CONFLITTO DI GAZA

Intervista a Nahum Barnea

«Non ci sono dubbi che le operazioni militari organizzate da Israele sono state condotte ad ampio spettro. Il punto è che sono durate anche molto più a lungo di quanto ci si aspettasse», racconta da Gerusalemme Nahum Barnea, una delle penne più autorevoli del giornalismo israeliano, intervistato in esclusiva da m@g. Barnea, che scrive per il quotidiano Yedioth Ahronoth e ha vinto il premio Israel Prize per la comunicazione, ha perso un figlio nel 1996, in un attentato kamikaze di Hamas a un autobus di linea. Al funerale ha perdonato pubblicamente l’assassino, considerandolo vittima della stessa tragedia che affligge il popolo palestinese. Da anni si spende per favorire il dialogo nell’ambito del conflitto arabo-israeliano.

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[viviana d'introno e cesare zanotto]

L'INTERVISTA

La voce della libertà

Yang Lian, nato in Svizzera nel 1955 ma cresciuto a Pechino, è oggi uno dei maggiori poeti contemporanei e una tra le voci più importanti della dissidenza cinese. Esiliato dalla Repubblica Popolare Cinese dopo avere duramente criticato nel 1989 la repressione di Piazza Tiananmen, vive all’estero da vent’anni. È stato candidato al Premio Nobel nel 2002 e le sue poesie sono state tradotte in 25 lingue. Yang Lian interpreta lo spirito della millenaria cultura cinese attraverso la sua esperienza da esule. Una riflessione sulla condizione generale dell’uomo ma anche un invito alla speranza per milioni di cinesi che chiedono democrazia.

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[marzia de giuli e luca salvi]

L'INCHIESTA

È un’emergenza che dura da oltre vent’anni. I territori tra Napoli e Caserta sono uno stato nello stato dove l’unico potere reale è quello della Camorra. Nonostante i blitz, gli arresti e l’invio di soldati e poliziotti, i clan continuano a fare affari in un cono d’ombra in cui convivono l’economia legale e la politica. Ne abbiamo parlato con Andrea Cinquegrani, direttore de La Voce della Campania (oggi La Voce delle Voci).

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[alberto tundo]

MARIO CAPANNA

Onda e '68 a confronto

Quarant’anni dopo la protesta che ha segnato un’epoca, gli studenti italiani sono ancora in piazza. Secondo alcuni osservatori, l’Onda, che contesta la riforma Gelmini, è la fotocopia del’68. Altri la pensano diversamente. Mag ha chiesto un’opinione a Mario Capanna, ex studente dell’Università Cattolica e leader del movimento nel 1968.

Ascolta l'intervista

[cesare zanotto]

CIBO E MEMORIA

Viaggio nel gusto italiano


La relazione tra il cibo e la memoria è uno degli aspetti più profondi e antichi della cultura italiana e internazionale. Emblema di questo nesso è la madeleine che risveglia i ricordi dell’infanzia di Marcel Proust nel romanzo Alla ricerca del tempo perduto . Che cosa pensano i gourmet più affermati e i cuochi più celebri del nostro Paese del rapporto tra lo stile di vita dei nostri tempi e i cambiamenti nel gusto culinario, sempre più lontano dalla tradizione culinaria? La risposta nel servizio.

[francesco perugini]

GIORGIO BOCCA

Intervista sulla crisi del giornalismo italiano


Nessuno meglio di Giorgio Bocca può aiutarci a riflettere sulla crisi che sta vivendo oggi la professione di giornalista. "E' la stampa, la bellezza!", il suo nuovo libro vuole essere un'occasione per riflettere sul destino di un mestiere che sembra aver perso le sue virtù. In Italia la carta stampata appare schiacciata dalle pressioni della politica e dell’economia, incapace di reagire allo strapotere della comunicazione televisiva, non più in grado di scandagliare i mutamenti reali della società. Abbiamo approfondito queste e altre questioni nell'intervista.

[gaia passerini]

MAFIA

Gli eredi dei boss e il passato che non passa

Quando si porta un cognome ingombrante, è risaputo, bisogna fare una certa fatica per conquistare il proprio «posto al sole», allontanandosi dall’ombra proiettata dai genitori famosi. I problemi si aggravano se il cognome rimanda ad alcune tra le pagine più cupe della storia italiana. I figli di Totò Riina e di Bernardo Provenzano sembrano non riuscire a ricostruirsi un’esistenza. Abbiamo cercato di capire perché.

Cernusco dice no all'arrivo di Salvo Riina


I figli del Padrino non rinnegano papà "Binnu"


[raffaele buscemi - roberto usai] continua

DIBATTITO

Stretta sulle droghe leggere in Europa

Brutte notizie per il popolo hippy di mezza Europa. Il governo olandese ha vietato dall’1 dicembre la vendita dei funghi allucinogeni nei coffee shop: finisce l’epoca del “trip” legale. Il provvedimento si inscrive in una politica restrittiva intrapresa dal 2006 e che prevede la chiusura di numerosi coffe shop. I primi saranno quelli di Amsterdam, 43 su 228, distanti dalle scuole non più di 200 metri. Brutte notizie in arrivo anche per i turisti dello spinello. La Svizzera ha negato con il 63,2% dei voti la depenalizzazione dell’acquisto e della coltivazione della cannabis: nel 2000 l’apertura dei “canapai” autorizzati a vendere marijuana aveva attirato migliaia di turisti e il ricordo di quel far west è ancora forte.

I provvedimenti, di natura diversa, sembrano convergere verso un inasprimento della lotta alle droghe “leggere” nei due paesi più liberali in materia di stupefacenti. Davanti alla possibilità che una simile inversione di rotta possa essere l’inizio di un’ondata neo-proibizionista in Europa, l’eurodeputato radicale Marco Cappato (Alde) è scettico: «Non sono modifiche positive, ma non credo a un’onda lunga repressiva. È inoltre comprensibile che i Paesi più piccoli prendano le difese da un turismo di massa: lo spinello libero è un’attrattiva». Cappato, rappresentante di un partito da sempre a favore di una politica più emancipata, vede comunque il bicchiere mezzo pieno. La Svizzera infatti ha approvato con il 68% dei voti la somministrazione controllata di eroina statale: «È la conferma di un esperimento, un risultato da valorizzare: l’eroina legale non ha fatto paura. Nessuno dice che le droghe fanno bene, ma si è capito che i costi sociali aumentano con le proibizioni. Così lo Stato può fare prevenzione e non abbandona i tossicodipendenti al rischio Aids». Il traffico di droga è il business principale della criminalità. Per Cappato «la devastante presa della mafia sull’ordine sociale impone delle motivazioni pragmatiche che non dovrebbero essere estranee alle motivazioni ideali dei più conservatori».

Queste ultime sono bene espresse da Matteo Dellanoce, membro del gruppo di Documentazione Interdisciplinare Scienza e Fede dell’Università Pontificia Santa Croce: « È una battaglia di civiltà: non si capisce perché legalizzare qualcosa che finora abbiamo combattuto perché fa male». E sul referendum svizzero il punto di vista è completamente opposto: «Il no alla cannabis esprime una presa di coscienza delle persone, che hanno capito quali sono i danni che provoca. Impedire sostanze dannose per la salute non è una violenza o una proibizione, ma una tutela e un progresso». Dellanoce privilegia un’analisi di principi: «La liberalizzazione dovrebbe escludere il controllo dello stato, regola che i favorevoli dimenticano sempre. Inoltre, la nazione che autorizza il consumo di droga non ha più speranza e quindi è senza futuro, perché crede ormai in un mondo artificiale. Basti pensare che esistono addirittura persone dipendenti dallo shopping o dalla playstation. Non si tratta quindi di proibire, né di limitare, ma esaltare la libertà individuale dicendo sì alla vita e uscendo da un mondo artificiale: non lasciamo che si imponga una nuova schiavitù».

Ad ogni modo, la sbandierata legalizzazione non è attuabile in senso stretto, poiché implica l’autorizzazione non solo a consumare, ma anche a produrre, attività proibite dal Trattato internazionale delle Nazioni Unite di New York nel ’61 e dalle Convenzioni di Vienna del ’71 e dell’88. L’avvocato romano Angelo Averni, autore del libro Proibizionismo e antiproibizionismo (Castelvecchi), spiega: «Il modello olandese è un ibrido, perché autorizza il consumo, ma resta un equivoco: da dove arriva la marijuana che si materializza nei coffe shop?». Il traffico illecito proviene per lo più dal Marocco, mentre nel biennio 2005-2006 sono stati smantellati 6000 centri di coltivazione “orange”. Secondo Averni tale strategia è «una cura del mercato al dettaglio: per ridurre la dipendenza da droghe pesanti si mette un divario tra lo smercio di cannabis e di oppiacei, evitandone la contiguità tramite gli spacciatori». Secondo l’Osservatorio europeo delle droghe e tossicodipendenze, nel 2006 solo l’8% degli olandesi fra i 15 e i 34 anni ha fumato cannabis, contro il 20,3% degli spagnoli e il 16,5% degli italiani. Averni osserva: «Il divieto non funziona. Il proibizionismo non è mai tramontato, ma è continuo, si rafforza. I microprovvedimenti non spostano però il problema nelle sue mille sfaccettature sociali, economiche, educative e mediche. Il caso svizzero è poi legato a una realtà piccola, dove si possono personalizzare le cure. La tossicodipendenza è infatti una patologia di secondo livello e non bisogna abbandonare il malato a se stesso, agli spacciatori e alla delinquenza».

