Guareschi al “Bertoldo”, quando la risata è arte
“Oggi è morto uno scrittore che non è mai nato ”. Era il 22 luglio del 1968, l’Unità “celebrava “ così la scomparsa di Giovannino Guareschi, umorista del ‘900. A cento anni dalla nascita - 1 maggio 1908 - l’eco potrebbe essere rovesciata “allora nacque uno scrittore che non è mai morto” .
Con questa idea il comune di Brescia ha allestito nell’Auditorium di Santa Giulia, un’esposizione dedicata al periodo milanese dello scrittore: Giovannino Guareschi
al “Bertoldo”. Ridere delle dittature 1936-1943. Settanta disegni originali, prelibatezze da collezionisti, che ripercorrono la storia della rivista meneghina.
Chiaro-scuri che emergono, ancora impertinenti, da cartoncini perfettamente conservati, un poco ingialliti ma gioviali. In qualche skizzo il tratto, sempre sicuro, è sottolineato dalla “biacca”. Sono immagini del novecento, vignette, strisce, caricature, in grado di fotografare la storia oltre la superficie. Di estorcere al Secolo Breve le sue contraddizioni e, contemporaneamente, piegare le labbra del lettore ad un sorriso, sempre consapevole, mai stereotipato, in un gioco comunicativo che a tratti rasenta la confidenza.
Sette anni che hanno riempito le pagine di un’enciclopedia ancora da sfogliare. Impressa di quell’ irresistibile umorismo che con vibranti guizzi ha scavalcato, senza mai inciampare, un intero secolo. E che ha saputo sbeffeggiare la resistibile dittatura del ventennio.
Al “Bertoldo” lo scrittore della Bassa parmense lavorò con passione, incrociando la propria arte con quella di altri grandi maestri del ‘900, da Mosca a Metz, da Molino e Angoletta al disegnatore del New Yorker Saul Steinberg. Fu proprio nella rivista milanese che imparò a miscelare lo zolfo al tritolo, affinando, sapiente artigiano, la pirotecnica della risata.
Un’esperienza che porterà con sé, di baracca in baracca, persino nel campo di concentrazione, dove fu prigioniero dal 1943 al 1945 per non aver aderito alla Repubblica sociale.
A quarant’ anni dalla morte, Guareschi resta una figura difficilmente imbrigliabile. Che rifiutò sempre di incurvarsi all’opportunismo del momento. Si scontrò con l’ottusità fascista ma fiutò anche il pericolo comunista. La sua matita vergò, distillandoli, i difetti di un’intera generazione e spesso, con astuzia, riuscì a eludere la censura mussoliniana. Oggi è uno degli scrittori italiani più letti al mondo e i suoi personaggi, da don Camillo al Crocifisso parlante, continuano a solleticare uno umor schietto, sanguigno, mai volgare. Che si riverbera di citazione in citazione, perfino nelle gag dei nostri comici-tv.
[ivica graziani]
continua
CONFLITTO DI GAZA
Intervista a Nahum Barnea
«Non ci sono dubbi che le operazioni militari organizzate da Israele sono state condotte ad ampio spettro. Il punto è che sono durate anche molto più a lungo di quanto ci si aspettasse», racconta da Gerusalemme Nahum Barnea, una delle penne più autorevoli del giornalismo israeliano, intervistato in esclusiva da m@g. Barnea, che scrive per il quotidiano Yedioth Ahronoth e ha vinto il premio Israel Prize per la comunicazione, ha perso un figlio nel 1996, in un attentato kamikaze di Hamas a un autobus di linea. Al funerale ha perdonato pubblicamente l’assassino, considerandolo vittima della stessa tragedia che affligge il popolo palestinese. Da anni si spende per favorire il dialogo nell’ambito del conflitto arabo-israeliano.
[viviana d'introno e cesare zanotto]
L'INTERVISTA
Yang Lian, nato in Svizzera nel 1955 ma cresciuto a Pechino, è oggi uno dei maggiori poeti contemporanei e una tra le voci più importanti della dissidenza cinese. Esiliato dalla Repubblica Popolare Cinese dopo avere duramente criticato nel 1989 la repressione di Piazza Tiananmen, vive all’estero da vent’anni. È stato candidato al Premio Nobel nel 2002 e le sue poesie sono state tradotte in 25 lingue. Yang Lian interpreta lo spirito della millenaria cultura cinese attraverso la sua esperienza da esule. Una riflessione sulla condizione generale dell’uomo ma anche un invito alla speranza per milioni di cinesi che chiedono democrazia.guarda l'intervista
[marzia de giuli e luca salvi]
L'INCHIESTA
È un’emergenza che dura da oltre vent’anni. I territori tra Napoli e Caserta sono uno stato nello stato dove l’unico potere reale è quello della Camorra. Nonostante i blitz, gli arresti e l’invio di soldati e poliziotti, i clan continuano a fare affari in un cono d’ombra in cui convivono l’economia legale e la politica. Ne abbiamo parlato con Andrea Cinquegrani, direttore de La Voce della Campania (oggi La Voce delle Voci).
Ascolta l'intervista
[alberto tundo]
MARIO CAPANNA
Onda e '68 a confronto
Quarant’anni dopo la protesta che ha segnato un’epoca, gli studenti italiani sono ancora in piazza. Secondo alcuni osservatori, l’Onda, che contesta la riforma Gelmini, è la fotocopia del’68. Altri la pensano diversamente. Mag ha chiesto un’opinione a Mario Capanna, ex studente dell’Università Cattolica e leader del movimento nel 1968.
[cesare zanotto]
CIBO E MEMORIA

La relazione tra il cibo e la memoria è uno degli aspetti più profondi e antichi della cultura italiana e internazionale. Emblema di questo nesso è la madeleine che risveglia i ricordi dell’infanzia di Marcel Proust nel romanzo Alla ricerca del tempo perduto . Che cosa pensano i gourmet più affermati e i cuochi più celebri del nostro Paese del rapporto tra lo stile di vita dei nostri tempi e i cambiamenti nel gusto culinario, sempre più lontano dalla tradizione culinaria? La risposta nel servizio.
[francesco perugini]
GIORGIO BOCCA

Nessuno meglio di Giorgio Bocca può aiutarci a riflettere sulla crisi che sta vivendo oggi la professione di giornalista. "E' la stampa, la bellezza!", il suo nuovo libro vuole essere un'occasione per riflettere sul destino di un mestiere che sembra aver perso le sue virtù. In Italia la carta stampata appare schiacciata dalle pressioni della politica e dell’economia, incapace di reagire allo strapotere della comunicazione televisiva, non più in grado di scandagliare i mutamenti reali della società. Abbiamo approfondito queste e altre questioni nell'intervista.
[gaia passerini]
MOSTRA A BRESCIA
alle
5.12.08
0
commenti
Etichette: mostre
INFORMAZIONE E POLITICA
Libero a Silvio: «Abolisci le province»
Libero è più agguerrito che mai: la battaglia per l’abolizione delle province è appena iniziata. Venerdì 29 novembre Gianluigi Paragone, vicedirettore del quotidiano, ha lanciato un vero e proprio appello al premier Berlusconi: «Elimina le province». Un richiamo che parte dalla riflessione sul piano anticrisi varato dal governo: se davvero lo Stato ha bisogno di soldi per salvare l’economia, potrebbe recuperare ben 16 miliardi di euro l’anno dalla chiusura di questi enti inutili. Un provvedimento che d’altronde era stato promesso in campagna elettorale, ma che finora non ha trovato una risposta a causa, dice Paragone, dell’intransigenza della Lega Nord, da sempre contraria all’abolizione delle amministrazioni provinciali in quanto rappresentano un forte legame con il territorio.
Paragone, dalle colonne del quotidiano, invitava inoltre tutti i lettori che si trovavano d’accordo con questa proposta a inviare la propria adesione. Detto, fatto. Nel giro di pochi giorni la redazione di Libero è stata letteralmente sommersa da migliaia di firme, un successo che lo stesso Vittorio Feltri non si aspettava. Ogni giorno Libero pubblica almeno quattro pagine di nomi e cognomi, entusiasti dell’iniziativa.
D’altronde gli attacchi di Libero alle province non sono cosa nuova: durante l’estate, infatti, il quotidiano aveva dato vita a una vera e propria campagna anti-province, denunciando costi e sprechi di queste amministrazioni. Le province italiane sono passate da 69 durante l’epoca giolittiana a 110, delle quali alcune, come l’Ogliastra, raggiunge a malapena i 57.000 abitanti. I membri delle giunte provinciali costano ai cittadini circa 50 milioni di euro, mentre il numero di dipendenti si aggira intorno ai 300mila. La denuncia si era assopita nei primi mesi autunnali, per poi riprendere con vigore pochi giorni fa. Molti i pareri positivi, anche da parte di esponenti illustri di maggioranza e opposizione: il leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini ha dichiarato la volontà del suo partito di promuovere la campagna, mentre il ministro alla Difesa Ignazio La Russa ha proposto un piano in tre anni, promettendo di convincere anche Bossi. Già, perché il problema rimane sempre quello della Lega: fino a quando saremo al governo, dice il senatür, le province non si toccano.
