocinata dal comune e dalla fondazione Federico Fellini, l’edizione milanese rappresenta, per il Teatro Filodrammatici, il primo atto del “Progetto atelier”, curato da Fabrizio Visconti: un bouquet di mostre ad ingresso gratuito pensate con l’obiettivo di «rendere il teatro come un luogo di sostegno e promozione dell’arte in senso lato – spiega Visconti – per farne un luogo vivo e vissuto a disposizione dei cittadini, e per stimolare la commistione non solo fra il pubblico occasionale e quello abituale, ma anche fra il pubblico di teatro e quello che ama l’arte figurativa».


[tiziana de giorgio]
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ACCOGLIENZA

Regione Toscana, nuova frontiera per l’immigrazione

Di 319mila immigrati regolari, 55mila sono albanesi, 52mila romeni e quasi 26mila cinesi, con un aumento del 10,2% nel 2007. Sono questi i numeri che fotografano la situazione degli stranieri regolari residenti in Toscana. E la Regione che fa? Anziché ribellarsi e prendere contromisure, presenta una proposta di legge (approvata il 17 novembre) che punta a costruire un modello di convivenza fra i cittadini. Il testo si compone di nove capi e 37 articoli: speciale attenzione viene riservata a tutte quelle azioni positive che mirano a facilitare le relazioni tra cittadino straniero e servizi del territorio (come quelli sanitari, dell’istruzione, del lavoro, della casa). Come? Con interventi tesi a superare le barriere linguistiche e culturali che impediscono l’accesso ai diritti più elementari di chi soggiorna in Italia. Ecco alcuni punti della legge: mediante specifici accordi, le competenze acquisite nel Paese d’origine potranno essere valorizzate; grazie alle tessere Stp (straniero temporaneamente presente) verrà favorito agli extracomunitari irregolari (senza che questi vengano denunciati) pieno accesso ai servizi sanitari; attenzione particolare sarà riservata ai soggetti richiedenti asilo, rifugiati, minori e donne vittime di violenza; e in coerenza con la legge n.7 del 2006 è prevista inoltre la promozione di attività di sensibilizzazione e informazione per contrastare le pratiche di mutilazione femminile, con la partecipazione in particolare delle comunità di cittadini stranieri provenienti dai paesi dove sono esercitate. Senza contare che l’insegnamento della lingua italiana sarà di primaria importanza.

«L’aspetto più importante sta nella logica che guida la legge: ovvero una logica di integrazione partecipe, basata sul principio di uguaglianza», spiega Gianni Salvadori, assessore alle politiche sociali della Regione Toscana. «Questo testo di legge – continua l’assessore – è stato il frutto di un percorso concertato e partecipato, durato tre anni, al quale ha contribuito tutta la società toscana. In questi anni abbiamo promosso 76 incontri pubblici in tutta la regione per discutere di immigrazione e spiegare questa legge». Ancora Salvadori: «Se dovesse essere approvata, mi auguro che questa legge possa varcare i confini regionali, magari aprendo un dibattito all’interno del nostro Paese. In alcuni casi ho riscontrato un clima difficile nei confronti di questa proposta a tutela degli immigrati, perché abbiamo stimolato paure vere, ma in realtà questa è una legge fondamentale». Gli articoli che “più stanno a cuore” all’assessore sono quello anti-discriminazione (art.34) e quello a promozione della comunicazione interculturale, che riguarda soprattutto l’insegnamento della lingua italiana (art. 14): «L’obiettivo è far parlare l’italiano, in modo corretto, agli immigrati, in modo che ci sia un’integrazione completa». Conclude l’assessore: «Devono essere loro i protagonisti attivi della comunità in cui hanno scelto di vivere. Una delle condizioni principali per far sì che ciò si realizzi è informarli delle opportunità a loro disposizione».

Un esempio concreto è quello che riguarda la cittadina di Prato, il comune che in Italia ha il più alto tasso percentuale di immigrati rispetto alla popolazione autoctona residente: ben il 13%. Sono infatti circa 24 mila gli stranieri a fronte dei 180 mila abitanti della città. Oltre la metà degli immigrati proviene dalla Cina, poi ci sono albanesi, maghrebini, pakistani e romeni. Ma, nonostante questi dati, non c’è emergenza: «Qui la situazione non è esplosiva soprattutto grazie a due motivi – spiega Andrea Frattani, assessore alla multiculturalità, integrazione e partecipazione del comune di Prato –: innanzitutto questa è per sua natura una città distrettuale con una miriade di imprese, la migrazione è molto accolta in questi microcosmi». «In secondo luogo – prosegue Frattani – abbiamo scelto di rompere uno schema etico offrendo alla città servizi pratici. Prato, insieme a poche altre città (tra le quali Firenze, Brindisi, Bolzano), è il primo sperimentatore a livello nazionale di trasferimento di alcune competenze dalle questure ai comuni: a quest’ultimo vengono infatti assegnate, ad esempio, le pratiche per le cause di soggiorno degli immigrati». Frattani si dimostra decisamente favorevole alla proposta di legge toscana: «La legge regionale lancia un modello per il futuro, propone una nuova idea della società con molti spunti interessanti». Aggiunge l’assessore: «È la prima volta nella storia della Repubblica che non si fa una legge “auspicio”, con la speranza cioè che possa risolvere dei problemi». Spiega Frattani: «Questa legge è bensì mirata, qualcosa si è già verificato prima, dunque è chiaro che possa risolvere dei problemi. Ad esempio, la regione Toscana, prima di stendere la pdl, ha supervisionato il nostro protocollo di accoglienza per i bambini». Un protocollo che a Prato esiste da diversi anni e che prevede la suddivisione dei bambini frequentanti le scuole dell’obbligo in tre diverse classi, a seconda del grado di conoscenza dell’italiano: «A chi sa parlare già bene l’italiano proponiamo solamente attività di laboratorio per la lingua, in classe – racconta l’assessore pratese –; chi appartiene al grado intermedio alterna attività di laboratorio specifiche alla frequenza delle lezioni in classe; per chi invece non sa l’italiano, viene fatta una vera e propria full immersion nella nostra lingua». Frattani lancia infine una frecciata alla Lega Nord: «Altro che classi ponte: il bambino straniero deve potersi relazionare con il bambino italiano, in interazione reciproca; in caso contrario, un figlio di immigrati non arriverà mai a possedere pienamente la nostra lingua». Poi, Andrea Frattani lancia l’ultima stoccata: «Che venga, il ministro Maroni, qui a Prato, a vedere quello che noi facciamo già da anni».

La Caritas di Firenze, in Toscana, è un’organizzazione tra le più attive in aiuto degli immigrati: 18 strutture (dove appunto possono accedere anche stranieri), alcune per le donne, altre per gli uomini, due mense per gli stranieri, quaranta centri di ascolto e circa 6 mila contatti l’anno. «Tra le tante attività – ci dice Alessandro Martini, direttore della Caritas di Firenze –, ci occupiamo di chi ha bisogno del permesso di soggiorno e, unici a Firenze, gestiamo dei servizi per i richiedenti asilo politico e profughi». Il direttore si mostra decisamente favorevole alla proposta di legge varata dalla Regione: «È una legge molto positiva che vede l’integrazione come elemento fondante, l’obiettivo che si prefigge è alto». «È un chiaro messaggio della volontà di arrivare a far vivere l’immigrazione come un percorso di normalità. Perché ormai questo è un processo di non ritorno. L’immigrazione – conclude Martini – è molto utile, è una risorsa: è solo un bene che si sia arrivati a questa legge».
Come dargli torto.


[cesare zanotto]
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