Secondo la sociologa di Bologna Alessia Bertolazzi «la cannabis rischia di diventare un capro espiatorio politico; dal momento che è la più diffusa fra le sostanze più in uso, è ovvio che si cerchi di colpirla, anche se crea danni minori rispetto ad altre». In Italia la legge Fini-Giovanardi equipara le cosiddette droghe leggere a quelle pesanti, ma secondo Bertolazzi «la distinzione c’è e il passaggio dalle une alle altre non è stato provato. Bisogna cambiare metodo. Il consumatore di droga non è irrazionale, si può quindi attuare una politica di riduzione del danno, fornendo materiale informativo per responsabilizzarlo, dando soccorso nei luoghi dove il consumo è già conclamato, come nei rave». La sociologa sottolinea: «È in atto una “normalizzazione dell’uso”, legittimato dagli utilizzatori; un accomodamento culturale di una prassi sociale. L’obiettivo di proibire l’uso ha quindi poco riscontro nella società».

La Relazione annuale al Parlamento sullo stato delle tossicodipendenze nel 2007 dice che l’uso di cannabis è disapprovato dal 71% della popolazione. La media di chi ne fa un uso annuale è maggiore che in Europa (13%) e 14 persone ogni mille ne fanno un uso frequente. L’eurodeputato Iles Braghetto (Ppe-Udc) prova a tirare le somme: «La lotta alla droga non sarà mai risolutiva, perché la debolezza umana ci sarà sempre. È più semplice arrendersi e assistere queste persone, ma deresponsabilizzare è anche la scelta meno umana e meno civile. Chiediamoci tuttavia se dobbiamo aggiornare i nostri metodi di prevenzione».

Insomma, l’annosa quaestio fra proibizionismo e antiproibizionismo, che intreccia etica e scienza, non è ancora risolta. Le parti divergono su principi come la responsabilità, individuale o sociale, l’etica sanitaria, la tutela e la libertà del cittadino. Vista l’enormità degli interessi e dei problemi sul campo, con una spesa sociale che nel solo comparto sanitario arriva a 1.865 milioni di euro l’anno, sarà bene che il dibattito prosegua e, come ricorda lo stesso Braghetto, «non ci si deve arrendere all’idea che una persona possa dipendere da una sostanza, mentre va ricordato il grande lavoro che ogni giorno già fanno le comunità terapeutiche di recupero italiane».


[daniele monaco]
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ANTOLOGIA

Cattivi ragazzi per un mondo migliore

Per dirla con le parole di don Milani, L’obbedienza non è più una virtù. O meglio, tanto per non mancare di rispetto ai precetti delle nostre mamme, potremmo tranquillamente sostenere che il saper disobbedire a tempo debito costituisca l’ossatura fondamentale del buon cittadino. L’atto di ribellione alle regole, in qualsiasi forma si manifesti, è una componente innata dell’uomo. Insomma, Fatta la legge, trovato l’inganno. Se poi si considera l’azione opprimente dell’autorità di uno Stato non legittimato all’esercizio della stessa, è semplice innescare il meccanismo “causa effetto” che “autorizza” alla forma più alta di delegittimazione del potere: la disobbedienza civile.

«Adesso dobbiamo avere paura di chi dice: obbedisco». Con questa citazione del giornalista americano Dwight Macdonald, si apre Ribellarsi è giusto, un’antologia inusuale quanto fondamentale per il valore civico-filosofico, proposta dalle Edizioni dell’asino. Passare dalla teoria alla pratica della disobbedienza, scoprendone analiticamente i fondamenti e i concetti attraverso la storia del fenomeno stesso dell’eversione. Adrenalina per la coscienza politica dell’individuo, dunque, una scossa al pensiero moderno incatenato ai concetti negativi di anarchia, sovversione, disordine, insidia e violenza che l’esperienza ha svuotato di credibilità. Chi è dunque l’uomo in rivolta, l’individuo che dice no? E che valore ha questo no? Interrogativi che hanno gettato le fondamenta del Sessantotto europeo e americano, punto di partenza della Peste e del L’homme révolté di Camus. Tempi e scenari di riferimento diversi tra loro, dagli orrori del totalitarismo agli inganni della società dello spettacolo, Ribellarsi è giusto offre la possibilità di confrontarsi col pensiero dei quaccheri del Seicento alle prese con l’evasione delle tasse come protesta contro le operazioni militari, per passare a grandi nomi come Camus, Thoreau, Gandhi, Goodman, don Milani, Böll e Anders.

L’onda lunga della disobbedienza si è quindi manifestata ai nostri giorni nelle più molteplici forme: dalle rivoluzioni colorate delle ex repubbliche sovietiche ai passamontagna neri dei Black block; oppure, dall’affermazione di politici nostrani di dubbio sostrato culturale agli scioperi della fame del partito radicale. Picchi di eccellenza politica, ma anche bassezze nate dal ventre molle di certe realtà underground: la realtà dei discoli disobbedienti è varia e avariata tanto quanto l’universale umano. In altre parole, non si può e non si deve fare confusione, sebbene il panorama della disobbedienza sia più che mai vasto, e l’antologia dell’Asino può essere un buon punto di riferimento per capire e per, magari, far partire la nostra forma di dissenso, diventando veri e propri “monelli” di professione.

Ma nel mezzo della ribellione, apice dell’atto disobbedienza civile, deve essere chiaro contro chi indirizzare la propria contestazione. L’azione è mossa contro la degenerazione dei principi di Stato avanzati da Hobbes e Weber, ovvero contro l’abuso del diritto legittimo dello Stato al “monopolio della coercizione della forza”. È la dottrina marxista, ma ancor più leninista, che fa proprio, invece, il concetto di Stato come “prodotto e manifestazione dell'antagonismo inconciliabile delle classi” ad aver guidato l’atto disobbediente dal Sessantotto a oggi. È chiaro che le tesi del socialismo reale si sposano a pennello al paradigma d’azione di ogni ribellione, ma l’antologia Ribellarsi è giusto va oltre questo stereotipo che ancora, talvolta, monopolizza la mobilitazione collettiva.

«Protestare, disobbedire, dire no è difficile, il vero problema è l’offerta di un’alternativa valida – spiega Amico Dolci, figlio di Danilo Dolci, bandiera della lotta sociale siciliana e italiana del dopoguerra –. Mio padre questo lo aveva chiaro, e per questo si era adoperato per la costituzione di un centro studi per trovare delle soluzioni ai problemi che contestava alle amministrazioni pubbliche siciliane. Questi centri di autoanalisi popolare nascevano su una matrice religiosa soprattutto cattolica. Papà aveva Gesù e Gandhi come figure di riferimento: un patrimonio umano immenso che si traduceva nel modo di elaborare logiche di cambiamento nel rispetto del prossimo. Anche contro il fenomeno dei voti mafiosi, lui non provava astio contro queste persone ma, allo stesso tempo, faceva di tutto per bloccare e destabilizzare quel sistema corrotto e alla deriva». Eppure il limes di separazione tra disobbedienza e azione violenta di imposizione dei diritti è molto sottile. Se da un lato abbiamo gli esempi di Cristo o Gandhi, dall’altro lato della barricata non mancano gli episodi di sangue del movimento studentesco ispirati da modelli che, a tempo debito, il fucile lo hanno imbracciato come Ernesto Che Guevara o Emiliano Zapata. «Durante il Sessantotto il lavoro svolto da mio padre fu messo a rischio dalle spinte che venivano all’interno del suo gruppo – conclude Amico Dolci –. I tempi erano infiammati dalla contestazione e alcuni auspicavano la reazione violenta. Papà, insieme a personaggi come Aldo Capitini, scelsero invece di passare all’azione non violenta, una scelta delicata che si separava dalla sola nonviolenza passiva. Rifiuto totale della violenza, ma non a scapito dell’azione»


[francesco cremonesi]
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MAGISTRATURA

Sistema giustizia, una crisi “patologica”

La chiave di lettura dei dati dell’Eurispes è unica. Le lungaggini di processi in Italia, nel 2008, hanno portato al rinvio del 66% degli 896 processi monitorati in dieci diverse giornate di rilevamento. Di questi, il 90% si sono svolti di fronte al giudice monocratico che ha l’innegabile vantaggio di organizzare il proprio lavoro d’udienza pur pagando la perdita di collegialità e del confronto di idee che essa assicura.

«Non è un buon momento per la nostra giustizia - dichiara Oreste Dominioni, presidente dell’Unione camere italiane -, i tempi morti sono eccessivamente dilatati. Tra la fine di un dibattimento ed il passaggio degli atti all’ufficio notifiche passano 28-30 mesi per evitare di ingolfare gli archivi. E poi l’organico dei magistrati è già ristretto: ne servirebbero altri 1000 e ce ne sono 400 fuori ruolo che, se fossero impiegati diversamente, migliorerebbero il lavoro della giustizia». Dominioni tira fuori alcuni dati che il ministero della funzione pubblica tiene secretati. Brunetta, infatti, non ha mai fatto sapere che a capo del Gabinetto di Roma c’è un magistrato che percepisce una paga di 400mila euro annui, mentre tre suoi colleghi lavorano nel ministero alle pari opportunità occupato dalla Carfagna.