«La polemica esiste ormai da quasi quarant’anni, da quando nel 1970 furono istituite le regioni» afferma Angelo Mattioni, docente di diritto costituzionale all’Università Cattolica di Milano. «Il problema è che le province sono previste dall’articolo 114 della Costituzione e quindi per abolirle è necessario procedere a una revisione costituzionale. Il progetto di legge deve essere approvato due volte dalle Camere con una maggioranza qualificata, un procedimento lungo e complesso che deve vedere partecipe anche l’opposizione per raggiungere il quorum richiesto. L’articolo 5, inoltre, riconosce le autonomie territoriali, quindi il loro valore costituzionale è molto forte. Non mi sento di considerare le province come un ente inutile, esse possono avere una propria funzione anche con le regioni. È necessario che il governo prenda dei provvedimenti per valorizzarle in modo più razionale. A mio avviso è importante che esista un livello intermedio tra comuni e regioni; allo stesso modo potrebbero essere creati dei consorzi comunali, dove potrebbero confluire anche i dipendenti delle amministrazioni provinciali. Politicamente, la questione è irrisolvibile: se ne è sempre parlato durante le campagne elettorali per cercare il consenso, perché quando si vuole abolire qualcosa che crea degli sprechi, si ottiene il riconoscimento degli elettori».
Filippo Penati, presidente della Provincia di Milano, esprime un parere moderato: «Non credo si possa pensare di abolire le province come se niente fosse, perché non credo possa migliorare l’efficienza del sistema degli enti pubblici. Infatti, l’amministrazione provinciale come ente sovracomunale si occupa di settori cruciali per la vita dei cittadini, come la viabilità, l’edilizia scolastica, l’ambiente, i servizi e le agenzie per il lavoro. Credo però che nelle aree metropolitane, dove c’è bisogno di un governo di area vasta, le province e i comuni capoluogo debbano lasciare il posto alle città metropolitane, modello di governance strategico ed efficiente, che abbia poteri significativi e capacità decisionali, in modo da rispondere in modo adeguato alle esigenze di un territorio complesso come quello milanese, in continua evoluzione».
Favorevole all’abolizione è invece Romano La Russa, assessore all’industria in quota An per la Regione Lombardia: «Non sono completamente contrario, non tanto perché le consideri enti inutili, ma per la mia storia personale: l’Msi era infatti addirittura contrario alle regioni nel 1970 perché era certo che si sarebbe creato l’ennesimo carrozzone. Il governo di allora, di centrosinistra, aveva promesso che non sarebbero stati assunti nuovi dipendenti, ma in realtà sappiamo che da allora province e regioni hanno visto crescere il numero dei dipendenti. Se proprio non si può arrivare all’abolizione, bisogna almeno ridurle, accorpando quelle con minor numero di abitanti. Una provincia, per essere considerata tale, dovrebbe avere almeno un milione di abitanti, mentre alcune non raggiungono nemmeno i centomila. Purtroppo sarà molto difficile arrivare a questo: in Italia c’è un campanilismo molto radicato e non tutti rinuncerebbero ad avere la propria provincia. Ma è necessario oggi razionalizzare, ridurle anche del 50%». Ma se la Lega Nord non è favorevole, come potrà tradursi in realtà? «Io credo che la maggioranza degli elettori della Lega siano favorevoli all’abolizione delle province, come quelli del Pdl, perché le percepiscono come uno spreco. È più un fatto ideologico: perché la Lega è un partito molto radicato nel territorio e i vertici hanno paura di perdere questo contatto con la popolazione. Ma sono sicuro che insieme si potrà trovare una soluzione». Sarà, ma intanto convincere Bossi a rinunciare alle sue cinque province (Como, Sondrio, Treviso, Varese e Vicenza) e al potere politico che ne consegue, non sarà impresa facile.
[alessia lucchese]
continua
alle
5.12.08
0
commenti
Etichette: giornalismo, politica
AIDS
Virus Hiv, è di nuovo allarme contagio
Non fa più paura, e il problema è proprio qui. Sono passati più o meno vent’anni da quando l’incubo dell’Aids affollava le pagine della stampa e l’immaginario collettivo. Vent’anni da quando il virus mieteva vittime ad ogni schiocco di dita, accaparrandosi così l’epiteto di “peste del XX secolo”. Vent’anni, questi, in cui la medicina ha fatto le scale a tre a tre: i farmaci retrovirali hanno dato un nuovo volto alla malattia, riconsegnando alla normalità tante vite il cui destino sembrava doversi ridurre a una manciata di anni. Una battaglia vinta, sicuramente. Ma la guerra contro l’Hiv è tutt’altro che finita.
Il nuovo fronte si apre sulle stime di un contagio che aumenta con ritmi vertiginosi: secondo il più recente rapporto dell’Unaids (Agenzia delle nazioni unite per la lotta contro l’Aids) svolto su scala mondiale, ogni giorno si registrano 7.500 nuove infezioni, che si aggiungono ai 33 milioni di persone già colpite da Hiv. Restringendo il campo d’indagine al capoluogo lombardo, stiamo parlando di 750 nuovi contagi all’anno, circa due al giorno. Ma è forse la fisionomia dei soggetti che contraggono il virus il dato più inquietante e significativo: se una volta la malattia tabù era associata, nel pensiero comune, alla trasgressione, ora la piaga sembra sempre più insinuarsi nella “quotidianità più normale”. «Non più droga o rapporti omosessuali, ai quali è stata sempre legata l’idea del contagio – spiega Antonietta Cargnel, dopo una vita da primario all’ospedale Luigi Sacco di Milano, e ora presidente della fondazione Aids aiuto –; sono i rapporti eterosessuali non protetti la principale causa di trasmissione». In Italia, fra i soggetti più colpiti troviamo principalmente donne e cinquantenni: «È come se, da una certa età in poi, si cominciasse a prendere la vita con una certa leggerezza e ci si dimenticasse che il virus c’è e che il contagio è davvero dietro l’angolo per chiunque non si protegga», commenta Arnaldo Caruso, a capo dell’equipe di ricerca di Brescia che sta sperimentando il vaccino. «Il punto però –aggiunge – è che si è smesso di parlarne».
L’Aids non più di moda, insomma. Secondo uno studio della Swg, per il «Network persone sieropositive», la patologia da virus Hiv rappresenta addirittura l’ultima delle preoccupazioni degli italiani: solo il 5% dice di averne paura, contro il 20% del 1991. Il virus quasi dimenticato rischia però di diventare ancora più pericoloso: i farmaci retrovirali ci sono, è vero. Ma rallentano la malattia, non la guariscono: un particolare non da poco. Questo significa che il trend di scarsissima attenzione, non solo alla prevenzione del contagio, ma soprattutto ai test per l’Hiv, può comunque essere fatale: «In molti casi i pazienti scoprono di essere sieropositivi solo quando il virus è già allo stadio di malattia avanzata», spiega Giuliano Rizzardini, responsabile della prima e seconda divisione di malattie infettive del Sacco. Le conseguenze sono dunque pericolosissime: quando la malattia è galoppante le cure diventano sempre più difficili e il rischio di mortalità cresce esponenzialmente. Non solo: chi non sa di avere contratto la malattia la diffonde con più molta più facilità.
Gli studiosi quindi concordano: il primo passo per far fronte all’espansione a macchia d’olio della nuova epidemia è far rientrare l’Aids fra gli allarmi attuali. Occorre ricominciare a discuterne. Tornare a battere con insistenza il chiodo della prevenzione, sgomberando definitivamente il campo dall’idea che l’Aids riguardi l’universo un universo “altro” – come i Paesi in via di sviluppo, così come prostitute, tossicodipendenti e omosessuali – perché si tratta di un universo “nostro”.
[tiziana de giorgio]
continua
alle
5.12.08
0
commenti
Etichette: cronaca
QUARTIERE ECOLOGICO
Santa Monica, Milano ci mette una faccia (verde)
Gli edifici si innalzano come torri di vedetta su un verde mare vegetale. Sulle stesse pareti le piante trovano un posto di riguardo, macchiando il candido aspetto delle torri. Dalle immagini di presentazione tratte dal plastico del progetto questo è il complesso residenziale che verrà: il futuro quartiere Santa Monica di Milano. Un quartiere verde in tutti i sensi: per la sua vocazione ecologica, con edifici a basso consumo, per lo scenario su cui si affaccerà, il Parco delle Cascine, per l’onnipresenza di arbusti, alberi e altri ornamenti vegetali da balcone che ovatteranno le pareti esterne degli appartamenti. La sensazione, dedotta dalla presentazione virtuale, proietta lo spettatore-futuro acquirente in un ambiente più simile al complesso di Angkor (alti templi immersi nella foresta e coperti di muschio) che all’omonima Santa Monica californiana (torri di vedetta, sì, ma pochi metri più alte della spiaggia dorata punteggiata da qualche palma qua e là).