Tornando ai ritardi della magistratura emergono diverse cause. La ragione principale si verifica alla prima udienza dei processi introdotti con citazione diretta a giudizio destinata alle sole questioni preliminari e all’ammissione delle prove (32,1%). Altro motivo che incide in percentuale considerevole (13,7%) è il differimento per discussione. Se a questo si aggiunge il dato relativo al rinvio per repliche (9,3%) che spesso maschera un rinvio per la pronuncia della sentenza, si osserva che nel 23% dei casi il processo non si conclude con l’immediata deliberazione. Tra le ragioni di rinvio di carattere «patologico» ci sono le esigenze difensive (8,4%) e l’omessa o irregolare notifica all’imputato (5,6%).

Ma la disfunzione ha radici lontane. A denunciarla, nel giorno dell’apertura dell’anno giudiziario, era stato il presidente della Corte d'Appello di Milano, Giuseppe Grechi, che ieri ha ribadito il suo pensiero durante la tavola rotonda. «Siamo già passati a quattro udienze al giorno lavorando fino alle 18 (prima se ne discutevano cinque fino alle 19, ndr) perché le condizioni e le paghe dei dipendenti sono deprecabili. Quando prospettai questa situazione all’allora ministro della giustizia Mastella la risposta fu negativa. Ma dopo essere stato convocato dal Csm questa soluzione è stata accettata».

Lo scandalo dei concorsi, la scottante querelle tra le procura di Salerno e Catanzaro (l'impasse è stata sbloccata grazie ad un doppio dissequestro degli atti compiuto innanzitutto dalla Procura generale di Catanzaro e successivamente da quella di Salerno) e i dati dell’Eurispes testimoniano la crisi della giustizia del belpaese. Cosa deve accadere ancora per auspicare una svolta?


[fabio di todaro]
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SINDACATO

La rabbia e l’orgoglio della Cgil

«Io sono una povera bidella. I miei figli hanno un lavoro precario e non riescono ad andarsene via da casa. Il governo ci ha messo anche la trattenuta per la malattia. E per uscire dalla crisi mi chiede di essere ottimista e di consumare di più? Ma stiamo scherzando?!» Con queste parole la signora Mariangela, giovedì 4 dicembre all’entrata del teatro Strehler, si lamenta con le persone che le stanno attorno. Stamattina il teatro è stracolmo di gente. I dirigenti della Cgil, che hanno indetto un incontro per spiegare le ragioni dello sciopero del 12 dicembre, non si aspettano un’affluenza tale. Le persone rimaste fuori hanno più volte chiesto un impianto di amplificazione per potere ascoltare gli interventi che, all’interno, si alternano sul palco. Purtroppo non c’è niente da fare.

Nel teatro centinaia di persone ascoltano in silenzio gli interventi dei loro dirigenti. Tra i militanti il clima è teso e preoccupato. La Cgil non è mai stata così sola. Il Pd è troppo occupato a risolvere le sue beghe interne per poter difendere quella che, per anni, è stata la sua sigla sindacale di riferimento. Cisl e Uil hanno da tempo abbandonato la piattaforma comune per stringere patti separati con il governo. Bonanni e Angeletti hanno più volte descritto lo sciopero del 12 come un’iniziativa inutile. È anche vero, però, che la Cgil non è mai stata tanto forte. La crisi ha messo a rischio il posto di lavoro di professionisti e laureati che fanno “massa critica”, sanno come muoversi e hanno i mezzi e le conoscenze per imporsi con le istituzioni. Oggi in Italia 900mila persone rischiano di perdere il lavoro e a mezzo milione di precari, probabilmente, non sarà rinnovato il contratto. Questi potenziali nuovi poveri hanno cominciato a vedere nella Cgil una speranza per il loro futuro.

I rappresentati dei vari rami del settore lavorativo bocciano il pacchetto anticrisi, elaborato dal ministro Tremonti, in ogni suo aspetto. Gli attacchi più pesanti vanno alla social card. Definita dalla rappresentante della funzione pubblica, Marzia Oggiano, «un’elemosina che può essere utile a qualcuno ma che non risolve il problema». Perché, secondo la sindacalista, «una vera misura anticrisi dovrebbe occuparsi anche del ceto medio. Cioè di quella parte della popolazione che, negli ultimi anni, si è progressivamente impoverita». Secondo Maria Sciancati, segretario generale della Fiom di Milano, «il nostro destino è segnato: piccole imprese che non reggono e multinazionali che chiudono». «Invece che sugli slogan ottimistici - secondo la sindacalista -, per far ripartire i consumi, il governo dovrebbe puntare sugli ammortizzatori sociali». Sul palco si parla anche di Cisl e Uil, accusate da Carlo Mauri, rappresentante del settore finanziario, di portare avanti «un modello sindacale dei piccoli affari».

Quando il segretario generale, Guglielmo Epifani, sale sul palco la sala esplode in un lungo applauso. Il leader della Cgil lancia un segnale di distensione alle altre sigle sindacali: «Dobbiamo renderci conto che, soprattutto in tempi di crisi, i lavoratori pretendono unità». Poi riassume le richieste che la Cgil fa al governo e dice che, «in periodi come questo, c’è bisogno di una politica che non lasci il lavoratore solo con il suo destino. Altrimenti passerà il messaggio inverso: ognuno si arrangi come può». Chiuso l’intervento di Epifani, in centinaia escono ordinatamente dal teatro. Il popolo della Cgil è determinato a continuare la lotta anche senza le altre sigle sindacali. Convinto di avere dalla sua parte la maggior parte dei lavoratori italiani


[andrea torrente]
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VERTICE DI OSLO

Non più a spasso con un grappolo di bombe

Si chiamano cluster bomb, bombe a grappolo. Quando esplodono liberano centinaia di submunizioni che si sparpagliano andando a colpire in più punti l’obiettivo da eliminare. Quando le cluster bomb deflagrano fanno parecchio rumore, ma sembra che qualcuno non voglia sentire il boato di questa esplosione. Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire, ma quel che è peggio, si ostinano a tapparsi le orecchie proprio quelli che le cluster bomb le producono, le vendono e soprattutto, le usano. Stati Uniti, Cina, Russia, Israele, India e Pakistan hanno preferito volgere lo sguardo altrove mentre a Oslo cento governi di tutto il mondo si sono riuniti per sottoscrivere l’impegno a non a non usare, produrre, acquistare, commercializzare, stoccare, trasferire direttamente o indirettamente munizioni cluster; assistere o incoraggiare chiunque a intrattenere attività proibite dall'accordo con un altro Stato membro della convenzione.

Il traguardo siglato ad Oslo è sì un fatto importante, ma, in fondo, è una vittoria mutilata, proprio per la defezione delle grandi potenze militari del pianeta. Sono ormai cinque anni che la società civile internazionale, attraverso l'impegno di 300 Ong, ha avviato un processo multi-laterale di negoziato per l'elaborazione di un trattato di messa al bando delle cluster che si è concretizzato con l’impegno di Oslo. E mentre i Paesi sottoscriventi si impegneranno entro i prossimi otto anni a distruggere i propri arsenali di munizioni a grappolo, i colossi bellici hanno fatto spallucce davanti alla proposta di firma del trattato. Il grande problema di questa tipologia di ordigni consiste (oltre alla mutilazione degli arti delle vittime) nel non innesco degli ordigni sganciati, sia per via aerea o da artiglieria. In questo modo le cluster disegnano scenari post-bellici disseminati di pericolosissime bombe inesplose. Nagorno-Karabakh, Kossovo, Vietnam, Afghanistan, Libano e Iraq sono solo le realtà maggiormente colpite da questo fenomeno. Uno degli esempi di largo utilizzo delle cluster bomb è proprio legato al recente passato dello Stato ebraico: nella guerra contro i miliziani Hezbollah nel sud del Libano del 2006, le truppe israeliane fecero ampio utilizzo delle munizioni a grappolo per stanare i guerriglieri sciiti

Avendo di fatto svuotato di importanza la portata della firma del trattato, la defezione delle grandi potenze militari dal collegio di firma dell’impegno di Oslo deve indurre a ragionare sulle conseguenze che tale scelta comporta. «L’aspetto positivo della firma dell’impegno consiste nel fatto che probabilmente si avranno meno vittime civili negli scenari di guerra post bellici – spiega Andrea Nativi, direttore.del Rid, la Rivista italiana di Difesa -, ma occorre prestare attenzione ad un paradosso molto importante legato all’evento. L’utilizzo di questo tipo di munizioni deriva da una precisa esigenza bellica imposta dalle parti chiamate in causa. Il problema è che le potenze impiegate in scenari di guerra che richiedono l’utilizzo delle cluster, se dovessero rinunciarne, proteggerebbero i civili nelle aree postbelliche, ma metterebbero a repentaglio la vita dei propri soldati durante le operazioni militari». Un altro punto contradditorio legato all’abbandono delle munizioni a grappolo riguarda i colossi dell’industria bellica. Lo smaltimento di interi arsenali di cluster inutilizzate, porterebbe al rinnovo completo dei depositi bellici: si incrementerebbe così il business dell’industria della difesa: «In calce allo stesso trattato è evidenziata in maniera precisa la definizione degli ordigni che non rientrano nella classificazione cluster – conclude Nativi – e questa, di fatto, è la definizione dei futuri ordigni che rimpiazzeranno quelli banditi dall’impegno di Oslo».