Il complesso residenziale di Milano Santa Monica sorgerà a sette chilometri dal centro del capoluogo lombardo. Quattordici edifici, 7mila persone: il Santa Monica è in realtà un nuovo centro abitato più che un nuovo quartiere. Considerando, poi, la costruzione di una chiesa con oratorio annesso, un edificio scolastico (dal nido alle medie inferiori) e un avvenieristico hotel quattro stelle realizzato per l’Expo, risulta chiaro come il quartiere voglia essere un polo d’attrazione per tutta l’area compresa tra Milano2 e Segrate. Un investimento complessivo da 400 milioni di euro che inizierà a funzionare a partire dal giugno 2010, quando saranno consegnati gli appartamenti dei primi due lotti realizzati e venduti.
«In un momento di crisi come questo, il cliente che compra pondera l’offerta per circa sei mesi prima di prendere una decisione», spiega Simone Ferrari, amministratore delegato di Forza Quattro, società che si occupa della vendita e della promozione della residenza. «Un possibile acquirente, quindi, è sempre più preparato a valutare le offerte. Noi offriamo un nuovo modo di vivere. La nostra società segue il cliente dall’inizio alla fine dell’acquisto, grazie a una banca interna agli uffici della società, che permette di stipulare mutui favorevoli, fornisce gli arredatori e i progettisti, inoltra il cliente verso mobilifici convenzionati». Il prezzo medio degli immobili, inoltre, è concorrenziale: 3mila euro a metro quadro, mentre a Milano centro i prezzi sfiorano i 10mila euro. Un ulteriore risparmio alletta gli acquirenti, quello sui costi di gestione degli immobili, ottenuto grazie a tecnologie eco-compatibili.
Gli edifici sono stati costruiti in modo da sfruttare l’energia solare, permettendo così un basso consumo di energia. Andrea Roma di Polis Engineering si è occupato della progettazione degli immobili: «Ogni appartamento consuma il 40% di energia in meno rispetto ed un appartamento normale. L’energia solare viene coinvogliata dai pannelli in un unico sistema di distribuzione che fornisce agli appartamenti acqua calda e riscaldamento». La progettazione, inoltre, punta molto sull’utilizzo dei giardini verticali, ultima tendenza dell’architettura statunitense e giapponese, che permettono di ridurre l’impatto acustico, l’irraggiamento solare estivo e riducono sensibilmente la presenza di polveri nell’aria. «I progetti di risparmio energetico riguardano solitamente monoabitazioni. Qui si è cercato di intervenire su larghissima scala, con risultati di emissioni ottime». Milano Santa Monica, tra l’altro, è vicinissimo al passante ferroviario di Segrate, alla metropolitana di Cascina Gobba e all’aeroporto di Linate, servizi a pochissima distanza per cercare di limitare l’utilizzo di autovetture da parte dei residenti. «Abbiamo anche fatto promozione per la vendita degli immobili con i dipendenti delle aziende vicine al complesso, così da avere inquilini che lavorano vicino alle loro abitazioni. E all’interno del complesso c’è anche un grande centro commercale, per fare la spesa senza prendere la macchina», aggiunge Ferrari.
Il Santa Monica sembrerebbe essere una soluzione profetica per i quesiti della nuova edilizia milanese, divisa tra innovazione e profitto con un occhio sull’Expo che verrà. La tendenza istituzionale, però, punta sul ripopolamento della città che, a causa degli alti costi immobiliari, sta soffrendo sempre più dell’“effetto Venezia”, una città dove i giovani si trasferiscono nelle periferie più accessibli e con migliori condizioni di vita, mentre il centro si svuota restando territorio per anziani radicati alle loro abitazioni e per ricchi senza problemi di portafoglio. Il Santa Monica propone una faccia di Milano innovativa e verde, quantunque il vero test per il quartiere deve ancora venire. Solo quando tutti i quattordici lotti saranno completati, i servizi del quartiere entreranno in funzione. Saranno dolori, allora, per i primi inquilini del complesso che non potranno usufruire né delle scuole, né delle palestre, né della sorveglianza privata, promesse per il 2010.
[alessia scurati]
continua
alle
4.12.08
0
commenti
Etichette: milano
RIVELAZIONI
Antonio Gramsci: fu conversione o è revisione?
Antonio Gramsci si sarebbe convertito prima di morire e avrebbe chiesto i sacramenti. A rivelarlo la scorsa settimana, a margine di una conferenza stampa, è stato monsignor Luigi De Magistris, arcivescovo e penitenziere emerito della Santa sede. L’occasione è stata quella della presentazione del nuovo catalogo dei santini. Chissà che un giorno, a forza di revisionismo, non toccherà un posto d’onore nel catalogo anche al padre del comunismo italiano.
La storia di una presunta conversione di Gramsci non è nuova: già quarant’anni fa una suora aveva affermato la stessa cosa e, allora come oggi, studiosi, politici e storici si erano dati battaglia a colpi di documenti e testimonianze per supportare o smentire la notizia. Anche questa volta la fonte citata da De Magistris sarebbe una suora sarda, conterranea di Gramsci e sorella del segretario della segnatura apostolica monsignor Giovanni Maria Pinna. La suora avrebbe raccontato il fatto ad alcuni prelati durante una messa in onore del fratello e, attraverso uno di loro, la notizia della conversione sarebbe giunta all’orecchio di monsignor De Magistris. Un po’ troppi passaggi, forse, per ritenerla una testimonianza attendibile.
Gli storici e gli studiosi del pensiero gramsciano sono d’accordo nel ritenere queste affermazioni prive di fondamento. Delle ultime ore di Gramsci si conosce tutto, grazie alle testimonianze dirette di alcuni religiosi che lo hanno assistito e, soprattutto, grazie alla cognata Tatiana che, oltre ad averlo accudito di persona, ha scritto lettere alla moglie e alla sezione del partito comunista russo, che raccontano nel dettaglio gli ultimi istanti di vita dell’intellettuale. Non si può parlare di revisione storiografica, quindi, ma di revisionismo. A pensarla così è anche Angelo D’Orsi, docente di Storia del pensiero politico contemporaneo all’università di Torino e esperto del pensiero e della biografia di Gramsci. «Una revisione storiografica del pensiero di Gramsci si dovrebbe fare solo in presenza di nuovi documenti per cui sorgerebbero nuove domande. Queste invece – ha affermato il docente – mi sembrano solo opere di revisionismo a fine politico, perché non ci sono documenti e nemmeno testimonianze dirette della conversione ma solo racconti di seconda o terza mano che non sono attendibili».
Le testimonianze dirette e i documenti in possesso degli storici non supportano la tesi della conversione, ma la questione è un’altra. Ammettiamo che la conversione venga dimostrata: cambierebbe l’importanza del pensiero di Gramsci e il significato filosofico e politico che ha avuto nella storia? Antonio Gramsci è stato un rivoluzionario, un filosofo e un politico di sinistra ma la sua opera e la sua filosofia non sono un’esclusiva dell’ ideologia comunista e non rimangono intrappolate in essa. Il pensiero di Gramsci appartiene a tutta l’umanità perché, come ha detto Benedetto Croce, «è un uomo dello spirito e perciò appartiene a tutti noi». Il pensiero di Gramsci è diventato patrimonio dell’umanità grazie alla forza e alla coerenza inarrivabili che lo hanno caratterizzato, anche come uomo, e che gli hanno permesso di superare le determinazioni politiche rivolgendolo a tutta l’umanità. La dichiarazione di una conversione, per di più non dimostrata, non potrà certo cambiare l’importanza e la forza della sua filosofia. «Gramsci era un uomo che non praticava la doppia morale – sostiene Angelo D’Orsi – ed è stato un esempio di forza e coerenza inarrivabili durante tutta la sua vita e in particolare durante gli anni duri del carcere. È stata questa grande coerenza, di uomo e intellettuale, che lo ha spinto a non chiedere la grazia al regime fascista, pur nelle condizioni fisiche disperate nelle quali si trovava».
Antonio Gramsci nelle sue opere ha parlato spesso di religione e di chiesa come istituzione, e il suo atteggiamento non è mai stato quello dell’anticlericalismo. «Gramsci dava importanza alla religione come fattore politico – argomenta Angelo D’Orsi – e ammirava la chiesa come istituzione perché esercita un potere di attrazione molto forte sulle masse popolari. Ha sempre considerato stupido l’atteggiamento, diffuso tra i comunisti del suo tempo, di un anticlericalismo estremo. Rimane il fatto che è stato, fino all’ultimo istante della sua vita, un ateo dichiarato e un irriducibile comunista».
A differenza del pensiero di Marx, intriso di materialismo, quello di Gramsci dà spazio ai fattori spirituali, perché la rivoluzione è un processo che si prepara con un lavoro di tipo culturale e non soltanto economico e politico. D’Orsi: «La cultura in Gramsci è un fattore rivoluzionario perché tutte le componenti spirituali che attraggono le masse sono in grado di dare loro una coscienza di classe, e dunque a spingere verso la rivoluzione. Non bisogna dimenticare, poi, che Gramsci è stato l’interprete di un marxismo creativo e di un comunismo critico».
Sul fatto che Gramsci, dunque, sia stato e sia ancora un gigante del pensiero, non sussiste alcun dubbio. Al di là delle attribuzioni – vere o false – che di lui ogni parte politica accampa. Forse sarebbe il caso di dire: lasciatelo in pace, lì dove riposa, nel cimitero acattolico di Roma. A prescindere da benedizioni di destra, di sinistra, di centro. O anche dall’alto.
[michela nana]
continua
alle
4.12.08
0
commenti
Etichette: politica
TRATTA DI ANIMALI
Varese: i Nas scoprono canile degli orrori
Quattro uomini dietro le quinte di uno spettacolo deprecabile. Due menti (i veterinari) e due bracci (i proprietari della struttura): erano loro a favorire la tratta di cani da Ungheria e Slovenia che venivano poi rivenduti in Lombardia ad una cifra decuplicata rispetto a quella d’acquisto. Il tutto a ridosso di Natale, in un periodo in cui molte famiglie decidono di regalare un cucciolo ai propri figli.
A scoprire la cruda realtà a Gornate Olona (Va) è stato il gruppo dei Nas dei Carabinieri di Milano nell’ambito di un’attività investigativa avviata nel luglio scorso. A far partire l’indagine è stata la denuncia di un commerciante di animali di Milano, insospettitosi per le profonde incisioni chirurgiche riscontrate sul corpo di diversi animali che gli ignari acquirenti acquistavano tralasciando il loro pedigree. In un garage adibito a sala operatoria, infatti, i due veterinari provvedevano a “nazionalizzare” gli animali installando microchip italiani al posto di quelli del paese di provenienza. L’altra procedura di regolarizzazione prevedeva la falsificazione dei documenti (certificato sanitario e iscrizione all’anagrafe canina).
Nell’allevamento di proprietà di due coniugi, attraverso due controlli separati (22 ottobre e 8 novembre), le forze dell’ordine hanno trovato, complessivamente, 144 cani in precarie condizioni igienico-sanitarie prima di disporre il sequestro della struttura e degli animali. Gli imputati sono accusati di concorso in reato continuato di maltrattamento di animali, falsificazione di atti, frode in commercio, esercizio abusivo della professione medico veterinaria. Le conseguenze, però, non saranno ugualmente gravi. La legge italiana prevede la denuncia all’autorità giudiziaria e l’interdizione alla professione per i due veterinari.
Proprio ieri, però, è intervenuto sulla questione il ministro degli Affari Esteri Franco Frattini. «Mi adopererò con i ministri Alfano e Sacconi perché chi importa illegalmente venga punito con il reato specifico di traffico di animali di compagnia. Mi rivolgerò, poi, alla Commissione Europea per una normativa più severa. Con i Paesi dell’est (Ungheria, Polonia, Russia, Slovacchia, Repubblica Ceca) avvieremo una stretta collaborazione per intensificare i controlli all’origine».
Il problema, adesso, è l’affidamento degli animali che sono tenuti ancora sotto sequestro nel canile degli orrori. Di loro se ne sta prendendo cura il servizio veterinario dell’Asl di Varese, ma presto finiranno nelle mani dell’Enpa Lombardia. Chi volesse adottarli può contattare l’associazione a questi recapiti telefonici: 0332/232161; oppure 02/97064220.
[fabio di todaro]
continua
alle
4.12.08
0
commenti
Etichette: cronaca
CASO IVA
«Tra Murdoch e Berlusconi? Duetto, altro che duello»
Per lui «il vero problema non è il decreto, piuttosto ci ritroviamo a discutere di conflitto di interessi. Se a vararlo fosse stato un governo retto da un’altra persona, non se ne parlerebbe da giorni». Francesco Merlo, autorevole firma del giornalismo italiano, editorialista di Repubblica, non le manda a dire sul tema del giorno: l’aumento dell’Iva per le emittenti private a pagamento.
Sembra la solita storia italiana. Il premier è anche il proprietario di uno dei più importanti canali informativi del nostro Paese.
«Berlusconi muove le fila di Mediaset. Attraverso i suoi canali gestisce l’informazione. C’è, poi, un’idea moralista errata. Non ci sono tasse che colpiscono i ricchi e i poveri. Le tasse colpiscono in maniera uniforme una popolazione intera. Poi c’è chi avverte conseguenze più pesanti, ma Sky raccoglie una porzione molto variegata di italiani. Ricchi, benestanti e tanta altra gente che si sacrifica pur di vedere lo sport. Semmai dovremmo discutere di un piano anticrisi che innalza le tasse. Ci sono stati dei tentativi di intorbidire la questione, ma la realtà è questa. In nessun altro Paese c’è un rapporto così morboso tra intellettuali e tv e tra tv e politica».
La destra, solitamente compatta, non è interamente dalla parte di Berlusconi. Come spiegarsi questo comportamento?
«Ho un’opinione diversa. A prescindere da qualche voce fuori dal coro, si fa finta di non provare imbarazzo di fronte ad una simile situazione. Anche chi sta con Berlusconi potrebbe esprimere la propria opinione senza vendersi l’anima. Ricordo che quando nacque Forza Italia esistevano politici di questa specie».
Gasparri, però, ha detto che il Pdl «non sta togliendo il pane ai bambini». L’Iva al 10% riguarda i beni di prima necessità. Sky non lo è, ma è un servizio di cui usufruiscono 4,5 milioni di italiani. Come andrebbe gestita la questione?
«Quando nacque la pay-tv, fondata dal gruppo Fininvest, l’Iva era al 4%. Poi il governo Dini l’innalzò al 10% nel 1995 per agevolare l’ingresso di Sky nel mercato. All’epoca fu una mossa anche giusta, ma non sarei dubbioso adesso se questo provvedimento non fosse stato assunto dal suo diretto concorrente».
Bisogna considerare, poi, che Sky è un’azienda in attivo che fornisce un’importante vetrina ai giovani.
«Non bisogna accanirsi contro un’impresa che funziona. Sky fornisce un servizio interessante che in Italia mancava. La rivalità che spaventa Berlusconi fa piacere agli italiani che non considero un popolo di imboniti. Il popolo ha una capacità critica che gli permette di svelare il falso nel mare del servilismo televisivo. E se apprezza l’ascesa di questa emittente è perché la pluralità dell’informazione dovrebbe migliorare il prodotto».
Fino a ieri sembravano più concreti gli spiragli d’apertura da parte del governo. Oggi Berlusconi ha mostrato il pugno di ferro nel giorno in cui Sky ha fatto partire un nuovo spot pubblicitario. Come finirà la diatriba?
«Più che in un duello, Murdoch e Berlusconi si troveranno in un duetto. Tra loro c’è un’intima e astiosa solidarietà come accade tra un cane ed un gatto. Si assomigliano, operano nello stesso settore ed il destino tornerà a riproporli come complici. Il problema, semmai, è che una parte combatte con mezzi impropri, mentre Murdoch sta dimostrando di poter competere ad armi pari».
Nel suo ultimo editoriale ha definito assurda la tassazione del porno perché, secondo lei, il consumo di prodotti di questo tipo nasconderebbe una patologia. Ma il decreto anticrisi punisce altre due passioni degli italiani: lo sport ed il cinema. Cosa è più grave?
«Sono provvedimenti ugualmente pesanti. Vietando il porno si applicherebbe una forma di censura in un campo in cui opera già il codice penale. In questo caso si mescolerebbero etica e consumo, come accade nella battaglia ai clienti delle prostitute».
Scusi, Merlo, ma lei Sky ce l’ha?
«Sì, e continuerò ad averlo. Ciò non toglie, però, che diverse volte ho sfilato il telecomando dalle mani dei miei figli mentre erano spettatori della tv spazzatura. Perciò ribadisco che questi lussi andrebbero puliti più che puniti».
[fabio di todaro]
Ascolta l'intervista al giornalista Francesco Merlo
continua
alle
3.12.08
0
commenti
Etichette: politica, televisione
D'ALEMA
Mai più «euroscettici»
«Guardando al passato, penso che l’allargamento a est dell’Unione Europea sia stato troppo accelerato. Bisognava prima rafforzare le istituzioni». Questo è il principale errore che Massimo D’Alema imputa alla Ce. Secondo l’ex ministro degli esteri «per l’equilibrio internazionale c’è bisogno di un’Europa forte». Ma la costituzione europea è da tempo congelata a causa della vittoria del no al referendum per la ratifica in Olanda e in Irlanda. Per 27 paesi, con enormi differenze economiche e sociali, coordinarsi e trovare una politica comune, senza una base istituzionale precisa, è molto difficile.