[francesco cremonesi]
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BABY-MELOMANI

Grande successo per la prima della prima alla Scala

In duemila per ascoltare l’opera. Una cifra canonica, se non fosse che, per la prima volta, alla Scala, i duemila erano tutti ragazzi sotto i 26 anni. Per la verità, tutti o quasi: come ci si poteva aspettare, qualche “infiltrato” è stato visto aggirarsi per i corridoi, scrutato con un cannocchiale o osservato a pochi centimetri di distanza. “Mimetizzati” che parevano superare abbondantemente i limiti d’età: turisti internazionali e qualche invitato che hanno occupato le ultime poltrone rimaste. Tra gli “over 26” c’era anche Ornella Vanoni che, non potendo presenziare alla prima, ha chiesto di partecipare. Unici giustificati, i critici. Il tutto, compreso un premio speciale ai “baby melomani” più preparati, nasce da una vasta community di Facebook, nata per mantenere i contatti tra i giovani appassionati. Così, i vincitori del concorso a quiz pubblicato su internet, hanno potuto seguire l’opera addirittura dal palco reale.

L’idea del sovrintendente Stephane Lissner ha ottenuto una forte adesione e attirato l’entusiasmo di molti ragazzi, vissuto per la prima volta soprattutto dai più giovani. Ma oltre agli universitari, che già frequentano il mondo dell’opera per studio o per passione, a destare sorpresa sono stati i ragazzi delle scuole superiori e delle medie: giovanissimi, accompagnati da genitori e nonni che si sono fermati sulle porte del teatro. Per loro, come di consueto, si prepara la “prima” classica del 7 dicembre che, anche quest’anno, vacilla tra le polemiche e le minacce di sciopero degli orchestrali e del coro: una forza indispensabile alla buona riuscita dello spettacolo e che ha riscosso grandi applausi nei giovani. Infatti, ammirare le mani di Daniele Gatti rivolte ai “suoi” era uno spettacolo nello spettacolo.

L’idea di “ringiovanire” il teatro è piaciuta talmente tanto che moltissime richieste sono già pervenute affinché l’evento sia ripetuto al più presto: aprire la Scala a soli 10 euro ha fatto riempire platea, palchi e gallerie. Se è vero che i ragazzi moltiplicano le cifre quando si tratta di aperitivi e locali, è innegabile che un prezzo così accessibile aiuti ad affollare luoghi spesso disertati per pregiudizio ma anche per i costi eccessivi. L’aura di esclusività e di noia che purtroppo identifica il mondo della lirica come qualcosa di lontano e difficile da capire, è stata smentita dalla presenza di un pubblico coinvolto e caloroso, anche se per un’opera giudicata erroneamente “pesante”: quattro ore che, per un ritardo iniziale e un intervallo forse un po’ troppo lungo, è terminata oltre le 22.30.

Per il capolavoro di Verdi, Stéphane Braunschweig ha pensato ad una regia che ricorda il melodramma di tradizione tedesca. Le scene, essenziali, sono state realizzate magistralmente grazie alla prospettiva che dava una grande profondità agli spazi. Ad un allestimento minimale si contrapponevano costumi realizzati secondo una dettagliata ricostruzione storica. Riguardo al canto, il vero protagonista è stato Dalibor Jenis: totalmente dentro il suo Rodrigo, ha scosso la sala in una tensione crescente, fino alla fine. Molto apprezzato anche il Filippo II di Ferruccio Furlanetto, che ha saputo rendere appieno la complessità e il dolore del suo personaggio. Don Carlo, interpretato da Giuseppe Filianoti, ha ricevuto qualche critica dai più esperti, anche se l’applauso finale dei ragazzi è stato comunque caloroso. Interpretazioni davvero riuscite anche per le due protagoniste femminili: l’Elisabetta di Fiorenza Cedolins ha incantato per voce e presenza scenica; Dolora Zajick ha confermato la sua potenza vocale e la sua capacità di modulazione, in un crescendo fino all’ultima scena. Emozionante, poi, la scelta di portare in scena i bambini, simbolo dell’anima innocente dei protagonisti.

Dalle 18 fino agli applausi finali, i ragazzi hanno dato prova di maturità e di grande attenzione. I cantanti erano visibilmente emozionati: la presenza di un pubblico così speciale è fonte di speranza per tutti gli artisti della lirica. Così, attraverso quest’anteprima speciale, la musica di Verdi conferma la sua immortalità ed entra nelle orecchie e nel cuore delle nuove generazioni.



[vesna zujovic]
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RAI EDUCATIONAL

Metti quattro Lampi di genio in tv

È come la macchina del tempo, ma in tivù. E, soprattutto, solletica la curiosità di chi volesse conoscere da vicino i grandi scienziati. Così, dall’8 al 29 dicembre, dal lunedì al mercoledì, Rai Educational si impegna a mandare in onda Lampi di genio in tv, un programma in dieci puntate che racconterà la storia di altrettanti uomini di scienza. Uomini che nella loro vita hanno avuto un’idea che ha fatto storia. Einstein, Darwin, Volta, Galileo, Leonardo, Mendel, Lavoisier, Ippocrate, Newton e Archimede: dieci storie incredibili, piene di colpi di scena, raccontate con una tecnica che mescola la graphic-novel alla docu-fiction.

Il programma, infatti, trae ispirazione dalla collana Lampi di genio, un successo internazionale tradotto in 14 lingue, opera della matita di Luca Novelli, scrittore e disegnatore. La serie nasce dall’idea di Renzo Salvi, capoprogetto di Rai Educational e autore di molti programmi, tra cui anche L’albero Azzurro, di realizzare un programma di divulgazione scientifica rivolta ai ragazzi, i quali spesso si trovano a essere partecipi dello sviluppo tecnologico degli ultimi anni senza però sapere quali uomini hanno contribuito a questo progresso. In ogni puntata Luca Novelli, nell’inedita veste di conduttore, guiderà un gruppo di bambini all’interno di un’astronave, in grado di viaggiare nello spazio e nel tempo, per vedere da vicino luoghi remoti come le foreste ai tempi dei dinosauri o il suolo di Marte e Giove.

Obiettivo comunicativo di Lampi di genio in tv è quello di sperimentare linguaggi televisivi differenti, che solletichino l’attenzione non solo dei ragazzi, ma anche degli adulti. Lo studio televisivo diventa un’astronave grazie al green screen, una tecnologia che consiste di effettuare riprese su un fondale verde e, in fase di post-produzione, sostituire lo sfondo con un altro filmato: in questo modo lo studio televisivo si trasforma in una vera e propria astronave o in altri ambienti particolari, come musei e luoghi d’arte. Anche gli stessi bambini, chiamati temponauti, diventano protagonisti attivi degli effetti speciali, con effetti di comparsa/scomparsa ogni volta che vengono chiamati dal conduttore. Gli scienziati, trasformati dal tratto di Novelli, diventano dei veri e propri cartoon, con accenti che vanno dal fiorentino di Leonardo all’inglese snob di Darwin.

«Abbiamo voluto raccontare la vita e le scoperte di personaggi a cui la televisione non si è mai avvicinata, come Mendel, Lavoisier e Ippocrate – afferma Luca Novelli –. Una bella compagnia di scienziati, che ormai sento vicini a me da anni, il cui successo in tutto il mondo mi ha piacevolmente sorpreso. Ma, d’altronde, la scienza è un idioma comune, un linguaggio di pace che viene compreso nonostante le differenze». Lampi di genio in tv è un esperimento unico nel suo genere, in quanto per la prima volta viene proposto un tema “di nicchia” come la divulgazione scientifica per ragazzi: «Il programma andrà in onda su Rai Edu 1, ma avrà anche due spazi sui Raitre il 27 dicembre e il 3 gennaio. Il 2009 è inoltre l’anno del giubileo galileiano e sarà proprio Lampi di genio in tv, un programma per ragazzi, a inaugurarlo». Il problema, però, rimane. Ed è quello della collocazione in palinsesto: il digitale terrestre garantisce infatti una molteplicità di spazi televisivi, ma non ancora tutti sono dotati del decoder.


[alessia lucchese]
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NUOVI PROGRAMMI

Chiambretti: prima notte a Mediaset

Comincerà su Italia 1 il 20 gennaio tra le 23.45 e la mezzanotte Chiambretti Night, il programma in “prima nottata” di Piero Chiambretti. Il “Compromesso storico” tra il “Pierino” nazionale e la rete berlusconiana è stato celebrato ieri all’ Arci Club di Milano, circolo scelto dal presentatore perché «in Mediaset stat virtus: oggi abbiamo portato Piersilvio Berlusconi all’Arci, il 4 novembre Obama è stato eletto presidente e il 4 dicembre io divento uomo Mediaset. Tutto è possibile».

Il programma andrà in onda dal martedì al giovedì in quella fascia oraria che Chiambretti ha definito “prima nottata”. Durerà due stagioni televisive e avrà la mission di smascherare i troppi numeri uno della tv, compito affidato nella puntata del giovedì ad un giudice d’eccezione: Diego Abatantuono. «Con Markette – ha detto Chiambretti – abbiamo messo in croce la promozione bieca e dissacrante della televisione generalista. La tivù va reinventata, anche a livello tecnologico, per questo nel 1989 ho cominciato a lavorare con la telecamera a spalla, fuori dagli studi televisivi e proprio per questo sto studiando con il Politecnico di Torino nuove tecnologia da applicare alla tv».

Giorgio Tiraboschi dirige Italia 1 da sette anni e crede che Chiambretti possa entrare in osmosi con la rete “giovanile” di Mediaset: «Chiambretti sarà un virus – ha detto Tiraboschi –, potrebbe contaminare tutto il palinsesto». Anche il Presidente di Mediaset Pier Silvio Berlusconi vede bene l’inserimento di Chiambretti Night su Italia 1, una rete «dinamica e innovativa a livello mondiale».

La formula e il cast del programma non sono ancora stati svelati ma dai vecchi studi televisivi de La 7 che per ironia della sorte saranno gli stessi in cui verrà trasmesso Chiambretti Night, filtrano le scelte fatte dal torinese Chiambretti. Sembrano confermati Costantino della Gherardesca e i “gelatieri di Rimini” ma, giura Piero, non verrà riproposto il vecchio programma. «Questo sarà il nipote di Chiambretti c’è e il figlio di Markette: ci sarà una continuità perché ogni artista porta con se la sua personalità e la usa come marchio di fabbrica ma sarà un programma nuovo, con nuovi personaggi coloriti. Ma sempre con buongusto». Durante il suo piccolo show Piero Chiambretti ha sottolineato il ruolo di mediazione svolto da Enrico Mentana ed Antonio Ricci nel convincerlo a passare a Mediaset. Però ha anche evidenziato come l’offerta ricevuta dall’emittente del biscione era la migliore tra quelle ricevute. «Rai1 mi ha offerto i “pacchi”, Rai2 otto seconde serate, Rai3 non li sento da quindici anni. Mediaset in passato mi aveva offerto solo la conduzione di programmi già esistenti, questa volta ha bussato alla mia porta dandomi la possibilità di costruire il mio programma in due stagioni senza chiedermi ascolti immediati».

Poi, chiusa la scatola televisiva, Chiambretti si è lanciato nelle confidenze: è un frequentatore dei circoli Arci, non abbandonerà i suoi ristoranti di fiducia per quelli dei calciatori, non subirà il conflitto d’interessi quando ci sarà Milan-Torino («quello mai!») e non smetterà di essere un fanatico del “look naif ". Menomale che Pierino c’è.


[roberto dupplicato]
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MOSTRA A BRESCIA

Guareschi al “Bertoldo”, quando la risata è arte

“Oggi è morto uno scrittore che non è mai nato ”. Era il 22 luglio del 1968, l’Unità “celebrava “ così la scomparsa di Giovannino Guareschi, umorista del ‘900. A cento anni dalla nascita - 1 maggio 1908 - l’eco potrebbe essere rovesciata “allora nacque uno scrittore che non è mai morto” .
Con questa idea il comune di Brescia ha allestito nell’Auditorium di Santa Giulia, un’esposizione dedicata al periodo milanese dello scrittore: Giovannino Guareschi
al “Bertoldo”. Ridere delle dittature 1936-1943
. Settanta disegni originali, prelibatezze da collezionisti, che ripercorrono la storia della rivista meneghina.

Chiaro-scuri che emergono, ancora impertinenti, da cartoncini perfettamente conservati, un poco ingialliti ma gioviali. In qualche skizzo il tratto, sempre sicuro, è sottolineato dalla “biacca”. Sono immagini del novecento, vignette, strisce, caricature, in grado di fotografare la storia oltre la superficie. Di estorcere al Secolo Breve le sue contraddizioni e, contemporaneamente, piegare le labbra del lettore ad un sorriso, sempre consapevole, mai stereotipato, in un gioco comunicativo che a tratti rasenta la confidenza.


Sette anni che hanno riempito le pagine di un’enciclopedia ancora da sfogliare. Impressa di quell’ irresistibile umorismo che con vibranti guizzi ha scavalcato, senza mai inciampare, un intero secolo. E che ha saputo sbeffeggiare la resistibile dittatura del ventennio.
Al “Bertoldo” lo scrittore della Bassa parmense lavorò con passione, incrociando la propria arte con quella di altri grandi maestri del ‘900, da Mosca a Metz, da Molino e Angoletta al disegnatore del New Yorker Saul Steinberg. Fu proprio nella rivista milanese che imparò a miscelare lo zolfo al tritolo, affinando, sapiente artigiano, la pirotecnica della risata.
Un’esperienza che porterà con sé, di baracca in baracca, persino nel campo di concentrazione, dove fu prigioniero dal 1943 al 1945 per non aver aderito alla Repubblica sociale.

A quarant’ anni dalla morte, Guareschi resta una figura difficilmente imbrigliabile. Che rifiutò sempre di incurvarsi all’opportunismo del momento. Si scontrò con l’ottusità fascista ma fiutò anche il pericolo comunista. La sua matita vergò, distillandoli, i difetti di un’intera generazione e spesso, con astuzia, riuscì a eludere la censura mussoliniana. Oggi è uno degli scrittori italiani più letti al mondo e i suoi personaggi, da don Camillo al Crocifisso parlante, continuano a solleticare uno umor schietto, sanguigno, mai volgare. Che si riverbera di citazione in citazione, perfino nelle gag dei nostri comici-tv.


[ivica graziani]
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INFORMAZIONE E POLITICA

Libero a Silvio: «Abolisci le province»

Libero è più agguerrito che mai: la battaglia per l’abolizione delle province è appena iniziata. Venerdì 29 novembre Gianluigi Paragone, vicedirettore del quotidiano, ha lanciato un vero e proprio appello al premier Berlusconi: «Elimina le province». Un richiamo che parte dalla riflessione sul piano anticrisi varato dal governo: se davvero lo Stato ha bisogno di soldi per salvare l’economia, potrebbe recuperare ben 16 miliardi di euro l’anno dalla chiusura di questi enti inutili. Un provvedimento che d’altronde era stato promesso in campagna elettorale, ma che finora non ha trovato una risposta a causa, dice Paragone, dell’intransigenza della Lega Nord, da sempre contraria all’abolizione delle amministrazioni provinciali in quanto rappresentano un forte legame con il territorio.

Paragone, dalle colonne del quotidiano, invitava inoltre tutti i lettori che si trovavano d’accordo con questa proposta a inviare la propria adesione. Detto, fatto. Nel giro di pochi giorni la redazione di Libero è stata letteralmente sommersa da migliaia di firme, un successo che lo stesso Vittorio Feltri non si aspettava. Ogni giorno Libero pubblica almeno quattro pagine di nomi e cognomi, entusiasti dell’iniziativa.

D’altronde gli attacchi di Libero alle province non sono cosa nuova: durante l’estate, infatti, il quotidiano aveva dato vita a una vera e propria campagna anti-province, denunciando costi e sprechi di queste amministrazioni. Le province italiane sono passate da 69 durante l’epoca giolittiana a 110, delle quali alcune, come l’Ogliastra, raggiunge a malapena i 57.000 abitanti. I membri delle giunte provinciali costano ai cittadini circa 50 milioni di euro, mentre il numero di dipendenti si aggira intorno ai 300mila. La denuncia si era assopita nei primi mesi autunnali, per poi riprendere con vigore pochi giorni fa. Molti i pareri positivi, anche da parte di esponenti illustri di maggioranza e opposizione: il leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini ha dichiarato la volontà del suo partito di promuovere la campagna, mentre il ministro alla Difesa Ignazio La Russa ha proposto un piano in tre anni, promettendo di convincere anche Bossi. Già, perché il problema rimane sempre quello della Lega: fino a quando saremo al governo, dice il senatür, le province non si toccano.

«La polemica esiste ormai da quasi quarant’anni, da quando nel 1970 furono istituite le regioni» afferma Angelo Mattioni, docente di diritto costituzionale all’Università Cattolica di Milano. «Il problema è che le province sono previste dall’articolo 114 della Costituzione e quindi per abolirle è necessario procedere a una revisione costituzionale. Il progetto di legge deve essere approvato due volte dalle Camere con una maggioranza qualificata, un procedimento lungo e complesso che deve vedere partecipe anche l’opposizione per raggiungere il quorum richiesto. L’articolo 5, inoltre, riconosce le autonomie territoriali, quindi il loro valore costituzionale è molto forte. Non mi sento di considerare le province come un ente inutile, esse possono avere una propria funzione anche con le regioni. È necessario che il governo prenda dei provvedimenti per valorizzarle in modo più razionale. A mio avviso è importante che esista un livello intermedio tra comuni e regioni; allo stesso modo potrebbero essere creati dei consorzi comunali, dove potrebbero confluire anche i dipendenti delle amministrazioni provinciali. Politicamente, la questione è irrisolvibile: se ne è sempre parlato durante le campagne elettorali per cercare il consenso, perché quando si vuole abolire qualcosa che crea degli sprechi, si ottiene il riconoscimento degli elettori».