Le parole di D’Alema hanno trovato subito l’approvazione di Edmondo Paolini: uno dei fondatori del Movimento federalista europeo e amico personale di Altiero Spinelli, autore del Manifesto di Ventotene: «Per anni ho condotto una battaglia per arrestare l’allargamento dell’Ue. Secondo me ci si doveva fermare all’annessione della Grecia e del Portogallo. Questi due Paesi uscivano da poco dalla dittatura. Annetterli significava aiutare il processo democratico e prevenire eventuali accadimenti che avrebbero potuto destabilizzare il processo federativo». Il vecchio militante dell’ Mfe giura che «anche Altiero Spinelli, il padre di tutti i federalisti europei, la pensava in questo modo». Secondo Paolini, la maggior parte dei problemi che oggi affliggono l’Ue non sono altro che conseguenze di quell’errore. Inoltre, un processo federativo così frettoloso è stato anche una delle cause dell’indifferenza, e a volte dello scetticismo, che il popolo europeo ha assunto di fronte alla costituzione del nuovo soggetto federale. «Le autorità coinvolte - spiega Paolini - hanno visto l’Ue solo sotto il punto di vista economico».
Oggi gli abitanti del vecchio continente non si sentono un popolo. Non hanno una storia ed una tradizione comune da condividere. Questo ha generato quel sentimento che viene comunemente chiamato “euroscetticismo”. Negli ultimi anni, in tutta Europa, sono nati decine di partiti che guadagnano consenso soffiando sul fuoco dell’euroscetticismo e, in alcuni casi, del razzismo verso i cittadini dei nuovi stati membri. In Italia, Paese in cui si vive costantemente in campagna elettorale, a soffiare sul fuoco non sono dei piccoli partiti ma intere coalizioni. Paolini racconta di aver partecipato a numerosi incontri in cui «molti esponenti del Pdl hanno ammesso che l’adozione dell’euro fosse necessaria per dare stabilità al Paese. Dire il contrario, durante i comizi, non è altro che un operazione populista». Adesso ci ritroviamo con una sorta di mostro burocratico che, fino ad ora, non riesce neanche a varare una strategia comune per uscire dalla crisi economica.
Comunque il Movimento federalista, oggi, guarda con speranza alle elezioni europee del 2009. Gli eredi di Altiero Spinelli si augurano che i paesi dell’Unione e i loro partiti affrontino la campagna elettorale con spirito europeista. In che modo? Presentando agli elettori dei programmi di coalizione europei. Senza dimenticare il ruolo dei media, che dovrebbe spiegare alla società civile il ruolo e le mansioni dell’Europarlamento. In Italia, fino ad ora, è successo esattamente il contrario: le elezioni europee sono sempre state viste come un termometro per misurare il consenso popolare del governo in carica. Fino a poco tempo fa una parte della coalizione di centrosinistra faceva parte del gruppo parlamentare del Ppe, lo stesso di Forza Italia. Oggi il Pd non sa ancora a quale partito europeo aderirà. Le speranze di Paolini, invece, vanno alle giovani generazioni: «La cosa più importante è che i nostri ragazzi comincino a sentirsi cittadini dell’Europa».
[andrea torrente]
continua
alle
3.12.08
0
commenti
Etichette: politica
CELENTANO
Il ritorno del “Molleggiato”
«Tutti quanti insieme salteremo in aria, bum!». No, non si tratta di una minaccia terroristica, ma del ritorno in grande stile di Adriano Celentano. Queste infatti le parole che riecheggiano nel ritornello del suo inedito Sognando Chernobyl, brano contenuto all’interno del suo nuovo album antologico L’animale, titolo ispirato a una definizione che Jovanotti diede del “Molleggiato”; due cd e ventotto successi che esemplificano al meglio la doppia anima dell’artista: quella romantica (come in Una carezza in un pugno, Storia d’amore, L’emozione non ha voce) e quella “contro” (vedi Il ragazzo della via Gluck, Mondo in Mi7a, Svalutation).
Ognuno dei due cd contiene una novità: nel primo, Celentano presenta una cover di La cura di Franco Battiato, adattata in versione più pop, canzone che il l’Adriano nazionale definisce “la più bella canzone d’amore e spiritualità”; nel secondo, l’artista propone Sognando Chernobyl, un brano per certi versi apocalittico, dove a una musica ritmicamente “ossessiva” si sovrappongono rumori di crolli, tuoni, grida. Vengono affrontati e denunciati temi come la globalizzazione, il surriscaldamento globale, lo scioglimento dei ghiacciai; e ancora: da chi uccide i bambini, alla pena di morte, senza dimenticare i sindaci che con «le loro giunte meschine» sono i «mandanti di quelle colate di cemento che hanno seppellito gli orti e le bellezze dei navigli». Sembra il perfetto proseguimento del percorso iniziato con Il ragazzo della via Gluck nel 1966, quando Celentano lanciò l’allarme cementificazione. Le denunce sono dunque tante, ma ciò che ha fatto scattare nell’“animale” l’ispirazione per scrivere Sognando Chernobyl è stata la decisione del Governo che «con disinvolta irresponsabilità ha annunciato la costruzione di nuove centrali nucleari».
A qualcuno è sorto il dubbio che l’uscita di un brano così critico e apocalittico, in un momento di forte crisi come l’attuale, possa essere una furba trovata, realizzata da Celentano per cavalcare l’onda di panico generale, con l’auspicio di realizzare in questo modo molte più vendite. Marinella Venegoni, critica musicale de La Stampa di tutt’altra idea: «Questo è uno dei pochi album-confetto ad avere un senso e non essere inutile». «Da una parte Celentano parla d’amore - continua la giornalista - dall’altro tratta l’ecologia». Ed è proprio l’argomento ecologia, secondo la critica, a dimostrare come Sognando Chernobyl non sia un brano strumentale: «Ha cominciato a denunciare questo tema quando ancora non si discuteva dei problemi ecologici, ha scritto poi così tante canzoni a riguardo che non si può proprio parlare di strumentalizzazione». Alla domanda se fosse opportuno o meno trattare certi temi con un testo e delle immagini così forti, risponde la Venegoni: «È difficile dire se la sua scelta sia stata giusta o meno, perché l’arte è arte, e Sognando Chernobyl è la creazione di un artista che dà sfogo alla propria immaginazione».
Gianni Sibilla, docente di Linguaggi musicali e tecnologie digitali all’Università Cattolica di Milano, non appare troppo in linea con il pensiero di Marinella Venegoni: «Mi sembra la solita raccolta natalizia; all’interno de L’animale ci sono infatti due sole novità: la vedo un’operazione più commerciale che artistica». Il docente prosegue descrivendo lo stile dell’artista: «Celentano non è propriamente un cantante: lui è qualcosa che trascende la musica, è quasi un politico, un provocatore». «Il molleggiato – continua Sibilla – è sempre stato così, ha sempre utilizzato parole grosse: è uno dei pochi che riesce a cantare senza però cantare realmente». Nonostante lo giudichi un grande interprete della musica italiana e nonostante gli riconosca il merito di essere stato uno dei primi a portare il rock’n’roll in Italia, il docente gli riserva un ultimo appunto: «Celentano fa parte di quel gruppo di artisti che hanno trenta-quaranta anni di brillante carriera alle spalle e che sono ormai “santificati” dalla gente: i loro brani dunque, non vengono più valutati per la qualità, ma giudicati tutti, indistintamente, di altissimo livello, anche quando non lo sono».
[cesare zanotto]
continua
alle
3.12.08
0
commenti
Etichette: musica
GIOVANI
In Italia è «allarme bullismo»?
I ragazzi sono sempre più spesso protagonisti di fatti di cronaca che riempiono le prime pagine dei giornali e sempre più spesso si segnalano per comportamenti decisamente negativi, soprattutto nei confronti dei coetanei. Si può parlare di «allarme bullismo»? Quali sono le ragioni di questo fenomeno? M@g l’ha chiesto a una giornalista che da tempo si occupa del problema e a una psicologa.
Quando il sonno dell'informazione genera mostri
Prendi ramazza e secchiello, che ti punisco la classe
[alessia lucchese]
continua
alle
3.12.08
0
commenti
Etichette: dossier
FENOMENO MUSICALE
Allevi «Strega» tutti
Giovanni Allevi, o lo si ama o lo si odia. Ma, vuoi o non vuoi, è un fenomeno. Musicale, senza dubbio. Commerciale? Forse. Umano, sicuramente. Da brava fan, la sera del 26 novembre arrivo con un’ora di anticipo sull’inizio della presentazione dell’ultima “fatica letteraria” del pianista, In viaggio con la strega, sapendo che in breve la libreria Rizzoli in Galleria Vittorio Emanuele sarà gremita. Ovviamente compro il libro, che dopo mi farò autografare, e comincio a leggere per ingannare l’attesa: somiglia più a uno di quei volumetti patinati che illustrano un museo o un’opera d’arte. Segno tangibile delle propizie fortune dell’autore. Ricco di foto, grafica ariosa, sms dei fan riportati a mo’ di didascalie.
Quello che mi colpisce subito è che il primo tema affrontato sia quello della paura di esibirsi a causa del giudizio del pubblico. È evidente che, nel pieno del suo boom, Allevi (o Giovanni, come i suoi fan lo chiamano), sia consapevole di essere bersaglio dei critici musicali. Conosce le invidie suscitate dal suo successo, sa che la sua musica getta lo scandalo nell’Accademia. Perfino suo padre lo spiazza, dopo aver ascoltato Evolution: «Torna a Milano e vai a studiare direzione d’orchestra».