Filippo Penati, presidente della Provincia di Milano, esprime un parere moderato: «Non credo si possa pensare di abolire le province come se niente fosse, perché non credo possa migliorare l’efficienza del sistema degli enti pubblici. Infatti, l’amministrazione provinciale come ente sovracomunale si occupa di settori cruciali per la vita dei cittadini, come la viabilità, l’edilizia scolastica, l’ambiente, i servizi e le agenzie per il lavoro. Credo però che nelle aree metropolitane, dove c’è bisogno di un governo di area vasta, le province e i comuni capoluogo debbano lasciare il posto alle città metropolitane, modello di governance strategico ed efficiente, che abbia poteri significativi e capacità decisionali, in modo da rispondere in modo adeguato alle esigenze di un territorio complesso come quello milanese, in continua evoluzione».

Favorevole all’abolizione è invece Romano La Russa, assessore all’industria in quota An per la Regione Lombardia: «Non sono completamente contrario, non tanto perché le consideri enti inutili, ma per la mia storia personale: l’Msi era infatti addirittura contrario alle regioni nel 1970 perché era certo che si sarebbe creato l’ennesimo carrozzone. Il governo di allora, di centrosinistra, aveva promesso che non sarebbero stati assunti nuovi dipendenti, ma in realtà sappiamo che da allora province e regioni hanno visto crescere il numero dei dipendenti. Se proprio non si può arrivare all’abolizione, bisogna almeno ridurle, accorpando quelle con minor numero di abitanti. Una provincia, per essere considerata tale, dovrebbe avere almeno un milione di abitanti, mentre alcune non raggiungono nemmeno i centomila. Purtroppo sarà molto difficile arrivare a questo: in Italia c’è un campanilismo molto radicato e non tutti rinuncerebbero ad avere la propria provincia. Ma è necessario oggi razionalizzare, ridurle anche del 50%». Ma se la Lega Nord non è favorevole, come potrà tradursi in realtà? «Io credo che la maggioranza degli elettori della Lega siano favorevoli all’abolizione delle province, come quelli del Pdl, perché le percepiscono come uno spreco. È più un fatto ideologico: perché la Lega è un partito molto radicato nel territorio e i vertici hanno paura di perdere questo contatto con la popolazione. Ma sono sicuro che insieme si potrà trovare una soluzione». Sarà, ma intanto convincere Bossi a rinunciare alle sue cinque province (Como, Sondrio, Treviso, Varese e Vicenza) e al potere politico che ne consegue, non sarà impresa facile.


[alessia lucchese]
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AIDS

Virus Hiv, è di nuovo allarme contagio

Non fa più paura, e il problema è proprio qui. Sono passati più o meno vent’anni da quando l’incubo dell’Aids affollava le pagine della stampa e l’immaginario collettivo. Vent’anni da quando il virus mieteva vittime ad ogni schiocco di dita, accaparrandosi così l’epiteto di “peste del XX secolo”. Vent’anni, questi, in cui la medicina ha fatto le scale a tre a tre: i farmaci retrovirali hanno dato un nuovo volto alla malattia, riconsegnando alla normalità tante vite il cui destino sembrava doversi ridurre a una manciata di anni. Una battaglia vinta, sicuramente. Ma la guerra contro l’Hiv è tutt’altro che finita.

Il nuovo fronte si apre sulle stime di un contagio che aumenta con ritmi vertiginosi: secondo il più recente rapporto dell’Unaids (Agenzia delle nazioni unite per la lotta contro l’Aids) svolto su scala mondiale, ogni giorno si registrano 7.500 nuove infezioni, che si aggiungono ai 33 milioni di persone già colpite da Hiv. Restringendo il campo d’indagine al capoluogo lombardo, stiamo parlando di 750 nuovi contagi all’anno, circa due al giorno. Ma è forse la fisionomia dei soggetti che contraggono il virus il dato più inquietante e significativo: se una volta la malattia tabù era associata, nel pensiero comune, alla trasgressione, ora la piaga sembra sempre più insinuarsi nella “quotidianità più normale”. «Non più droga o rapporti omosessuali, ai quali è stata sempre legata l’idea del contagio – spiega Antonietta Cargnel, dopo una vita da primario all’ospedale Luigi Sacco di Milano, e ora presidente della fondazione Aids aiuto –; sono i rapporti eterosessuali non protetti la principale causa di trasmissione». In Italia, fra i soggetti più colpiti troviamo principalmente donne e cinquantenni: «È come se, da una certa età in poi, si cominciasse a prendere la vita con una certa leggerezza e ci si dimenticasse che il virus c’è e che il contagio è davvero dietro l’angolo per chiunque non si protegga», commenta Arnaldo Caruso, a capo dell’equipe di ricerca di Brescia che sta sperimentando il vaccino. «Il punto però –aggiunge – è che si è smesso di parlarne».

L’Aids non più di moda, insomma. Secondo uno studio della Swg, per il «Network persone sieropositive», la patologia da virus Hiv rappresenta addirittura l’ultima delle preoccupazioni degli italiani: solo il 5% dice di averne paura, contro il 20% del 1991. Il virus quasi dimenticato rischia però di diventare ancora più pericoloso: i farmaci retrovirali ci sono, è vero. Ma rallentano la malattia, non la guariscono: un particolare non da poco. Questo significa che il trend di scarsissima attenzione, non solo alla prevenzione del contagio, ma soprattutto ai test per l’Hiv, può comunque essere fatale: «In molti casi i pazienti scoprono di essere sieropositivi solo quando il virus è già allo stadio di malattia avanzata», spiega Giuliano Rizzardini, responsabile della prima e seconda divisione di malattie infettive del Sacco. Le conseguenze sono dunque pericolosissime: quando la malattia è galoppante le cure diventano sempre più difficili e il rischio di mortalità cresce esponenzialmente. Non solo: chi non sa di avere contratto la malattia la diffonde con più molta più facilità.

Gli studiosi quindi concordano: il primo passo per far fronte all’espansione a macchia d’olio della nuova epidemia è far rientrare l’Aids fra gli allarmi attuali. Occorre ricominciare a discuterne. Tornare a battere con insistenza il chiodo della prevenzione, sgomberando definitivamente il campo dall’idea che l’Aids riguardi l’universo un universo “altro” – come i Paesi in via di sviluppo, così come prostitute, tossicodipendenti e omosessuali – perché si tratta di un universo “nostro”.


[tiziana de giorgio]
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QUARTIERE ECOLOGICO

Santa Monica, Milano ci mette una faccia (verde)

Gli edifici si innalzano come torri di vedetta su un verde mare vegetale. Sulle stesse pareti le piante trovano un posto di riguardo, macchiando il candido aspetto delle torri. Dalle immagini di presentazione tratte dal plastico del progetto questo è il complesso residenziale che verrà: il futuro quartiere Santa Monica di Milano. Un quartiere verde in tutti i sensi: per la sua vocazione ecologica, con edifici a basso consumo, per lo scenario su cui si affaccerà, il Parco delle Cascine, per l’onnipresenza di arbusti, alberi e altri ornamenti vegetali da balcone che ovatteranno le pareti esterne degli appartamenti. La sensazione, dedotta dalla presentazione virtuale, proietta lo spettatore-futuro acquirente in un ambiente più simile al complesso di Angkor (alti templi immersi nella foresta e coperti di muschio) che all’omonima Santa Monica californiana (torri di vedetta, sì, ma pochi metri più alte della spiaggia dorata punteggiata da qualche palma qua e là).

Il complesso residenziale di Milano Santa Monica sorgerà a sette chilometri dal centro del capoluogo lombardo. Quattordici edifici, 7mila persone: il Santa Monica è in realtà un nuovo centro abitato più che un nuovo quartiere. Considerando, poi, la costruzione di una chiesa con oratorio annesso, un edificio scolastico (dal nido alle medie inferiori) e un avvenieristico hotel quattro stelle realizzato per l’Expo, risulta chiaro come il quartiere voglia essere un polo d’attrazione per tutta l’area compresa tra Milano2 e Segrate. Un investimento complessivo da 400 milioni di euro che inizierà a funzionare a partire dal giugno 2010, quando saranno consegnati gli appartamenti dei primi due lotti realizzati e venduti.

«In un momento di crisi come questo, il cliente che compra pondera l’offerta per circa sei mesi prima di prendere una decisione», spiega Simone Ferrari, amministratore delegato di Forza Quattro, società che si occupa della vendita e della promozione della residenza. «Un possibile acquirente, quindi, è sempre più preparato a valutare le offerte. Noi offriamo un nuovo modo di vivere. La nostra società segue il cliente dall’inizio alla fine dell’acquisto, grazie a una banca interna agli uffici della società, che permette di stipulare mutui favorevoli, fornisce gli arredatori e i progettisti, inoltra il cliente verso mobilifici convenzionati». Il prezzo medio degli immobili, inoltre, è concorrenziale: 3mila euro a metro quadro, mentre a Milano centro i prezzi sfiorano i 10mila euro. Un ulteriore risparmio alletta gli acquirenti, quello sui costi di gestione degli immobili, ottenuto grazie a tecnologie eco-compatibili.