Eppure non si nasconde, Giovanni. Al contrario, mette le sue ansie nelle prime pagine del libro, subito sotto gli occhi dei fan, prima di lanciarsi nell’appassionato (e un po’ megalomane) racconto del suo successo, partito tanti anni fa dal piccolo quintetto d’archi Gas Group, composto da Lucio il contrabbassista e da altri, e diretto da un Allevi appena licenziato dalla band di Jovanotti. Giovanni non nasconde le paure, perché sa che il panico, che non gli ha impedito il successo, è proprio ciò che lo rende un mito agli occhi della gente. La sua musica, e la sua umanità, sono i suoi mezzi per comunicare col mondo.
Giunge il momento del suo arrivo, chiudo il libro e mi avvicino al luogo dove avverrà l’incontro. Fa la sua comparsa da un’entrata secondaria, Allevi, ed è un po’ in ritardo. Ma è subito un torrente di emozioni. Fa fatica a trattenere la commozione al vedere la gente che gli si accalca intorno, e sorride a tutti. Chiede che gli si facciano delle domande. «Com’è stato lavorare con un’orchestra?» È stata un’emozione sentire concretizzarsi la musica che fino a quel momento suonava solo nella sua testa. Commovente che tanti musicisti talentuosi abbiano accettato di mettersi a disposizione per suonare la sua musica. «Hai avuto problemi a dirigere?». Il problema è imporsi come autorità, per chi non ha un carattere autoritario. La soluzione è lasciarsi guidare dalla Musica. «Come reagisce alle critiche dei suoi detrattori?». Gli fanno paura. Ma non sono le critiche il problema centrale. La novità spaventa sempre. Preferisce pensare ai messaggi sulla bacheca del suo fan club, che mostrano quanta gente abbia voglia di bellezza, quanti giovani trovino il coraggio per realizzare i propri sogni. Lui è solo un pretesto.
Giovanni risponde a tutti, per tutti ha una parola gentile, firma gli autografi e dispensa baci e abbracci. Falsa ingenuità o pura operazione di marketing? In effetti è difficile capire dove finisca l’Allevi umano e dove inizi quello commerciale. Però è anche difficile credere che le mani che tremano, le parole spasmodiche, il chiodo fisso per la sua “Strega”, la musica, e l’amore professato per il suo pubblico siano solo una trovata pubblicitaria. Comunque, quel che accade durante la fila per gli autografi è reale. Sono accanto a me due giovani fan, Federica e Daniele, 17 anni lei e 18 lui. Federica studia al Conservatorio. I due si sono conosciuti tramite il sito del fan club di Giovanni Allevi. Chiacchierano emozionantissimi dei concerti che hanno visto e delle esperienze che hanno condiviso grazie al loro mito. La loro emozione è reale. Chiedo a Federica cosa si dica di Allevi al Conservatorio. Mi risponde che piace ai ragazzi per la sua «novità», ma, ovviamente, molto meno agli studenti «più competitivi» e agli accademici, che «non ne capiscono la logica».
Mi giro indietro – incredibile ma vero – e vedo il contrabbassista Lucio, che fa la fila con gli altri. Nientemeno. Capello selvaggio, vestito casual, parlantina facile. Ha già attaccato bottone con due ragazze, conosciute proprio lì, nella fila, parlando di Giovanni. Le loro risate sono reali.
Mentre osservo la sfilata di fan che mi precedono nella fila, ecco l’idea: chiamo un mio giovane amico pianista, anche lui fan, e passo il telefono a Giovanni. «Ma lui lo sa chi sono?», mi domanda Allevi. «No», gli rispondo. Allora prende il telefono e saluta: «Ciao, sono Giovanni, come stai?…Giovanni Allevi…». Il mio amico dall’altra parte sta guidando. Quando riprendo il telefono devo dirgli di accostare e di riprendersi un attimo: è reale. Poi è la volta dell'autografo. Mi toccano il bacio e l’abbraccio rituale, ed è come rivedere un amico, prima di lasciarmi inghiottire di nuovo dai meandri del metrò. Adesso sorrido, e il mio sorriso è reale.
[floriana liuni]
continua
alle
2.12.08
0
commenti
PROVVEDIMENTI CONTESTATI
La social card nasce tra le polemiche L’attuale crisi finanziaria fomenta l’allarme tra le famiglie italiane: sono 2 milioni e 200 mila i nuclei che si ritroverebbero con lo stipendio finito già a metà del mese. La cosiddetta “quarta settimana” si sarebbe così spostata indietro, alla fine della seconda. I dati sono forniti dalla Confesercenti, che indica 6,3 milioni di famiglie quali soggetti colpiti dalla recessione: sarebbe un quarto dei nuclei a terminare lo stipendio dopo soli 15 giorni dal ricevimento della busta paga. È per far fronte a questa situazione che il Governo ha creato la “carta acquisti”, voluta dal ministro Giulio Tremonti per agevolare le classi maggiormente a disagio. Si tratta di una tessera magnetica prepagata, utilizzabile per acquistare beni di prima necessità – alimentari – e, se gli accordi con alcuni esercenti andranno a buon fine, anche per ottenere sconti su altri prodotti.
Le fasce a cui la card si rivolge sono limitate: si tratta di giovani famiglie con bambini da 0 a 3 anni e cittadini di età superiore ai 65 anni che risiedano in Italia. Entrambe le categorie devono avere un reddito inferiore ai 6000 euro, mentre gli over 70 non devono superare gli 8000 euro annuali. Per quanto riguarda le proprietà, mentre le giovani famiglie possono disporre di più di un’auto, i cittadini oltre i 65 anni devono avere solo un mezzo per nucleo familiare, per ottenere la social card.
Il soggetto gestore del servizio, presso il quale i cittadini devono avanzare domanda, è Poste Italiane. I beneficiari ricevono una carta scarica, che viene attivata il secondo giorno lavorativo successivo alla consegna. Il soggetto attuatore è l’Inps, che ogni due mesi ha il compito di verificare il mantenimento dei requisiti, di disporre la ricarica delle carte ed eventualmente di provvedere alla disattivazione. Coloro che inoltreranno la domanda entro il 31 dicembre avranno a disposizione un bonus iniziale di 120 euro. La successiva cifra corrisponderà a 80 euro, che saranno accreditati a scadenza bimestrale.
Per l’erogazione del servizio, rivolto a 1,3 milioni di italiani, sono stati stanziati 450 milioni di euro l’anno, mentre Eni ed Enel ne hanno messi a disposizione 250. Subito dopo la presentazione ufficiale, la social card è stata travolta dalle polemiche. Secondo alcune rivelazioni, gli elettori di Pd e Italia dei Valori (75%) e di Pdl e Lega Nord (82%) l’hanno apprezzata, ma i rappresentanti di altri partiti all’opposizione hanno espresso giudizi negativi. Antonio Di Pietro sostiene che «ricordi la tessera del pane del ventennio fascista», mentre il ministro ombra Pd dell’Economia, Pierluigi Bersani la considera una «drammatica beffa» qualora il Governo riduca alla card l’operazione a favore dei redditi. Rosy Bindi lo ha bollato come «un pannicello caldo limitato a una porzione minima di famiglie». Anche qualche esponente della maggioranza ha lamentato il mancato intervento sulle tredicesime, che penalizzerà il ceto medio. Un altro elemento negativo sarebbe la cifra stabilita, per molti troppo modesta; per altri si aggiunge un’obiezione di tipo psicologico: la social card sarebbe deprimente e mortificante, a volte umiliante al momento di richiesta o presentazione della tessera. La critica più inattesa è quella di Vittorio Feltri che, in un editoriale di Libero del 27 novembre, accusa il Governo di dimenticare gli elettori del centrodestra, il «popolo delle partite Iva». È quasi un’invettiva contro il mancato sostegno alla classe media, quella costituita da artigiani, commercianti e piccole imprese. «La card per i povericristi è un brodino sapido, ma un brodino servito a evasori fiscali e finti poveri». Feltri paventa la perdita degli elettori della maggioranza e l’incremento dei vantaggi elargiti a chi effettua false dichiarazioni di reddito. I sostenitori della social card, comunque, non cambiano idea: per loro stanziare somme per aiutare le famiglie davvero vittime dell’indigenza è comunque una misura urgente e necessaria.
[vesna zujovic]
continua
alle
1.12.08
0
commenti
TERRORISMO
Datemi un incubo e vi governerò il mondo
Alla vigilia del Giorno del ringraziamento, gli americani hanno seguito gli attentati terroristici indiani temendo di vedere, riflesso negli schermi televisivi, il loro futuro. Mentre tutta l’America era indaffarata nei preparativi di una delle più importanti festività statunitensi, l’Fbi, sulla base di informazioni “credibili ma prive di riscontri concreti”, ha messo in allerta i distretti di polizia e le autorità locali: «C’è il rischio di un attacco di Al Qaeda alla metropolitana di New York e ai treni dei pendolari durante il periodo natalizio». Alcuni esponenti dell’organizzazione terrorista ne avrebbero parlato verso la fine di settembre. Ma non ci dovrebbe essere nessun piano avanzato. La notizia è arrivata al grande pubblico attraverso l’Associated Press. Alla speranza, emersa durante l’elezione di Obama, nel popolo americano è subentrata di nuovo la paura.
Durante il Thanksgiving milioni di americani, andando alla tradizionale parata dei palloni giganti lungo Central Park e Broadway, avranno sicuramente notato i numerosi poliziotti, spesso dotati anche di unità cinofile, schierati in tutte le stazioni della metropolitana. Nella Grande Mela si respira un’aria ansiogena che, dalle strade, entra nelle case attraverso i media. La decisione delle autorità di non innalzare il valore cromatico che, ogni giorno, segnala il livello di rischio terrorismo, è servito a ben poco.
Secondo il professor Francesco Zaccarelli, docente di sociologia delle culture islamiche all’Università di Urbino «ormai il terrorismo è diventato parte integrante di quella “guerra molecolare” che già caratterizza questa prima fase della globalizzazione». E riferendosi alla reazione che l’opinione pubblica ha di fronte a determinati eventi, come quello della strage compiuta dai terroristi in India, l’islamologo dice: «A fronte di attentati spettacolari che sarei propenso a considerare come “eventi-cerniera”, ovvero “eventi-molari”, cioè tipizzati da matrice e risonanza sensazionali, viviamo quotidianamente un “haunting” e una minaccia diffusa che passa attraverso la complessa elaborazione dei media».
Ma di quale minaccia stiamo parlando? Secondo la Cia Al Qaeda è ormai un gruppo in declino. L’ultimo video di Al Zawahiri, numero due dell’organizzazione terroristica, per la prima volta evidenzia una frattura nel movimento. Sembrerebbe che l’elezione di Obama, e l’annunciato ritiro dall’Iraq, abbia provocato uno scontro politico all’interno dello stesso gruppo jihadista. Per capire se, e come, Al Qaeda sarebbe in grado, oggi, di colpire gli Usa, è utile esaminare la matrice degli attentati in India. Secondo il prefetto Giovanni De Gennaro, direttore generale del Dis, la matrice terroristica, dai primi elementi di valutazione, si riferisce a formazioni jihadiste autoctone che rimandano a circuiti quedisti.
Insomma il nemico che, con le guerre in Afganistan e in Iraq, aveva preso consistenza torna a liquefarsi. Ridiventa un fantasma in grado di assumere molteplici aspetti. Come spiega Zaccarelli: «Il terrore diventa pertanto una componente fondamentale della politica e del sociale. Una delle conseguenze è proprio la politica di sicurezza che viene messa in atto da tutti i paesi nei luoghi e nei segmenti sensibili. Così da realizzare una “canalizzazione” territoriale che colonizza lo spazio di paratie, di vincoli, di segmentazioni e di transiti obbligati, al punto da creare una nuova mappatura e una nuova cartografia mentale». Tirando le somme lo studioso sottolinea che «è ormai evidente come il terrorismo sia l’ombra oscura e irrappresentabile del potere, una specie di ossessione esternativa con cui ottenere paura collettiva e nuove sottomissioni».
[andrea torrente]
continua
alle
1.12.08
0
commenti
Etichette: esteri
MEDIO ORIENTE
Israele, un partito per la pace
Un nuovo partito in Israele? Di più, un partito per la pace. Il progetto, nato da un gruppo d’intellettuali, tenterà di mettere qualche bastone tra le ruote alla destra di Netanyahu già in corsa verso la vittoria elettorale. Una possibilità temuta da alcuni in Terra Santa, poichè rischierebbe di pregiudicare ogni ipotesi di tregua con i palestinesi. Soprattutto dopo il fallimento di Kadima, costola centrista del Likud fondata da Sharon e partito dell’ex presidente Olmert.
«La Cosa - come la chiamano loro - segnerà la fine della tradizionale sinistra e l’inizio di un nuovo percorso». Perché, sentenzia Amos Oz, « il labour è morto e con esso Barak». Sono molti i rimproveri dei letterati al partito che fu di Rabin: dallo stallo nelle operazioni di pace coi palestinesi all’abbandono di quelle politiche sociali che sono sempre state nel dna laburista. Il club dei promotori conta già 30 astri leftist : da Abraham B. Yehoshua a David Grossman passando per Avraham Burg e Tsali Reshef. Si uniranno alla piccola formazione liberal di Meretz e proveranno ad intercettare le coscienze «in crisi di rappresentanza».
Il movimento, che sta creando un piccolo terremoto a Gerusalemme, è guardato con interesse anche a livello internazionale. E in Italia raccoglie una valanga di consensi.
«Ritengo che sia un tentativo coraggioso – osserva il politologo Giorgio Galli – ma potrà essere giudicato solo in febbraio in base ai consensi che riuscirà ad ottenere. La situazione politica in Israele è molto difficile, probabilmente i partiti tradizionali hanno poco da proporre e la mossa degli intellettuali è un tentativo di trasformare il loro Paese in qualcosa di più di una fortezza assediata». Galli però contesta l’affermazione di Oz secondo cui «Israele sarebbe ad un passo dalla pace coi palestinesi». « Di passi ne occorrono ben di più. In realtà – chiarisce Galli – la politica di Sharon è stata volta a creare una divisione tra i palestinesi e ci è riuscita. Oggi la situazione è più complicata. Col governo palestinese di Abu Mazen la pace potrebbe essere vicina, ma resta la Striscia di Gaza occupata da Hamas che non è affatto disposta ad un accordo ».
Tagliente il commento di don Albino Bizzotto, presidente dei “Beati Costruttori di Pace”: « In generale la politica non può tendere al meglio ma deve accontentarsi del possibile. Certo, quando c’è la rassegnazione al peggio, uno scossone è necessario. Perché la pace e la guerra non sono eventi fatali ma sono scelte precise degli uomini. E quando si sceglie la guerra, la coscienza morale si risveglia. Questo scossone farà bene a tutti perché arriva da persone dalla credibilità indiscussa. Finalmente anche gli israeliani troveranno solidarietà internazionale » .
«Non possiamo che valutare positivamente ogni tentativo di promuovere la pace – dice don Nandino Capovilla di “Pax Christi” –. Ora occorrerà verificare se il soggetto politico si presenterà davvero alternativo. Perché la pace non può prescindere da due questioni cruciali: il blocco immediato della colonizzazione israeliana nei territori palestinesi ( mai terminata) e un accordo su Gerusalemme affinché sia capitale anche del futuro Stato della Palestina» .
«Tutte queste iniziative sono da salutare con grande favore e dovrebbero avere il sostegno della sinistra europea »: Alfio Nicotra, responsabile del dipartimento Pace del Prc, non ha dubbi.
«Noi seguiamo da sempre tutti quei movimenti che si prefiggono la convivenza con il popolo palestinese. Purtroppo – osserva - dopo l’assassinio di Rabin anche a sinistra hanno cominciato a prevalere le spinte fondamentaliste. E le voci favorevoli alle ragioni palestinesi sono state definitivamente ridotte al silenzio dopo la visita provocatoria di Sharon alla spianata delle moschee. Anche a livello internazionale si è cominciato a difendere Gerusalemme sempre e comunque, anche di fronte a fatti gravi, come la violazione dei diritti umani in Palestina . Il labour party non è più quello di Rabin, ha avuto una “mutazione genetica”, da progressista è diventato conservatore. E purtroppo le previsioni ci dicono che i partiti religiosi avranno un peso condizionante nel prossimo parlamento ».
Un partito della pace in Italia? «Più che altro – obietta Nicotra - ci sarebbe bisogno di una sinistra che facesse della pace una propria bandiera perché per ottenere la pace bisognerebbe rivoluzionare l’assetto della società, le logiche politiche ed economiche. Al momento, persino nella sinistra italiana prevale un pensiero unico che vede la guerra come una strategia politica. Questo è triste, bisognerebbe risolvere i conflitti con mezzi diversi, non offendendo gli altri Paesi».
[ivica graziani]
continua
alle
1.12.08
0
commenti
INDIA
Mumbai vuole tornare alla normalità
I recenti fatti di Mumbai hanno sconvolto il mondo intero e c’è addirittura chi parla di un 11 settembre indiano. Tutti hanno parlato degli attentati, cercando di scoprirne le vere ragioni e gli effetti sulla più grande democrazia del pianeta. M@g ha interpellato dei testimoni privilegiati della vicenda, rigorosamente indiani.