Gli edifici sono stati costruiti in modo da sfruttare l’energia solare, permettendo così un basso consumo di energia. Andrea Roma di Polis Engineering si è occupato della progettazione degli immobili: «Ogni appartamento consuma il 40% di energia in meno rispetto ed un appartamento normale. L’energia solare viene coinvogliata dai pannelli in un unico sistema di distribuzione che fornisce agli appartamenti acqua calda e riscaldamento». La progettazione, inoltre, punta molto sull’utilizzo dei giardini verticali, ultima tendenza dell’architettura statunitense e giapponese, che permettono di ridurre l’impatto acustico, l’irraggiamento solare estivo e riducono sensibilmente la presenza di polveri nell’aria. «I progetti di risparmio energetico riguardano solitamente monoabitazioni. Qui si è cercato di intervenire su larghissima scala, con risultati di emissioni ottime». Milano Santa Monica, tra l’altro, è vicinissimo al passante ferroviario di Segrate, alla metropolitana di Cascina Gobba e all’aeroporto di Linate, servizi a pochissima distanza per cercare di limitare l’utilizzo di autovetture da parte dei residenti. «Abbiamo anche fatto promozione per la vendita degli immobili con i dipendenti delle aziende vicine al complesso, così da avere inquilini che lavorano vicino alle loro abitazioni. E all’interno del complesso c’è anche un grande centro commercale, per fare la spesa senza prendere la macchina», aggiunge Ferrari.

Il Santa Monica sembrerebbe essere una soluzione profetica per i quesiti della nuova edilizia milanese, divisa tra innovazione e profitto con un occhio sull’Expo che verrà. La tendenza istituzionale, però, punta sul ripopolamento della città che, a causa degli alti costi immobiliari, sta soffrendo sempre più dell’“effetto Venezia”, una città dove i giovani si trasferiscono nelle periferie più accessibli e con migliori condizioni di vita, mentre il centro si svuota restando territorio per anziani radicati alle loro abitazioni e per ricchi senza problemi di portafoglio. Il Santa Monica propone una faccia di Milano innovativa e verde, quantunque il vero test per il quartiere deve ancora venire. Solo quando tutti i quattordici lotti saranno completati, i servizi del quartiere entreranno in funzione. Saranno dolori, allora, per i primi inquilini del complesso che non potranno usufruire né delle scuole, né delle palestre, né della sorveglianza privata, promesse per il 2010.


[alessia scurati]
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RIVELAZIONI

Antonio Gramsci: fu conversione o è revisione?

Antonio Gramsci si sarebbe convertito prima di morire e avrebbe chiesto i sacramenti. A rivelarlo la scorsa settimana, a margine di una conferenza stampa, è stato monsignor Luigi De Magistris, arcivescovo e penitenziere emerito della Santa sede. L’occasione è stata quella della presentazione del nuovo catalogo dei santini. Chissà che un giorno, a forza di revisionismo, non toccherà un posto d’onore nel catalogo anche al padre del comunismo italiano.

La storia di una presunta conversione di Gramsci non è nuova: già quarant’anni fa una suora aveva affermato la stessa cosa e, allora come oggi, studiosi, politici e storici si erano dati battaglia a colpi di documenti e testimonianze per supportare o smentire la notizia. Anche questa volta la fonte citata da De Magistris sarebbe una suora sarda, conterranea di Gramsci e sorella del segretario della segnatura apostolica monsignor Giovanni Maria Pinna. La suora avrebbe raccontato il fatto ad alcuni prelati durante una messa in onore del fratello e, attraverso uno di loro, la notizia della conversione sarebbe giunta all’orecchio di monsignor De Magistris. Un po’ troppi passaggi, forse, per ritenerla una testimonianza attendibile.

Gli storici e gli studiosi del pensiero gramsciano sono d’accordo nel ritenere queste affermazioni prive di fondamento. Delle ultime ore di Gramsci si conosce tutto, grazie alle testimonianze dirette di alcuni religiosi che lo hanno assistito e, soprattutto, grazie alla cognata Tatiana che, oltre ad averlo accudito di persona, ha scritto lettere alla moglie e alla sezione del partito comunista russo, che raccontano nel dettaglio gli ultimi istanti di vita dell’intellettuale. Non si può parlare di revisione storiografica, quindi, ma di revisionismo. A pensarla così è anche Angelo D’Orsi, docente di Storia del pensiero politico contemporaneo all’università di Torino e esperto del pensiero e della biografia di Gramsci. «Una revisione storiografica del pensiero di Gramsci si dovrebbe fare solo in presenza di nuovi documenti per cui sorgerebbero nuove domande. Queste invece – ha affermato il docente – mi sembrano solo opere di revisionismo a fine politico, perché non ci sono documenti e nemmeno testimonianze dirette della conversione ma solo racconti di seconda o terza mano che non sono attendibili».

Le testimonianze dirette e i documenti in possesso degli storici non supportano la tesi della conversione, ma la questione è un’altra. Ammettiamo che la conversione venga dimostrata: cambierebbe l’importanza del pensiero di Gramsci e il significato filosofico e politico che ha avuto nella storia? Antonio Gramsci è stato un rivoluzionario, un filosofo e un politico di sinistra ma la sua opera e la sua filosofia non sono un’esclusiva dell’ ideologia comunista e non rimangono intrappolate in essa. Il pensiero di Gramsci appartiene a tutta l’umanità perché, come ha detto Benedetto Croce, «è un uomo dello spirito e perciò appartiene a tutti noi». Il pensiero di Gramsci è diventato patrimonio dell’umanità grazie alla forza e alla coerenza inarrivabili che lo hanno caratterizzato, anche come uomo, e che gli hanno permesso di superare le determinazioni politiche rivolgendolo a tutta l’umanità. La dichiarazione di una conversione, per di più non dimostrata, non potrà certo cambiare l’importanza e la forza della sua filosofia. «Gramsci era un uomo che non praticava la doppia morale – sostiene Angelo D’Orsi – ed è stato un esempio di forza e coerenza inarrivabili durante tutta la sua vita e in particolare durante gli anni duri del carcere. È stata questa grande coerenza, di uomo e intellettuale, che lo ha spinto a non chiedere la grazia al regime fascista, pur nelle condizioni fisiche disperate nelle quali si trovava».

Antonio Gramsci nelle sue opere ha parlato spesso di religione e di chiesa come istituzione, e il suo atteggiamento non è mai stato quello dell’anticlericalismo. «Gramsci dava importanza alla religione come fattore politico – argomenta Angelo D’Orsi – e ammirava la chiesa come istituzione perché esercita un potere di attrazione molto forte sulle masse popolari. Ha sempre considerato stupido l’atteggiamento, diffuso tra i comunisti del suo tempo, di un anticlericalismo estremo. Rimane il fatto che è stato, fino all’ultimo istante della sua vita, un ateo dichiarato e un irriducibile comunista».
A differenza del pensiero di Marx, intriso di materialismo, quello di Gramsci dà spazio ai fattori spirituali, perché la rivoluzione è un processo che si prepara con un lavoro di tipo culturale e non soltanto economico e politico. D’Orsi: «La cultura in Gramsci è un fattore rivoluzionario perché tutte le componenti spirituali che attraggono le masse sono in grado di dare loro una coscienza di classe, e dunque a spingere verso la rivoluzione. Non bisogna dimenticare, poi, che Gramsci è stato l’interprete di un marxismo creativo e di un comunismo critico».

Sul fatto che Gramsci, dunque, sia stato e sia ancora un gigante del pensiero, non sussiste alcun dubbio. Al di là delle attribuzioni – vere o false – che di lui ogni parte politica accampa. Forse sarebbe il caso di dire: lasciatelo in pace, lì dove riposa, nel cimitero acattolico di Roma. A prescindere da benedizioni di destra, di sinistra, di centro. O anche dall’alto.


[michela nana]
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TRATTA DI ANIMALI

Varese: i Nas scoprono canile degli orrori

Quattro uomini dietro le quinte di uno spettacolo deprecabile. Due menti (i veterinari) e due bracci (i proprietari della struttura): erano loro a favorire la tratta di cani da Ungheria e Slovenia che venivano poi rivenduti in Lombardia ad una cifra decuplicata rispetto a quella d’acquisto. Il tutto a ridosso di Natale, in un periodo in cui molte famiglie decidono di regalare un cucciolo ai propri figli.

A scoprire la cruda realtà a Gornate Olona (Va) è stato il gruppo dei Nas dei Carabinieri di Milano nell’ambito di un’attività investigativa avviata nel luglio scorso. A far partire l’indagine è stata la denuncia di un commerciante di animali di Milano, insospettitosi per le profonde incisioni chirurgiche riscontrate sul corpo di diversi animali che gli ignari acquirenti acquistavano tralasciando il loro pedigree. In un garage adibito a sala operatoria, infatti, i due veterinari provvedevano a “nazionalizzare” gli animali installando microchip italiani al posto di quelli del paese di provenienza. L’altra procedura di regolarizzazione prevedeva la falsificazione dei documenti (certificato sanitario e iscrizione all’anagrafe canina).

Nell’allevamento di proprietà di due coniugi, attraverso due controlli separati (22 ottobre e 8 novembre), le forze dell’ordine hanno trovato, complessivamente, 144 cani in precarie condizioni igienico-sanitarie prima di disporre il sequestro della struttura e degli animali. Gli imputati sono accusati di concorso in reato continuato di maltrattamento di animali, falsificazione di atti, frode in commercio, esercizio abusivo della professione medico veterinaria. Le conseguenze, però, non saranno ugualmente gravi. La legge italiana prevede la denuncia all’autorità giudiziaria e l’interdizione alla professione per i due veterinari.