Il giorno dopo la tragedia
L'esasperazione dei musulmani
[daniele monaco - alessia scurati]
continua
alle
1.12.08
0
commenti
CONVERSAZIONI ITALO-ISRAELIANE
Scrittura di frontiera, arare oltre i confini del dialogo
Un taglio netto nella terra, un solco che si perde alle spalle del vomere che incide il suolo. Non c’è immagine migliore dell’aratro al lavoro per individuare il concetto di confine, un’astrazione che, da che esiste l’uomo, assolve il compito difficile e innato della delimitazione dello spazio. Uno spazio che non è solo misurabile, tutt’altro. La metafisica frontiera del pensiero, così come le Colonne d’Ercole confine ultimo della φύσις (la “natura”) aristotelica e della curiositas del mondo antico. L’umanità è cresciuta di pari passo con l’impellente necessità di delimitare, porre una frontiera ultima di proprietà e quindi di misura della stessa. Ma in questo flusso dal divenire continuo, nulla è per sempre. Il limes traianeo dell’impero romano è caduto, la cortina di ferro comunista pure, così come il muro di Berlino, icona della subdola separazione dell’uomo in seno all’ideologia, si è sgretolata sotto i colpi di piccone sferrati dalle stesse persone che si augurava di separare per sempre.
Ma il concetto di confine, accompagnato da quello di frontiera - differente nel particolare ma assai simile nel principio primo – può in qualche modo divenire metafora del luogo del dialogo per eccellenza? Se non in politica, dove sembra che la ragione ultima dell’idea di guerra si esaurisca proprio dentro alla questione di spartizione territoriale, sicuramente può esserlo in letteratura. Gerusalemme è stata luogo, più che simbolico, di rappresentazione di questa possibilità. In merito all’incontro Dialoghi italo-israeliani, Claudio Magris e Abraham Yehoshua davanti a una platea illustre, composta tra l’altro da Giorgio Napolitano e Shimon Peres, hanno disquisito delle proprie esperienza di uomini e scrittori posti davanti alla linea di confine. La cortina di filo spinato che, poco a est di Trieste, separava Magris dalla Jugoslavia di Tito e dal blocco stalinista, si è incontrata con la geografia a pelle di leopardo israeliana, sinonimo della travagliata esperienza di un popolo, quello ebraico, privo di confini e frontiere per eccellenza.
Per Magris la componente mitteleuropea si traduce in una tensione continua alla ricerca di se stessi, di un uomo cresciuto «in una terra di nessuno tra due frontiere, che ha reso sempre difficile ai suoi scrittori definire un’identità». Come per l’autore de Il mio Carso, Scipio Slapater, anche per Magris «quest’incertezza, questa appartenenza plurima è succhiata nel sangue», segno del trauma che questi “confini” travagliati hanno lasciato nella coscienza letteraria di scrittori friulani, Italo Svevo compreso. La campana ebraica suona invece un’altra musica. Se per i triestini è proprio il confine il problema, per la cultura ebraica il dramma si consuma nella diaspora, ovvero la mancanza assoluta degli stessi confini. Una fortuna, verrebbe da dire a caldo, ma per il popolo errante dai tempi di Abramo, il sogno di una terra promessa, fine ultimo del sionismo di Theodor Herzl, ha trovato compimento con Israele. Secoli di spostamenti e di una cultura “take-away”, dal 1948 hanno una base territoriale in cui riconoscersi. Per Yehoshua è il sionismo che ha dato a un popolo il significato di frontiera, ma è altrettanto paradossale il corso della storia: «In fondo, è simbolico che questo popolo, abituato ad attraversare con facilità tutte le frontiere, con altrettanta facilità sia stato radunato in un non luogo come Auschwitz». Ebrei cosmopoliti quindi, intellettualmente fertili, ma a che prezzo? Olocausto a parte, le vicende dello Stato d’Israele parlano da sole.
«Come sostiene Claudio Magris esiste da sempre un’identità di frontiera, così come esiste una letteratura di frontiera – spiega Predrag Matvejevič, scrittore e docente di Slavistica all’Università La Sapienza di Roma –; la speranza è che questa serva ad avvicinare e non ad allontanare». Nell’era dell’Europa unita e dell’affermazione dello Stato d’Israele, parlare di confini e frontiere potrebbe suonare anacronistico. Non è certo così. Concepire le frontiere solo come un ostacolo fisico è qualcosa di riduttivo se non ingenuo. Abbattute le dogane europee per gli stati dell’unione, dopo Maastricht, rimangono da saltare barriere ideologiche. «Affrontando le parole di frontiera e confine bisogna considerare che l’una è circoscritta alla concezione di spazio, l’altra intende una linea. Sono i confini che generano la maggior parte dei problemi, mentre la frontiera non è che una risultante di questa azione esercitata dal confine – spiega Matvejevič –. Le tipologie di confini e frontiere possono essere molteplici: statali, nazionali, politici, religiosi e soprattutto culturali. Sono questi quelli che generano maggiori preoccupazioni. Tacito aveva compreso appieno il problema e aveva individuato (nel suo trattato La Germania ndr) una frontiera ben precisa tra romani e germani e la definiva mutuo metu, una “mutua paura”. La stessa che noi, abitanti dell’Europa dell’est, abbiamo subito involontariamente sotto il dominio staliniano». Ma l’analisi dello scrittore croato si spinge oltre e inverte i ruoli. Se prima il terrore del diverso veniva indotto dalle dittature dell’est verso ovest, ora il problema è rovesciato. Gli scettici stanno ad occidente: «Dopo il crollo del muro di Berlino, molte barriere sono cadute – conclude Matvejevič –. È rimasto però qualcosa che divide l’Europa dall’altra Europa. Che cos’è? E qual è la sua alterità? Questo si riferisce a una frontiera di cui non siamo coscienti. Noi che veniamo dal regime sovietico vediamo un atteggiamento “euroscettico”. Anche verso la Polonia, che maggiormente si era opposta al blocco comunista. Dobbiamo prendere in viva considerazione questo fenomeno in vista dell’Europa di oggi e di domani, quella che esiste e quella che dovrebbe esistere».
[francesco cremonesi]
continua
alle
28.11.08
0
commenti
Etichette: cultura
EDUCAZIONE E SPORT
Allenare campioni, allevare uomini
È ormai una questione di folklore: in ogni italiano medio sonnecchia da sempre un allenatore incompreso, un cittì pronto a vaticinare su marcature, diagonali e moduli ogni volta che c’è la nazionale in tivù o che si avvicina a un campetto di periferia. Ma se fare l’allenatore è un sogno, essere allenatore è invece il risultato di un lungo percorso, che non finisce con un patentino.
Il lavoro del “mister”, infatti, non è solo insegnare disposizioni tattiche e fare le giuste sostituzioni, ma implica anche saper vivere in un ambiente fatto di intricati rapporti con molti interlocutori: la società, i colleghi, le famiglie e soprattutto i propri giocatori. Si tratta di un ruolo socialmente rilevante, in un Paese che conta 720.212 tesserati Figc dai sei ai 16 anni e ben 6.880 scuole calcio. Lo ha detto anche Adriano Galliani, al termine del corso “Allenatore oggi: tra formazione e prestazione”, organizzato dal Milan presso l’università Cattolica: «L’infanzia e l’adolescenza sono età particolari: un allenatore può rappresentare una figura significativa nella crescita dei ragazzi». Che educare sia implicito nell’allenare è un fatto percepito in tutto l’ambiente. Per Alessandro Bortolotti, professore di Pedagogia presso Scienze Motorie a Bologna, «un allenatore è educatore volente o nolente. Ma per una riflessione sul proprio ruolo educativo, corsi simili sono fondamentali». Soprattutto, un allenatore non deve fare alcuni errori purtroppo frequenti: «Considerare gli atleti come mezzi per un risultato; ignorare le loro potenzialità; insegnare scorrettezze; essere rude o pretenzioso per non ingenerare frustrazione». E anche se non si arriva in serie A, lo sport può diventare una palestra per la vita, «perché insegna a sopportare la fatica, a imparare le regole e a ottenere risultati attraverso il lavoro».
Spesso però i problemi non si verificano con i ragazzini. Nell’ambiente circola una battuta feroce: «I bambini più fortunati sono gli orfani». I trainer hanno problemi comunicativi con le famiglie, che vorrebbero più attenzione per i loro pargoli. Anche di questo Bortolotti parla nel suo libro Sport addio. Perché i giovani abbandonano la pratica sportiva (La Meridiana): «Un errore che non devono fare i genitori è imporre la scelta dello sport al bambino». La sindrome da accerchiamento è in agguato per l’allenatore, che deve guardarsi anche dai colleghi. Paolo Gatti è il coordinatore tecnico dei Milan junior camp e fondatore della società Lombardia Uno, una delle più grandi Scuole calcio rossonere. «Il nostro – dice – è un lavoro artigianale e quindi c’è poca propensione al confronto fra di noi, che siamo spesso presuntuosi e cocciuti. È vero, bisogna migliorare i rapporti fra colleghi. Il corso della Cattolica è servito per aprire un confronto e una maggiore introspezione nel gestire i rapporti». Parlare di psicologia agli allenatori non è impossibile. Caterina Gozzoli della Cattolica di Brescia ce l’ha fatta e per una volta ha messo i tecnici dietro i banchi: allenare le menti per allenare i campioni.
[daniele monaco]
continua
alle
27.11.08
0
commenti
Etichette: sport