Proprio ieri, però, è intervenuto sulla questione il ministro degli Affari Esteri Franco Frattini. «Mi adopererò con i ministri Alfano e Sacconi perché chi importa illegalmente venga punito con il reato specifico di traffico di animali di compagnia. Mi rivolgerò, poi, alla Commissione Europea per una normativa più severa. Con i Paesi dell’est (Ungheria, Polonia, Russia, Slovacchia, Repubblica Ceca) avvieremo una stretta collaborazione per intensificare i controlli all’origine».

Il problema, adesso, è l’affidamento degli animali che sono tenuti ancora sotto sequestro nel canile degli orrori. Di loro se ne sta prendendo cura il servizio veterinario dell’Asl di Varese, ma presto finiranno nelle mani dell’Enpa Lombardia. Chi volesse adottarli può contattare l’associazione a questi recapiti telefonici: 0332/232161; oppure 02/97064220.


[fabio di todaro]
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CASO IVA

«Tra Murdoch e Berlusconi? Duetto, altro che duello»

Per lui «il vero problema non è il decreto, piuttosto ci ritroviamo a discutere di conflitto di interessi. Se a vararlo fosse stato un governo retto da un’altra persona, non se ne parlerebbe da giorni». Francesco Merlo, autorevole firma del giornalismo italiano, editorialista di Repubblica, non le manda a dire sul tema del giorno: l’aumento dell’Iva per le emittenti private a pagamento.

Sembra la solita storia italiana. Il premier è anche il proprietario di uno dei più importanti canali informativi del nostro Paese.
«Berlusconi muove le fila di Mediaset. Attraverso i suoi canali gestisce l’informazione. C’è, poi, un’idea moralista errata. Non ci sono tasse che colpiscono i ricchi e i poveri. Le tasse colpiscono in maniera uniforme una popolazione intera. Poi c’è chi avverte conseguenze più pesanti, ma Sky raccoglie una porzione molto variegata di italiani. Ricchi, benestanti e tanta altra gente che si sacrifica pur di vedere lo sport. Semmai dovremmo discutere di un piano anticrisi che innalza le tasse. Ci sono stati dei tentativi di intorbidire la questione, ma la realtà è questa. In nessun altro Paese c’è un rapporto così morboso tra intellettuali e tv e tra tv e politica».

La destra, solitamente compatta, non è interamente dalla parte di Berlusconi. Come spiegarsi questo comportamento?
«Ho un’opinione diversa. A prescindere da qualche voce fuori dal coro, si fa finta di non provare imbarazzo di fronte ad una simile situazione. Anche chi sta con Berlusconi potrebbe esprimere la propria opinione senza vendersi l’anima. Ricordo che quando nacque Forza Italia esistevano politici di questa specie».

Gasparri, però, ha detto che il Pdl «non sta togliendo il pane ai bambini». L’Iva al 10% riguarda i beni di prima necessità. Sky non lo è, ma è un servizio di cui usufruiscono 4,5 milioni di italiani. Come andrebbe gestita la questione?
«Quando nacque la pay-tv, fondata dal gruppo Fininvest, l’Iva era al 4%. Poi il governo Dini l’innalzò al 10% nel 1995 per agevolare l’ingresso di Sky nel mercato. All’epoca fu una mossa anche giusta, ma non sarei dubbioso adesso se questo provvedimento non fosse stato assunto dal suo diretto concorrente».

Bisogna considerare, poi, che Sky è un’azienda in attivo che fornisce un’importante vetrina ai giovani.
«Non bisogna accanirsi contro un’impresa che funziona. Sky fornisce un servizio interessante che in Italia mancava. La rivalità che spaventa Berlusconi fa piacere agli italiani che non considero un popolo di imboniti. Il popolo ha una capacità critica che gli permette di svelare il falso nel mare del servilismo televisivo. E se apprezza l’ascesa di questa emittente è perché la pluralità dell’informazione dovrebbe migliorare il prodotto».

Fino a ieri sembravano più concreti gli spiragli d’apertura da parte del governo. Oggi Berlusconi ha mostrato il pugno di ferro nel giorno in cui Sky ha fatto partire un nuovo spot pubblicitario. Come finirà la diatriba?
«Più che in un duello, Murdoch e Berlusconi si troveranno in un duetto. Tra loro c’è un’intima e astiosa solidarietà come accade tra un cane ed un gatto. Si assomigliano, operano nello stesso settore ed il destino tornerà a riproporli come complici. Il problema, semmai, è che una parte combatte con mezzi impropri, mentre Murdoch sta dimostrando di poter competere ad armi pari».

Nel suo ultimo editoriale ha definito assurda la tassazione del porno perché, secondo lei, il consumo di prodotti di questo tipo nasconderebbe una patologia. Ma il decreto anticrisi punisce altre due passioni degli italiani: lo sport ed il cinema. Cosa è più grave?
«Sono provvedimenti ugualmente pesanti. Vietando il porno si applicherebbe una forma di censura in un campo in cui opera già il codice penale. In questo caso si mescolerebbero etica e consumo, come accade nella battaglia ai clienti delle prostitute».

Scusi, Merlo, ma lei Sky ce l’ha?
«Sì, e continuerò ad averlo. Ciò non toglie, però, che diverse volte ho sfilato il telecomando dalle mani dei miei figli mentre erano spettatori della tv spazzatura. Perciò ribadisco che questi lussi andrebbero puliti più che puniti».


[fabio di todaro]


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D'ALEMA

Mai più «euroscettici»

«Guardando al passato, penso che l’allargamento a est dell’Unione Europea sia stato troppo accelerato. Bisognava prima rafforzare le istituzioni». Questo è il principale errore che Massimo D’Alema imputa alla Ce. Secondo l’ex ministro degli esteri «per l’equilibrio internazionale c’è bisogno di un’Europa forte». Ma la costituzione europea è da tempo congelata a causa della vittoria del no al referendum per la ratifica in Olanda e in Irlanda. Per 27 paesi, con enormi differenze economiche e sociali, coordinarsi e trovare una politica comune, senza una base istituzionale precisa, è molto difficile.

Le parole di D’Alema hanno trovato subito l’approvazione di Edmondo Paolini: uno dei fondatori del Movimento federalista europeo e amico personale di Altiero Spinelli, autore del Manifesto di Ventotene: «Per anni ho condotto una battaglia per arrestare l’allargamento dell’Ue. Secondo me ci si doveva fermare all’annessione della Grecia e del Portogallo. Questi due Paesi uscivano da poco dalla dittatura. Annetterli significava aiutare il processo democratico e prevenire eventuali accadimenti che avrebbero potuto destabilizzare il processo federativo». Il vecchio militante dell’ Mfe giura che «anche Altiero Spinelli, il padre di tutti i federalisti europei, la pensava in questo modo». Secondo Paolini, la maggior parte dei problemi che oggi affliggono l’Ue non sono altro che conseguenze di quell’errore. Inoltre, un processo federativo così frettoloso è stato anche una delle cause dell’indifferenza, e a volte dello scetticismo, che il popolo europeo ha assunto di fronte alla costituzione del nuovo soggetto federale. «Le autorità coinvolte - spiega Paolini - hanno visto l’Ue solo sotto il punto di vista economico».

Oggi gli abitanti del vecchio continente non si sentono un popolo. Non hanno una storia ed una tradizione comune da condividere. Questo ha generato quel sentimento che viene comunemente chiamato “euroscetticismo”. Negli ultimi anni, in tutta Europa, sono nati decine di partiti che guadagnano consenso soffiando sul fuoco dell’euroscetticismo e, in alcuni casi, del razzismo verso i cittadini dei nuovi stati membri. In Italia, Paese in cui si vive costantemente in campagna elettorale, a soffiare sul fuoco non sono dei piccoli partiti ma intere coalizioni. Paolini racconta di aver partecipato a numerosi incontri in cui «molti esponenti del Pdl hanno ammesso che l’adozione dell’euro fosse necessaria per dare stabilità al Paese. Dire il contrario, durante i comizi, non è altro che un operazione populista». Adesso ci ritroviamo con una sorta di mostro burocratico che, fino ad ora, non riesce neanche a varare una strategia comune per uscire dalla crisi economica.

Comunque il Movimento federalista, oggi, guarda con speranza alle elezioni europee del 2009. Gli eredi di Altiero Spinelli si augurano che i paesi dell’Unione e i loro partiti affrontino la campagna elettorale con spirito europeista. In che modo? Presentando agli elettori dei programmi di coalizione europei. Senza dimenticare il ruolo dei media, che dovrebbe spiegare alla società civile il ruolo e le mansioni dell’Europarlamento. In Italia, fino ad ora, è successo esattamente il contrario: le elezioni europee sono sempre state viste come un termometro per misurare il consenso popolare del governo in carica. Fino a poco tempo fa una parte della coalizione di centrosinistra faceva parte del gruppo parlamentare del Ppe, lo stesso di Forza Italia. Oggi il Pd non sa ancora a quale partito europeo aderirà. Le speranze di Paolini, invece, vanno alle giovani generazioni: «La cosa più importante è che i nostri ragazzi comincino a sentirsi cittadini dell’Europa».


[andrea torrente]
continua